46. Gli ultimi giorni

46. Gli ultimi giorni

Stavamo aspettando da un giorno all’altro la lettera del P. Provinciale nella quale, come ci aveva promesso, ci avrebbero indicato il giorno della partenza. Questa lettera non arrivava più. Forse, pensavamo, è sorta qualche difficoltà e non si parte più. Nelle cose umane non c’è mai nulla di certo. Con ciò sembrava che noi quasi ci stessimo illudendo di una cosa che sul punto più bello era svanita.

Iniziano i commiati

In questo tempo venne mamma al convento e, quando seppe come stavano le cose, diceva folle di contentezza: «Io lo sapevo… Mi era sempre parso che questo non si sarebbe realizzato!». Mentre lei si trovava in parlatorio si diede il caso o il Signore misericordioso lo permise, che ci fosse la necessità di aprire la porta della clausura per introdurvi qualcosa. Quando mamma si rese conto di questo, corse subito alla porta e chiese alla Madre di permetterle di darmi un bacio (né lei né io pensavamo che questo sarebbe stato l’ultimo). Mi diede un forte abbraccio e, come fanno le madri, quasi voleva mangiarmi tra le lacrime di consolazione e di dolore, bagnandomi con quelle tutto il volto. Traendo dalla tasca una grande corona di rosario che lei usava mi disse: «Prendila, figlia, come ricordo di tua madre e, quando io sarò morta, recitala molte volte per me».

La presi con gioia, la baciai e le promisi di fare quello che mi chiedeva, rimanendo tutte e due commosse, come si può immaginare.

A questa si succedettero altre emozioni anche più tenere e toccanti. Poco tempo dopo che era venuta mamma arrivò la lettera del Padre Provinciale che fissava il giorno in cui, finalmente, sarebbe venuto a prenderci e questo era molto vicino. Allora, una volta sistemate le cose, raccolsi le mie idee e i miei pensieri per fare il più generosamente possibile il sacrificio che Dio mi chiedeva. Il maggiore per me, l’ho già detto, era lasciare la Madre Giuseppa. Cercavo di approfittare di tutti i momenti che i suoi impegni lo permettevano, per stare con lei, ricevere i suoi consigli e le sue istruzioni, specialmente intorno alle esercitanti e alle bambine da preparare alla prima Comunione. Dato che noi avevamo il permesso dalla Regola di poter ricevere dentro la clausura sia le signore secolari che le bambine, il Padre Provinciale ci aveva detto che in Messico avremmo potuto fare con questo mezzo un grande apostolato. Aggiungeva che diverse signorine, con la vocazione da Passioniste, stavano già aspettando che noi andassimo là per prendere cura di loro e per chiarire la loro vocazione dopo un corso di esercizi spirituali fatti in nostra compagnia. Io credo di aver avuto qualche attitudine per questo e di essermi in questo anche un po’ esercitata. La Madre infatti mi affidò la direzione di alcune signore che si erano ritirate per fare gli Esercizi spirituali a Lucca e inoltre avevo già preparato anche diverse bambine alla prima Comunione. Erano rimaste molto soddisfatte sia la Madre che le bambine stesse che mi seguivano sempre, molto affezionate per il bene che, come dicevano, avevo loro fatto.

Così, andando in Messico, si presentava davanti ai miei occhi una prospettiva molto lusinghiera per il mio ardente cuore. Mossa dalla carità del Dio del Calvario, ero infatti ansiosa di riunire ai piedi della sua croce molte anime rivestite della sacra livrea della sua passione e accendere in altre il fuoco dell’amore che si sprigiona dalle sue fiamme sanguinanti e dalla sua dolorosa morte. Erano quelli i giorni nei quali il mio cuore stava godendo e soffrendo nello stesso tempo. Mi sentivo felice di sacrificarlo tutto per la gloria di Dio e sperimentavo insieme il dolore di separarmi per sempre dalle persone tanto amate. Quando mi incontravo con la Madre rimanevo un po’ con lei, ma subito apparivano le lacrime…

Conoscendo la Madre quanto il mio amore verso di lei mi faceva soffrire, come donna forte e santa quale era, incominciò a trattarmi con qualche rigidità e durezza. Un giorno in cui andai a chiederle qualcosa, mi rispose seccamente: «Mi lasci in pace; non venga a disturbarmi, perché ho molto da fare. Lei chiede sempre: si accontenti di quello che le dànno». Certamente non me l’aspettavo, né potevo supporre una simile risposta da parte di colei che mi aveva sempre dimostrato un affetto materno e che fino allora mi aveva circondato di grande tenerezza ed affetto dovunque.

