33. Nel mare del mondo

33. Nel mare del mondo

Erano passati appena nove mesi da quando le mura sante del convento mi avevano separato dal mondo ed i miei piedi dovevano ritornare a posarvisi. Mi sembrò di entrare nel mare, mettendo il piede fuori del convento e che questa terra miserabile, disseminata di rovi e di spine fosse sotto i miei piedi agitata ed inconsistente come l’acqua. Non so quale impressione sperimentai in quel momento… Tutte le cose mi sembravano molto brutte, molto vuote e senza alcun valore. La mamma invece era tanto contenta ed orgogliosa in mezzo alle sue due figlie, mentre il cuore di queste, quanto diverso si trovava! Era rimasto nel convento con tutti i suoi affetti, pensieri ed amori, benché senza dubbio cercassimo di nascondere i nostri sentimenti.

La Madre, prima di uscire, ci aveva raccomandato di mostrarci affabili e compiacenti con tutti, specialmente con la mamma, per farle vedere che la vera pietà non è né musona né molesta a nessuno, né tanto meno spegne gli affetti legittimi, anzi al contrario li purifica e li perfeziona. Quanto è diverso però il mondo dal convento! Nel primo tutto è agitazione, rumore, movimento, disordine; nel secondo tutto è pace, silenzio, ordine, tranquillità. Quando entrai nuovamente nella mia casa, nella chiesa… e rividi quei luoghi dai quali mi ero congedata per sempre, quante cose sentivo! Non c’è nulla di certo né di sicuro nella vita…. Quanto lontano era la mia giovane mente dal pensare a questo, quando l’anno prima lasciai la casa!

È proprio sicuro che non si può mai dire: farò, non farò questo. Siamo nelle mani del Signore, nulla dipende da noi, tutto è disposto e regolato da Dio. Siamo come poveri ciechi ai quali tocca soltanto lasciarsi portare, muovere, condurre, come Lui vuole e dispone giorno per giorno, ora per ora.

Un nuovo modo di comportarsi nel mondo

Mi sembra, per la misericordia del Signore, che io facessi così, perché Dio conduceva e sostentava segretamente la mia anima con quel dolce ed ineffabile cibo che distribuisce a quelli che cercano solamente Lui e l’adempimento della sua santissima volontà. Benché io non mi trovassi nel convento, non vi avevo lasciato là però Colui che io amavo.Lo portavo con me e potevo godere di Lui come nella sua stessa casa, perché non era il luogo che me lo dava, ma l’amore e il mio cuore batteva per Lui… Per coloro che amano tutto il mondo è un convento, un santuario, un cielo, perché portano con sé Colui che lo ha formato.

I miei quasi non mi riconoscevano: ero migliorata tanto in salute e perfino ingrassata da non sembrare la stessa. Inoltre, prima di lasciare la casa, prima di andare in convento, non so se per una devozione malintesa o se era conveniente così (credo maggiormente per quest’ultima ragione e perciò non me ne pento), ero molto ritirata, parlavo molto poco, non mi mettevo mai nelle faccende, sembrava come se io non esistessi: questo lo facevo con i miei e con tutti, come chi teme e fugge. Ora invece non facevo più così, capivo meglio quello che era la pietà, e sapevo distinguere dove c’era da temere. Mi mostravo familiare, prendendo parte senza paura alle conversazioni sante, quando le circostanze lo richiedevano, senza fuggire come prima. Mi mostravo allegra, contenta, felice della mia situazione, desiderosa di tornare quanto prima in convento, dove avevo trovato la mia dimora.

Mentre attendevo quel momento, ero contenta di poter far capire o intravedere qualcosa della beatitudine che si rinchiude in quelle sacre mura e la grande fortuna delle anime che sono state chiamate e corrispondono alla chiamata del Signore. Da tutto il mio essere traspariva la felicità di cui godeva la mia anima. Quante volte udii le persone che parlavano con me dirmi: «Beata lei, quanto invidio la sua situazione; ha trovato quello che noi non possiamo trovare: la felicità». Era così, proprio così. Mi sentivo completamente felice nella ferma speranza di tornare presto a rinchiudermi là dove era sempre il mio pensiero.

