27. Le ultime lotte

27. Le ultime lotte

Si avvicinava a grandi passi il giorno tanto sospirato per me del trionfo sul primo nemico dell’anima: il mondo. Incoraggiata sempre di più nelle mie aspirazioni dell’essere stata presente alla fausta nascita della nuova comunità di Passioniste in Lucca (alle quali desideravo unirmi presto), in poco tempo abbiamo potuto concludere i nostri affari, sistemando definitivamente tutto. La mamma non si opponeva più, si andava convincendo che il chiostro non era quello che i poveri mondani pensano: un ospizio di rifiutati dal mondo, dove si rifugiano quelli che hanno sofferto un naufragio spirituale, o non hanno potuto trovare un’altra sistemazione. Comprese che il convento era una dimora di pace e di santa beatitudine, dove si nascondevano colombe pure, anime privilegiate, fiori delicati di gioventù, spesso cresciuti nell’opulenza e circondati dai più teneri affetti, spinti solo dalla forza dell’amore divino.

Protezione divina in mancanza di assistenza umana

Non ci mancava altro che procurarci i documenti richiesti. O Gesù, dolce amore mio, non posso ricordare gli ultimi mesi passati nel mondo, senza pensare con tenerezza all’assistenza speciale con la quale tu mi proteggevi e mi fortificavi in quelle ultime lotte così penose! Ma che cosa sono tutte le prove e le difficoltà, quando tu sei con l’anima e lotti con essa? Nonostante che la tua mano mi proteggesse costantemente, non sempre mi facevi percepire sensibilmente la tua vicinanza. Ci furono ore nelle quali mi sentivo sola e senza forza, e di quanta ne avevo bisogno! Tu hai detto: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta» (cf. Lc 13, 24).

Penso che tu mi lasciasti a volte senza la tua grazia sensibile, perché io facessi un grande sforzo che il tuo amore avrebbe compensato con tanta magnanimità, una volta che io fossi entrata per quella mistica porta dietro la quale tu aspettavi la mia anima per farle gustare le delizie del tuo amore. Dissi che mi sentivo sola perché, oltre a non avere a volte la compagnia della tua grazia sensibile, dovetti fare quasi tutto io. Come ho già riferito in altra parte la mamma, benché tanto disposta e pronta a tutto, in quanto al sistemare le cose perché potessimo andare in convento, sembrava che non fosse capace e che non valesse nulla. Mia sorella Elisa, con il suo carattere timido e pauroso, serviva solo per far scoraggiare chiunque non avesse avuto la forza e l’animo che allora la grazia mi dava.

Difficoltà impreviste

Tutto era sistemato. Aspettavamo solo che la Madre Giuseppa ci scrivesse dicendo il giorno che dovevamo entrare per spiegare le ali e volare gioiose al nido sospirato. Ci scrisse che, insieme a tutti gli altri documenti, era necessario anche il certificato medico di buona salute. La mamma all’udir questo mi disse subito: «A te, Beppina, non te lo farà favorevole». In verità c’era motivo per temerlo. Tra gli ardenti desideri di Dio che mi consumavano interiormente e le molte penitenze esteriori, mi trovavo in uno stato di debolezza, che ora mi spaventa solo al pensarlo. Senza una grazia speciale di Dio, sarebbe stata davvero una temerarietà abbracciare lo stato religioso, ma la grazia non mancò.

Andammo tutte e due, accompagnate dalla mamma, dal medico del paese, molto amico di casa, ma disgraziatamente molto poco religioso. Quando seppe il motivo per il quale chiedevamo il certificato, non volle visitarci. Disse che certificare che due giovani della nostra età (18 e 20 anni), tanto deboli e delicate potessero entrare in convento, era lo stesso che scrivere la loro condanna a morte. Aggiunse che il nostro caso era una fissazione di idee o l’inizio di follia che ci eravamo contagiate vicendevolmente l’una all’altra. Era pertanto necessario allontanare, respingere, una simile idea. Occorreva cercare in tutti i modi di distrarci e, se non avessimo fatto così, saremmo finite tutte e due fuori di testa. La sua signora, che gli assomigliava nei sentimenti religiosi, si unì a lui e quante stupidaggini disse! «Come potete lasciare la vostra buona madre —gridava— dopo quello che ha fatto per voi? La ricompensa che ora merita è forse darle un disgusto così grande, capace di procurarle la morte?». Ecc. ecc. Povera cieca, ella aveva compassione di noi, ma quanta maggiore compassione faceva a noi la sua grande cecità!

Dovemmo andarcene senza ottenere altra cosa che indisporre la mamma e confermarla nei suoi timori che la mia salute non era adatta al convento. Essa lo sapeva e lo diceva già prima ancora di andare dal medico. Intanto noi, desolate e tristi, pensavamo a Gesù quando venne considerato folle, rallegrandoci di aver ricevuto quel trattamento, che ci faceva simili a colui che aveva sofferto tante umiliazioni per amore nostro.

