40. Per sempre di Gesù

40. Per sempre di Gesù

Di quelli che si uniscono nel sacramento del matrimonio si usa dire che si uniscono per sempre. Ma questo sempre non significa altro che finché dura la vita, questa vita fragile e caduca che lo Spirito Santo paragona ad un giorno che passa veloce e che nessuno può fermare né prolungare. La morte divide o separa tutte le unioni umane, spezza tutti i legami e gli affetti, taglia ed annulla tutti gli obblighi e gli impegni assunti sulla terra. Nel momento stesso che l’anima si separa dal corpo, tutto muta, cambiano i suoi amori, le sue valutazioni e aspirazioni.

La professione religiosa è una consegna perpetua

Non succede così all’anima che si sposa con il Signore. Gesù è il suo sposo: egli non muore mai. Comunica la vita, una vita immortale ed eterna all’anima che si unisce a Lui mediante la santa professione religiosa, e questa beata unione dell’anima con Dio nessuno la può rompere, perché è più forte della morte. Si potrebbe dire addirittura che la porta al suo compimento e alla sua perfezione facendola eterna. Di questa e non di quella, si possono dire veramente le parole «per sempre, sarò sempre di Gesù». La mia consegna a Lui andrà sempre crescendo; il legame di amore che quaggiù ci ha unito si stringerà sempre di più, sarà sempre lo stesso durante la vita, in morte e dopo la morte: l’anima è sempre di Dio e Dio dell’anima.

Dopo aver trascorso un anno e mezzo o due, come li trascorsi io in convento, si raggiunge una conoscenza chiara di queste verità. Nessuno può apprezzare tanto l’incomparabile grazia di consacrarsi al Signore quanto la novizia stessa. La luce soprannaturale che le ha scoperto il vuoto e il nulla di tutto quello che il mondo ama e stima e le ha fatto conoscere che gli unici beni degni di essere amati sono quelli che né i vermi, né i tarli possono consumare, dilata il suo cuore ed essa brama confermare e determinare in maniera irrevocabile il suo amore, il possesso della parte scelta, perché vede chiaramente che è la migliore: «Ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (cf. Lc 10, 42). Tutto questo lo consegue con la professione religiosa.

Al vedere che finalmente quel giorno è arrivato, il suo cuore esulta di santo giubilo, come succede a chi entra in pieno possesso di una ricca eredità che nessuno più può impedirgli di fruire. Questa eredità è il Cuore di Gesù, i suoi dominî e confini, il suo amore infinito. Con una solenne promessa o giuramento fatto davanti all’altare, si obbligano reciprocamene Dio con l’anima e l’anima con Dio. Dio le consegna il suo cuore e le promette per sempre che al suo amore di Padre, di Fratello, di Creatore, aggiungerà la condizione di Sposo: «sponsabo te in sempiternum»,60 mi sposerò per sempre con te. L’anima gli ripete a sua volta: «Ti amerò sempre come sposa fedele, come tu mi hai amato: usque ad mortem, fino alla morte». Vale a dire, fin dopo la morte, poiché la morte, l’abbiamo visto, non estingue, ma accende più intensamente il fuoco dell’amore.

La parola sempre —che impressiona le anime imperfette e piccole— è quella che fa raggiungere il culmine alla beatitudine di quelle che amano veramente. Chi non osa pronunciare questa parola, ama poco, perché mette un limite al suo amore e perciò non è degno di Colui che lo ha amato di amore eterno.

La professione di cinque novizie

O Gesù: Tu sai bene che la tua povera promessa sposa non temeva questo sarò sempre tua, ma che piuttosto bramava quel giorno, sospirava il momento in cui poteva pronunciarlo. La sentivo come una necessità quella di emettere i cinque voti che per sempre dovevano unirmi a te.

E il felice giorno arrivò… il 5 luglio 1908, festa del Preziosissimo Sangue. Eravamo cinque ad avere quella fortuna. Quel numero ci ricordava le piaghe di Gesù, segni che ci parlavano del suo amore e ci chiedevano il nostro e sorgenti da dove scaturì il ruscello di ricchezze infinite capace di cancellare le iniquità di tutto il mondo…

Ciascuna di noi ne scelse una con il fine di onorare tutte le piaghe in maniera speciale e di offrire a Gesù qualche consolazione per il dolore che provò con ognuna di esse. I voti di noi cinque dovevano, come altrettanti chiodi, inchiodarci sulla Croce del nostro Amore Crocifisso. Tutte sceglievano o preferivano la piaga del costato. Non so a chi avrebbe dato Gesù questa preferenza. Non mi sembra alcuna presunzione il pensare che sia toccata a me. Io così credo, poiché ero la più piccola per età e per merito, la più debole nel corpo e nello spirito, la più bisognosa del calore del suo Cuore divino, per crescere, fortificarmi e non venir meno nel mio cammino. Inoltre non ero io, appunto perché la più miserabile e meschina di tutte, quella prescelta dalla sua misericordiosa bontà ad essere un giorno l’«Apostola del suo Amore?». Allora io lo ignoravo, ma lo sapeva Gesù. Egli sapeva che il mio povero cuore doveva ottenere forza e calore vicino al suo, come l’Apostolo dell’Amore (san Giovanni), perché potessi un giorno adempiere la missione che Lui mi affidava di accendere altri alle sue purissime fiamme.

