5. In una valle di lacrime

5. In una valle di lacrime

Dice lo Spirito Santo che tutte le cose hanno il loro tempo: «Omnia tempus habent».6 Finora, come abbiamo visto, per la mia famiglia era stato tempo di gioie sante… I giorni passavano così gioiosi e sereni che sembravano farci dimenticare che eravamo di passaggio su questa terra, giustamente chiamata valle di lacrime. Per noi questo, come avverte Salomone, era il «tempo di ridere»; al quale sarebbe seguito il «tempo di piangere».7

Grave malattia del padre

Era l’anno 1894, quando un giorno di festa tutta la famiglia era uscita a passeggio. Quanto eravamo contenti! Dopo aver passeggiato ed esserci divertiti, il babbo per completare la nostra allegria ci portò in un caffè a prendere un rinfresco. Disse a Luxindina, la preferita come già sappiamo, che ordinasse lei. Dopo esserci seduti, al presentarsi del cameriere, udimmo ammirati le parole di quella piccola di meno di quattro anni: «La prima cosa che chiedo è che faccia il favore di pulire bene il tavolo, perché noi ci macchiamo i vestiti». Fatto questo, indicò con il dito che servissero alcuni biscotti che aveva visto in un vaso di cristallo. Stavamo approfittando della grazia e della cortesia di questa creatura angelica, quando (al momento di alzarci) il babbo ci disse che un forte dolore gli aveva colpito le gambe e che non poteva muoversi. Aspettammo, ma senza risultato; provarono con frizioni e panni caldi, tutto fu inutile. Fu necessario che la mamma prendesse una carrozza e così tornassimo tutti a casa dove fino a poche ore prima non c’era altro che allegria…

Ora… quale differenza! Non si vedevano più che ombre di tristezza che si riflettevano in noi, facendo sentire a tutte, ciascuna secondo la sua capacità, le prime gocce di dolore che dovevamo provare (credo di poter dire così) in tutte le sue svariate forme, per lunghi anni, senza interruzione, né consolazione, eccetto quella che ci dava la fede. Era Gesù che non accontentandosi più soltanto di stare in mezzo a noi, ci dava da bere il suo calice, o meglio dava a noi se stesso: infatti Lui si fece, per amore nostro, la personificazione del dolore.

Oh, l’ora del Getsemani, ora nella quale inizia per i seguaci del Salvatore il cammino doloroso che deve condurli al Calvario, ad imitazione del divino paziente che incominciò la sua dolorosissima passione nell’orto degli ulivi! Oh, a chi ti conosce, quanto sei preziosa! Chi ti riceve con amore e ti brama come Gesù, convinto che questo è il cammino per arrivare alla gloria e sul quale per primo è passato lui! La maggior parte di noi uomini siamo ciechi; soltanto amiamo e ci lasciamo trasportare da quello che ha l’apparenza di bene, senza interrogare la fede, che è l’unica che ci scopre i veri beni (le sofferenze) dove sono rinchiusi tesori di infinito valore. Oh, se io allora avessi avuto la luce, che ho ora per la misericordia di Dio, con quale generosità avrei pronunciato il «fiat»8 di Gesù e fatto in modo che tutti, dopo aver pronunciato il «transeat»,9 ripetessero anche con coraggio: «Signore, non si faccia la mia volontà, ma la tua!» (cf. Lc 22, 42). Senza dubbio l’abbiamo fatto, anche se temo non sia stato con la generosità che meritano grazie così preziose del Signore.

Il babbo stava a letto, impossibilitato a muoversi e ad usare le gambe. Se qualche volta si alzava era solo per constatare meglio la gravità del suo male e dissipare le nostre speranze, che non volevamo abbandonare, che si trattasse di dolori passeggeri, che se ne sarebbero andati da un giorno all’altro. La sua incapacità a muoversi aumentava; non poteva fare più che qualche passo con molta fatica ed appoggiandosi. Si chiamarono medici, si fecero consulte, si spese in medicine e cure tutto quello che si giudicò conveniente. Pensando che si trattasse di un fatto nervoso, provarono anche le scosse elettriche, ma tutto fu inutile: con ciò non facevamo che moltiplicare i danni. La mamma non scartò veramente niente, anche se tutto fu senza risultato.

