20. L’oasi del deserto

20. L’oasi del deserto

Quando il profeta Davide disse: «Il passero trova una casa per sé e la tortora un nido, dove porre i suoi piccoli» (cf. Sal 83, 4), credo che abbia pensato alle anime innamorate di Dio che vivono nel deserto del mondo. Con questa analogia lo Spirito Santo ci mostra in una forma tanto bella e delicata il luogo dove troveranno consolazione alle loro pene le anime che desiderano soltanto il suo possesso!

Il tabernacolo

La casa e il nido alla quale qui fa allusione il Profeta è senza dubbio il tabernacolo dove dimora Gesù Sacramentato. Alle parole citate sopra infatti aggiunge: «Altaria tua Domine virtutum, Rex meus, et Deus meus».27 Gesù, ancor prima di attirare con tanta forza di amore i cuori di molti, ne conosceva le loro sofferenze. Preparava loro nella sua infinita bontà una abitazione sicura dove rifugiarsi, un nido o luogo di riposo dove godere tranquille il suo amore. Ed egli non è che lo stesso che sta nascosto nell’Ostia consacrata. Gesù Eucarestia: in quale abisso senza fondo di amore mi metto nell’incominciare a parlare di te!

Prevedo la violenza che dovrò farmi ogni volta che i miei doveri mi obbligheranno ad interrompere il mio racconto. Da oggi in avanti dovrò infatti addentrarmi frequentemente in questi abissi, e proprio da oggi in poi avrò meno tempo a disposizione. Tu vedi quanto spesso devo lasciare la penna e devo sospendere le idee, i pensieri, gli atti, ma più di tutto l’effusione degli affetti del cuore, che al solo ricordo della tua bontà mi si ravviva e mi si risveglia con tanto ardore. Resta con me, dolce amore della mia anima. Accetta fin d’ora i sacrifici che dovrò fare, quando mi toccherà abbandonare la penna, mentre vorrei correre, volare sopra il foglio per dire tutto quello che Tu hai fatto alla mia anima dal tabernacolo, nascosto in quell’Ostia dove ti tengono legato le catene indissolubili del tuo instancabile amore…

Dovrò soffrire anche per dover lasciare al loro posto cose che il mio cuore sente tanto vivamente e vorrei —spinta dall’amore— dichiarare presto per poter far sentire a tutti quello che io sento. O Gesù Sacramentato, vieni nel mio cuore, stai con me, attenua le mie ansie, trattienile per qualche giorno in più, per qualche mese, quando dovrò di nuovo parlare di Te, o amore degli amori.

Che sarebbe stato di me senza Gesù Sacramentato? Senza dubbio non mi sarebbe stato possibile vivere. Gesù era per me una necessità così grande che non può immaginarlo chi non sente quello che io sentivo, cioè la forza della sua bontà e del suo delicato amore. Mi sembra di poter dire in verità: quanto io amavo allora Gesù, con quanto ardore andavo da Lui e sospiravo a Lui di giorno e di notte!

Una volta, attratta da questo amore, calamita potente che mi tirava al suo altare, mi avvicinai al tabernacolo e lì, con santa spregiudicatezza, toccavo la porticina del fuoco eterno di carità chiedendogli una elemosina di amore. Se tutti chiamassero a questa porta, troverebbero rimedio ai loro bisogni. Se tutti conoscessero chi sta lì, aspettando, per dividere con tutti senza distinzione le sue ricchezze infinite!

Che cosa sarebbe degli uomini se non avessero Gesù Sacramentato? Purtroppo, per disgrazia, sono pochi quelli che sanno apprezzare questo dono, che si alimentano di questo indispensabile pane di vita, che accorrono a Lui e vivono e riposano al suo fianco. Il Signore si era già lamentato di questa scortesia dicendoci: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete» (cf. Gv 1, 26). Io vorrei che queste parole risuonassero all’udito di tutti quelli che gemono e piangono nell’esilio di questa vita e ripetere loro: «Andate da Gesù. Sta con voi Colui che vi ama con amore infinito, che conosce tutte le vostre necessità, che vuole e può porvi rimedio, che vi accompagna lungo il cammino del vostro pellegrinaggio. Lo stesso che un giorno sarà la vostra eterna ricompensa è oggi il vostro compagno, la vostra guida, il raggio splendente di luce che illumina i nostri passi incerti nell’arido deserto della vita…».