Oh, Gesù! Dopo aver visto quello che il tuo amore ha fatto con me, più nessuna cosa mi sembra pretesa o arroganza aspettarla dalla tua bontà. Sento il dovere di credere che la tua infinita clemenza e misericordia si estenda e arrivi sempre ben più oltre, infinitamente al di là di dove arrivano e possono arrivare i miei desideri.

Ricordo perfettamente, come se fosse ora, il giorno prima o la vigilia della così grande data, così come le disposizioni e le sante impressioni che la mia anima provava e riceveva, ormai vicina ad accogliere questa immensa grazia del Signore.

Terminati i santi Esercizi, che ci predicò P. Giovanni Francesco, Passionista (lo stesso che ce li aveva dettati in occasione della vestizione), fatta tranquillamente e serenamente la mia confessione annuale, potemmo durante il giorno aiutare un po’ negli immediati preparativi al grande evento.

Il lettore non avrà dimenticato che noi ci trovavamo in un convento di Francescane, aspettando il momento di avere un convento nostro; per questa ragione non avevamo la chiesa. Facevamo le preghiere sopra, al terzo piano in una stanza sistemata come cappella. Evidentemente questa funzione doveva avvenire in pubblico e quindi nel coro interno delle Francescane, davanti ad una finestra o a una porta per metà aperta che dava sulla chiesa. E così dovemmo scendere e salire diverse volte la lunga scala per preparare il necessario. A questo ci prestammo noi, per evitare che si affaticassero le Madri. A me diedero le cinque croci, perché le portassi giù ed anche il cestino con gli ornamenti preziosi che dovevano adornare le future spose di Gesù Crocifisso: i segni che dovevano porre sui nostri cuori, i veli neri da sostituire a quelli bianchi che avevamo sul capo e le corone di spine (che per noi erano più preziose di quelle d’oro di tutte le regine del mondo). Oh, quello che il mio cuore provò mentre scendevo le scale portando questi oggetti così preziosi per la mia anima! Nessuna sposa del mondo non si è mai sentita, né si sentirà così felice come mi sentivo io. Quanto diversi sono i preparativi dell’altro genere di nozze!…

Spuntò finalmente il giorno del mio sposalizio con il Re del cielo. In lui tutte le aspirazioni della mia anima si sarebbero adempiute, consacrandomi per sempre a Gesù Crocifisso. L’ufficio del giorno mi ricordava a quale caro prezzo il Salvatore aveva acquistato il mio povero amore. «Cristo ci ha amato e ha lavato nel suo sangue i nostri peccati» (cf. Ap 1, 5). Noi cinque che stavamo per offrirgli il nostro povero amore eravamo già state acquistate dal suo, al prezzo del sangue (cf. 1 Pt 1, 18-19).

Nell’omelia il Padre sviluppò il tema: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (cf. Gal 2, 20). Paragonò i cinque voti che stavamo per emettere con i chiodi che ci avrebbero affisso alla croce di Gesù e all’osservanza della santa Regola, alla quale ci obbligavamo con la professione. Rimanevamo, cioè, obbligate a vivere nascoste in Gesù ed Egli a sua volta ci permetteva di poter ripetere le citate parole dell’Apostolo: «Vivo ma non sono più io che vivo, è Gesù Cristo che vive in me».

Terminata la predica ci rivolse le solite domande per conoscere se la nostra volontà era ferma nel volere consacrarsi per sempre al servizio di Dio in quel santo Istituto. Prima della nostra risposta affermativa, incominciò a leggere la Passione di san Giovanni. Nel frattempo noi ci siamo prostrate sul pavimento e ci coprirono con un drappo nero. Dall’interno della casa suonavano le campane a morto per annunciare a tutti la nostra mistica morte. Chiesi molte grazie al Signore durante tutto quel tempo che rimasi stesa al suolo. Mi avevano suggerito di scrivere prima tutte le mie richieste; riempii otto pagine e le portavo sul petto, rinnovando così le mie suppliche stringendole strette con la mano contro il cuore. Ora sicuramente non avrei voglia, né vedrei la necessità di scrivere quello che voglio dal mio Sposo. Con uno sguardo, quante cose gli dico e quanto bene ci intendiamo! L’amore tutto sa e tutto intende…

Quando il celebrante pronunciò le parole della passione: «tradidit spiritum»,61 che annunciavano la morte di Gesù, ci alzammo per iniziare con Lui la nostra vita. E una per una (mia sorella fu la prima ed io la seconda), davanti ad un Crocifisso ed avendo da un lato la statua della Vergine Addolorata, pronunciammo la formula dei voti dell’Istituto come segue:

«Io, Maria Maddalena di Gesù Sacramentato, a Dio Onnipotente, alla gloriosa Vergine Maria, a tutta la corte celeste e ai miei legittimi superiori faccio voto pro tempore di povertà, castità e obbedienza, come pure di promuovere la devozione alla passione di Gesù Cristo e di mantenere la perpetua clausura».