Passati così vari mesi, un medico (che soffriva nel vedere che spendevamo tutto inutilmente) disse alla mamma che smettesse di spendere, perché nessuna medicina, né alcun medico lo potevano curare. Si trattava di una paralisi progressiva, malattia incurabile per natura. Poteva durare anni, senza però alcuna speranza di cura né di miglioramento: anzi, al contrario, sarebbe andato sempre peggiorando. E così fu. Ognuno può immaginarsi in che stato rimanesse la mamma a quella notizia! Vedere un uomo alto, robustissimo, che sembrava il fiore della salute, giovane (contava infatti poco più di 40 anni), inchiodato al letto, impotente e senza speranza di migliorare… Cadeva sopra la mamma tutta la cura della casa. Quanto era triste la povera mamma; quanto erano state brevi le allegrie della famiglia!

Morte della sorella minore

A questo dolore si aggiunse un altro colpo più doloroso. A pochi mesi dalla malattia del babbo, noi tre bambine maggiori ci ammalammo di varicella, ne rimase fuori soltanto la piccola. Un giorno, mentre la mamma ci stava dando del cibo con la tenerezza con la quale sono solite le madri trattare i loro figli piccoli quando sono ammalati, lei, la più piccola, restando in silenzio, ci osservava molto triste e pensierosa. Allora le domandammo: «Che cosa hai Luxindina che sei così triste?». Ci rispose: «Beate voi; perché siete ammalate la mamma vi vuole più bene. Anch’io avrei voluto essere ammalata»… Non aver paura, caro angioletto; molto presto saranno soddisfatti i tuoi desideri! Dopo pochi giorni noi stavamo già bene e lei era a letto; la malattia la colpì così forte che non poté salvarsi.

Mi sembra di avere davanti agli occhi quel doloroso quadro. La malatina agonizzava, lo zio sacerdote —fratello del babbo— le raccomandava l’anima, costretto ad interrompere le preghiere ogni tanto per asciugarsi le lacrime. Era così profondo il sentimento che anche lui sperimentava nel perdere l’angioletto che molte volte gli era corso incontro, quando lo vedeva venire con qualche pacchetto per prenderglielo dalle mani e portarlo lei a casa, oppure per portargli la posta, pur di avere un motivo di andare insieme allo zio, che era solito darle sempre qualche dolcetto. Inoltre la moribonda era la nipotina che lui amava più di tutte. Noi, sue sorelle, stavamo con gli occhi fissi su di lei e sulla mamma trafitta dal dolore. Ricordo di averle detto: «Mamma, Luxindina dorme, non è vero?». Mi rispose con le lacrime… Pochi minuti dopo si svegliò, non già per i suoi, che lasciava tristi, ma per i suoi fratellini del cielo, gli angeli. Che perdita fu quella! Che vuoto e che tristezza lasciò nella casa il non udir più la sua vocina di bontà, di carità, di tenerezza per tutti!

Il babbo che stava in una stanza accanto si rese perfettamente conto di tutto, tuttavia era necessario dirglielo. Incominciò a chiamare e a piangere come un bambino, disse che voleva vederla morta. Si pensò che non fosse conveniente per la sua condizione già tanto triste e rifiutammo di soddisfarlo. Pochi minuti dopo, appoggiandosi al bastone e alla parete, riuscì a trascinarsi da se stesso là. Quale impressione al vedere quella figlia, che gli era di tanta consolazione nel dolore, nell’immobilità e freddezza della morte! Era vestita di bianco con il grazioso abitino della Cresima, fatto uguale al mio, che doveva poi ricordarmi tante volte la mia angelica sorellina. Il babbo, come la vide, la prese tra le sue braccia come se fosse viva; poi lui stesso volle deporla nel piccolo letto e vestirla ed adornarla a suo piacere. Una volta fatto questo, cominciò a piangere e tornò a sdraiarsi. Che scene tanto dolorose furono quelle!

Il giorno seguente, quando il medico lo vide, disse: «Questo uomo ha preso un grande colpo»… Difatti da quel giorno andò sempre peggiorando e non si alzò più, neanche per mettere un solo piede a terra. Dovevano venire tutti i giorni quattro uomini e sollevarlo di peso con dei pali per poter rifare il letto. Era rimasto completamente paralizzato da un lato e a tutte e due le gambe; con molta fatica riusciva a muovere una mano, ma senza poterla portare fino alla bocca. Era obbligato a ricevere ogni servizio allo stesso modo di un bambino di pochi mesi, piangendo e chiamando come quello. Quante volte sentivamo la triste nota di lamentela e di pianto, quando ci alzavamo il mattino o andavamo a coricarci la sera!