La mia condotta durante il mese in cui rimasi nel mondo mi sembra che abbia fatto bene a molti. Feci vedere quello che in realtà è la religione: sorgente di ogni bene, e dissipai le idee erronee che diverse persone ignoranti, e tra queste la mamma, si erano formate circa il convento e quello che vi si fa. Quanto era soddisfatta la mamma! Quanto godeva nel vedermi così! Diverse volte mi disse: «Quanto volentieri io verrei con te in convento! Chiedi a Dio di dare la vocazione anche a tua sorella Assunta e tutti ci riuniremo là». Tutto questo ci mostra quanto la mamma era cambiata di idee su di noi, conoscendo dalle nostre labbra la verità. Non era che non piacesse a lei che noi restassimo in convento, ma piuttosto il fatto che temeva che non ci fosse là per noi il bene che immaginavamo. Una volta rassicurata e convinta, non oppose più nessun ostacolo, anzi al contrario ci incoraggiava, mostrandoci la sua completa soddisfazione.

Io la compiacevo in tutto, senz’altro desiderio che quello di farle piacere. Mangiavo quello che lei voleva e quando voleva, senza mostrare (come facevo prima), nessun timore di mancare alla mortificazione. Pensavo che compiacendola facevo la volontà del Signore e questo mi bastava. Quando voleva che andassimo a passeggio, ci andavamo e molto contente. Una volta andammo all’Angelo (convento dei Passionisti), posto su quel monte solitario del quale ho già parlato. I primi giorni noi ci alzavamo durante la notte per recitare il Mattutino all’una, per unirci alle monache, ma la mamma, come era ovvio, mostrò di non gradirlo, e smettemmo di farlo. Dicemmo allo zio sacerdote che stava poco distante da noi, se voleva che noi lo accompagnassimo nella recita dell’Ufficio Divino, perché, essendo già su con gli anni, gli si affaticava la vista. Ne fu molto contento. All’ora che lui voleva (dalle quattro alle cinque del pomeriggio) ci chiamava con un campanello e noi andavamo contente, immaginando che fosse la campana del convento. Il nostro povero zio, dovette accorgersi molto quando se ne andarono le due monachelle che lo aiutavano nelle lunghe preghiere, gli leggevano le lezioni dell’Ufficio Divino e si alternavano con lui con la facilità e la prontezza di due canonici. A volte, quando vedeva che noi trovavamo tutto anche più in fretta di lui, ci diceva: «Come avete imparato in fretta… Sapete più di me, povero vecchio!»

Relazione con le monache

E così trascorse quel mese di marzo, corto e lungo allo stesso tempo. In un’occasione andammo a far visita alle monache, altre volte scrivevamo loro. Quanto eravamo contente quando ricevevamo le loro lettere! Ne conservo ancora qualcuna, come una preziosa reliquia, della Madre Giuseppa. Molto volentieri le trascrivo qui, perché confermano quello che ho appena detto ed anche perché attraverso queste si conosce lo spirito di questa buona Madre che tutti noi consideravamo santa e che in tale concetto morì.

Nella prima scrive a tutte e due ringraziandoci per gli auguri che le avevamo inviato in occasione del suo onomastico e felicitandosi anche con me poiché S. Giuseppe era nostro comune protettore.

«Lucca, lunedì 18-3-1907

Carissime e amatissime figlie, per carità, non si inquietino se non ho scritto! In questi giorni ho avuto tante e tante lettere da scrivere e sono stata attaccata al tavolino con il desiderio costante di scrivervi, ma non mi è stato possibile. Perdonatemi dunque. Inoltre ora siamo già vicine al giorno del vostro rientro… Venne il Rev.do Rettore e mi chiese il favore di lasciarle fino a martedì 2 aprile: acconsentii. Così, giacché il Signore vi chiede mediante il suo ministro un nuovo sacrificio, fatelo, figlie mie: la grazia che ricevete è immensa, perciò è giusto che costi un poco…

Mi fa piacere che andiate a mangiare con la signora donna Teresa Montaldo, come pure sono molto contenta che andiate a recitare l’Ufficio con lo zio al suono della campana; molto bene! Molte grazie per i vostri auguri e per la preziosa immaginetta e della santa Comunione e preghiera che hanno fatto per me. Anche la Madre Gabriella vi ringrazia.