Il Padre a ciascuna rispose con le parole tanto consolanti: «Ed io, da parte di Dio, se adempirai fedelmente questo, ti prometto la vita eterna. Amen». Poi ci impose il velo nero con queste parole: «Ricevi, o Sorella, questo velo, segno sacro di purezza e di riverenza, con il quale ti devi presentare davanti al tribunale di nostro Signore Gesù Cristo per ricevere la vita eterna». Nel seguento rito ci pose sulle spalle la croce ripetendo le corrispondenti parole del Rituale, e sul capo la corona di spine, che avremmo dovuto portare per tre giorni interi in segno delle nostre nozze con l’Agnello Immacolato, che era stato coronato con la stessa corona per amore nostro. In seguito ci scambiammo il segno di pace o il bacio, tra tutte le religiose; e terminammo con la processione nel chiostro cantando il Salmo: «Laudate Dominum de caelis».62

Presenza di sua madre

Questa volta sì la mamma ebbe la fortuna di essere presente alla funzione e dal suo volto si vedeva quanto fosse soddisfatta nel considerarsi la madre di due spose di Gesù e di due figlie di san Paolo della Croce! Non cessava di guardarci il velo nero, la corona di spine sul capo, il segno sui nostri cuori ecc., che le dimostravano che le sue figlie avevano l’onore di essere Passioniste.

Le ricordai quello che le avevo detto un giorno molti anni prima, quando, dall’alto di un monte, mentre mi mostrava il meraviglioso panorama che si presentava alla nostra vista, io le risposi: «Tutto questo è mio, perché è del mio Sposo». «Ora, mamma —le dissi—, anche se rinchiusa dentro queste quattro mura, sono padrona di tutto il mond. Tutti quelli che vi abitano sono come i miei servi e domestici e io la loro regina e signora perché, senza alcuna preoccupazione, godo di quello che voglio, anche se non ho che i pochi metri di giardino che possediamo. Tutto il resto l’ho lasciato a loro, perché mi servano e mi portino qui quanto mi occorre, senza alcuna fatica mia».

Tutti questi sono però pensieri umani, molto bassi, paragonati a quelli che il Signore dava alla mia anima che si sentiva ammessa alla unione più intima con Lui… Essa era molto superiore a quella che finora avevo esperimentato. Anche se era lo stesso amore che operava in me, ora certamente agiva in modo diverso: lo compresi e lo provai da quel momento in poi. L’Amore mi voleva ancora più sua e perciò diede al mio cuore come una scossa, perché restasse più vuoto e libero e separato da tutto. Sentivo che stavo entrando in un cammino di solitudine, non tanto per le privazioni degli aiuti umani delle persone, quanto perché il Signore non mi avrebbe fatto incontrare più in loro le consolazioni che avevo trovato fino ad allora.

Nel giorno della mia prima comunione e in quello della mia professione, l’amore divino produsse in me qualcosa di straordinario. Nel primo caso mi aprì il cammino del suo dolce amore. Lasciò in me ricordi, attrattive ed incanti che dovevano farmi ricordare sempre che nessuno dà quello che Gesù dà e mi fece alla fine tornare a Lui. Nel secondo caso mi affascinò con il suo amore solitario, senza attrattive sensibili. Quell’amore non fu meno forte, anzi ben più generoso e risoluto, perché mi lanciava senza sostegno alcuno fin dove mi invitava lo Sposo. Questo era l’amore del Calvario, l’amore della sposa di un Dio crocifisso. Io ero risoluta a seguirlo dovunque egli andasse e nonostante il modo con il quale Lui mi trattava.

O Gesù, Sposo mio dolcissimo! Sono tua, per sempre tua. Portami dove vuoi, trattami come ti piace, ti seguirò da tutte le parti, perché sono tua sposa.

Scorra il mio sangue a rivi

sopra il tuo stesso Altar.

Sono tua sposa, e quivi

te voglio accompagnar.


60 Cf. Os 2, 19: «Ti farò mia sposa per sempre».

61 Cf. Mt 27, 50: «Emise lo spirito».

62 Cf. Sal 148: «Lodate il Signore dai cieli».

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