13. Un altro amante mi ha prevenuto

13. Un altro amante mi ha prevenuto

I beni del mondo e quelli del cielo (quelli spirituali) sono i due estremi in mezzo ai quali si trova l’uomo. San Tommaso osserva che quanto più noi ci allontaniamo dagli uni, tanto più ci avviciniamo agli altri. Il mio cuore, mi sembra di poter dire in verità, andava ogni giorno allontanandosi sempre di più dalle cose della terra e, di conseguenza, avvicinandosi a quelle del cielo. Gesù era il polo potente che attirava gli affetti del mio cuore con una forza tale che a volte mi sembrava che non sarei rimasta molto tempo nel mondo e che, se non avessi potuto lasciarlo tanto presto per entrare nella casa del Signore, lo avrei lasciato per la vita migliore… Quanto lo desideravo! Per andare in cielo avrei lasciato volentieri anche il monastero. La morte non mi faceva alcuna impressione di timore, anzi mi si presentava come l’unica porta che aprendosi improvvisamente poteva soddisfare tutte le mie grandi aspirazioni.

I miei pensieri andavano spesso a quella patria beata, dove si vive solo di amore e nel quale si possiede Dio senza il timore di non perderlo mai più. Mi si presentava spesso al pensiero quella grande moltitudine di beati che è sempre davanti al trono di Dio rivestita di bianco con la palma in mano seguendo l’agnello dovunque vuole che vada, cantando quel cantico che solo essi hanno il privilegio di cantare per il fatto di essere vergini: «Virgines sunt et suquuntur Agnum quocumque ierit».15 Oh, come ero ansiosa di poter appartenere a quel numero; poter unire la voce alla loro per dichiarare il mio amore a Colui che era l’unico per il quale io vivevo e sospiravo! Quale forza ha l’amore di Dio quando prende un cuore giovane, ardente, vergine, cioè che non abbia amato nessuno, che a Lui dirige il suo primo amore! Non lo saprei, né potrei immaginarlo, se non lo avessi sperimentato. È come un fuoco che attaccando un combustibile disponibile è tutto un ardere, innalza diritto le sue fiamme al cielo distruggendo e consumando tutto, per lasciar risplendere solo la causa di quelle fiamme: l’amore divino. Solo lui trionfa; a lui solo sia data la gloria, la lode, l’onore. O Gesù, perché il tuo amore non trionfa così sopra tutti i cuori, dato che sono tutti uoi? Perché non tutti si affidano a Lui, ma piuttosto alle creature. Il mio, lo sai bene Gesù, era tuo: amava soltanto Te. Le creature reclamavano il suo amore; ma il tuo più potente di tutti mi diede forza per disprezzare tutti per Te.

La pretende «un buon cristiano»

Un giorno una signora del luogo, amica di casa, parlava con la mamma e come sono solite fare le mamme ragionavano sopra i loro figli e le loro figlie, gli amori e le cose mondane. «Il mio N. (suo figlio) —disse la signora— dice che non vuole altro che la…». E, con il capo, indicò verso di me che stavo lì nella stessa stanza lavorando. La mamma rispose: «Non sono contraria; quando arriva il tempo è una cosa possibile» (avevo quindici anni e il giovane diciotto). Questo mi produsse tanta vergogna che feci come se mi fossi sotterrata o non mi fossi resa conto di quello che avevano detto; ma intesi tutto molto bene.

Allora mi resi conto che quel giovane, quando io passavo davanti a casa sua, usciva fuori a guardarmi. Prima che io sapessi ciò non facevo alcun caso a lui e non mi passavano per la mente le sue intenzioni; ma dopo quel discorso fatto imprudentemente in mia presenza, ogni volta che passavo davanti alla casa di quel ragazzo (avveniva tutti i giorni e molte volte al giorno) non potevo tralasciare di notarlo. A volte mi guardava fermo, altre mi seguiva a distanza e si avvicinava come se volesse parlarmi; poi si fermava, e quando io scomparivo dalla sua vista, dopo essere rimasto lì un poco, se ne ritornava triste e sconsolato. Ora penso che io dovevo attrarlo molto a causa della grazia del Signore che dimorava in me. Io stessa notavo che c’era in me qualcosa di grande, di bello…; mi sentivo a volte come protetta, circondata da una atmosfera soprannaturale… Doveva essere il riflesso del volto di Dio che si rifletteva in me, come dice il Profeta regale: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (cf. Sal 4, 7).