La scomparsa del padre

Tutte le notti, prima di andare a dormire, eravamo abituate a chiedere la benedizione del babbo e della mamma. Abitudine santa che mai lasciammo, neanche quando egli si ammalò. Eravamo solite andare tutte e quattro nella sua camera e siccome noi le più piccole non arrivavamo a dare il bacio al babbo la mamma ci alzava fino a lui tra le sue braccia. «Babbo», dicevamo, «le chiedo la sua benedizione». Lui ci rispondeva: «Dio ti benedica, figlia». Dopo il bacio: «Buona notte, babbo; riposa bene»… Finché c’era Luxindina, spesso lei si sbagliava. Invece di dire: «Babbo, le chiedo la benedizione», diceva: « Babbo, le dò la benedizione». Noi la correggevamo: «No, non gli si dice così»; e lei girava la testolina, guardandoci per imparare a dirlo bene, ma succedeva che ripetesse alla stessa maniera e così il babbo passava un altro momento di distrazione e a volte piangeva di tenerezza. Quando lei mancò, piangeva di dolore e di pena… In questo stato rimanemmo 2 anni e mezzo, finché il Signore lo chiamò a sé il 30 novembre del 1896, per dargli il premio per le tante sofferenze.

Che periodo di dolori e di tristezze fu quello! Benché ancora bambine, da vicino abbiamo conosciuto il dolore! La malattia al babbo procurava molta tristezza e spesso piangeva e chiamava per non restare solo. Di solito desiderava che stesse con lui la mamma. Noi ugualmente avevamo bisogno della mamma e a volte la chiamavamo anche noi piangendo, senza sapere che fare. Era già l’ora della scuola e lei non ci aveva ancora dato la colazione, la merenda, o non ci aveva ancora pettinato… In qualche occasione dovemmo andarci con il colletto non ben stirato, né tanto ordinate come la mamma avrebbe voluto sempre averci.

Una volta andammo a scuola molto tristi perché in casa eravamo state presenti ad alcune scene dolorose e arrivate a scuola quanto ci accrebbero lì la tristezza! Le bambine incominciavano a dirci che avevano antipatie per noi, perché puzzavamo di ospedale. Era per il fatto che la mamma per curare il babbo, gli stava sempre accanto e usava cloroformio o acido fenico e così ci contagiava un po’ di questo odore. Con la mia grande sensibilità e il mio buon cuore avrei voluto sempre far piacere a tutti e non dar fastidio a nessuno: quanto mi pesavano tutte queste cose! Ritornando a casa dissi alla mamma: «Mamma, a scuola nessuno ci vuole». Mi diede un bacio e mi disse: «Non affliggerti, ti vuole la mamma, e l’amore della mamma supplisce per tutti gli altri amori». Quanto è vero questo! Infatti soltanto l’amore della madre è simile a quello di Dio, fino al punto che soltanto di questi due amori si può dire: niente e nessuno è capace di soddisfarli.

Gli amici e i conoscenti, a poco a poco andavano tutti allontanandosi da noi e dalla nostra casa. Ci lasciavano sole nel nostro dolore senza alcun appoggio umano, o meglio stava con noi Colui del quale si scrisse che, nelle ore delle sue più grandi sofferenze, durante la sua passione e morte fu lasciato solo: «Omnes derelinquerunt eum»,10 dice il santo Vangelo. Povero colui che in queste prove della vita non ha Dio come amico! Lui è l’unico e sempre fedele, e che…

Nei dì dell’allegrezza ci guarda il buon Gesù,

In quei della tristezza, si accosta a noi di più,

Ma in quelli del dolore, ci sta nel mezzo al cuore.


6 Cf. Qo 3, 1: «Tutte le cose hanno un tempo».

7 Cf. Qo 3, 4.

8 Sì di accettazione. Letteralmente: «Si compia». Cf. Mt 6, 10; 26, 42: «Sia fatta la tua volontà».

9 «Passi» (da me questo calice). Cf. Mt 26, 39.

10 Cf. Mt 26, 56: «Tutti lo abbandonarono».

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