16. I miei maestri

16. I miei maestri

Quando l’anima si è aperta all’amore puro di Dio, ha in sé l’unzione divina dello Spirito Santo, «Spiritus unctio»,20 e perciò, diceva l’apostolo san Giovanni ai fedeli, «non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce». Quanto è vero infatti che un’anima che possiede l’amore, possiede anche la verità e questa è la sua infallibile maestra!

In mezzo al mondo dove mi trovavo, i miei occhi vedevano e contemplavano con quella luce che procede dall’amore, come tutte le cose che sono nel mondo son avvolte dalla menzogna e dall’errore. Vedevo come quasi tutti, attratti dai sensi depravati, corrono dietro a queste apparenze ingannatrici che li portano senza accorgersi nel pericolo della loro eterna condanna. Se talvolta c’è qualche raro esempio, dove risiede la sublime scienza della verità, i poveri mondani non lo vedono; passa inosservato alla loro superficiale vista materiale. Ma a me, per la misericordia del Signore, sembra di poter dire che allora possedevo questa preziosa «unzione» che, come è stato rilevato, è l’unica che può scoprire all’anima la verità, la giustizia, la santità che sono una medesima cosa.

Io vidi ed apprezzai il suo valore in alcune persone umili le quali quanto più erano nascoste, ritirate e distaccate dagli uomini tanto più chiaramente mi parlavano, insegnandomi questa divina scienza dei santi. Quanto sia grande questa grazia, soltanto possono comprenderlo le anime che lo sanno per esperienza. Si vede in altri praticamente quello che si sente dentro di sé di Dio. Persone come quelle hanno raggiunto l’unione con Dio e per ciò sono giunte ad essere come riflessi delle sue divine perfezioni, delle sue ricchezze, della sua bontà.

Oh, quanto è prezioso, ripeto, avere questa visione che ci scopre questi esempi e che ci dà maestri i quali, senza necessità di libri, senza parole, a volte soltanto trattando con loro o forse anche soltanto vedendoli, come successe a me con alcuni, ci insegnano la più profonda scienza spirituale!

Un laico francescano

Uno di questi era un laico francescano, di nome Fra Angelo. Era solito passare alcuni mesi all’anno al mio paese, e cioè nei periodi della raccolta, per andare a chiedere o a domandare, quello che in spagnolo non so come si chiama, in italiano si dice la questua.21 Aveva una piccola abitazione solitaria in campagna, a un quarto d’ora da casa mia. Vidi e conobbi questo povero e beato frate, fin da piccola. All’età però che allora avevo, con i disinganni che avevo ricevuti dal mondo e l’unzione interiore della grazia, non soltanto lo vedevo e conoscevo, ma lo consideravo pure come maestro esemplare, anche se rarissime volte mi incontravo con lui; queste erano soltanto per porgergli alcune domande o rivolgergli qualche parola che, lui a me o io a lui, ci scambiavamo per ordine della mamma. Di solito riguardavano alcune cose materiali, per esempio, se aveva certe sementi, quando era il tempo di piantare o di seminare le tali o tal’altre cose.

Per il mondo, egli era un povero frate ignorante, sempliciotto, senza intelligenza né capacità per nulla, di quelle persone inutili che non servono a niente. Ma lo Spirito Santo ha detto che quello che sembra follia agli occhi del mondo e dell’uomo mondano è sapienza molto grande agli occhi di Dio.

Dalla mia mamma io seppi la storia di quest’umile religioso, poiché gliel’aveva raccontata lui stesso confidenzialmente, per sollevarla dai dolori e dalle afflizioni di quei tristi momenti quando era ammalato il papà. Era solito venire infatti qualche volta alla mia casa per fargli visita, per rendergli qualche servizio e a volte per vegliarlo la notte.