Questo continuò per mesi o anni; non lo ricordo bene, ma sicuramente per un bel po’ di tempo. Dovetti farmi molta violenza e, se l’amore di Dio non fosse penetrato in me così fortemente, sarei stata esposta a rimanere prigioniera di quell’amore umano che non si presentava con i caratteri del male, come l’altro del quale ho parlato prima. Quello era un giovane esemplare, compito, onesto e piissimo, ragioni queste che lo trattennero perché non osava mai fermarmi né rivolgermi la parola quando io ero sola. Il poveretto si sentì come tutti i giovani, preso dall’amore e può dirsi da un amore legittimo e ragionevole. Non conoscendo lui chiaramente le mie intenzioni, anche se le intravedeva, non faceva nulla di male, se non quello che tutti fanno e possono fare. E magari tutti lo facessero in quel modo! Infatti era così prudente e timido, o meglio, era così buon cristiano che la sua grande delicatezza e bontà mi costrinsero a fargli maggior violenza. Io mai gli corrisposi, né voltai lo sguardo per vederlo o dargli ad intendere che notavo le sue insistenti strategie per essere amato, mai feci caso a lui e mi comportavo come chi non avesse capito, ma il cuore soffriva: non perché lo amassi, ma piuttosto perché non volevo né potevo amarlo e mi faceva pena fare queste cose così dure verso di lui. Poveretto, pensavo io, quanto lo faccio soffrire…; è così buono, così prudente ed io lo tratto in questo modo…

Quando dovevo passare dalle sue parti mi armavo sempre di forza raccomandandomi al Signore, infatti non mi fidavo del mio cuore, così disposto sempre ad abbandonarsi all’amore. Temevo che una volta o l’altra mi trattenesse e mi parlasse. Avevo letto le vite di fanciulle sante: se lui mi avesse detto qualcosa, io avevo già preparato le parole per rispondergli come sant’Agnese: «Ab alio amatore preventa sum».16 Pensavo: se mi chiede se voglio essere sua, io con tutta delicatezza gli dirò che «Io sento, ma non posso, perché ho già dato la parola ad un altro». E se mi domanda chi è questo altro amante, io gli risponderò: «Uno che ha fatto molto per me, al quale non posso in nessun modo venir meno. Se non fosse per questo e dovessi dare a un altro il mio cuore, lo darei certamente a lui, ma non è possibile: un altro amante mi ha prevenuta». E durante il percorso andavo ripetendo: «O Gesù, sono tua, te lo giuro, voglio essere tua per sempre: morire piuttosto che venir meno al tuo amore». Ed entravo in chiesa, rinnovando lì davanti a Gesù Sacramentato le mie promesse di fedeltà.

I sentimenti cristiani dei quali era fornito quel buon giovane gli fecero abbandonare alla fine l’idea e andò a cercare altrove l’amore. Ora credo che sia sposato e con famiglia. Ho conservato sempre di lui il ricordo davanti al Signore e un affetto santo insieme con la gratitudine per essersi comportato con me con tanta delicatezza e cristiana educazione, rispettando le mie idee e non osando chiedere amore a un cuore che aveva capito che voleva consacrarsi al Signore. Dio benedica lui e i suoi e ci conceda di riunirci in cielo. Là gli darò tutto l’amore che non potei dargli in terra.

Le vergini prudenti e quelle negligenti

Per rafforzarmi sempre di più nel mio proposito di verginità, il Signore permise che in quel tempo mi fosse regalata una stampa che rappresentava in due quadri la parabola delle vergini (Mt 25, 1-13). Si vedeva la casa del banchetto alla quale si saliva attraverso una lunga scala. Da un lato stavano le cinque vergini negligenti, mezzo addormentate, con le lampade spente; dall’altro lato le prudenti che attendevano con ansia lo Sposo con le loro lampade accese nelle mani. Nell’altra facciata della stampa era rappresentato l’arrivo dello Sposo che saliva la scala, mentre una voce, o meglio un’iscrizione, diceva: «Ecce Sponsus venit, exite obviam ei»;17 a quella voce aprendosi la porta entrava in sala lo Sposo accompagnato dalle vergini prudenti, mentre alle altre, che avevano la lampada spenta e restavano a metà della scala, veniva detto loro il terribile: «Nescio vos».18 Quanto mi piaceva quella stampa e quale motivo di riflessione mi dava pure!…

Un altra cosa, che pure mi piaceva molto, era una poesia intitolata: «L’inno delle vergini». Lo avevo imparato a memoria per ripeterlo spesso, perché mi faceva molto bene. Lo ricordo perfettamente; dice così:

L’inno delle vergini

O gloria, siam vergini! Siam vergini pure,

Del mondo nel pelago tra mille sventure

Abbiam discoperta la gemma divina,

Che rende preziosa quest’alma tapina,

E che delle tenebre in mezzo all’error

Ci veste coi raggi d’un caro splendor.

O gloria, siam vergini! Dell’alma sull’ale

Voliam del continuo al trono immortale,

Del nostro Diletto che in cielo si asside,

Che ai cantici nostri propizio sorride,

Che spose ci appella, ci mostra il suo cuor,

E sempre ci scalda coi baci d’amor.

O gloria, siam vergini! La destra di Dio

Arcane notizie a noi discoprìo,

È semplice il Nume, è spirito puro,

L’Eterno Signore del secol futuro.

Chi vuol più d’appresso seguirlo col piè,

Dimentichi il corpo che reca con sé.

O gloria, siam vergini! Del secol la mente,

C’insulta appellandoci vilissima gente,

Ma il secolo è stolto, capire non puote,

Le gemme divine a lui sono ignote,

S’intende soltanto d’oggetti terren,

Siccome il giumento s’intende del fien.

O gloria, siam vergini! Siam bianco vestite,

Di gigli purissimi noi siamo abbellite,

La casta cintura i lombi ci cinge,

Il nostro sembiante sovente si tinge,

Di quella modestia che il voltò adombrò,

Di lei che tremante coll’Angel parlò.

Dei vergini, o Madre, deh! porgici aita,

Tu sei la fontana dell’acqua di vita,

Ah! non perderanno i gigli il candor,

Se siane custode la Madre d’amor.

Questi miei amori e desideri non mancavano di farsi intravedere di fuori, benché io cercassi di mantenere il silenzio con tutti. È proprio infatti delle cose sante il farsi vedere o intravedere, benché si cerchi di nasconderle.

La prima visita ad un convento

Lì vicino a casa mia vivevano alcune persone molto pie. Erano un fratello, una sorella e una cugina; tutti non sposati e già in età avanzata; dovevano avere più o meno una sessantina d’anni. Erano di buona condizione, ma ora, mezzo infermi e anziani, erano molto decaduti. Si trovavano in così grande necessità da avere appena da mangiare, erano però ricchi della grazia di Dio che avevano in abbondanza. Per questo io volevo loro bene, mi feci amica delle due signore e andavo spesso a casa loro per compiere gesti di carità, per pregare con loro e parlare di cose spirituali.

