35. Avvicinandosi il giorno sospirato

35. Avvicinandosi il giorno sospirato

Dopo il mio ritorno in convento si cominciò a parlare seriamente della mia vestizione. Eravamo 7 postulanti, tutte desiderose di rivestirci della santa tunica della passione; ma soltanto 5 fummo scelte… Quasi alla vigilia del gran giorno ricevemmo il dispiacere di veder tornare al mondo due postulanti. Quale pena provai! Quando un’anima ha compreso che cos’è il mondo e ha visto e gustato quello che a sua volta è la vita religiosa, non è possibile che rimanga insensibile quando vede qualcuno uscire dalla nave sicura della vita religiosa, per tornare a lanciarsi a nuoto nella corrente tempestosa del mondo.

Profondo dispiacere per l’abbandono di due postulanti

Benché io fossi ancora molto giovane, Dio mi aveva fatto comprendere chiaramente attraverso i vari periodi e le vicissitudini diverse della mia vita, che il mondo in generale è come una casa di matti, dove i meno insensati o i più timidi si accontentano soltanto di non far morire la loro anima e di godere per un po’ di giorni tutto quello che è permesso, cercando di evitare ogni sofferenza e dolore. E non è folle accontentarsi di così poco, potendo accrescere, accumulare riccheze e beni eterni, avendone anche la capacità e che nello stesso tempo costituiscono l’unico fine per il quale siamo stati posti in questo mondo? Nella vita religiosa, al contrario, solo questo si cerca e di questo soltanto ci si occupa. Qui ci si dà anticipatamente a godere i beni che presto possederemo in tutta pienezza per l’eternità. Come non provare pena nel vedere passare le anime da un estremo all’altro, uscire da un cammino che porta alla felicità per entrare in un altro pieno di pericoli, nel quale disgraziatamente molti periscono?

Oh, come mi sentivo sempre più obbligata verso il Signore che, soltanto per la sua bontà, mi sosteneva ferma nella mia vocazione, me la faceva apprezzare sempre di più e mi faceva essere ogni giorno di più riconoscente con lo scopo di mantenere, benché indegna, quella grazia che nei suoi giusti giudizi toglieva ad altre anime!

Mi dava molti motivi di ringraziamento il vedere che io ero tra le poche fortunate scelte e non nell’infelice numero dei molti chiamati che non corrispondono. Infinite grazie, o Signore, per la vostra generosa predilezione verso questa poveretta. Vi degnaste depositare nella mia anima la perla preziosa della santa vocazione, e l’avete pure custodita perché i nemici non me la derubassero. Di conseguenza, quanto amore alla mia vocazione mi diede il Signore! Mi fece comprendere che era una cosa del cielo, una cosa divina, una chiamata di un Dio amante. Per questo io desideravo con ansia compiere il passo che mi faceva entrare più pienamente in possesso della stessa, anche esteriormente, mediante la vestizione del santo abito, con il quale avrei iniziato il mio noviziato. E a ciò fu destinato il giorno 27 giugno 1907.

Pensieri prima della vestizione

Invece di occuparmi in dettagli di cose esteriori, voglio trattenermi più a lungo nel far conoscere le disposizioni della mia anima, quello che in essa andava operando la grazia, perché si conosca (con quello che più avanti dirò) come a poco a poco il Signore si andava impossessando della mia povera anima, senza che uscisse dal cammino dell’amore. Dovunque e in ogni tempo mi ha fatto correre sempre verso il suo possesso, attratta dagli ardori del suo divino fuoco. Non ho percorso altro cammino, non ne ho conosciuto altro, anche se si vedrà che in quest’unico cammino dell’amore il Signore me ne ha fatti conoscere molti (non oso dire tutti, poiché sono infiniti). L’amore in tutte le sue svariate fasi e forme porta ovunque e fa sperimentare, sotto diversi aspetti, tutti i misteri della vita spirituale.

