43. Nel nuovo convento

43. Nel nuovo convento

Finché restammo con le monache Francescane si può dire che la nostra comunità non aveva vita autonoma da loro. A loro toccava la portineria, la ruota, la cappella, l’ordinazione delle Messe… Il loro confessore era anche il nostro, lo stesso vale per le loro feste religiose e le prediche che avevano; la maggior parte di queste cose, per necessità. dovevano essere in comune. Così molti punti della nostra santa Regola non si potevano osservare, o non era possibile farlo nella maniera e nella forma che la stessa prescriveva.

Il primo incarico: sacrestana

Entrando nel nostro proprio convento si organizzò pienamente la santa osservanza ed il regime interno ed esterno come si doveva. In particolare, una delle prime cose fu l’assegnazione degli incarichi e degli uffici. A me fu assegnato quello di sacrestana, in compagnia della Madre Gabriella. Ebbi una graditissima sorpresa quando la Madre mi disse: «Consorella Maddalena, il suo incarico è quello di sacrestana» e mi vennero affidate tutte le cose del Signore perché ne prendessi cura. Mi sentivo così miserabile ed indegna di un tale ufficio!… Ero la meno adatta a svolgere lavori così delicati. L’amore non cerca però convenienze, ma l’unione.

Io amavo Gesù, ma lui amava me molto di più. Il suo amore verso la povera sposa lo indusse a scegliermi o a preferirmi alle altre per il servizio del suo altare, si può dire anche della sua stessa divina persona. I corporali infatti che io lavavo e stiravo, i purificatoi ecc., dovevano toccare l’Ostia adorabile, pulire il calice dove c’era stato il suo Sangue sacrosanto. Le ostie che le mie mani preparavano diventavano come il velo che nascondeva gli splendori divini dell’Umanità sacrosanta del mio Gesù perché gli uomini potessero sopportare la sua presenza senza morire. Con grande amore mi dedicai a questi lavori che mi mettevano in contatto diretto con Colui che era stato ed era l’unico anelito del mio cuore, il centro dei miei amori, la mia vita, il mio respiro, il mio tutto: Gesù Sacramentato. Tra me e Gesù Ostia erano avvenute tante cose!

Quel poco che sapevo di cucito, ricamo e uncinetto lo misi tutto al servizio del mio Padrone adorato. Feci rami di fiori artificiali, cesti e ornamenti per l’altare che io consideravo come il trono regale del mio Sposo. Preparavo delle fioriere con fiori profumati. (Oh, i fiori, i fiori quanto mi parlavano!). Quando nell’appezzamento di giardino che ci avevano assegnato (e che io chiamavo il giardinetto di Gesù) li piantavo, li seminavo, li potavo e li irrigavo, li pulivo dalle erbe e davo loro il concime, facevo tutte queste cose in senso mistico, le applicavo alla mia anima che era il giardino principale dove il mio dolce sposo si ricreava e voleva raccogliere fiori e frutti di virtù.

Alla sacrestana non tocca solo suonare le campane esterne, ma anche mandare il segnale di tutti gli atti comuni con la campanella interna. Che soddisfazione provavo nel fare questo! Mi immaginavo Gesù solo, triste, afflitto, addolorato, come un povero infermo —infermo di amore—, bisognoso dell’aiuto di qualcuno. Nel prendere in mano la campanella per suonare, sembrava che mi si allargasse il cuore e dicevo: «O Gesù, consolati! Tra qualche minuto non sarai più solo. Vado a chiamare le persone che vengano a consolarti ed alleviare i tuoi dolori e gli abbandoni d’amore che ricevi». Per chiamare al coro di solito si suona tre volte. Al primo tocco le religiose interrompono il lavoro, lo compongono e lo mettono al suo posto di custodia, in modo da essere pronte al secondo. Esso si dà dopo sette minuti, durante i quali si può andare in coro per prepararsi a cantare le lodi divine, o per fare una stazione della Via Crucis, o il Calvario, secondo la devozione di ciascuna. (Questo si può fare durante l’altro mezzo quarto d’ora che si lascia prima di incominciare la recita dell’Ufficio).

