42. Una morte e una vita

42. Una morte e una vita

Così mi pare di dover intitolare il presente capitolo nel quale parlerò di cose molto interessanti, come credo, e che è opportuno che siano conosciute per nostra lezione, benché forse a qualcuno a prima vista possono sembrare avere poca relazione con questa storia. Vedremo subito che non è così.

Il lettore non avrà dimenticato che la nascente comunità di Passioniste, della quale io ero membro, si trovava provvisoriamente alloggiata in un antico Convento di monache Francescane in attesa che la misericordia del Signore ci offrisse una casa propria. Trascorsi lì quattro lunghi anni, giunse finalmente il giorno desiderato. Con le offerte e le elemosine raccolte dall’infaticabile zelo del P. Germano, si poté acquistare un convento, che era di religiosi francescani, nella stessa città di Lucca, situato in Via Giardino Botanico.

Prima di parlare del nostro trasferimento o del nostro ingresso nel nuovo convento, voglio far conoscere quello che abbandonavamo e nel quale io avevo trascorso la mia infanzia spirituale. Storia certamente molto dolorosa, tanto più quanto più antica era la sua esistenza, credo di secoli, perché si vedeva che stava agonizzando e vicino a morire. Mi sembra opportuno esporre qui questo penoso quadro perché la sua dolorosa fine serva da lezione alle comunità religiose, poiché, supposto che qualcuna non osservi con fedeltà la propria Regola, finirà allo stesso modo.

Estinzione di una comunità

Si trattava di un convento costruito all’antica, molto grande. Doveva avere da 90 a 100 stanze; gli ambienti erano grandissimi ed avevano una capacità di alloggiare una comunità molto numerosa (come quella che doveva essere vissuta lì). Quando io entrai, il numero era ridotto a otto, quasi tutte vecchie ed ammalate, restando poi in sei, per la morte di due, nel periodo in cui noi rimanemmo lì.

Non avevano vocazioni, nessuno voleva entrare in questo convento. Le ultime due, che erano entrate alcuni anni prima, avevano una ventotto e l’altra sopra i trent’anni: erano due poverette ricevute senza dote, con il solo scopo di vedere se in quel modo potevano attirarne altre. Ma è fin troppo chiaro che «se il Signore non edifica, invano edificano gli uomini» (cf. Sal 127, 1); tutte le loro industrie non bastano, tutto cadrà presto al suolo. Quella di trent’anni era ammalata di tubercolosi e quella di ventotto era una laica triste e pentita al vedere lo stato della comunità nella quale aveva fatto la professione. Che triste quadro era quello! Una era cieca, l’altra paralitica, un’altra inebetita e con un tumore al petto, un’altra non poteva camminare. Ricordo di aver visto diverse volte alcune piangere di tristezza per non potersi fare qualche servizio e non aver nessuno tra le loro sorelle a cui chiederlo. Una volta e più di una, vidi la Madre Priora, che era impedita a una mano per una paralisi, supplicare Dio piangendo perché le mandasse qualcuno in suo aiuto.

Si vedevano quelle ampie scale, i grandi ambienti, i lunghi corridoi, ma in essi non si coglieva che un passato che lasciava nientr’altro che tristi e dolorosi ricordi. Sembrava che quelle pareti solitarie e tetre parlassero. A volte vedevamo alcune delle anziane trascinare i piedi o appoggiarsi alla parete e quelle, incontrandosi con noi, giovani e piene di vita e di entusiasmo, facevano risaltare di più il doloroso quadro di simili povere religiose, come un’immagine della morte. Se raccontassi qualcuna di queste scene in particolare resterebbe ancor meglio confermato quello che ho appena detto. Ma non lo ritengo necessario né conveniente (benché attualmente forse non è più viva nessuna di loro). Basterà che dica solamente quello che fa al caso per ammaestramento di tutti.

Un giorno la nostra Madre ci disse che aveva manifestato alla Madre Priora il suo desiderio di conoscere la loro Regola e che essa gliela diede da leggere. Dopo che la Madre Giuseppa ebbe letto attentamente questo libro, nel restituirglielo le disse: «Però, Madre Priora, mi sembra che la loro vita sia molto diversa da quello che è scritto nella Regola». «Certamente —rispose lei—, molte cose non si fanno e altre non si compiono nella forma come lì si prescrive». «E perché? —replicò la Madre—, cos’è stato che ha alterato e cambiato cose così sante come sono le Regole di un Ordine religioso?». «Non potrei dirglielo, Madre —rispose lei—, perché quando io entrai già non si facevano». Allora la Madre Giuseppa riprese: «Perché leggono questo libro, se non lo osservano?». «Io faccio come ho trovato che si faceva quando entrai in questo convento e come ho visto fare quelle che qui si trovavano, non ho aggiunto nulla. Sono tranquilla, perché non ho né cambiato, né tolto nulla».