In quella circostanza l’aspetto che l’amore divino aveva in me, o la forma predominante sotto cui si manifestava nella mia anima, era quella di una completa noncuranza del mio essere fisico, fino al punto che fu necessario che vegliassero con grande attenzione sopra di me, perché non commettessi imprudenze ed eccessi molto pericolosi.

Possedevo un amore ardente, la presenza di Dio mi accompagnava ovunque, mi inondava la sua grazia, che mi faceva passare al di sopra di tutte le cose esteriori. Conoscevo bene i sacrifici che imponeva la vita che stavo per abbracciare e che, senza dubbio, si sarebbero fatti anche più pesanti per la mia debole costituzione, ma nulla mi preoccupava, perché l’amore supera tutto.

Oh, come vorrei che comprendessero questo tante povere anime che a volte temono per la loro poca salute, o perché sono giovani e non molto forti, di non poter sopportare il peso della vita religiosa e quindi non osano obbedire a Dio che li chiama al chiostro! A volte, per questo motivo, anche quelle che hanno fatto già il passo e lasciato il mondo escono negligentemente dalla vita religiosa. Il più delle volte proviene da paura, da mancanza di fede o, più di tutto, dal loro debole e languido amore. Se si lanciassero generose in possesso di Colui che le ha chiamate, se avessero fede in quella parola onnipotente che ha detto loro: «Sequere me»!55 Se avessero il cuore acceso di ardente amore verso di Lui, certamente quell’Amante divino che le ha chiamate, che ha avuto la grande degnazione di chiedere loro il cuore per unirsi con loro, non permetterebbe che si perdessero tante vocazioni.

A me sembrava questa la cosa più ovvia e naturale in chi persegue un ideale così nobile, così grande com’è la santità o in chi cerca Dio. Tenevo fisso lo sguardo della mia anima in questo ideale divino che mi assorbiva e che faceva sì che mi dimenticassi totalmente delle cose materiali e terrene. Non so dire quello che mi succedeva in quel tempo beato della mia infanzia, della mia infanzia nel convento, né del modo con cui la mia anima si lanciava ciecamente alla ricerca del bene che l’attirava, senza tener in conto nulla, né desiderare altra cosa se non che l’amore la attirasse. Più avanti cambierà qualcosa nella direzione del mio amore, o del modo con il quale Dio mi attirava a Lui, ma entrando in noviziato ero cieca o era cieco il mio amore. Non pensavo ad altro e non capivo altro, se non che egli mi chiedeva tutto l’amore e che io glielo dovevo dare tutto. E io glielo davo tutto senza alcun tipo di timore.

Davanti alle prove del noviziato, del peso dell’osservanza regolare (che le novizie fanno integralmente), delle penitenze e mortificazioni (tutte cose che ripugnano sempre alla natura), mi sentivo forte, molto forte, appoggiata in Colui che era la mia fortezza e il mio amore.

Stavamo per entrare nel mese di luglio, con i grandi calori di quel tempo in Italia. La mia debolezza fisica naturalmente avrebbe dovuto farmi temere di vestire allora quel pesante saio, ma l’amore non teme altra cosa se non di amare poco e di non dare abbastanza prove di amore a chi ama. Questi erano allora i miei unici timori, nessun’altra cosa mi preoccupava. Il mio cuore era lo stesso di sempre: acceso, ardente e in quelle circostanze speciali si ravvivavano ancora di più i suoi ardori di consegnarsi di più all’Amore.

Santi Esercizi

Con questi sentimenti incominciai i santi Esercizi in preparazione alla vestizione. Fu in quella circostanza che il demonio tentò di turbare la mia pace e di ingannarmi, suggerendomi di portare il cilicio tutti i giorni della durata degli Esercizi, come ho già detto (mi pare nel capitolo precedente, quantunque non lo ricordi con precisione, poiché da alcune settimane per mancanza di tempo non ho potuto scrivere). Per questo stesso motivo mi vedo spesso obbligata a lunghe interruzioni, forse a ripetere a volte le stesse cose o a dirle senza ordine né senso. Mi scusi di questo chi mi legge; il mio incarico non mi permette di lavorare in altro modo, se non di scrivere a periodi, e così di continuare ad adempiere l’obbedienza.