La mamma andò direttamente dal parroco a dirgli quello che pensava: che ci togliessimo dalla testa il pensiero di farci monache, perché si vedeva chiaramente che Dio non lo voleva e che dopo quello che il medico aveva detto, non poteva in coscienza darci il permesso.

Le cose erano ritornate indietro. Sembrava che tutto fosse perso; ma la mia fede e la confidenza nel Signore non erano perdute, né diminuite affatto. Io dissi: «Questo medico non ha alcuna religione e uno non può fidarsi di quello che dice, né tanto meno prendere in considerazione il suo parere. Andiamo da un altro e se dice la stessa cosa mi rassegnerò, pensando che Dio non lo vuole». Il confessore approvò, e la mamma accondiscese dicendomi: «Questo sarà l’ultimo tentativo: se il medico non ti rilascia il certificato, resta definitivamente deciso che per ora non vai in convento, né voglio che tu me ne parli più». «D’accordo», risposi.

Andammo, senza attendere, a Lucca. Io, sapendo la conseguenza di questa decisione, avevo molta paura e durante il cammino non facevo che raccomandarmi a tutti i santi. Improvvisamente, senza sapere a chi rivolgerci, ci incontrammo con una signora che conoscevamo perché era stata in casa mia e mi voleva un bene particolare. Dopo averci salutati, mi chiama un po’ in disparte e mi dice: «Tempo fa ho sentito dire che saresti entrata in convento: pensavo che tu fossi già entrata…». «Ah, signora, le dissi, se sapesse…». E le raccontai la storia. Lei aggiunse subito: «Perché ti affliggi? Vieni a casa mia, farò in modo che il certificato di buona salute te lo dia mio marito» (era medico). Che raggio consolatore di luce fu questo per me!

Quando il medico ci vide e seppe le nostre intenzioni e quello che mi era successo con l’altro, poiché la mamma gli aveva detto tutto subito, rimase perplesso. Mi visitò e cominciò a scuotere la testa. Come mi batteva il cuore in attesa di quello che stava per dire! «Questa… —disse— è molto debilitata, non so se potrà sopportare la vita in convento. È molto probabile che non riesca e che dopo una quindicina giorni di reclusione sia costretta a tornare a casa. La cosa più sicura sarebbe quella di attendere ancora qualche anno, però, se vogliono, io non ho difficoltà di fare il certificato, anche se (rivolgendosi alla mamma) io non la consiglio di lasciar andar per ora questa figlia in convento».

Figurarsi quello che la mamma, poveretta, provava e avrebbe detto. Io allora mi misi a piangere e a insistere che stavo così male, perché non ero contenta, che era inutile tutto quello che facevano, in convento sarei stata subito bene. Il medico vedendo la mia fermezza incrollabile, concluse dicendo alla mamma: «Signora, guardi: le giovani, quando si sono messe una cosa in testa, sono terribili; se non si concede loro quello che desiderano, diventano impossibili. Io la consiglio di lasciarla andare. Lei stessa si convincerà della sua condizione, perché con questi sentimenti, se va in convento probabilmente morirà, ma se rimane a casa la sua morte è sicura. Le dia il permesso per farle piacere». Fece il certificato. Era quello che volevo, di tutto il resto non mi preoccupavo.

L’autorizzazione definitiva

Con il cuore traboccante di gratitudine per Dio, andammo subito a consegnarlo alla Madre Giuseppa e lì, subito, in parlatorio, facemmo firmare alla mamma il suo consenso per entrare.

Quel giorno eravamo andate a Lucca con molta pena e ritornavamo con grande gioia. La mamma però non aveva lo stesso stato d’animo, anzi al contrario, come si può immaginare dopo quello che aveva detto il medico. Ogni tanto scoppiava in lacrime per il dispiacere, perché diceva che le sembrava di mandarmi alla morte. Io, anche se sentivo molto il suo dolore, facevo finta di niente e andavo avanti sicura, come se non provassi nulla.

Eravamo negli ultimi giorni della nostra permanenza nel mondo, eppure mi aspettava un’altra prova in quei mesi, che per quanto breve, fu molto dura per il mio cuore tenero e sensibile. La mamma si ammalò agli occhi. Le si riempivano di sangue; li aveva rossi e le lacrimavano tanto che faceva compassione a vederla. Più volte mi disse: «Guarda, Beppina, come sono diventati i miei occhi per il tanto piangere per te». Mi si spezzava il cuore al solo vederla, non so quello che provavo quando mi parlava in questo modo. Le dissi con voce decisa: «Andiamo da un oculista e vedrà che presto guarirà». Effettivamente, mi diede una medicina e mi insegnò come curarli; pochi giorni dopo erano guariti. La sua sofferenza però non fu piccola per le circostanze speciali in cui ci trovavamo.

Con questa, ebbero fine le prove. Non ci rimaneva che fissare il giorno della nostra uscita dall’Egitto, il quale, per la misericordia del Signore, non era lontano.

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: