1. Il mio fine

1. Il mio fine

Io sono nata per amare Dio e per farlo amare. Una domanda di un catechismo, che mi ha dato sempre grande motivo di riflessione, diceva: «Perché Dio ha creato l’uomo?». E rispondeva: «Per la sua infinita misericordia e bontà e perché, facendosi conoscere dalle sue creature, potessero amarlo e servirlo». Io sono, infatti, effetto della divina bontà e frutto del suo amore. Perciò mi diede un cuore molto ardente, capace di amarlo molto; e perché lo servissi, con il farlo amare, mi diede naturalmente grazie speciali per mezzo delle quali io attraessi verso di me le persone e mi facessi amare da quelle e poi le portassi al suo amore.

Devo far notare queste due qualità speciali che Dio pose in me, cioè: ardore nel cuore e grazie esteriori; le riconosco infatti molto evidenziate in tutta la mia vita fin dai primi anni e, posso dire, dalle prime ore della mia esistenza.

La terza di quattro sorelle

Quando si era in attesa del mio arrivo in questo mondo, rallegravano già il focolare due angioletti: una di quattro anni e l’altra di due. La prima fu ricevuta dai genitori come un dono prezioso del cielo; la seconda non fu più che un dono. Il papà desiderava vivamente un figlio; perciò non fece grande festa alla seconda bambina. Con questi precedenti si può supporre come sia stata ricevuta la terza. E molto più perché la mamma aveva dato quasi la certezza a mio papà che questa volta sarebbero stati soddisfatti i suoi desideri. Diceva che si sentiva in modo molto diverso di quelle precedenti: leggera, forte, fino al punto di potersi muovere e lavorare senza gli incomodi legati a questo stato.

Soprattutto le piaceva il vino e aveva molta fame: cose queste, diceva lei, che le davano motivo di sperare che questa volta avrebbe offerto al papà la consolazione del figlio desiderato. Dopo tanto speranze il povero babbo dovette soffrire una delusione più penosa e non fu questa l’ultima, perché dopo di me giunse un’altra sorellina. Il 24 aprile 1888, quando gli portarono la notizia che era padre di una terza figlia, dicono che facesse un gesto di disprezzo con la testa, rifiutando di venire a vedermi; insistettero di più: «Vai a guardarla: siamo sicuri che quando tu l’avrai vista non ti dispiacerà che sia una bambina». Venne, mi prese tra le sue braccia e disse: «Avete ragione»; e dandomi un bacio, occupai da allora nel suo cuore il posto di figlia più amata e preferita di tutte, finché non venne, due anni dopo, la quarta. Con questa si ripeté la medesima scena, ma fu solo per quattro anni e poi rimasi io di nuovo la beniamina. Il cielo reclamò per sé quella creatura angelica che sembra ci abbia dato solo per farci vedere come sono gli angeli di là. Aveva qualcosa di straordinario, alcune persone dicevano alla mamma: «Questa bambina non le resta, non è per questa terra». E così fu.

I miei genitori si chiamavano Casimiro Marcucci e Sara Simi. Quando io nacqui si trovava nella mia casa una rispettabile signora, Teresa Montaldo, alla quale proposero se volesse essere madrina della neonata. Accettò volentieri, imponendomi il nome di Giuseppina, in considerazione della devozione che la sua santa patrona, Teresa di Gesù, aveva per san Giuseppe. Il mio nome è, infatti, Maria Giuseppina Teresa. Da quel momento la gentile signora ebbe verso di me una speciale attenzione: mi teneva con sé, mi faceva regali. Anche alcuni anni dopo, quando lasciò la mia casa, dove veniva a villeggiare e a trascorrere dei periodi di riposo, e si stabilì definitivamente a Lucca, perché era rimasta molto triste ed impressionata della morte repentina che ebbe lì suo marito, continuò sempre ad interessarsi di me. Come vedremo a suo tempo, fu lei che mi aiutò a lasciare il mondo per seguire la mia vocazione.

Tra gli affetti e le carezze di tutti, io crescevo in salute e grazia. Molte volte mi diceva la mamma, vedendomi assai esile e malaticcia: «Che consolazione mi darebbe se ti vedessi ora mangiare come quando eri bambina e con una salute e robustezza da sembrare un fiore di primavera!». Le grazie che Dio aveva riversato in me, mi procuravano le carezze di tutti. (Peccato, o mio Gesù, che io non potessi, già da allora, devolvere su di te questi affetti e amori che mi facevano, poiché solo a te erano dovuti, essendo unicamente il riflesso della tua grazia e bontà quello che si vedeva in me!).

Amata, desiderosa di amare e che gli altri amino…

Ero di carattere molto vivace, però docile, compiacente, affettuosa; perciò tutti mi amavano e mi volevano. Così è stato, non solo finché ero piccola, ma per tutta la mia vita. Dal primo bacio che mi diede mio papà fino ad ora, da tutte le parti sempre mi hanno cercata molto. Mi darebbe pena questo amore delle creature se si fosse fermato soltanto in me, senza che io esercitassi in esse questa influenza segreta di portarle all’amore di Dio, che è il fine per il quale il Signore faceva sì che mi amassero. Allora, siccome io non conoscevo questo mio fine, senza dubbio Dio dovette averlo fatto tutto lui. Ora che lo capisco, con gusto lo assecondo, amando e lasciandomi amare solo da lui. Se vedessi che non lo raggiungo, con la grazia del Signore, romperei subito con chiunque senza rispetti umani, perché io non ho bisogno di amare, né di essere amata da nessuno. Mi basta Dio e solo in Lui amo e accetto di essere amata; non esiste per me altro amore al di fuori dell’amore di Dio. Mi pare di poter dire con il divino Salvatore: «Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che altro desidero se non che bruci?» (cf. Lc 12, 49). Sì, questo voglio e lo cercherò con tutte le mie forze, finché vivo, perché questo è il mio fine sopra la terra.

Ma nessuno pensi che poiché io chiamo mio fine l’amare e il far amare Dio, solo a me appartenga il compierlo. No, tutti siamo nati per questo; io lo chiamo mio perché da me il Signore lo chiede in un modo particolare e perciò mi ha dato grazie speciali. Ma tutti, senza dubbio, abbiamo questa grande beatitudine di essere venuti al mondo solo per conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo per sempre nell’altra. Felice soltanto chi lo compie!


 
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