24. Due angeli visibili

24. Due angeli visibili

È scritto che Dio «manda i sui angeli perché ci custodiscano su tutte le nostre strade» (Angelis suis Deus mandavit de te, ut custodiant te in viis tuis).31 Se questo si riferisce in modo particolare agli angeli invisibili che ci accompagnano e ci difendono, può anche essere esteso ed applicato, senza timore di sbagliarci, a quegli altri angeli visibili che il divino Salvatore ci diede quando lasciò questa terra, dicendo ai suoi Apostoli e attraverso di loro a tutti i suoi ministri: «Qui vos audit me audit» (Chi ascolta voi ascolta me; cf. Lc 10, 16). Sì, certo, angeli ed ancor di più degli angeli sono per noi coloro che il Signore ha lasciato al suo posto perché lo rappresentino e continuino la sua missione sopra la terra. Lo sa bene questo la mia povera anima, che come ha goduto della protezione dei primi allo stesso modo fu aiutata e protetta dai secondi. Come vedremo, quasi sempre il Signore mi ha posto innanzi santi maestri che guidassero la mia anima con sicurezza verso la patria celeste.

Monsignor Giovanni Volpi

Ho già accennato come in modo provvidenziale per mezzo della mia madrina, avessi iniziato a trattare delle cose della mia anima con il vescovo Mons. Giovanni Volpi. Egli era molto santo e geloso del bene delle anime, per cui non si accontentò di dare alla mia anima qualche consiglio, lasciandola poi: questo forse lo avrebbe fatto chiunque altro che fosse stato tanto occupato quanto lui. No; nonostante le molte persone che dirigeva e gli innumerevoli impegni del suo elevato incarico, quando trovava qualche anima disposta ad avanzare nell’amore divino come credo, per la misericordia di Dio, vide la mia, si metteva a sua disposizione come un servo. Mi disse che se traevo profitto dalle sue parole e dai suoi consigli, andassi da lui tutte le volte che volevo, senza alcun riguardo. E, quello che è più: mi propose che egli sarebbe venuto spesso a S. Gemignano per facilitare a me e a mia sorella il poter parlare con lui. Di fatto, solitamente veniva una o due volte alla settimana al palazzo della marchesa e lì, nella sua cappella privata, liberamente e tranquillamente potevamo parlare con lui.

Appena terminava la celebrazione della Messa ed il ringraziamento, con una bontà più che paterna, ci faceva segno con una mano che andassimo da lui. Quanta luce penetrava nella mia anima per mezzo suo! Come mi sentivo bene dopo aver parlato con lui! Mi sembrava che mi si fossero aperte le porte del mondo dello spirito, di quella vita che io già vivevo ma della quale ignoravo ancora l’immenso valore e dei doni e delle grazie maggiori che in essa mi teneva riservati e preparati il Signore.

Mi domandava conto dello stato della mia anima, di come facevo l’orazione, delle impressioni, aspirazioni, lotte, vittorie, delle virtù che esercitavo e che desideravo possedere… Passavano volando le mezz’ore, i trequarti d’ora o le ore nelle quali rimanevo con lui. Fu allora che incominciai a sapere che cos’è la direzione spirituale e a lasciarmi dirigere. Fu lui che mi strappò da una grande sofferenza, che costituiva il mio martirio per le lotte incessanti che dovevo sostenere. Durante l’orazione il Signore attirava l’anima mia nel silenzio e nel riposo del suo amore; mi rendeva impossibile il pensare e il parlare. Il confessore non mi aveva parlato che di orazione vocale e di meditazione, raccomandandomi la sua grande importanza e i pericoli ai quali mi sarei esposta, se l’avessi tralasciata. Io vedevo che spesso non facevo né l’una né l’altra.

Ricordo che fu quella una delle prime cose di cui chiesi consiglio al saggio Direttore. Gli dissi che non potevo fare orazione e che soffrivo, perché vedevo le mie amiche che pregavano molto e che con i loro libretti meditavano, leggevano e facevano le loro orazioni e che io, per obbedire al confessore, mi sforzavo di fare altrettanto, ma non terminavo mai perché non sapevo come, né potevo continuare. Mi rispose con quelle parole che mi diedero tanta consolazione e tanta luce: «È perché tu hai già cercato il Signore e parlato abbastanza con Lui; hai già incontrato Colui che cercavi. Lui ora si dà a te e parla e vuole che tu resti in silenzio e lo ascolti. Questa è una orazione di gran lunga migliore di quella che facevi prima e devi ringraziare per essa il Signore, senza contrastarla mai né resistere, volendo fare altra cosa. Lascia tutto, senza timore, quando Dio ti attira così».

Quelle parole posero fine a molte delle mie penose lotte. La mia anima poteva così godere tranquilla in seno a Dio riposando e gustando il suo amore. Una volta mi domandò se amavo Gesù. Io gli risposi immediatamente: «Sì, lo amo!». Tornò a chiedermelo una seconda e una terza volta: «Ma lo ami veramente? Lo ami molto?». Io rimasi sorpresa e l’ultima volta mi prese un po’ del timore di san Pietro, quando il Salvatore gli fece identiche domande, e quasi non osavo rispondergli. Alla fine dissi: «Sì, lo amo e voglio amarlo sempre». Allora sorrise e mi disse: «Figlia, ho voluto farle fare tre atti di amore, in riparazione delle freddezze del mondo nell’amare Gesù. Il mondo non ama Gesù, lo odia, lo offende, lo fugge». Oh, come restavo udendo questo! Quando uscivo dal colloquio con lui, il mondo mi sembrava giustamente quello che è: un deserto, un cimitero, e io una povera sepolta che sospirava verso la patria con sempre maggior ardore. Arrivai a un punto tale che più che entrare in convento, desideravo morire per andare in cielo.

Una volta ci trovavamo nella cappella, come spesso succedeva, il vescovo con il segretario, mia sorella ed io. Lui, benché non fosse presente sua zia la marchesa, aveva la chiave del palazzo e poteva andare dove voleva, come in effetti faceva. Durante la Messa ci comunicammo tutte e due. Prima di incominciare, era solito domandare se ci saremmo comunicate; rispondemmo di sì. In effetti consacrò e ci diede la santa Comunione. Terminato il santo sacrificio, egli rimase al suo inginocchiatoio per fare il ringraziamento e noi al nostro posto. C’era una completa solitudine e il più profondo silenzio; tutto taceva, ma che voci sonore udiva la mia anima!

Quel mattino, non lo dimenticherò mai, il Signore mi fece comprendere con una vivezza ed una chiarezza straordinaria, il grande mistero d’amore rinchiuso nella santa Eucarestia. Mai lo avevo compreso come allora… Era il preludio di grazie ancora maggiori che molto presto, dalla santa Ostia, avrebbe fatto alla mia povera anima. Nel breve spazio di mezz’ora, Gesù era sceso dal cielo per noi, si era immolato sopra l’altare e stava nel nostro cuore come sul suo trono, dilettandosi e riposando nel nostro povero amore. Anch’io desideravo fare altrettanto, volevo farlo, ma chi conosceva tanta bontà e poteva rispondere a così amorosi desideri? Nel mondo tutto è freddezza; tutti sono occupati in affari e faccende e nessuno, o molto pochi, hanno tempo per avvicinarsi a Gesù e ricevere i doni che a tutti vorrebbe dare in grande abbondanza. Non so come non morii nel comprendere misteri così grandi di amore da parte di Gesù e di così grande ingratitudine da parte degli uomini. Mi sentivo consumarmi, sciogliermi di gratitudine e amore al Signore nel vedere che io facevo parte di quel piccolo numero privilegiato che, in mezzo all’errore, ha conosciuto la verità e vi ha aderito per vivere della sua vita. Andammo un altro giorno al palazzo. Il vescovo si era appena alzato. Dalla sua stanza vide che stavamo alla porta aspettando che qualcuno ci aprisse: il giardiniere non aveva udito chiamare. Vedendo che nessuno veniva, lui stesso scese dalla sua camera, facendo un bel pezzo di strada e venne ad aprirci. Quale impressione ci fece tanta umiltà! Lo vedemmo arrivare con un aspetto grave e maestoso e con un volto sorridente, avvicinandosi ci disse di scusarlo, mentre noi confuse e piene di vergogna non sapevamo cosa dire. Quanto proficue erano le lezioni che ci dava dopo che erano state precedute da simili gesti!

Il P. Germano di santo Stanislao

L’altro angelo che mi fece conoscere il Signore in quel tempo fu P. Germano, Passionista, Direttore della Serva di Dio Gemma Galgani. Ebbi la fortuna di essere guidata ed istruita dagli stessi maestri che guidarono quella Serva di Dio, di udire le stesse voci parlarmi della divina bontà e del grande amore che Dio ha per noi. Il P. Germano amava molto Dio. Oh, che anima era quella! Prima ancora di intrattenersi con lui, vedendolo soltanto si sentiva già il desiderio di parlargli, ma dopo, si desiderava ancor di più di tornare a parlare con lui.

Conobbi questo padre nella maniera seguente. Il P. Germano era colui che si era occupato di far venire a Lucca le due Madri Passioniste, delle quali abbiamo già parlato e con il quale le monache trattavano delle cose riguardanti la fondazione. Per questo motivo la Madre Giuseppa gli parlò pure delle due sorelle Marcucci che avevano chiesto di essere ammesse. Alle monache interessava molto che trattandosi di una nuova fondazione, i soggetti che venivano accolti fossero buoni. Incaricarono quindi lo stesso P. Germano ad esaminare il nostro spirito e la nostra vocazione.

A questo scopo il detto padre venne a S. Gemignano, si informò di noi presso il parroco nostro confessore e ci mandò a chiamare perché andassimo a casa dello stesso. Il Padre ed il parroco stavano seduti su un divano in una grande sala della casa canonica. Quando entrammo, appena il P. Germano ci vide volgendosi verso di me, mi chiamò con il nome che ho ora: Maddalena. «Ecco —disse— Maddalena Passionista». Il parroco prudentemente si assentò per dare libertà al Padre che ci fece sedere accanto a lui. Dopo poche domande, alle quali rispondemmo brevemente e semplicemente, molto confuse nel vedere le dimostrazioni di affetto che non ci aspettavamo da un religioso passionista, perché detti Padri ci erano sembrati sempre molto seri ed austeri, incominciò a parlarci in questo modo: «Angeli di Dio, quanto Dio vi ama!… Sì , voi sarete tutte sue; non temete. Il vostro cuore appartiene a Dio e più nessuno prenderà posto in esso. Dio vi ama perché siete vergini, siete caste, siete orfane, non avete padre; Lui è vostro padre e vostro tutto». Noi sorprese e piene di vergogna nell’udire tali cose, restavamo lì con gli occhi bassi senza sapere cosa dire né cosa fare. Io sentivo un’impressione tale nell’udirlo parlare, che mi faceva pensare: «Ma, che Padre è costui? Che cosa ha che le sue parole mi penetrano e mi impressionano tanto?».

Ci mostrò poi il desiderio di parlare con la mamma. La mandammo a chiamare e venne con il confessore. Incominciò con il compiacersi con lei, perché poteva offrire due figlie a Dio. Lei rispose dicendo: che era sì contenta, ma che l’unica cosa che la faceva stare con pena era il timore che non potessimo resistere alla severità di una regola così austera e che soprattutto temeva per me. «Costei, disse, è molto giovane»; e indicando l’abito che il Padre vestiva, aggiunse: «tanto debole e magra, che non è che pelle e ossa. Come potrà sopportare quell’abito tanto pesante?». «Ma dentro a queste ossa e a questa pelle —disse il P. Germano—, c’è un cuore che ama molto Gesù».

Quanto bene mi fecero quelle parole e quante volte durante la mia vita le ho ricordate, specialmente quando sentivo la debolezza del corpo! Penso che, benché sia debole e senza forza, se amo Dio tutto posso. Nel servizio del Signore si misura quello che si può, non tanto con le forze fisiche, quanto con il grado di amore che si possiede.

Alla fine il parroco, molto amico del P. Germano, ponendo una mano sopra le sue spalle in tono scherzoso disse: «Se sapeste chi è costui!… Benché non sembri, vale molto». Disse questo perché il Padre aveva un aspetto molto umile e semplice, e aggiunse: «Si chiama P. Germano di santo Stanislao». Noi a questo punto ci congedammo ringraziando il Padre per l’interesse con il quale mostrava di occuparsi di noi, e restammo molto soddisfatte del colloquio.

Nel tragitto di ritorno ci domandavamo: «Chi sarà quel Padre?». Il suo nome non ci sembrava nuovo. Alla fine ci rendemmo conto che lo avevamo letto nella vita di S. Gabriele, visto che ne era l’autore. Ci formammo così una magnifica idea della sua bontà e del suo talento, restando con un desiderio molto vivo di ritornare a parlare con lui. Poche volte potemmo ottenerlo, finché rimanemmo nel mondo, poiché egli risiedeva a Roma e soltanto di quando in quando veniva a Lucca. Nonostante questo, quando scriveva alla Madre Giuseppa, le chiedeva e le parlava di noi, dimostrando molta simpatia ed affetto per le due sorelle di S. Gemignano.32

Così il Signore vegliava su di noi e ci consolava e incoraggiava per mezzo dei suoi ministri, mostrandoci il suo particolare amore. Benedetta è l’anima che corrisponde a tanta bontà di Dio, vivendo totalmente abbandonata alla sua ammirabile provvidenza! Sicuramente a suo tempo le sarà dato tutto, come fu dato a noi, poiché Lui, e solo Lui ci fece conoscere questi due santi servi suoi e li spinse a preoccuparsi tanto per il nostro bene. Nulla noi facemmo per andare in cerca di loro, ma tutto dispose e ordinò il Signore. Noi però da parte nostra sì, lo cercavamo e ci preoccupavamo di amarlo ogni giorno di più.


31 Cf. Sal 90, 11: «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi».

32 Il P. Germano di S. Stanislao nacque a Vico Equense (NA) il 17 gennaio 1850. Era già religioso passionista quando venne ordinato sacerdote il 3 novembre 1872. Fu Gesù stesso che mostrò in visione a Gemma Galgani che P Germano sarebbe diventato il suo Direttore Spirituale, dicendole durante una estasi: «Guarda, quel sacerdote sarà il tuo Direttore; lui conoscerà in te, miserabile creatura, l’opera infinita della mia misericordia» (cf. Vita di S. Gemma, a cura di P. Germano di santo Stanislao, ristampa della X ed., 1972, p. 119; Lettere di S. Gemma, ed. 1941, n. 1, p. 3). A P. Germano toccò pure l’onore di essere il primo a far conoscere le meraviglie che il Signore operò nell’anima della santa lucchese, perché fu lui a scrivere e a pubblicare la sua prima biografia documentata. P. Germano morì a Roma l’11 dicembre 1909. Al Processo per la sua causa di beatificazione fu chiamata a deporre anche la Madre Maddalena come testimone qualificato.

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