Una delle due sorelle aveva, o aveva avuto, una parente monaca di san Francesco di Sales a Lucca. Vedendo il mio desiderio di conoscere qualche monaca e di avvicinarmi a qualche convento (infatti non ne conoscevo nessuno), mi offrì, se io avessi voluto andare a parlare con la superiora, di darmi una lettera di raccomandazione, perché mi ricevessero bene. Accettai ben volentieri la proposta; ma, poiché tutto avvenisse in segreto e nessuno si rendesse conto dell’intenzione del mio viaggio (c’era mezz’ora di treno da S. Gemignano, il mio paese, a Lucca), escogitai uno stratagemma: dire a Maria, la domestica di mio zio sacerdote, che quando lei si recava a Lucca, chiedesse alla mamma che mi permettesse di andare con lei per accompagnarla, con la scusa che mi faceva bene uscire e fare un po’ di movimento.

Infatti, un giorno venne a chiederglielo e tutto andò molto bene. La mamma, alla proposta, si girò verso di me e mi domandò: «Vuoi andare Beppina?». Io, fingendo indifferenza, risposi: «Sì, volentieri!…». E me ne andai contenta con la mia lettera nella borsetta; chissà quante cose speravo di risolvere! Non spiegai nemmeno alla domestica le mie intenzioni. Arrivate a Lucca io le dissi: «Maria, io desidero andare alla chiesa delle monache salesiane; accompagnami e dopo puoi andare a fare le tue cose, che io ti aspetto lì». Così facemmo. Pochi minuti dopo che lei se n’era andata, io uscii dalla chiesa e andai a suonare alla porta del convento.

Mi chiesero che cosa volessi. Risposi: «Parlare con la superiora». Mi fecero entrare in parlatorio; mentre ero lì che aspettavo, come sentivo la mia anima avvicinarsi a Dio! Mi sembrava di stare nell’atrio del cielo. Avevo appena visto quella chiesa così raccolta, con altari e quadri molto belli che raffiguravano i misteri dell’amore del Cuore di Gesù verso la sua serva santa Margherita…; e lì, nel parlatorio, le stesse immagini, le stesse iscrizioni che io potevo leggere… Era tutto così devoto ed attraente!… Mi trovavo sotto il tetto di un grandioso e bellissimo edificio, la casa del Signore, oasi di pace. Non so dire quello che sentivo!

Quando arrivò la Madre, nel vedermi così sola di fronte a lei (era la prima volta che parlavo con monache), ero così emozionata ed impressionata che a mala pena riuscivo a parlare. A ciò si aggiunga il rispetto e la venerazione che mi suscitavano le persone religiose, che mi sembrava non fossero creature umane. Dopo averla salutata con poche parole e con voce tremante rimasi in silenzio piena di vergogna; non seppi dire altra cosa. Doveva essere una santa; infatti provai verso di lei amore e venerazione; era la stessa superiora con la quale lì, dove stavo io, aveva parlato diverse volte Gemma Galgani. Questo però non mi incoraggiò affatto a parlarle e dirle le mie intenzioni. Forse mi avrà presa per una stupida o un’imbecille; ed in verità tale sembravo, tanto ero confusa. Per fortuna, avevo la lettera da consegnarle, e così uscii dall’impaccio, per liberami dal quale altrimenti non so che cosa avrei potuto fare. Quando ebbe letto la lettera (io non so quello che vi era scritto), mi rivolse qualche esortazione di essere fedele al Signore e amarlo sempre di più ecc…. E così finì tutto; la mia visita si concluse senza decidere nulla. Credo che non durò un quarto d’ora, benché quel tempo per gli imbarazzi in cui mi trovai mi sembrasse molto lungo.

Non era ancora suonata l’ora del Signore. Quanto ben compresi in quell’occasione che le creature, nonostante la loro buona volontà, non possono fare nulla se non è ancora l’ora! Il Signore voleva far tutto Lui per me: una volta giunta l’ora da lui fissata vedremo come si succederanno le cose in maniera molto dettagliata… Per il momento io rimasi soddisfatta di aver goduto un poco di quell’ambiente di santità e per aver ristorato la mia anima per un po’ nella bella e raccolta chiesa del convento, lì dove forse quella mattina era stata Gemma.