Io ti ho conosciuto, o dolce Gesù. Benedetto mille volte il giorno che mi incontrai con te, o Pastore divino, che mi lasciai imprigionare dalle tue braccia pietose e portare alla tua casa sulle tue spalle benedette. Lì cibasti di Te, o pane celeste, la mia anima stanca, ridandole vigore e forza per correre senza paura dove mi attendeva il tuo amore per compiere la tua divina volontà.

Da quel giorno felice, Gesù Sacramentato fu il mio alimento, il mio rifugio, la mia consolazione. Lui era il mio primo pensiero all’apparire del giorno, Lui la mia ultima occupazione al cadere delle ombre della notte, Lui il mio ultimo sospiro nell’abbandonarmi al sonno e il battito del mio cuore mentre dormivo. Quanta fame avevo di Gesù Eucarestia! Correvo a lui con un ardore tale che si tramutava in passione e follia. Santa follia, perché mi portava da Gesù.

Un giorno mia zia mi disse: «Beppina sembri completamente ebbra o come ipnotizzata da una forte passione. Sembra che tu non possa fare altra cosa che andar là dove essa porta, per soddisfare la sua tendenza». Era vero, la mia passione, la mia santa passione, era Gesù, folle di amore per me, nascosto nell’Ostia…. Tutti i minuti che avevo liberi, volavo da Lui. Dalla mia casa vedevo la chiesa, con alcuni passi soltanto potevo attraversare gli atrii e raggiungerla e fissare il mio sguardo sul tabernacolo da dove egli mi guardava e attendeva come un amante appassionato. La mattina ero solita alzarmi presto, la prima della casa. Inginocchiata sul sagrato della chiesa attendevo che aprissero. Alla sera, quando la luce del giorno era scomparsa e l’oscurità faceva più profonda la solennità del tempio, io rimanevo lì ancora accanto a Gesù, fino a che non udivo il rumore delle chiavi. La donna incaricata di chiudere, avvicinandosi me le faceva udire di proposito. Io non potevo abbandonare quella dimora di pace, l’unico luogo dove si riposava e si sentiva felice la mia anima.

La Santa Messa

Dopo aver ascoltato due o tre Messe, se a casa non mi chiamava qualche pressante dovere, io rimanevo lì dietro una colonna che nascondendomi agli sguardi di tutti mi lasciava vedere molto chiaramente il tabernacolo. Mi succedeva spesso che dopo una Messa ne ascoltavo un’altra e un’altra ancora, specialmente quando c’erano feste o funzioni particolari. Le ore mi passavano senza accorgermi e si faceva tardi senza ricordarmi di uscire. La mamma, che conosceva la mia condizione di debolezza, mi stava aspettando con ansia per la colazione ed io pensavo a tutto meno che a quella. Lei, da un angolo del giardino, situato quasi di fronte alla chiesa, mi chiamava: «Beppina, Beppina, cosa aspetti? Non è ora?». Io, appena udivo la sua voce, subito mi muovevo piena di vergogna, perché tutti i presenti lo notavano. La mia maggior vergogna dipendeva dal fatto che secondo il mio solito mi mettevo davanti, vicino all’altare e per uscire dovevo passare in mezzo a tutti e mostrare a tutti il mio volto arrossito. In silenzio offrivo al Signore questa mortificazione, che a dire il vero non era piccola, perché il mio grande desiderio era quello di passare nascosta. Questo non era però sufficiente per farmi abbreviare la mia permanenza accanto a Gesù. Benché a volte prevedessi, dato che era tardi, che la mamma sarebbe venuta a chiamarmi, non per questo uscivo, a meno che non avessi avuto ordine da lei stessa circa l’ora in cui sarei dovuta ritornare. Nessuno e niente poteva allontanarmi da Gesù. Era per la mia anima come una calamita potente e irresistibile, l’unica causa della mia vita, l’unico oggetto che occupava la mia mente e sosteneva la mia debole esistenza che andava consumandosi come una lampada per Lui.