Dite alla vostra mamma che ho gradito molto il dolce e il burro: Gesù la ricompensi con molte grazie. Salutatela da parte mia, anche la vostra sorella. Viva Gesù!

Figlie, il vostro posto in questi giorni, il vostro posto sia ai piedi della Croce di Gesù, in compagnia della nostra cara Madre. Vi lascio nei Sacri Cuori di Gesù e Maria e Vi benedico. Saluti da tutte… Addio! Maria Giuseppa Passionista.

Ora passo a felicitarmi con Giuseppina.

Carissima Giuseppina in Gesù Crocifisso: il caro san Giuseppe le ottenga dal suo amato Gesù, tutte quelle grazie particolari che io le auguro e mi creda: gliene auguro tante, tante! Mando in vece mia l’Angelo Custode, mi rallegrerei che lo sentissero e che dal loro letto si unissero a noi durante la notte nel canto delle lodi divine. Vorrei dirle molte cose, ma oggi ho ancora altre lettere urgenti da scrivere.

La lascio ben chiusa nel Cuore trafitto di Gesù e resto sua aff.ma in Gesù Crocifisso Maria Giuseppa Passionista».

Nella lettera seguente risponde ad una mia intima dove le raccontavo del mio spirito e delle consolazioni che il Signore mi concedeva anche fuori dalla sua casa. La lettera incomincia con le stesse parole con le quali io ho incominciato la mia: «Quanto è buono Gesù», espressione questa che ripetei diverse volte nel corso della lettera, dicendole come io dovevo spesso farmi violenza per non piangere per le consolazioni che ricevevo. Trascrivo qui interamente la risposta della Madre, giacché per suo tramite più che per qualunque altro mezzo si conoscerà sia lo stato della mia anima quanto lo spirito della buona Superiora.

«Carissima figlia in Gesù Cristo Crocifisso (Giuseppina):

Ho ricevuto la sua. Quanto è buono Gesù! Sì, veramente. Quanto è buono Gesù! Ogni giorno che passa la sua anima, il suo cuore e tutto il suo essere dovranno ripetere: Quanto è buono Gesù! Ciononostante noi, della sua bontà ed amabilità, non avremo capito nulla, nulla, assolutamente nulla. Renda grazie a questo Dio di amore per la degnazione e bontà con la quale la tratta.

Poiché Gesù è buono, infinitamente buono, e conosce la sua debolezza, la sua fragilità e miseria, per questo accorre a sostenerla come fa una madre con il suo piccolino. Viva Gesù! Coraggio e fedeltà alla grazia! Non si sforzi, non si concentri troppo. Coltivi la dolce e soave memoria della presenza di Dio, ricorra spesso a Lui con frequenti giaculatorie, comunioni spirituali, atti di amore, ma senza ansia, senza sforzo. Gesù stesso glielo insegnerà, poiché ogni mattina il vero Maestro viene nel suo cuore e lei lo porta sempre con sé.

Quanto al pianto, lei lo sa quanto contraria sono alle esteriorità: si trattenga perciò. A volte può essere effetto della debolezza, o sfogo dell’amor proprio, vanità, ma c’è anche tanto pianto buono. Si raccomandi a Gesù e Lui farà in modo di non lasciarla piangere.

Si faccia molto coraggio, figlia mia: il tempo passa. Presto arriverà aprile e presto quelle povere colombelle senza meta né direzione, spiegheranno rapide le ali e diritte, diritte si dirigeranno ad entrare nel nido del Calvario… Viva Gesù! Oh, sì, viva sempre Gesù! Amiamolo sì, amiamolo molto, poiché non è conosciuto, non è amato, anzi al contrario è odiato. Povero Gesù! Ha fatto tanto per noi e noi siamo così ingrati, iniqui e senza riconoscenza per Lui che tanto ci ama, che è sempre con noi, che dà tutto se stesso a noi…

Mi compiaccio che recitino l’Ufficio con lo zio. Per voi è un grande onore e vantaggio. Si facciano insegnare le rubriche, così, quando tornano, io avrò meno lavoro. In quanto alla notte se il Rev.do Rettore non vuole o mostra di non gradire che si alzino, si astengano dal farlo e offrano a Gesù il sacrificio della loro volontà. Se lui lo permette invece possono alzarsi per la preghiera, ma non più di un’ora. Per il resto obbediscano in tutto alla mamma, siano amabili, condiscendenti e buone, facciano in modo di accontentarla nelle cose ragionevoli.