Ricordi vaghi su Gemma Galgani

Credo di averla vista lì qualche volta; però, siccome non la conoscevo, la mia non è che un’idea confusa; lo deduco dai segni che di lei mi hanno dato e del modo come lei vestiva.

Alla stessa maniera ho l’impressione di averla vista passare davanti alla mia casa, quando, con la famiglia Giannini, andava al Ritiro dell’Angelo dei Padri Passionisti. Là, sull’alto di quella solitudine celeste, ero solita andare anch’io con le mie amiche. Quante cose sentiva la mia anima in quel luogo santo!… Mi sembrava di essere più vicina al cielo, a Dio, di dimenticare il mondo e la terra e tutta la miseria che c’è in essa. Il Ritiro è sulla cima di un monte in totale solitudine, lontano dall’abitato alcune ore. Per andarci è necessario salire, salire finché non si vedono più gli alberi ma solo pendii e precipizi. Nell’avvicinarsi a quella dimora di pace, l’ultimo tratto di strada è abbellito da alti cipressi ai lati che, per l’imponente e grave aspetto che presentano, sembrano disporre l’animo a quella visione del cielo che facendo il giro del pendio si presenta improvvisamente davanti agli occhi. Davvero una visione del cielo sembra quel Ritiro o bianco convento, in mezzo al verde dei pini e dei cipressi. La chiesa è bellissima, tutta in marmo bianco che sembra soltanto gli angeli abbiano potuto costruirla in quella altitudine e solitudine, o meglio farla scendere dal cielo. Fuori e dentro il tempio c’è un silenzio sacro e profondo, interrotto soltanto dalla melodia che intonano i numerosi passeri che lì volteggiano e per il suono maestoso e solenne delle campane, che fanno qui una impressione come da nessun altra parte, per l’eco che si ripercuote nella valle, tanto da sembrare voci che si rincorrono. Nella chiesa talvolta suonano le note dell’organo; e più volte al giorno le voci vibranti e pure di quegli angeli in carne che, disprezzando tutti i falsi piaceri del mondo, trovano lì piaceri e godimenti infinitamente maggiori, e che sono la caparra sicura di quelli che Dio tiene preparati per loro in cielo.

Quando noi saliamo lassù, durante il cammino, di solito facciamo la Via Crucis. Mi sembrano così adatte quelle rocce per pensare ai dolori di Gesù che sale il Calvario per amor nostro e incoraggia il pensiero che quei sentieri sono stati santificati dal sudore di molti santi Religiosi della Passione che sono passati di lì. Quanti pensieri elevati si risvegliano in quel luogo, se il cuore ha un po’ di amore di Dio! Oh, quello che sentiva la mia anima su quelle alture, quando, durante l’estate, di mattina presto, andavamo qualche volta lassù a fare la comunione! Uscivamo di casa alle cinque e arrivavamo alle sette e mezzo o alle otto. Portavamo qualche cosa da mangiare e con quale appetito mangiavamo! Quasi sempre quei buoni religiosi ci chiamavano nella foresteria a prendere il caffè. Come ci sembrava buono! Un po’, senz’altro, perché il nostro stomaco era ben disposto; e un po’ perché, essendo fatto dai frati, ci sembrava una cosa santa.

Quante cose inspiegabili ho vissuto su quel monte o dentro quella chiesa! Cosa avrà sperimentato quella serafina di amore, Gemma Galgani, quando lontana dal mondo, nel quale viveva con tanta pena, contemplava in solitudine e nel silenzio di quel tempio il grande e devoto crocifisso che di solito si trova sull’altare maggiore?

Oh, a tutte e due sicuramente Gesù ci parlava d’amore; tanto Gemma come io saremmo divenute un giorno sue spose, figlie della sua passione e vittime del suo amore…


15 Cf. Ap 14, 4: «Sono vergini e seguono l’Agnello dovunque va».

16 «Sono stata prevenuta da un altro amante».

17 Cf. Mt 25, 6: «Ecco viene lo sposo, uscitegli incontro».

18 Cf. Mt 25, 12: «Non vi conosco».

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