Era stato sposato; pochi mesi dopo, credo, del matrimonio gli si ammalò la sposa, mi pare che dicesse di un cancro o di un tumore nel corpo. Dovettero operarla aumentandole così con l’operazione i dolori fino a che morì. Disse anche: «Quando mi sposai mi sembrava di essere felice per aver trovato una sposa che non poteva essere migliore. Ma non esiste la felicità su questa terra. Dio mi aveva dato la sposa per soffrire con lei: furono tanti e così terribili i patimenti che mai avrei immaginato che potesse soffrire tanto una creatura. Morta lei, al vederla ridotta nel fiore della giovinezza in un tale stato e in così breve tempo, dissi: così brevemente e dolorosamente terminano gli amori, i piaceri, le consolazioni della vita? Non voglio più il mondo, non voglio più questo genere di beni che in fondo non sono altro che amarezza e dolore… Decisi di chiedere di essere ammesso per servire i servi del Signore. Da allora sono stato sempre felice: la mia anima incontrò la pace, il riposo, e la beata verità». Si vedeva benissimo che lui la possedeva… Io, come ho già detto, scambiai con lui soltanto qualche parola, ma mi parlavano la sua persona, i suoi atti e la sua vita.

Lo vedevo passare la mattina molto presto per andare in chiesa, vestito del suo scuro e pesante abito nei mesi del gran caldo, quando non si usavano che vestiti trasparenti e leggeri. Camminava solo per la strada tutto raccolto e devoto, con gli occhi rivolti verso il basso, pregando e meditando, senza rendersi conto delle persone che gli passavano accanto. Prima di comunicarsi, tutti i giorni, faceva la Via Crucis, poi, se era necessario, serviva la Messa o assisteva il parroco in qualche cosa o nell’insegnare il catechismo. Altrimenti si metteva in un banco nascosto vicino all’altare, immobile a fare la sua orazione; stava così raccolto e distolto da tutto come se si trovasse lui solo al mondo. All’ora stabilita usciva dalla chiesa, prendeva un poco di colazione, che per carità gli dava il parroco o qualcun altro e si metteva i sacchi sulle spalle. Come vero figlio del poverello d’Assisi, andava a chiedere l’elemosina nei paesi e nelle frazioni, soffrendo la fame, la stanchezza, il caldo e il disprezzo degli ignoranti. La sera tardi, lo vedevo tornare, stanco di aver girato tutto il giorno, con i sacchi che la provvidenza gli aveva riempito, pregando per i suoi benefattori, con un volto allegro e sereno come la mattina quando era partito; infatti è vero che dove c’è amore non c’è fatica, ma piacere, e che niente né alcuno è capace di turbare la serenità del giusto. Quando io lo vedevo, quali sentimenti provavo, quanto mi insegnava, come mi parlava senza dirmi parola! Per altri era oggetto di compassione e di scherno; ma a me, quanto grande me lo faceva vedere il Signore! Quanta saggezza c’era nella sua vita!

Il guardiaboschi

Io ebbi un altro maestro che ugualmente mi insegnava senza bisogno di parole, infatti non parlai mai con lui. Era un guardiaboschi. Era sposato. Prima di scegliere il suo stato matrimoniale diceva di aver chiesto di farsi religioso; ma poi il Signore gli fece capire che aveva altri disegni su di lui e si sposò con una santa donna. Vivevano come due fratelli. Dicevano che i due avevano fatto voto di verginità. Si riunivano in casa per mangiare, rimanendo in silenzio o parlando di cose spirituali. Tutto il tempo che avanzava loro dalle loro rispettive occupazioni, lo passavano in chiesa.

Io vedevo questa guardia, di cui non so o non ricordo il nome, vestito in uniforme, ascoltare la Messa e rimanere a lungo in orazione. Era una cosa degna veramente da vedersi la devozione e il raccoglimento con il quale stava in chiesa. Si metteva davanti, vicino all’altare, in ginocchio, senza appoggiarsi né muoversi, come se fosse una statua. Ricevuta la santa comunione con una modestia unica tornava al suo posto, incrociava le mani sul petto senza alcun rispetto umano, posizione che non essendo molto comune richiamava un poco l’attenzione e ancor più per il suo vestito particolare; però quanto bene faceva! E rimaneva lì immobile con gli occhi chiusi, o fissi all’altare, senza badare a nulla e a nessuno.