L’obbedienza! Qui ho il movente di tutte le mie azioni. È la virtù che ho amato sempre di preferenza e che allora, come sempre, mi ha liberato da molti inganni e mi ha fatto lanciare alla cieca su tutto, anche là dove mi sembrava impossibile arrivare. Benedette le anime che la prendono per compagna di tutti i loro atti, perché per loro sarà per sempre la loro sicura difesa, come lo è stata sempre per me.

Ci tenne i santi Esercizi il P. Giovanni Francesco, Rettore dei Passionisti dell’Angelo. Copierò qualcosa di quello che ho appuntato nel mio libriccino dei ricordi a riguardo di quei giorni. Mi limiterò, per non dilungarmi, al primo e all’ultimo giorno.

Primo giorno, dopo la prima conferenza: per farsi santi è necessario volerlo veramente, affidarsi senza riserva all’amore. Con questo abbandono deciso si superano tutti gli ostacoli, niente sembra pesante e molesto, ma tutto è facile e dolce. Decisione ferma e generosa, consegna del cuore. Le anime generose sono aiutate da Dio e con l’aiuto di Dio si superano tutte le difficoltà, si persevera fino alla morte e si arriva con sicurezza ad essere santi.

Orazione: Dio mio, in questo primo giorno dei santi Esercizi vi affido il mio cuore e tutto il mio essere. Vi supplico di farmi intendere quello che il vostro amore mi chiede e una volta che lo abbia conosciuto, di darmi la grazia per camminare costantemente su quel sentiero, senza fermarmi mai né tornare indietro. Così che quando arriva il momento da Voi stabilito, nel quale da questo esilio mi chiamate alla patria, io possa dirvi: ho percorso il sentiero che mi avete indicato, ho fatto quello che mi avete chiesto, «cursum consumavi, fidem servavi».56 Datemi il riposo nel vostro amore e la corona di giustizia che mi avete preparato, datemi di poter udire dalla vostra bocca: Vieni, o mia diletta Sposa, sono terminati i dolori, le lotte e i pericoli. Vieni e bevi fino a sazietà di quell’amore che tanto hai sospirato, io stesso sono la tua ricompensa: «Ego sum merces tua».57

L’ultimo giorno degli Esercizi, vigilia del giorno sospirato, scrissi:

«Giugno 26. Per perseverare nel cammino lungo e spinoso della perfezione che sto per cominciare, è necessaria una guida fedele che mi conduca affinché io non sbandi. Questa sarà Maria. Sì. O Madre cara, mi affido a Te. Se per caso dei giorni mi vedrai scoraggiata, stanca sotto il peso della mia debolezza e miseria, nascondimi tra le tue braccia perché io non cada. Voglio giungere con te al Calvario, soffrire e morire per Gesù. Sono sua sposa e voglio amarlo come Lui mi ha amato, fino alla morte. Maria, Madre mia, dopo Gesù sei Tu la mia unica speranza!…».

Ho appuntato anche quanto segue:

«In questo giorno feci la mia confessione generale, con la quale seppellii, nell’infinita misericordia di Dio, tutti i miei peccati della vita passata, promettendo al confessore per obbedienza di non ripeterla più».

Purificata con il sacramento della penitenza e preparata con le solite mortificazioni e gli atti di umiliazione, come il chiedere perdono, il dire la colpa, mangiare in ginocchio con la corona di spine sul capo ecc., contavo le ore che mancavano per ricevere il dono sospirato del mio Sposo Celeste.


55 Cf. Lc 5, 27: «Seguimi». Mt 4, 10: «Seguitemi».

56 Cf. 2 Tm 4, 7: «Ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

57 «Io sono la tua ricompensa».

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