Questo è un dato di fatto. Lei, credo, poteva essere tranquilla perché era un’anima molto buona (e tutte lo erano). La comunità non era più però come il Signore la voleva, non occupava il posto che nella sua Chiesa Lui le aveva assegnato, né adempiva il suo compito, dato che solamente lo si compie se ogni comunità resta fedele alla propria Regola. Individualmente potevano essere (e credo che lo fossero) tutte sante e accette al Signore, ma la comunità nel suo insieme non poteva piacergli, né aveva più ragione di esistere perché non adempiva più il compito peculiare che le era stato assegnato. Quanto è triste, lo ripeto, dover dire tutto questo e molto più lo fu per me assistere alla sua triste fine, per giusta decisione di Dio. In queste sue spose, il Signore non vedeva che anime buone, ma non religiose, il religioso infatti che non osserva la Regola professata non merita questo nome.

La Madre Giuseppa, molto amica della Madre Priora delle Francescane, le ribadiva queste verità che lei facilmente comprendeva, dicendole che così non potevano avere vocazioni che sono il sostegno della casa. Le sante Regole sono per una comunità come gli anelli di una catena che uniscono questo mistico corpo: se questi non esistono, non può esistere neppure la comunità.

Esse vedevano bene che così sarebbe successo e per questo erano tristi e sconsolate. Avevano visto accanto a loro nascere e vedevano sotto i loro occhi crescere, una nuova comunità. Ogni giorno più costatavano che si sviluppava e prendeva vita, quella vita che esse, dopo secoli di esistenza, andavano dolorosamente perdendo. Sembrava come se il Signore volesse far vedere apertamente che nel mistico giardino della sua Chiesa non verranno mai meno i fiori che devono adornarla sempre; però se una pianta langue, sarà sradicata e al suo posto se ne pianterà un’altra. Triste verità, ma certa! Pregavano e si raccomandavano a tutti i santi. Molte volte chiesero preghiere anche a noi, ma è molto difficile rialzare un edificio così caduto, cioè tornare ad osservare la propria Regola primitiva, che era l’unico mezzo di salvezza. Senza un miracolo straordinario non era possibile che quelle povere anziane, ammalate e così abituate a vivere in questo modo, potessero portare un peso che non avevano mai portato. Che grande responsabilità grava su chi ebbe la colpa o fu la prima che iniziò ad afflosciare, cambiare e rinnovare quello che era già tanto assodato e sicuro, essendo stato il mezzo di santificazione per altre!

Glorie passate di questo convento

In quel convento c’erano molte cose antiche e oggetti preziosi e di valore, che a volte ci facevano vedere come una cosa di cui si gloriavano, ma, ahi!, stavano ormai per scomparire… Noi, invece, che eravamo povere e bisognose di molte cose, ci sentivamo ricche per la pace, la consolazione e la speranza di un meraviglioso avvenire. Senza contare i calici d’oro, i paramenti sacri, tutte cose di valore, credo che la maggior ricchezza la possedessero nelle reliquie: ne avevano molte e di preziosissime. Teste intere di santi e di martiri, almeno sette o otto (ciascuna custodita nella sua cassetta o urna), ossa di braccia e di gambe collocate in cristalli, rivestiti d’oro, di seta e pietre preziose. Era veramente ammirabile sia per la magnificenza che per la quantità quello che possedevano in reliquie ed oggetti sacri.

Anche nella cronaca del convento c’erano cose che facevano tanto onore. La nostra Madre la lesse e ci disse che erano degne di ammirazione, che non si potevano imitare le grazie straordinarie e i favori concessi ad alcune religiose di quella comunità. Avevano un Crocifisso che aveva un braccio schiodato per abbracciare una religiosa, alla quale aveva parlato. Il demonio era apparso ad altre per molestarle ed ingannarle, se gli fosse stato possibile, invidioso del fervore e delle virtù che vedeva regnare in quella comunità. Oh che dolore!, tutte queste glorie erano vicine a scomparire e a svanire nell’oblio e nel nulla.

Il vescovo disse loro che, quando se ne fossero andate le Passioniste (noi), non avrebbe più permesso loro, essendo così poche, di rimanere in quella vastissima casa, né avrebbe più mandato loro il Cappellano per la Messa e che dovevano unirsi ad un’altra comunità. Si capisce facilmente la loro contrarietà. Supplicavano il vescovo perché aspettasse, ma non ci fu rimedio. Dovettero obbedire e poche settimane dopo che noi lasciammo il convento dovettero andarsene anche loro. Le cose del convento, parte furono vendute e parte rimase al vescovo, soprattutto le cose di Chiesa. E la casa, quel luogo dove per secoli era stato servito e lodato il Signore, fu venduta a diverse persone, credo secolari. Le monache Francescane, nella comunità a cui furono destinate, dovettero ripetere il noviziato e la professione della nuova Regola, occupando il posto che veniva dopo le ultime che erano entrate.

