4. Le gioie pure della famiglia cristiana

4. Le gioie pure della famiglia cristiana

La famiglia cristiana è un santuario, ossia il riflesso e l’immagine della Chiesa cattolica, dalla quale salgono all’Altissimo, senza sosta, ossequi e benedizioni. Lì, con il mutuo amore di quelli che la presiedono, si ricorda l’inseparabile amore di Gesù per la sua sposa, la santa Chiesa; infatti arrivò a dare la sua vita per renderla stabile e feconda. Con la sottomissione ed il rispetto dei figli, si venera e si rispetta la paternità di Dio; ed amando la madre, si ama Maria santissima, modello di tutte le madri, e si ha il suo divino Figlio come fratello maggiore, al quale devono guardare ed imitare tutti quelli che compongono la famiglia cristiana. Ma per questo è necessario che Dio presieda il focolare, che con Lui si accenda e che Lui vi rimanga sempre. Senza Dio tutto è vuoto e tristezza. Solo in Dio si incontra il piacere e la pace.

Che Dio abbia assistito alle nozze dei miei genitori e che sia rimasto con loro ce lo dimostra il seguente particolare raccontato da mia mamma. La notte del primo giorno di matrimonio, prima di andare a letto, il babbo le disse: «Dimmi quali orazioni tu conosci, io ti dirò le mie, per pregare insieme». Questo soltanto credo sia sufficiente per conoscere come i genitori che il Signore mi diede avessero fede e santo timor di Dio. Fu questo che infusero anche nelle figlie.

L’ambiente familiare cristiano

Appena fummo in grado di farlo, incominciammo anche noi a recitare in comune il santo rosario e subito dopo l’orazione o la consacrazione quotidiana alla Sacra Famiglia, che sapevamo a memoria. Ci facevano guidare le orazioni un giorno per ciascuna, perché imparassimo presto. Come era contenta quella che veniva incaricata di tenere nelle sue mani il pesante rosario che stava sempre appeso al muro a questo scopo! Avevamo la fortuna di abitare molto vicino alla chiesa, tanto che si udivano da casa i canti sacri e perfino il campanello della Messa. Doveva senza dubbio piacere al Signore vederci spesso uscire tutte e quattro noi piccole, dandoci la mano per andare alle funzioni ed al catechismo. Benché qualche volta avessimo più voglia di giocare che di andare in chiesa, non ci dispensavano mai. Le domeniche dopo il pranzo, o un altro giorno, quando c’era il catechismo ed era l’ora esatta, il babbo ci lanciava uno sguardo e diceva: «Bambine, hanno suonato il catechismo; presto, presto». Bisognava lasciare tutto ed andare. Al ritorno con quale piacere noi ci divertivamo! Quanto godevamo e facevamo godere ai nostri genitori la felicità di averci! Come erano felici all’udire le nostre voci ed a guardare i nostri innocenti giochi!

La consolazione maggiore della casa la dava Luxindina,5 la piccola che veniva dopo di me. Questa bimba, l’ho già detto, era una bambina come poche: posso dire questo senza timore di esagerare. Lo dicevano anche altre persone che era una creatura che aveva qualcosa di straordinario. Di bambina non aveva che la grazia; il suo portamento, il suo parlare era serio e preciso come quello di una persona adulta. Trascorreva lunghi momenti in chiesa o in casa con il suo rosario in mano e il primo libro di preghiere che incontrava. Girando le pagine ogni volta pregava senza stancarsi e vi leggeva quello che pensava o che voleva dire al Signore. Non fece mai impertinenze né capricci volgari verso i bambini, né disobbedì mai, né diede alcun dispiacere ai genitori. Voleva bene a noi, le maggiori, e noi a nostra volta la amavamo intensamente; e a volte, lo ricordo molto bene, perfino piangevamo perché era stata di più con una che con l’altra. Tutte le volevamo bene e ci sentivamo felici in sua compagnia. La bontà del suo cuore era come quella che si legge di alcuni santi. Quando gli zii le davano qualche dolcetto, invece di metterlo in bocca, come fanno normalmente i bambini, correva in cerca delle sue sorelline e della mamma per dividerli con loro. Una volta, mi sembra ancora di vederla, veniva dalla casa dello zio prete che abitava vicino a noi. Aveva un frutto in mano e veniva correndo, certamente per il desiderio di gustare presto di questo; ma il suo tenero cuore non lo permetteva, se prima non dava a ciascuna la sua parte. Entrò in casa e, non avendo a portata di mano qualcosa per dividerlo, si servì dei denti e ci disse offrendocelo: «Ti fa schifo che lo abbia diviso con i denti?». «No», le dicemmo; e tutte mangiammo quel boccone che ci dava la sua carità eroica. Così mi sembra si debba chiamare la generosità di una bambina di quattro anni che dopo aver gustato il suo gradevole sapore ebbe la forza di toglierselo dalla bocca, perché altri lo provassero. Questo non successe una volta sola, era un’abitudine: sembrava che non le fosse possibile fare altro.

Il signor parroco le aveva promesso che l’anno successivo, a cinque anni, l’avrebbe ammessa alla prima Comunione, sembrandogli di dover fare questa eccezione, benché molto rara a quei tempi, con una bambina così seria ed educata che sapeva il catechismo meglio delle altre più grandi. Con quanta allegria venne a casa quel giorno e diede alla mamma la notizia! Quanto desiderava ricevere Gesù! Se non ebbe questa consolazione, almeno prima di morire poté ricevere il Sacramento della Confermazione: infatti fummo cresimate tutte e quattro insieme il 30 giugno 1894.