Oh, quando in un’anima c’è l’amore divino ardente, come si fa superiore a tutto e vive soltanto per Colui che ama, senza preoccuparsi di nessuno, come se stesse sola su questa terra!

Certi giorni, doveva essere quando non era di servizio, poiché li alternava con gli altri, e in quelli nei quali aveva più tempo, lo vedevo trascorrere ore in chiesa. A volte stavamo noi due soltanto in quel grande e maestoso tempio della mia parrocchia, dolce nido di colombe innamorate di Gesù, che andavano a riposare accanto al suo santo altare… Quanti ricordi di consolazione! Quante ore beate! Quanto bene mi ha fatto quella persona senza averla conosciuta, se non di vista! Come, vedendola soltanto, mi sentivo più forte e incoraggiata per andare avanti nel cammino del bene e portare a termine i miei propositi!

Mi pare di poter chiamare questo signore il mio intimo amico: mi sentivo molto unita a lui per il semplice fatto di vederlo, poiché, come ho detto, mai parlammo insieme. Credo che noi ci procurassimo questi effetti reciprocamente per quella influenza segreta della grazia che, quando non incontra ostacoli, si compiace di operare così nelle anime, poiché c’era in entrambi lo Spirito Santo, l’unico legame che ci univa e dal quale soltanto possono derivare così puri e intimi godimenti.

Che amicizia tanto spirituale, tanto vera, tanto forte fu quella! Il mondo sicuramente non sa né può apprezzare simili amicizie: sono di una sfera superiore a tutte quelle che esso offre, e non gli resta che stupirsene. Ma sappiamo che il mondo è ignorante, e che tutto quello che egli ama ed apprezza è follia e vanità agli occhi del Signore e agli occhi di quelli che Egli illumina con la sua divina luce.

Per la misericordia del Signore io ero nel numero fortunato di questi. Le chiarità e le luci si facevano ogni volta più vive nella mia anima per scoprire la verità, la grandezza, la vera gloria che resta così nascosta ed occulta in mezzo alle dense tenebre del mondo. Rari sono i maestri di questa sublime scienza in mezzo al secolo; ma, cosa guadagna l’anima fortunata che li sa discernere! Come resta ammaestrata e fortificata quando Dio, per mezzo di questi maestri, la istruisce nel suo intimo, la illumina, la indirizza al bene, alla virtù, e vede esteriormente che questi praticano quello che lo Spirito Santo fa loro intendere essere buono, santo e perfetto.

Una «domestica» della sua domestica

Tra quelli che ho chiamato i miei maestri non posso tralasciare di enumerare anche una signora nubile, di nome Gigia che viveva vicino a casa mia con un fratello e una cugina, dei quali credo di aver fatto cenno già in altro luogo. Tutti e tre erano pii, ma tra loro emergeva molto quella di cui ora parlerò. Il fratello era stato impiegato come amministratore in casa di una principessa. I tre vivevano lì come signori. Una di queste, Mariuccia, aveva il titolo di maestra, e l’altra, Gigia, della quale intendo parlare, era pure molto istruita ed educata, ma soprattutto era molto buona e credo di non esagerare affatto né di sbagliare se dico che era una santa.

Quando morì la principessa, dovettero lasciare quella casa, nella quale vivevano loro tre e una domestica, poiché aveva lasciato loro soltanto una pensione che non bastava per vivere. A ciò si aggiunsero malattie e contrattempi che li ridussero in uno stato molto pietoso. La domestica, credo dovuto ad una caduta, si ruppe una gamba, rimanendo a letto impossibilitata per dodici anni, cioè per tutto il tempo che le rimase da vivere. Essendo tanto pii, non vollero mandarla all’ospizio, ma la tennero in casa per esercitare con lei la carità, trasformandosi in domestici della propria domestica. Ma il maggior peso, o quasi tutto, cadde sopra Gigia, che era sorda, ma aveva buona salute, mentre la cugina, acciaccosa e zoppa, solo qualche volta con fatica poteva andare in chiesa, benché l’avesse molto vicina.