La dolorosa separazione dalla Madre Giuseppa

Al momento di congedarci, la Madre mi rivelò il motivo per cui mi aveva trattato così duramente: «Figlia mia —disse—, mi scusi se qualche volta l’ho trattata con una certa durezza; l’ho fatto perché lei non sentisse tanto la separazione». Che lo avesse fatto soltanto per questo motivo, non ho il minimo dubbio, perché le delicatezze che mi dimostrava erano tante che io rimanevo sorpresa come potesse pensare a tante cose. Mi diede vari oggetti che, diceva, mi sarebbero potuti essere utili o profittevoli: delle piccole forbici per il viaggio, un coltellino, un bicchiere per bere ecc. Mi regalò pure dei libri che lei sapeva mi piacevano, con pensieri scritti di suo pugno e con la sua calligrafia. Tra questi si trovava una vita voluminosa e bella del mio caro san Giovanni Berchmans, che poi (siccome era un libro molto voluminoso) mi servì soltanto per fare un doppio sacrificio, poiché non mi fu permesso di portarlo.

Una mattina dopo la santa Messa, nel ritornare alla cella, incontrai per la scala la Madre che saliva come al solito lentamente e appoggiata alla ringhiera. Io subito le offrii il braccio dicendole: «Madre, si appoggi a me; quando sarò lontana avrò la consolazione di pensare che l’ho aiutata almeno una volta». Ella sorridente e compiaciuta accettò subito il mio povero servizio e con un affetto straordinario piegò la testa fino a toccare la mia e mi disse: «Consorella Maddalena, Gesù mi ha detto questa mattina che le concederà la grazia che lei gli chiese» (si trattava di una grazia spirituale che io gli avevo chiesto per il bene della mia anima e di un’altra persona a me molto cara). Queste parole della Madre mi produssero tanta consolazione, ma nello stesso tempo mi ravvivarono anche il dolore della prossima separazione.

Un altro giorno io ero un po’ in pena a causa di mamma. Cosa farà —pensavo—, quando verrà qui e non mi troverà più? Infatti avevamo deciso di partire, senza dirle nulla. Sarà contento il Signore che io faccia questo, oppure gli dispiacerà se io dò questo disgusto a mamma? Mi capitò allora una cosa che (siccome è una leggerezza da bambina o una curiosità impertinente) forse farei meglio a tacere, ma preferisco dirla perché, mentre dimostra la mia imperfezione, rivela apertamente la santità della Madre Giuseppa e la grande bontà del Signore che accondiscese al mio desiderio e soddisfece un mio capriccio, avendo compassione della mia debolezza ed imperfezione. Dissi tra me: «Voglio andare a dire alla Madre una sofferenza che ho. Se lei nell’udirmi mi darà un bacio in fronte lo prenderò come segno che il Signore è contento che io vada in Messico e soddisfatto del come vanno nel loro insieme tutte le mie cose».

La Madre era sempre molto distaccata e seria, di conseguenza non si poteva supporre che lei commettesse una simile leggerezza, impropria per una religiosa e ancor di più per lei che era Superiora. Ma il Signore seppe trovare il modo di conciliare le due cose, cioè di accondiscendere alla mia richiesta, senza scapito della serietà della Madre. Lei rispose alla domanda che le feci: «Stia tranquilla, figlia mia; Gesù è contento di lei e le darà il segno che gli ha chiesto, ma non adesso, bensì il giorno che partirà per il Messico. Allora non solo le darò un bacio, ma molti…». Se non avesse letto nel mio intimo, non avrebbe potuto dirmi questo, perché io non avevo detto niente a nessuno.

Congedo dal Direttore spirituale

In quei giorno venne pure, o lo fece venire il Signore, da Roma il mio buon P. Ignazio. In quest’occasione ebbi la soddisfazione di ammirare una volta di più le sue virtù, di congedarmi da lui a voce e di conoscere meglio come sotto la sua apparente durezza o freddezza nascondeva delicatezze di santo, proprie di quel Dio che mi rappresentava.

Tempo prima io gli avevo domandato un consiglio. Avevo la corona del rosario che portavo alla cintura incatenata male e fragile, per cui ogni tanto mi si rompeva. Se lo avessi detto a mamma, o a qualche altra persona mia conoscente, con molto piacere me ne avrebbero comprata un’altra o fatto rinnovare la mia con una catena più solida. Per ottenerlo bastava che avessi chiesto il permesso alla Madre, che, credo, me lo avrebbe concesso senza difficoltà. Ma lo consideravo un atto imperfetto e perciò non osai farlo. Mi consigliai con il Padre, il quale —secco e fermo come faceva di solito— mi rispose con queste parole: «Non lo chieda».

Dal giorno in cui avevo domandato questo parere erano passati forse due o tre anni e trovandomi ora quasi alla vigilia della partenza, lo stesso Padre —di motu proprio (di sua iniziativa) e con grande sorpresa per me— mi disse: «Ora può chiedere la corona del rosario». Come rimasi nell’udire quelle parole! Quanto è buono il Signore, dissi subito. Non fu per la corona del rosario che gioii, ma piuttosto nel vedere la bontà del Signore che servendosi del suo ministro mi faceva vedere ancora una volta come non si dimentica, né lascia senza ricompensa i più piccoli sacrifici che si fanno per amor suo e dà il premio già in questa vita. Non soltanto ebbi una corona del rosario buona come io desideravo, ma anzi (siccome non c’era più il tempo per richiederlo a nessuno), quando lo chiesi alla Madre, lei mi diede il suo, che io apprezzavo come fosse una reliquia. È quello che ancora oggi porto e che come credo di aver già detto altrove venne sciolto con stizza dal demonio e poi, per ordine della Madre, le ritornò di nuovo intero.

O Gesù, quanto io devo al tuo amore!… Se mi hai chiesto qualcosa, molto maggiore è stato sempre quello che tu mi hai dato. Queste cose sembrano piccole, ma non lo sono per l’anima che, come la mia, sa che provengono dal tuo delicato amore ed hanno per fine il farmi conoscere la tua bontà più che materna per attirarmi sempre più al tuo amore.

Commovente congedo da un religioso cappuccino

Terminerò di parlare degli eventi di questi giorni con uno che risaltò sopra tutti gli altri e che contribuì a dare ali a noi che stavamo per lasciare la comunità.

Un religioso cappuccino, amico della Madre, chiese a questa, o le mostrò il desiderio di congedarsi dalle religiose che partivano rivolgendo loro un sermoncino. Venne a celebrare la santa Messa e, nel momento in cui era alla finestrella della Comunione con la Pisside in mano, cominciò a parlare con stupore di tutte, poiché non pensavamo che avrebbe scelto quel momento e quel posto. Non posso tralasciare di trascrivere in sintesi quello che ci disse questo santo servo di Dio che, per le sue ardenti parole e per l’effetto che produsse in tutte noi che lo ascoltavamo, lasciò bene intravedere che aveva il cuore acceso di vivo amore divino.

Scelse come tema le parole che il Profeta Regale pone sulla bocca del Salvatore durante i dolorosi abbandoni della sua passione: «Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati. Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto» (cf. Sal 68, 21-22). E, rivolgendosi a Gesù Sacramentato, che aveva davanti agli occhi e come rispondendogli alle parole citate, continuò dicendo:

«O Gesù, divino amante delle nostre anime, cessa, cessa di ripetere il doloroso lamento che ci hai fatto udire e che rivela, al pari del tuo immenso dolore, la nostra somma slealtà e ingratitudine. Non dire più questo, Gesù dolcissimo, si consoli il tuo Cuore assetato di amore. Qui tu hai anime generose che, per soddisfare questa tua sete, sono disposte a sacrificare tutto generosamente: patria, famiglia, amicizie, tutto. Tutto l’offriranno volentieri al tuo amore per portare alle anime in terre lontane il fuoco sacro che sei venuto ad accendere nel mondo, per accendere altre anime che si uniranno a loro con lo scopo di consolare il tuo Cuore amante, negli abbandoni della tua passione e morte. O Gesù, Salvatore nostro, che concludesti la tua vita sulla Croce per attirare tutti a Te: io, tuo ministro, benché indegno, ammiro con gioia il sacrificio che presto ti faranno queste vergini tue spose. Mi compiaccio di offrirlo al tuo Divino Cuore in riparazione delle ingratitudini degli uomini e per impetrare su tutti loro la misericordia, la conversione, il perdono. Ti offro il sacrificio di quelle che partono e di quelle che restano; le une e le altre lo fanno per adempiere la tua santissima volontà e con la speranza di tornare a riunirsi un giorno tutte in cielo. In questo momento in cui stai per entrare nelle loro anime consolati con loro, benedici i loro aneliti e desideri che le consumano di compiacerti, di amarti, glorificarti, e concedi loro di poterli soddisfare tutti per la gloria del tuo nome».

Poi si raccomandò alle nostre preghiere, ci promise le sue dicendoci che offriva per noi il santo Sacrificio che stava celebrando e ci diede la santa Comunione. Tutte la ricevemmo ardenti e commosse fino alle lacrime e con i sentimenti che si possono immaginare.

Quante volte, ricordandomi degli effetti che produssero in me le parole di questo servo del Signore, ho pensato quanto valga un ministro di Dio pieno del suo spirito e acceso del suo amore! Di quanti atti buoni fu origine questo zelo!

O Gesù, bramo molto, molto di amarti, di amarti senza misura per poter fare altrettanto, cioè, portare le anime al tuo amore. Desidero vivamente che tutti siano ripieni del tuo spirito, accesi del tuo amore, specialmente i tuoi ministri, che sono anime consacrate a Te. Accetta ed esaudisci le mie ansie e i miei desideri di ora e di allora. Oh, quante anime desideravo e desidero guadagnare al tuo amore! Sognavo di attrarne molte alla tua Croce perché bevessero alle tue piaghe sacrosante la salvezza, la vita, la luce, l’amore. Mi offrii per questo a tutti i sacrifici, a tutte le fatiche, ai martîri, alla morte. Tu sai quello che io desideravo. Conosci quanto grandi erano le mie aspirazioni e quello che poi successe. Io so pure che il tuo paterno amore considera come fatto tutto quello che le anime desiderano sinceramente fare per Te. Se le mie sincere aspirazioni non sono ancora state soddisfatte, accetta questo mio sacrificio e per esso concedimi che lo siano più avanti, poiché le ho ancora ed anzi più ardenti, più forti, più vive fino al punto da formare l’incessante martirio della mia anima. Se non vuoi concedermi di vederle soddisfatte finché sono viva, non negarmi questa grazia quando io avrò lasciato questa vita per riposarmi nel tuo seno. Un giorno mi promettesti, —dolce promessa!—, che avresti fatto di me un carbone acceso per bruciare tutto quello che tocca; che avresti benedetto le mie opere, le mie parole, i miei scritti, affinché tutto e per sempre fino alla fine del mondo servisse per farti amare; che tutte le persone che in qualche modo avessero avuto relazione con me, ti avrebbero amato di più. Ti chiesi questa grazia e me la promettesti: adempila dunque, adempila, perché io credo che il tuo amore infinito lo fa senza guardare all’indegnità di un così vile strumento come questo di cui vuoi servirti. Sì, credo che tu farai cose grandi per mezzo mio. Corona la mia fede, la mia speranza di amarti sempre di più, di farti amare da molti in vita, in morte e per l’eternità. «In Te Domine speravi, non confundar in aeternum».70


70 «In Te, Signore, ho sperato, non sarò confuso in eterno» (dall’Inno «Te Deum»).

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