26. Speranze e consolazioni

26. Speranze e consolazioni

Le consolazioni intime che Dio dà alle anime che lo cercano e si sforzano di vivere della sua vita, non si possono esprimere a parole. Quello che si può dire non è che una minima parte o come la superficie che ricopre un abisso; le profondità rimangono nascoste a tutti, ma non a loro. Succede questo in modo speciale quando una luce superiore ha fatto comprendere all’anima la sua propria miseria e l’infinita bontà divina, collocandola nel posto che le spetta e che è il nulla. Soltanto quando si vive nella verità si può trovare la pace ed il riposo, e questa consiste non nel disconoscere il bene, ma nel riconoscere che tutto viene da Dio e che lo comunica alle anime attraverso la sua sola bontà.

La forza viene da Dio

Questo io lo conobbi, in un modo del tutto speciale, dopo la grazia che ho appena finito di riferire. Tra tante giovani pie e buone io conoscevo chiaramente di essere privilegiata dal Signore e favorita con grazie straordinarie. Lo conoscevo perché mi vedevo libera da certe piccolezze, desideri, amori, preoccupazioni, modi di pensare e di intendere che avevano gli altri. La mia vita era una vita di pace, di fede e di abbandono cieco e tranquillo nelle braccia di Colui che amavo e dal quale mi sentivo teneramente amata. L’avvenire non mi preoccupava; non mi tormentavano quei timori di quel che avrei fatto, saputo o potuto ecc. Il mio motto era quello dell’Apostolo: «Omnia possum in eo qui me confortat».35

Mi ricordo che una volta una mia amica mi disse: «Pensare che noi potremo osservare una regola austera, vivere una vita di penitenza, farci sante, non sarà una presunzione e superbia? Io mi sento così debole e miserabile che temo di non potercela fare». Quanto diversamente pensavo io! Le risposi: «A me queste paure erano solite venirmi prima, ma non ora. Ora, invece, che ho conosciuto meglio il mio nulla e mi sento così debole e miserabile, mi trovo più incoraggiata nell’intraprendere cose grandi. Vedendo la mia totale impotenza nell’attuare quello che desidero fare, sono infatti maggiormente convinta che tutto dovrà farlo il Signore: conto soltanto su di Lui. Con la sua grazia, con il suo aiuto e con la sua forza, mi sento capace di tutto. È così grande Dio, infinito il suo potere! Soltanto quando l’anima è convinta di questo, cioè del suo proprio nulla e del tutto di Dio nel quale si appoggia, soltanto allora può fare cose grandi e in realtà le fa, le comprende senza timore e le porta a felice conclusione. Come siamo grandi noi con Dio! Quanto forti e potenti, tanto da compiere le imprese più ardite, senza timore di nulla e di nessuno!».

Questa era la mia speranza per la vita che pensavo di abbracciare e assolutamente non temevo di nulla. Come potevo temere se Dio era il mio appoggio e la mia fortezza? Sospiravo soltanto che arrivasse il giorno, l’ora, di poter volare in quel santo nido solitario dove, unita ad altre anime scelte, avrei potuto gemere per i dolori del Dio del Calvario e per i dolori della sua afflitta Madre.

L’aiuto di Monsignor Volpi e Madre Giuseppa

Mentre io facevo tutto il possibile per realizzare presto i miei desideri, la mamma, al contrario, cercava di rinviare l’ora. «Sei giovane —mi diceva— quanta fretta hai; il tempo non ti scappa». Invece di aiutarmi ad appianare le difficoltà, sembrava che avesse piacere di crearne. Avevamo però un’altra madre che vegliava sopra di noi e anche dei padri… La prima era Madre Giuseppa, i secondi, il vescovo Mons. Volpi e il P. Germano. Quanto ci incoraggiarono e fecero per noi tutti e tre!

Mons. Volpi allora era vescovo ausiliare di Lucca ed era stato già preannunciato vescovo di Arezzo. Presto sarebbe andato a prendere possesso della nuova sede, eppure in mezzo ai suoi impegni riusciva ad occuparsi ugualmente di noi.