Quanti insegnamenti e virtù eroiche ho imparato da quella povera e beata sorda, con più di sessant’anni, e da colei che fuggiva il mondo, perché divenuta povera e bisognosa, ignorando i grandi tesori che rinchiudeva la sua anima. Io la vedevo spesso in un lavatoio pubblico lavare per lunghe ore la roba sporca della povera inferma. Teneva questa poveretta, nella quale vedeva Gesù, sempre molto pulita e curata, come se disponesse di armadi pieni di roba e di domestici che la servissero, dovendo invece fare tutto lei. Una madre non avrebbe potuto fare di più e meglio di quello che Gigia faceva con quella povera vecchia malata, tutta piagata, che doveva spesso lavare e cambiare e dalla quale riceveva a volte come ricompensa soltanto ingratitudine e scortesia.

Tutto ciò certamente non avrebbe avuto molta importanza se la malata fosse stata una parente o se il dovere l’avesse obbligata a servirla. Il farlo invece liberamente, per pura carità e amore di Dio, e continuare quel ripugnante servizio per più di dodici anni, richiede una virtù tale che ce l’hanno solo i santi, ma questo non era tutto. Nel preparare i pasti e la maggior parte delle cose indispensabili, spesso doveva lottare con una grande scarsità e miseria, tanto che si vedeva nella necessità di chiedere la carità nelle case vicine. Varie volte venne anche a casa mia a chiedere pane, vino, farina, carbone… Si accontentava di poco, preferendo tornare a chiedere ancora. Era tanta l’umiltà, la dolcezza e la grazia con la quale mendicava, che mai si faceva pesante. Al contrario risultava per me una soddisfazione poterla aiutare, anche se dagli altri, come di solito succede, riceveva rifiuti, perché erano frequenti le sue necessità e di dare tutti si stancano, meno Dio. Quale impressione di santità mi dava sempre ogni volta che trattavo con lei! Perché lei intendesse quello che le dicevo era necessario che io mi avvicinassi al suo orecchio, a volte lei mi metteva una mano sopra il collo e io la mettevo a lei, che rimaneva con la testa inclinata verso di me. Quale dolcezza e consolazione sentivo nell’anima nel toccarla! Mi sembrava di toccare Gesù… Come si fa sentire il suo spirito dove abita!

Dio premiò una così santa vita con una morte santissima. La mamma che l’assistette mi disse: «Non ho mai visto persone in estasi, ma non posso immaginare che sia diverso da come era Gigia prima di morire. Sembrava trasformata, di una bellezza angelica: fissò lo sguardo in un punto, come chi si rallegra per l’apparizione inattesa di qualcuno di molto caro». Dovette avere qualche visione celeste; forse era Maria santissima, di cui recitava l’ufficio tutti i giorni, che veniva a portare in cielo la sua fedele devota.

In questo modo mi istruiva il Signore. Mai, per una speciale misericordia del Signore, mi sono mancati simili maestri durante la mia vita. A volte anche per mezzo di quelli cattivi o mondani mi insegnava e mi istruiva. I successi, le circostanze, tutto parla all’anima che vive unita a Dio e guarda le cose nella sua luce. Era come se la grazia divina andasse operando nella mia anima, mentre il mondo, attento solo alle folli distrazioni, di nulla si accorgeva. Non poteva immaginare i lumi e i piaceri che inondavano la mia anima alimentata continuamente dalla verità e dall’amore. Dio mi aveva scelta per farmi deposito del suo misericordioso amore e si serviva di tutti i mezzi per aumentarlo nel mio cuore, mentre arrivava il tempo di potermi avvolgere nelle sue pure fiamme e di avere questo divino Operaio come mio unico e supremo maestro.


20 «L’unzione dello spirito». Cf. 1 Gv 2, 20-21.27: «Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità. (…) E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna».

21 Il testo originale dell’autobiografia è stato scritto in spagnolo, ma a volte Madre Maddalena vi inserisce qualche parola o espressione in italiano.

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