Luxindina, come abbiamo visto, era pertanto la più amata ed ammirata e questo a buon diritto perché se lo meritava per le sue straordinarie qualità. Le due sorelline maggiori erano molto educate, serie e laboriose e aiutavano già un po’ la mamma nelle faccende di casa. Io ero molto vivace e inquieta, giocherellona, senza voglia né di lavorare né di studiare; tanto che con me non ce la facevano più. Quanto ho dato da fare alla mamma con le mie irrequietezze! Non potevo restare ferma un minuto. Una volta mi disse che prima di giocare dovevo lavorare almeno mezz’ora, e mi diede un lavoretto a maglia da fare. Io non potendo fare altro mi posi a lavorare, ma molto triste e piangendo. Una persona che mi vide mi domandò: «Che cosa hai Giuseppina che sei così triste?». Risposi: «Perché la mamma mi tiene tutto il giorno a fare calze». «Che bugiarda!», disse la mamma, non ci sta neanche dieci minuti… Insomma, io ero la più cattiva; ma, devo aggiungere, anche quella che più amavano dopo la morte della piccola, perché io ero la più affettuosa e amorevole, nell’amore nessuno mi vinceva. Il mio cuore era sempre il più ardente e sensibile, come lo dimostrerà il fatto seguente.

Il primo dispiacere inflitto al padre

A volte i genitori solevano darci da mangiare del pollo con patate: noi bambine prendevamo solo il pollo; le patate non le volevamo. Il babbo desiderava che noi ci abituassimo a mangiare di tutto. Un giorno disse alla mamma che ci servisse per primo soltanto le patate e poi il pollo. Noi appena le vedemmo, a partire dalla più grande incominciammo a dire: «Io non voglio le patate, io non voglio le patate». Il babbo serio esclamò: «Chi non vuole le patate non prenderà nemmeno il pollo»; e incominciarono a rimproverarci che eravamo tutte molto cattive e golose ecc., ma noi avevamo detto di no e non volevamo sottometterci. Il babbo, con la fermezza di un uomo (infatti la mamma si era mossa a compassione), disse a nostra madre: «Nemmeno io mangio, però non voglio che se ne dia a loro», e si alzò dispiaciuto dalla tavola, senza finire di mangiare. Quando se ne fu andato, la mamma ci rinfacciò il male che avevamo fatto: «Non vi addolora, disse, che il babbo se ne sia andato senza mangiare per colpa vostra? Non gli volete bene. Se è vero che gliene volete, quando viene andate a chiedergli scusa e a dirgli che mangerete le patate». Tutte le altre si rifiutarono, ma io dissi subito: «Sì, io voglio!». Mi avevano toccato a tal punto le parole della mamma e il dispiacere del babbo che il mio cuore non poteva restare insensibile. Io ero nata per amare e fino a quel momento non conoscevo altro amore più forte che quello dei miei genitori. Infatti, appena lo vidi gli corsi incontro e gli dissi: «Babbo ti chiedo perdono, io mangio le patate». Io non lo feci per poter mangiare il pollo, ma perché volevo veramente bene al babbo e mi dispiaceva averlo fatto soffrire. Fare questo a me non costava, perché avevo naturalmente un cuore molto buono. Se mi facevano conoscere il male, io mi pentivo subito e mi sottomettevo docile al castigo: questo era anche uno dei motivi per i quali tutti mi volevano tanto bene. L’umiltà e il pentimento attraggono sempre e si fanno amare, ma nei bambini, per il loro candore e la loro innocenza, sono cose ancora più degne di amore.

Così, nonostante i nostri capriccetti, i giorni trascorrevano sereni e tranquilli per noi e per i nostri genitori, vivendo in pace e nell’unione della famiglia cristiana. Vivevamo della rendita di due case e di alcuni terreni che possedevamo. Una di queste case, che stava al centro del paese, l’affittammo a commercianti ed operai; l’altra, dove ci abitavamo noi, situata in un luogo più apparto, ma molto attraente e gradevole, con giardino e stalle, era una casa elegante, di quelle che qui in Spagna credo chiamino «chalet», per cui l’affittammo ammobiliata a diverse famiglie di signori che venivano a trascorrervi le vacanze estive. In questo modo noi eravamo sempre in contatto con persone di rispetto, istruite ed educate, quantunque, per disgrazia, non sempre molto religiose, cosa che a volte ci esponeva a pericoli non piccoli, come vedremo a suo tempo.

Ho osato riferire questi particolari, perché più avanti, conoscendo la situazione in cui mi trovavo, io non dovrò più dare altre spiegazioni. La mamma aveva cura della casa come vera donna forte seconda l’impronta indicata dallo Spirito Santo (cf. Pr 31, 10-31). Il babbo si occupava nel predisporre e dirigere i lavori dei campi, dei raccolti, comprare e vendere. Si divertiva anche a lavorare nel giardino. C’erano sedie e un tavolo per mangiare sotto un pergolato di alberi fatto dal babbo; c’era un’arcata di alberelli all’ingresso che credo sia ancora lì; dentro c’erano fiori disposti in forme geometriche. Il babbo aveva gusto e attitudine per questo e faceva tutte le cose con molto piacere.

Così vivevamo felici, senza che ci mancasse nulla o meglio, eravamo seguaci di Gesù Cristo, ma ci mancava la somiglianza con Lui nella sofferenza e nel dolore. Questo però verrà presto a bussare alla porta della nostra casa.


5 Il padre, il Sig. Casimiro, prima di sposarsi era stato a lavorare in Brasile, per questo, quando gli nacque la quarta bambina, volle darle un nome brasiliano: Luxinda.

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