Visite al Santissimo

Che ore tanto felici ho passato con Gesù, senza fare altra cosa che guardare quella porticina che rinchiudeva tutto il mio amore. Ricordo ancora quando nei giorni oscuri o al tramonto, mi trovavo sola in quella grande e silenziosa chiesa, le grandi cose che sperimentava la mia anima.

Il tenue chiarore della lampada, come una scintilla di luce, illuminava la porticina del tabernacolo dove io tenevo fisso lo sguardo e dal quale mi sembrava che un’altra luce superiore irradiasse e illuminasse la mia anima. Luce preziosissima, degna di essere infinitamente amata più di tutti i tesori della terra, perché mi riempiva il cuore e mi scopriva le ricchezze del cielo.

Per poter fare qualche dono a Gesù e adornare il suo altare, imparai a creare fiori artificiali. Con quanto amore feci alcuni mazzetti aiutata da alcune amiche, quanta passione mettevamo in questo lavoro! Scrivevamo sui petali e sulle foglie le nostre richieste e suppliche, i nostri desideri e promesse: «Gesù, ti amo», oppure soltanto la parola: «Amore», oppure: «Voglio amare e amore ti do», «Cerco amore e l’amore mi basta», «Voglio vivere per amarti e morire di amore».

Una volta stavo pulendo l’altare, perché mi piaceva per devozione andare ad aiutare la donna che scopava e ordinava la chiesa. In un luogo nascosto (perché nessuno lo vedesse) scrissi: «Gesù, giuro di amarti sempre. Taglia il filo della mia esistenza nel medesimo istante nel quale tu vedi che il mio cuore non ama più soltanto Te. Qui lascio il mio cuore per amarti ed adorarti finché Tu, Amore mio Sacramentato, rimani in questo tabernacolo». Lì sta ancora il mio povero cuore, come sta in tutti i tabernacoli che esistono, perché l’amore non conosce distanze, abbraccia tutti i luoghi dove dimora Dio.

Fiori a Gesù e Maria

Ma i fiori naturali erano il dono che con maggior frequenza anche ogni giorno, io offrivo a Gesù. Quante volte andavo in giardino a guardare i boccioli e calcolare quando sarebbero stati pronti per essere tagliati e portati a Gesù! Ogni sabato immancabilmente, dopo aver raccolto i fiori del mio giardino, andavo a chiederne altri alla gente del mio vicinato e raggiunta una sufficiente quantità di fiori belli e freschi, in compagnia di alcune bambine, componevo due, quattro, sei o più mazzetti, che andavamo a depositare felici sulle balaustra dell’altare. Più felice ancora mi sentivo quando, il giorno seguente, li vedevo splendere accanto al tabernacolo, all’ostensorio, oppure adornare l’altare di Maria. Fiori di maggio, con quanto ardore io vi raccoglievo per farvi concludere la vostra vita accanto a Gesù, manifestandogli il mio desiderio di terminare allo stesso modo io la mia, o anche per ossequiare la mia dolce Madre, chiedendole in cambio il suo santo amore!

Questi ricordi mi portano alla memoria i giorni nei quali io amavo Gesù con un ardore indicibile… A volte mi è venuto il timore di non amarlo altrettanto ora… Però poi i miei timori svaniscono; me lo assicura Gesù dicendomi: «Allora tu sentivi di più il mio amore, perché mi amavi di più con il tuo cuore che con il mio. Ora è l’inverso: lo senti meno, ma mi ami incomparabilmente di più…». O Gesù, potendoti io amare con il tuo stesso Cuore, non temerò più, ma piuttosto ti dirò e ripeterò senza paura: «Gesù Sacramentato, Amore mio, ti amo, ti amo molto, ti amo sopra tutte le cose. Tu sei stato il primo a possedere gli ardenti affetti del mio giovane cuore. Tu sei colui che lo possiede al completo ora, quando ti conosco con maggiore luce e con piena conoscenza di causa, che non c’è altro amore che il tuo amore. Ti rinnovo questa offerta a ogni battito del cuore. Ti amo perché sei amore, amore eterno. Ti amo e ti chiedo, in cambio del mio amore, di amarti eternamente».


27 Cf. Sal 83, 4: «I tuoi altari, Signore degli eserciti, mio Re e mio Dio».


 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: