8. La pecora errante

8. La pecora errante

Le passioni umane fanno del cuore dell’uomo, specialmente durante il tortuoso sentiero della giovinezza come un mare tempestoso. A volte sembra voglia innalzare le sue onde fino alle nubi e svuotarlo tutto, per soddisfare il suo indomabile furore di strapparlo e affondarlo nel suo seno. Infelice colui che al giungere di questa critica età non possiede il santo timor di Dio, né qualche mano amica che gli indichi i pericoli mortali che incontrerà ad ogni passo in questo periodo della vita, pieno di illusioni ingannatrici, dove tutto è precipizio e strapiombo.

Questo, nonostante i miei pochi anni, era lo stato verso il quale si muoveva rapidamente il mio povero cuore, contribuendo molto a questo il mio temperamento ardente e la mia vivacità che direi quasi senza eguali. Il Signore come un padre pieno di bontà mi prevenne però con la sua potente grazia e mi avvolse nel suo misericordioso amore, come una madre avvolge in fasce il suo piccolo per difenderlo dai pericoli ai quali esporrebbe il suo tenero corpicino. Mi venne incontro Colui che, al mare delle mie passioni che stavano per sollevarsi disse le stesse parole che aveva rivolto al mare in tempesta: «Da qui non passerai»;11 altrimenti con l’arrivo della mia giovinezza, presto si sarebbero innalzate le onde tempestose e la navicella della mia povera anima avrebbe senza dubbio conosciuto un doloroso naufragio.

Giorni di nuvole e di tenebre

Dai dieci fino ai tredici anni furono per me giorni di nuvole e di tenebre: «Dies nubis et caliginis».12 L’ho già detto: nonostante avessi già assaporato la dolcezza dell’amore di Gesù nel giorno in cui per la prima volta lo ricevetti nel mio cuore, io non conoscevo che questa bontà era solo di Gesù e che nessuno più di Lui la possedeva né la poteva dare alle anime.

I primi mesi dopo la mia prima comunione, ritornai ogni otto giorni a ricevere Gesù, ma poi a poco a poco, passati i dieci anni, andai raffreddandomi e allontanandomi da Lui. Mi confessavo e mi comunicavo ogni quindici giorni o ogni mese. Se la mamma non mi avesse esortato o ordinato di farlo, avrei lasciato passare anche più tempo. Ero infatti indifferente per le cose spirituali; mi attraevano i passatempi e i divertimenti mondani. Siccome l’ambiente nel quale mi trovavo favoriva molto questa mia passione, cercavo di riempire il mio cuore assetato d’amore e di felicità là dove non è possibile soddisfarlo mai, poiché lontano da Dio tutto è vanità delle vanità.

Le persone che abitavano nella mia casa, specialmente nel tempo d’estate, quando non avevano nulla da fare, erano molto dedite ai divertimenti, ai giochi e alle passeggiate. Io abitualmente prendevo parte a queste attività, non solo perché a me pure erano gradite, ma anche perché tutti mi desideravano molto, piaceva loro tenermi con sé e chiedevano alla mamma che mi lasciasse andare con loro. Mi portavano a passeggio e a fare escursioni per i monti, o nelle città e nei paesi vicini per visitare chiese, palazzi e monumenti antichi; infine mi portavano ad ammirare le meraviglie della natura e dell’arte. I nostri vicini passavano anche lunghe serate in giochi, balli, canti, musica e volevano che prendesse parte con loro anche Giuseppina. Ella, nel fondo della sua anima, aspirava senza sosta a qualcosa di grande, di elevato, di superiore a tutto quello che il mondo le offriva, ma le tenebre nelle quali si trovava avvolto il suo intelletto non le lasciavano vedere dove dovesse cercarlo.

Divertimenti in famiglia

A dire la verità, in questi divertimenti non c’era male né peccato, si facevano per intrattenimento o passatempo, ma non tralasciavano di essere vani e pericolosi per il fatto che in essi cercavo sempre di mettermi in luce, di apparire bella, di mostrare i miei talenti e abilità, incrementando così l’ambizione e l’amor proprio. Senza dubbio il pericolo era attenuato molto dal fatto che queste serate o conversazioni si facessero in casa, cioè, sotto gli occhi dei genitori di tre o quattro famiglie riunite. Fuori di casa, la mamma non avrebbe mai permesso una tale cosa. Di questo sì, per la misericordia del Signore, posso gloriarmi e mi glorio: i miei piedi non hanno mai calpestato né teatri, né sale da ballo, né cinematografi. In certe occasioni si fecero alcune proiezioni di film con buone pellicole, episodi del Vangelo, della passione del Signore, ma anche queste in casa, mai ho assistito a questi divertimenti fuori di casa. Se non fosse stato così, non so quello che sarebbe stato di me, così vivace, effervescente ed estroversa… Ma anche se io non pensavo a Dio Lui come una tenera madre mi aveva avvolto nel suo misericordioso amore. Teneva sopra di me il suo sguardo pietoso, mantenendomi lontano dalle persone e dai luoghi dove avrei potuto perdere la grazia ed entrare nell’abominevole cammino del vizio, nel quale una volta che mi fossi messa difficilmente sarei potuta tornare indietro. Risplendette allora molto chiara la particolare attenzione che Dio aveva di me nelle seguenti circostanze.