Credo di aver detto abbastanza sopra questo argomento per lo scopo che mi ero prefisso, in modo che tutte noi che abbiamo la fortuna di essere religiose amiamo intimamente la Regola e procuriamo di osservarla fedelmente e, per quanto è in nostro potere, di farla amare ed osservare. Dopo la professione, per il religioso, la Regola è il più grande tesoro che ci sia sulla terra e l’unico mezzo per raggiungere la gloria che Dio gli ha preparato in cielo, se mantiene le sue promesse. Diversamente capiterà loro quello che capitò al suo popolo infedele, al quale Dio, per mezzo del profeta Isaia, disse: «Per quale ragione, o Israele, ti trovi in terra straniera? Perché abbandonasti la fonte della sapienza: se tu avessi infatti camminato per la via di Dio saresti vissuto nella tua terra in pace perenne» (cf. Is 1, 2-9; anche Ger 2, 13-19).

Momento dell’addio

Dirò soltanto alcune parole sul giorno doloroso della separazione. Negli anni in cui le due comunità erano state unite, molte volte ci siamo prestato sostegno e consolazione l’una all’altra, ma ora noi ci separavamo con un destino molto differente. La loro comunità restava nella morte, la nostra entrava in pieno nella vita. Quante lacrime versarono le poverette! La Madre Priora chiese alla nostra Madre, come ultimo sollievo e consolazione (il giorno in cui ci separammo) che stesse due ore con lei per aver modo tra loro due soltanto di sfogare il suo cuore angustiato in quello materno e compassionevole della Madre Giuseppa. Questa la incoraggiò a soprannaturalizzare il suo dolore e guardare al cielo, dove non ci sarà né pianto né dolore, dato che dalla terra la poveretta non avrebbe potuto più attendersi nessuna consolazione.

Conservo sempre viva la memoria di queste buone Francescane che con noi si mostrarono tanto deferenti e caritatevoli nel tempo in cui restammo nella loro casa. A me in particolare la Madre Priora voleva molto bene. Una volta passai vicino al loro refettorio. Pensando che nessuno mi vedesse mi fermai e sporsi un poco il capo per guardare, senza accorgermi che lei stava a pochi passi parlando con la nostra Madre. Appena mi vide, chiese alla Madre Giuseppa di permetterle di portarmi a vedere la loro casa. Ci andammo, di fatto, tutte e tre e restammo molto soddisfatte per le delicate attenzioni che aveva per noi e la premura di compiacerci, aprendoci di volta in volta porte ed armadi per soddisfare la mia curiosità.

Un altro particolare che mi fa ricordare con affetto e gratitudine questa buona Madre è dato dal fatto che, al tempo in cui ero postulante, mi si erano formati geloni ai piedi, rendendoli molto gonfi. Era il primo anno che andavo scalza. Lei, vedendo che non riuscivo a camminare, ne provò pena e disse alla Madre che conosceva un rimedio e la pregò di permetterle di curarmeli. Andai da lei, che mi fece sedere su un divano e poi si mise in ginocchio davanti a me come se fosse un’umile serva. Era molto distinta per il suo incarico, la sua età e, per la sua posizione, fine ed educata. Io ero confusa, poiché non potevo rassegnarmi a questo, ma lei, con parole di madre e di santa, mi tranquillizzò dicendo che era lei ad essermi obbligata per la soddisfazione che le offrivo nel poter prestare a me quel servizio. Dopo che ebbe terminato il suo lavoro abbastanza complicato (dovette infatti aprirmi la parte gonfia perché aveva cominciato a fare pus) mi baciò il piede e me lo strinse con un amore ed affetto soprannaturale, dicendomi: «Vede? Ha lasciato nel mondo una madre e in convento il Signore gliene ha date due che l’amano anche di più di quella che ha abbandonato per amor suo…». Io, nel vedere tanta bontà, andavo con il pensiero a Gesù, poiché in lei vedevo Lui e gli dicevo: «O Gesù, quanto sei buono! Quanto è meravigliosa la tua carità!».

Come ricordo di questa buona Madre, di nome Suor Buonaventura, ho e conservo con amore una devota immaginetta che mi regalò in occasione della mia professione con la seguente iscrizione di suo pugno: «Se il 5-7-1908 ti ricorda le tue nozze con Gesù, ti deve ricordare anche delle povere Francescane». Sì, le ricordo e le ricorderò sempre e non cesserò mai di pregare per loro, in attesa di riunirci un giorno in cielo.

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