Le sacrestane hanno il privilegio di poter entrare in coro per prime; e così, invece dei 7 minuti, hanno un quarto d’ora libero per approfittarne e stare con Gesù. Mi piaceva molto stare già in coro quando arrivavano le monache. Vedendole venire, mi sembrava che fossi io a presentarle a Gesù e a riceverle. Potevo quindi rivolgermi a Lui con maggior ragione e dirgli: «Ora vengono, vengono tutte queste anime che tu stesso hai scelto per il riposo del tuo amore dimenticato… Vengono ora per mettersi ai tuoi ordini… Ordina loro quello che vuoi, chiedi loro quello che desideri: per questo si riuniscono qui ora davanti alla tua presenza».

Un’altra particolarità che è riservata pure alle sacrestane del nostro Istituto è quella di poter andare a sistemare l’altare e la chiesa fuori della clausura. Non so come si sia ottenuta l’approvazione di questa legge, perché credo che sia quasi unica. Le altre monache di clausura di solito non escono per riordinare la chiesa, ma lo fanno i sacrestani esterni. Il nostro santo Padre lo ha messo nella nostra Regola, ed essendo approvata dal Papa nessuno più ormai ci può togliere questo così gradito incarico. Tuttavia le religiose, prima di andare in chiesa, devono usare alcune precauzioni, come quella di far chiudere tutte le porte esterne e consegnare le chiavi alla Madre Presidente.

Nei giorni in cui andavamo in chiesa, cosa che ordinariamente avveniva due volte la settimana, io mi sentivo al settimo cielo. Presto, presto facevo tutto quello che c’era da fare per sistemare e pulire e poi me ne rimanevo un po’ lì con Gesù, sola soletta, senza che nessuno mi vedesse, come è gradito all’amore. Mi inginocchiavo davanti all’altare, vicina, vicina al tabernacolo e con lo sguardo e il cuore, perché le labbra non potevano pronunciare parole, quante cose io dicevo a Gesù! Gli ricordavo quei tempi quando là nel mondo potevo rubare qualche ritaglio alle faccende di casa e volare davanti al tabernacolo, il più delle volte solitario e abbandonato… Allora sognavo, sognavo sola con la felicità di cui ora stavo godendo. Quante volte, con il cuore pieno di ansia di lasciare il mondo, solevo dirgli e ripetergli: «O Gesù! Amore mio! Quando verrà il giorno in cui, rinchiusa dentro le mura di un convento, potrò presentarmi davanti a Te rivestita della santa divisa di tua sposa e dirti: ora mi tieni per sempre prigioniera del tuo amore dentro queste mura benedette?…».

Questi aneliti ora erano realizzati: la sua promessa sposa di una volta era ora sua sposa. Avevo 21 anni, erano passati soltanto tre anni da quei tempi meno fortunati, e quante grazie e misericordie divine erano scese dal suo Cuore generoso nella mia povera anima che confusa lo adorava!… Mi sentivo molto riconoscente; in me si compivano perfettamente le parole del Profeta: «Sollevò il povero dalla polvere per farlo sedere tra i principi del suo popolo» (cf. Sal 112, 7-8). Avevo ottenuto anche di più di quello che pensavo, poiché mi sarei ritenuta molto fortunata già con il solo scopare le scale della casa del Signore. Ora invece mi vedevo favorita con un incarico che mi teneva sempre molto vicina a Lui. «Quanto è buono il Signore verso quelli che lo cercano con cuore puro!» (cf. Sal 72, 1).

Lì, accanto a Gesù, evocavo i tempi in cui mi ritenevo fortunata quando il parroco mi ordinava di fare qualche lavoretto o aggiustare delle cose della chiesa. Ora questa era la mia unica occupazione, in essa impiegavo le mie forze, trascorrevo i miei giorni. I sabati o nelle vigilie delle feste, andavo in cerca di fiori e ne facevo dei mazzolini per portarli a Gesù Sacramentato della mia parrocchia. Anche adesso quello era il mio incarico di tutti i giorni. Allora e ora, nel metterli davanti a Gesù, ripetevo quei versi di sant’Alfonso: «Fiori, felici voi che notte e giorno — davanti al mio Signore ve ne state — né vi partite mai finché d’intorno — la vostra vita al fin non vi lasciate». Come poteva il mio cuore non godere nel vedermi in possesso di una felicità da tanto tempo desiderata e sospirata?

Collaborazione del P. Germano

Ogni volta che veniva, il P. Germano era solito portarci dei regali per la cappella. Io li ricevevo come fatti a me, perché Gesù ed io eravamo una cosa sola. Gli ero molto riconoscente nel vederlo interessato per le cose della chiesa. Mi sembrava che per questo motivo io gli volessi bene in modo speciale. Sentivo verso di lui un amore simile a quello che una madre sente verso il benefattore di suo figlio. Una volta ci portò dei candelabri di legno. Lui stesso volle dipingerli e dare la doratura proprio lì nella nostra sacrestia. «Se vedessero il P. Germano! —ci disse l’incaricata dei rapporti esterni—; è al lavoro, con il suo grembiule, così assorto nella sua opera che sembra non accorgersi di nulla e di niente».

Volle dare la doratura con la porporina anche alla grata che si trovava dietro l’altare e separava il nostro coro. «Voglio —ci disse— che abbiate una grata dorata, perché nel vederla vi ricordiate più spesso di apprezzare la grande grazia che il Signore vi ha fatto nello scegliervi tra la massa del mondo e attirarvi a questa santa casa. Molto preziose, molto più dell’argento e dell’oro, sono queste porte e queste grate che vi separano da un mondo così iniquo e perverso».

Povero Padre! Erano queste le ultime prove che ci dava del suo immenso amore verso questa fondazione che poteva proprio chiamarsi sua e di Gemma. Molto presto Dio lo avrebbe chiamato a ricevere il premio delle sue molte fatiche e dei suoi santi desideri.

Questa era la mia vita esteriore nel nuovo convento di «Via Orto Botanico». Senza dubbio aveva i suoi incanti e le sue attrattive per l’ufficio che mi era stato assegnato e che mi permetteva di dedicarmi esclusivamente al servizio del mio Sposo celeste. In verità, ora che ho provato tutti gli incarichi, devo aggiungere che quello di sacrestana (nonostante le sue attrattive) è uno dei più faticosi e che richiede più sacrifici. Questo lo sa benissimo chi lo ha provato, poiché nelle feste e nei giorni speciali nei quali le altre vanno più raccolte e più riposate, le sacrestane hanno più lavoro, distrazioni e preoccupazioni dovendo stare attente che tutto sia a puntino, nel tempo e nel posto. Chi non è stato sacrestana, forse sarà sorpresa nel sentire questo, ma non chi ha rivestito questo ufficio. A volte, durante le funzioni soprattutto, tutte si trovano tranquille in coro, senza preoccupazioni, mentre la sacrestana è in sacrestia sacrificando la dolce calma e il riposo della preghiera della Maddalena, per servire come Marta lo stesso Gesù che le altre stanno dolcemente godendo.

Aggiungerò anche, per la luce che ora Dio mi dà sul sacrificio, che quando l’obbedienza così dispone (come sempre succede con le religiose) questo ufficio merita di essere amato e desiderato, poiché offre frequenti occasioni di sacrificarsi e di immolarsi, giacché priva di soddisfazioni sante ed innocenti, come sono, ad esempio, la tranquillità dell’orazione e a volte della ricreazione e la compagnia delle altre, poiché si è più vicine a Gesù e ci si occupa delle cose che riguardano il suo servizio.

Sì, o Sposo Gesù: da quando ho capito il valore unitivo del sacrificio fatto per amore, lo preferisco alle visioni e alle estasi, perché Tu mi hai amato e mi ami sacrificandoti per me. Io voglio che il mio amore sia simile al tuo…

L’anima che imita Gesù Sacramentato nella sua immolazione mediante il sacrificio dimostra più amore di quella che gode della sua compagnia e del suo amore servendolo e adorandolo.

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