36. L’abito di Maria

36. L’abito di Maria

Tutte le volte che devo parlare di Te, o Maria, una dolcezza particolare inonda la mia anima e le infonde un nuovo respiro e forza. Mi succede qualcosa di simile a quello che succede al passeggero stanco quando dopo un lungo cammino si siede all’ombra e al girare la testa scopre al suo fianco con gradita sorpresa una cristallina fonte di acqua che sembra dirgli: «Non, come fu detto al profeta Elia (cf. 1 Re 19, 5-8), mangia il pane, ma avvicinati e bevi, rinfresca le tue labbra assetate, perché ti resta ancora molto cammino da fare». Il cammino a cui mi riferisco è quello della perfezione e quello che racconto in questa storia della mia vita. Ma perché dico che me ne resta molto se sono quasi ancora all’inizio? Perché quello che ho scritto della mia vita, confrontato con quello che mi resta ancora da dire, è molto poco. La perfezione raggiunta finora è come un nulla, se viene confrontata con gli infiniti orizzonti che devo raggiungere prima di arrivare alla vetta dell’alta montagna dove mi attende il Signore.

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Maria, Madre dolcissima, se dalle tue mani benedette sono passate tutte le grazie che ho ricevuto da Dio, della presente lo posso affermare senza confronto con doppia ragione, perché tuo è l’abito che ricevetti, Tu me lo preparasti. Tu lo vestisti, Tu lo tenesti nelle tue mani benedette e in esse lo vide per la prima volta il mio santo Fondatore e di esso a lui ti mostrasti rivestita portando impressa sul tuo volto l’amarezza del Calvario. Allora gli dicesti: «Figlio mio, vedi come sono vestita a lutto? È a causa della dolorosissima passione e morte del mio caro Figlio Gesù. Devi fondare un Istituto nel quale i suoi membri si vestiranno nello stesso modo ed esprimeranno dolore continuo per la passione e morte del mio caro Figlio». Mi è molto dolce ricordare o Madre cara che quando nel 1720 così parlasti a san Paolo della Croce (il mio santo Padre) pensasti che un giorno avresti regalato anche a me quel vestito prezioso, a me che sono la tua povera e indegna figlia. Così avvenne di fatto 187 anni più tardi.

O Maria, Tu pensasti a me e mi hai vista rivestita del tuo santo abito e credo che ti rallegrasti perché avevi un’anima in più che ti facesse compagnia nei tuoi dolori. Hai immaginato che in me, povera figlia tua, avresti avuto un’altra ardente Maddalena, della quale vorresti che si potesse dire, come quella del Vangelo (cf. Lc 7, 47): «amò molto»; e il mio cuore, che allora ardeva, amava il tuo Gesù e Te appassionatamente, nonostante i suoi molti peccati e imperfezioni.

Il momento della vestizione

Tutte queste cose, di cui ci ricordavamo alla vigilia della vestizione, erano come altrettanti carboni accesi che accrescevano il fuoco del mio già così ardente cuore, che sentivo fondersi e non riusciva a contenersi alla vista di un così grande privilegio. Il Padre che doveva presiedere la cerimonia se ne accorse e mi prevenne dicendomi di chiedere a Gesù che mi concedesse di frenare le emozioni che avrei sperimentato quando m’avesse consegnato il santo abito, per evitare tutto quello che avrebbe potuto attirare l’attenzione di quanti assistevano e magari venir mal interpretata… Cercai quindi di fare così.

Verso le dieci del giorno indicato, noi cinque aspiranti (future novizie) eravamo inginocchiate davanti alla finestrella designata per la vestizioni, aspettando con impazienza di poterci spogliare del vestito bianco da nozze indossato per la cerimonia e di tagliare i capelli che cadevano sulle nostre spalle e che per l’ultima volta si potevano vedere sulla nostra testa, per vestire la veste nera e ricevere il velo bianco delle novizie. Immediatamente dopo avremmo adornato la nostra testa della corona di spine di Gesù, molto più preziosa per il nostro cuore che quella d’oro di tutte le regine del mondo.