Mercoledì, quando la sua mamma venne qui mi fece credere che tanto lei come sua sorella desiderano essere fotografate con l’abito religioso. Mi rallegro per aver conosciuto la verità e mi comporterò con prudenza. La povera Suor Isabella morì il 26 alle due e un quarto; ha avuto una morte invidiabile, serena, tranquilla come una santa; beata lei! Nonostante ciò facciamo per lei suffragi.

Le raccomando di pregare molto, molto per il nostro benefattore di Pisa, per noi e per il nostro piccolo nido; lo metto nelle mani della nostra dolce Madre celeste. Viva Gesù, buono, buono, buono!

Mi pare di aver risposto a tutte le domande che mi fa. Gesù la benedica e la faccia tutta sua nel tempo e nell’eternità, la Vergine santissima la tenga unita al suo amoroso cuore. Viva Gesù! Sua aff.ma in Gesù Maria Giuseppa Passionista.

P. S. Tutte la salutano tanto, specialmente la Madre Gabriella e la consorella Gemma. Gesù la benedica. Domani è la santa Sindone: che bella festa!».

Essere nel mondo senza essere del mondo

Quale consolazione mi recavano le lettere della Madre! Quante volte le leggevo e tornavo a leggerle! Con queste consolazioni e di più ancora con quelle interiori della grazia, insieme alla ferma speranza di tornare e lasciare presto il miserabile mondo che rende tanto ingannati i suoi amanti, mi sentivo felice. Le onde tempestose di questo mare burrascoso mi addoloravano, senza dubbio pensando alle molte anime che in continuazione vi facevano naufragio, ma allo stesso tempo non mi facevano temere. Io mi sentivo sicura anche in mezzo a quel mare perché ero sostenuta e confortata dal Signore.

Con la luce chiarissima che avevo ricevuto da queste verità durante il mio soggiorno in convento, con l’idea più ferma e concreta che mi trovavo nel cammino della verità a volte mi compiacevo a restare da sola affacciata ad una finestra alta della mia casa da dove contemplavo in due diversi aspetti, il panorama che riempiva la mia vista. Davanti alla casa si stendeva quello che si può chiamare il mondo o il mondo abitato. Vi si trovavano le creature a sollazzarsi, o a trascorrere il tempo in divertimenti, giochi e chissà, peccati, perché non c’è riunione mondana senza che si offenda più o meno il Signore. A pochi minuti di distanza c’era il paese da dove i miei orecchi erano feriti da grida, strepiti e movimenti. Era quello che comunemente si chiama mondo, dove regna in generale la dissipazione, la dimenticanza di Dio e delle cose eterne e dove c’è distrazione e tentazione al male.

Lì sola soletta, e nel raccoglimento dell’anima unita al Signore, evocavo i giorni passati in convento dove si vive soltanto di Dio e per Dio: quanto era diverso tutto quello! Ricordo che un venerdì stavo udendo, né più né meno come gli altri giorni, i rumori e le follie mondane e mi addolorava molto che non rispettassero quel giorno così santo nel quale Gesù morì per noi. Pensavo che se morì per tutti, a tutti chiede un particolare ricordo e una speciale compassione per gli immensi patimenti che gli costarono le nostre anime. Ma la maggioranza di quelli del mondo, o quasi la totalità, non lo accoglie. Il mondo, attento solo ai suoi frenetici piaceri e ai folli vaneggiamenti non pensa a Gesù, non conosce Gesù. Si dimentica che Gesù vi si trova nel mezzo, che per mezzo di Gesù furono create tutte le cose, comprese quelle stesse delle quali gli uomini si servono per offenderlo. Le creature si dimenticano del loro Creatore e Redentore, che è l’alimento delle nostre anime, nostro compagno, nostra difesa nel santissimo Sacramento dell’Eucarestia e che il suo preziosissimo Sangue è continuamente versato sui nostri altari in favore nostro, per implorare la misericordia e il perdono.