La Madre Giuseppa in una lettera di quel tempo ci diceva:

«È venuto Mons. Volpi ed abbiamo molto parlato di voi… Pensa di non poter venire a S. Gemignano perché è molto occupato ed è molto vicina la sua partenza. Io lo supplicai che avesse la bontà di chiamare N. (era nostro zio sacerdote, affinché si interessasse lui di noi) presso il vescovado. Per intanto è necessario raddoppiare le preghiere e le suppliche al Cuore di Gesù Crocifisso ed interporre la potente mediazione di Maria santissima, affinché ci ottenga dal suo divin Figlio la sospirata grazia. Figlie, la grazia della vocazione, dopo il battesimo, è la più grande che Dio può fare ad un’anima; pertanto non è molto se anche a noi costa un po’ cooperarvi. Così occorre pazienza, forza ed orazione, orazione fiduciosa, orazione frequente, orazione umile e dopo… pazienza, coraggio e di nuovo orazione. Rimaniamo rinchiuse nelle piaghe santissime di Gesù Crocifisso. Amatelo, esprimete compassione per lui, siate umili, umili, umili. E Gesù pietoso non lascerà di consolarvi e presto potremo cantare insieme con grande gioia l’inno di ringraziamento, quando lascerete un mondo così iniquo. Viva Gesù! Addio; vi lascio ben rinchiuse nel Cuore di Gesù nostro Bene Crocifisso, e sotto il manto di Maria santissima Addolorata. Vostra aff.ma Maria Giuseppa del Sacro Cuore di Gesù».

Quale consolazione mi portavano i consigli e le lettere simili a questa che ricevevamo dalla Madre! Il P. Germano, unito sempre a lei, ci incoraggiava allo stesso modo ad essere ferme, senza temere le difficoltà, ripetendoci che tutte si sarebbero alla fine appianate.

Poco tempo dopo l’arrivo delle monache a Lucca, era entrata come laica una giovane molto pia; era penitente di Mons. Volpi. Pensavamo che saremmo state noi le prime postulanti coriste, ma il Signore dispose che fosse la signorina Eufemia Giannini, una delle figlie della famiglia benefattrice di Gemma Galgani. Quando noi lo sapemmo, andammo a trovarla. Quale invidia e che sante impressioni ricevemmo nel vederla attraverso la grata accanto alla Madre Giuseppa! La giovane aveva 21 anni. Era fine, istruita, con molte qualità di quelle che il mondo tanto apprezza, e considera follia rinchiuderle in un convento di clausura… Ma lei era molto soddisfatta e piena di fervore nonostante la sua scarsa salute per abbracciare una vita così austera. Entrò nel dicembre 1905 e, dopo tre mesi di postulandato, prese l’abito santo della passione con l’altra postulante della quale ho parlato prima. Noi avemmo la consolazione di assistere alla funzione.

Tre giorni prima la Madre Giuseppa ci aveva scritto queste parole:

«Giovedì, 22. 3. 1906. Carissime in Gesù Appassionato, ho ricevuto le vostre lettere e quella di Ada (mia cugina). Non pensate in alcun modo che vi abbia dimenticato o che vi possa dimenticare, al contrario, penso a voi e spero con la santa orazione di poter far qualcosa. Intanto, perché vediate che è così, vi faccio sapere che domenica 25 corrente avremo, Dio permettendolo, la vestizione in privato36 di due postulanti. Se voi volete, potete venire, ma senza dire nulla agli altri. La funzione sarà alle 9 del mattino, con le porte della chiesa chiuse. Potete entrare dal parlatorio —Via dei Fossi 8— come sempre e da lì passerete in chiesa, ma per carità, non dite nulla a nessuno. Tenendovi già come se foste già mie figlie, voglio che prendiate parte alla nostra gioia. Viva Gesù! Pregate molto, affinché il Signore ci consoli presto. Saluti rispettosi alla mamma e ossequi al signor parroco. In Gesù e Maria, vostra aff.ma e obbligatissima Maria Giuseppa».

Di quante consolazioni riempì la nostra anima quell’invito della Madre con il quale ci mostrava il suo cuore materno, e quanto impegnata e desiderosa era di riceverci nel numero delle sue figlie!

Partecipazione ad una vestizione

Arrivato il 25, festa dell’Annunciazione, andammo in compagnia della mamma per assistere all’emozionante e commovente cerimonia. Quali sante impressioni produsse e lasciò nella mia anima quell’avvenimento! Ero molto desiderosa di arrivare anch’io a godere di un così grande bene. Vorrei poter trasmettere ora qualcuno di quei pensieri, ma mi sembra quasi impossibile: è così povera la parola per dire quello che sente il cuore!… Mi limiterò soltanto ad annotare alcune circostanze particolari, che davano all’avvenimento un tono di solennità e di profonda commozione.