Nella predica di circostanza, prima della cerimonia, il Padre spiegò il testo di san Paolo: «Vestitevi del Signore Gesù Cristo… e questi crocifisso» (cf. Gal 3, 27), dicendoci che il «rivestirci di Gesù Crocifisso», di cui parla l’Apostolo significa in maniera del tutto particolare abbandonare o rinunciare alle idee mondane ed imperfette per appropriarsi di quelle di Gesù, dei suoi desideri, dei suoi affetti, delle sue parole ecc., glorificando con Lui Dio per cooperare a salvare le anime. Dovevamo considerare che l’abito che stavamo per vestire mostrava a tutti, anche esteriormente, che avevamo fatto questo beato scambio (del vestito bianco con la tunica nera) in memoria perenne di Gesù Crocifisso e delle grandi sofferenze della sua passione e morte.

Con quanto amore e gratitudine a Gesù e a Maria ricevetti quell’abito adorato, e successivamente gli altri capi di vestiario che facevano parte del vestito delle novizie! Li baciavo affettuosamente e li stringevo al mio cuore e me li andavo mettendo con un piacere così intimo e puro che i miseri amanti del mondo non possono immaginare.

Siamo però sulla terra, dove non esiste la felicità perfetta. Gesù stesso volle ricordarmi questa verità facendomi sentire nell’anima la puntura di una di quelle spine che materialmente avevo sul capo. La mamma non era presente alla cerimonia, come avevamo previsto e come lei aveva invece tanto desiderato; assistevano al rito soltanto mia sorella Assunta ed alcuni parenti e conoscenti. Nessuno però poteva sostituire nel mio cuore la mia cara mamma. Più dolorosa ancora fu la sua assenza quando, in parlatorio, ci riferirono la causa. Nel salire in carrozza aveva posto male il piede e subì una lussazione. Dovettero ingessarle il piede e restare immobile a letto. Povera mamma! Mi sembrava di vederla mentre faceva quel sacrificio…, con il cuore che gocciolava sangue, ossia soffrendo il più grande dei sacrifici, com’era il non poter vedere le sue figlie in una circostanza così solenne e dover passare diverse settimane senza poter beneficiare di una tale soddisfazione. Passato il tempo necessario, venne. Furono grandi le emozioni che provammo quando noi la vedemmo e lei contemplò le sue figlie divenute novizie, che ora si chiamavano: la maggiore, Maria Teresa di Gesù e la sua beniamina, Maria Maddalena di Gesù Sacramentato.

Amore al santo abito

Nonostante siano già passati 23 anni dal giorno in cui ebbi l’immensa felicità di vestire il santo abito, per la misericordia di Dio e della mia Madre celeste, ogni giorno, quando me lo metto e ogni volta che lo guardo ne sento venerazione, rispetto e sentimenti di gratitudine a Gesù Crocifisso e alla sua addolorata Madre Maria santissima, perché mi avevano fatto dono di una così grande manifestazione di amore e di predilezione concedendomi di poterlo vestire. L’abitudine di vederlo non ha diminuito per nulla il mio amore e rispetto verso questo dono prezioso di Maria, anzi al contrario, sembra che il tempo lo renda più vivo e dolce fino al punto di intenerirmi nel guardarlo e di farmi piangere di consolazione quando mi vedo rivestita di questa sicura protezione che, per i meriti della passione di Gesù, come una corazza, difende l’anima dagli attacchi del nemico.

Oh, abito santo! Tu sei la mia maggior consolazione nei dolori e nelle afflizioni della vita, mio scudo e sicurezza nei pericoli di questo nostro esilio, mio orgoglio, mio onore e mia gloria finché vivo su questa terra; e lo sarà eternamente in cielo, quando il corpo freddo, già cadavere, giacerà sotto terra e l’anima volerà in seno a Colui che con il suo sangue e con la sua morte, e per i dolori e intercessione di Maria, mi concesse di vivere, morire ed essere sepolta rivestita di te. Ricevi il bacio appassionato e ardente che in questo momento ti ho appena dato, pensando all’ultima volta che altri me lo daranno e quando le mie labbra fredde non potranno più dartelo come faccio sempre quando ti prendo in mano per rivestirmi di te.

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