Che differenza, pensavo io: nel convento e di più ancora tra le Passioniste il venerdì è un giorno di particolare importanza. È dedicato a far memoria speciale dei grandi misteri di amore e di dolore che vi si compiono, si fanno rigorosi digiuni, orazioni più lunghe, speciali penitenze e si considera quasi una colpa il prendersi qualche soddisfazione nel giorno in cui Gesù soffrì tanto e morì per noi. Il mondo, niente: continua indifferente nelle sue sciocche follie cercando come ogni altro giorno le soddisfazioni e il piacere anche illecito… Che sofferenza produceva nella mia anima questa riflessione! Avrei voluto dare a tutti la luce che avevo io, avrei desiderato dare loro la mia felicità, il mio piacere e la pace che io godevo.

Il quadro opposto io lo contemplavo dalla finestra dietro la mia casa, da dove si vedevano poche e povere case di villaggio e a mezza lega di distanza, alcuni monti che nella loro maestosa gravità suscitavano nell’anima i più santi pensieri. Sulla sommità del più vicino, in profonda solitudine, si trovava il convento dei Passionisti. Questo i miei occhi non riuscivano a vederlo perché rimaneva dietro il monte e sul pendio, ma ci riuscivano invece i miei pensieri. Quando mi affacciavo da quel lato questi volavano sempre là, a quella dimora di pace dove non arrivavano i rumori mondani. Mi sembrava di vederli adempiere gli atti della regola che già conoscevo; udirli lodare il Signore con le loro voci argentine, dedicarsi allo studio, al lavoro, alla ricreazione, al riposo; tutto, sempre e soltanto regolato dall’obbedienza, nella quale si riconosce la voce di Dio. Dio mio, che differenza tra la vita dei mondani e quella di coloro che dimorano nel convento servendo il Signore!…

Un giorno, passando davanti ad un laboratorio di sarte, udii l’armoniosa voce di una ragazza che cantava a voce spiegata una canzoncina alla Vergine che viene a proposito per il modo come ho appena finito di considerare il mondo.

UN MARE BURRASCOSO

O Maria!

In questo mar del mondo

Tu sei l’unica stella

Che può la navicella

Dell’alma mia salvar…

Il Signore mi fece penetrare tutto il senso di queste parole che tradotte in prosa vogliono dire: «O Maria, in questo mare del mondo, Tu sei l’unica stella che può salvare la navicella della mia anima».

Vedendo i pericoli del mondo, gli inganni, i cattivi esempi che vi si trovano insieme con la forza delle tentazioni e considerando i grandi beni che offre la vita religiosa e numerosi mezzi per fuggire il peccato e salvarsi, confrontavo l’uno all’altra, e in verità le anime dei poveri secolari mi sembravano come navi in mezzo al mare, sbattute dalle onde della più furiosa tempesta, esposti ogni istante a naufragare miserabilmente, e soprattutto quelli che non hanno una costante e tenera devozione a Maria santissima.

Io la consideravo, come una grande misericordia di Dio. Io ero di Maria, cosa sua, poiché a Lei venni consacrata prima ancora della nascita. Fu questa dolce Madre quella che mi liberò dal peccato, quando andavo come pecora smarrita nei campi del piacere e della libertà. Fu Lei che trattenne i miei passi davanti al pericolo e mi ispirò l’orrore al male, quella che mi fece udire la voce del Signore e rispondervi e ora, per la seconda volta, mi faceva disprezzare il mondo e le sue lusinghe e, trionfando generosamente su di esso, tornare più ferma e convinta della prima volta nella nave sicura della vita religiosa per compiervi il mio cammino dall’esilio alla Patria.

Il giorno felice del nostro ritorno in convento fu il 2 aprile 1907. Deo gratias, Domino et Mariae Immaculatae.52


52 «Grazie a Dio, al Signore e a Maria Immacolata».

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