Colui che guidava la cerimonia, cioè che dava l’abito alle due postulanti e rivolgeva loro il discorso di circostanza, era il P. Germano, Passionista, Direttore di Gemma Galgani. Il lettore già lo conosce e sa anche che il Padre conosceva attraverso varie profezie della Serva di Dio il modo e il tempo in cui si sarebbe fatta la fondazione e in che modo si sarebbe dato inizio all’opera. Il venerando Padre vedeva in quella vestizione il realizzarsi di diverse profezie che Dio aveva fatto alla sua serva Gemma. Il Signore gli ordinò di dare avvio a quella nuova famiglia religiosa, a quella comunità con queste parole: «Se mi dessero la grande soddisfazione di fare qui un convento di monache passioniste!». Il Padre, che un tempo aveva alquanto dubitato che quelle profezie si sarebbero compiute, ne vide ora la realizzazione. Come si vedeva che era compenetrato da questi sentimenti e ricordi!

Le due aspiranti erano vestite di bianco, inginocchiate davanti alla finestrella dove si fanno le vestizioni, attendendo ansiose che venisse loro data la santa tunica della passione. Era presente tutta la numerosa famiglia Giannini, i parenti e i conoscenti. Erano tutte persone di rispetto e consapevoli che con quell’atto si andava adempiendo la promessa del Signore.

Terminata la santa Messa, il Padre rivolse loro le domande del cerimoniale e dopo, di fronte alle stesse, incominciò il sermone. Fece risaltare la grandezza del gesto, sconosciuta ai mondani, perché, come dice l’Apostolo, «l’uomo carnale non è capace di comprendere le cose dello Spirito» (cf. 1 Cor 2, 14). Sviluppò il tema con parole dolci e commoventi, rivolgendosi sia alle giovani che ai circostanti, rilevando l’immensa grazia della vocazione religiosa e il grande onore di rivestire la divisa di Gesù Cristo e Gesù Cristo Crocifisso. Non mancarono nemmeno alcune parole allusive alle promesse fatte dal Signore a Gemma Galgani che vedevano in quel momento il loro adempimento. Più di tutto impressionava la voce del Padre, delicata e tremante per l’emozione fino al punto da far temere che non potesse più andare avanti. Al momento di dare l’abito alle giovani, la sua emozione aumentò e al momento del cantare le preci del cerimoniale, il pianto lo obbligò diverse volte ad interromperle. Quasi tutti i presenti piangevano e non poteva essere diversamente, perché tutto questo racchiudeva un insieme di cose molto profonde e commoventi. Si dava inizio ad un’opera che anni prima il Signore con insistenza aveva sollecitato. Infine veniva data al suo cuore la soddisfazione che tanto aveva chiesto e desiderato.

Profezia del Padre Germano

Terminata la funzione andammo tutti in parlatorio per felicitarci con le due fortunate novizie. Io desideravo parlare da sola con il P. Germano, e non mi fu difficile, perché anche lui desiderava parlare con me. Mentre la mamma e mia sorella rimanevano con gli altri in parlatorio, io me ne andai in sacrestia dove c’era il Padre. Nel vedermi si rallegrò e mi disse che la prossima volta la stessa funzione sarebbe stata per me. Io gli replicai: «La mamma però mette ancora difficoltà ed ostacoli; non so quando si finirà di sistemare le cose né come finiranno».

Con fermezza e paterna bontà, e con un tono di voce che aveva del sovrannaturale (infatti quella non era la sua voce solita, né il suo modo di parlare), mi disse sottolineando bene tutte le parole che pronunciava: «Ma come, temi ancora? Ti giuro davanti a Dio che sarai Passionista; passerà il cielo e la terra, ma la parola di Dio si compirà. Se ti vedessi morta, credo che Dio ti risusciterebbe perché tu possa morire monaca passionista». È superfluo dire il piacere che inondò il mio spirito già tanto commosso e santamente impressionato. In quel giorno erano successe molte cose che mi erano penetrate fin dentro nell’anima, viste con i miei propri occhi. Il Signore le aveva fatte sentire al mio cuore, che sembrava volersi liquefare di gratitudine per tanti benefici.

Tornammo a casa, ma dovunque andavo mi sembrava di aver sempre davanti il quadro commovente pieno di sante impressioni che ai miei occhi si era presentato quel giorno: le due novizie, la funzione, il P. Germano, quello che aveva detto nel sermone e a me in particolare ecc. Non sapevo che cosa fare per Dio che si mostrava così buono con me, dandomi così grandi speranze e consolazioni. Tutte le mie ossa pareva che dicessero: «Signore, chi è simile a Voi?» (cf. Sal 88, 9).


35 Cf. Fil 4, 13: «Tutto posso tutto in colui che mi dà la forza».

36 Facevano la vestizione in privato, probabilmente per precauzione, cioè per non dare motivi alla gente di parlare troppo intorno alla nuova fondazione, non ancora accolta del tutto.

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