Attratta dalla musica

I signori che stavano nella mia casa erano soliti tenere vari strumenti musicali. Un giorno una signorina che suonava il piano disse alla mamma che mi avrebbe fatto imparare la musica. Ella stessa incominciò a darmi le prime lezioni e ci indicò poi la maestra che avrebbe continuato l’insegnamento. La mamma senza riflettere molto, per compiacere a colei che così la consigliava ed anche perché a lei piaceva che le sue figlie imparassero ed eccellessero, acconsentì volentieri. Fu infatti con una signorina che appresi quest’arte bellissima per i cuori che amano Dio e solo Lui, autore di tutto il bene e di tutto il bello. Per il cuore ardente di una giovane leggera e che è incline all’ambizione ed alla vanità quest’arte è però un fuoco che presto brucia e consuma talvolta mortalmente. Temo e tremo tuttora, al solo pensiero, dei pericoli nei quali mi sono messa con questo. La casa, o la signorina che mi insegnava, era molto mondana e mi obbligava a stare con persone ugualmente molto leggere e vuote. Benedetto mille volte sia però il Signore, canterò eternamente la misericordia infinita che ha avuto sempre con la mia povera anima!

Dopo due mesi di studio, per la passione e l’ardore che io ci mettevo in tutte le cose, mi colpì una grave malattia che mi costrinse a restare a letto per più di un mese. Avevo febbri così alte che ero sul punto di morire. Un giorno che ero già moribonda, e si parlava della mia sepoltura, in un momento nel quale ripresi conoscenza (infatti quasi sempre deliravo), la mamma (afflitta perché perdeva la sua beniamina dalla quale riceveva tanti baci e che, quantunque fosse quasi alta come lei, passava ancora lunghi momenti seduta sulle sue ginocchia come una bimbetta di pochi anni), mi suggerì di fare con lei la promessa alla Vergine Addolorata di far celebrare una Messa al suo altare, se fossi guarita. Appena mi fossi ristabilita, sarei andata ad ascoltare questa Messa e mi sarei comunicata in suo onore ed in segno di ringraziamento. La mia Madre celeste si intenerì per le lacrime e per le sofferenze della madre terrena così che presto io entrai in convalescenza e in pochi mesi ero completamente ristabilita.

Recuperata la salute continuai la mia vita come prima, con la sola differenza che divenni un poco più attenta, seria e riflessiva. Gli eccessivi riguardi e delicatezze delle quali io ero oggetto per il fatto di vedermi salva dopo essere giunta alle soglie della morte, favorirono però la mia vita spensierata e la mia indifferenza verso le cose spirituali. La malattia mi aveva lasciato così debole e delicata che facevo compassione e tenerezza a quanti mi avevano conosciuto prima così viva, forte e robusta. Questo stato di debolezza fu il motivo per il quale non mi fecero più studiare e così lasciai la musica. Conducevo una vita molto elegante: mangiar bene, passeggiare, divertirmi. Anche se per i divertimenti allora non ero più così appassionata come prima, non per questo mi davo di più alle cose spirituali, anzi, continuavo nella stessa freddezza.

O Gesù amore mio! Non posso trattenermi da esclamare con tutta la forza della mia anima: quanto grande è stata la vostra bontà e misericordia verso la mia povera anima! Io mi allontanavo da Te, e Tu, senza stancarti, mi inseguivi per possedermi… Non bastò nemmeno il tocco del tuo pietoso amore per farmi entrare in me, riconoscere le tue attenzioni e rispondere alle tue bontà. O Gesù, per carità, abbi pazienza un pochino ancora e vincerà il tuo amore. Tu stavi lì a pochi passi dalla mia casa, posso dire che materialmente mi udivi parlare, ridere, giocare, correre, e io non mi ricordavo affatto di Te che stavi là rinchiuso nel tabernacolo, dalla mattina fino alla notte guardando e proteggendo la tua pecorella perché non si allontanasse molto da Te, ne cadesse in dirupi dove avrebbe potuto ferirsi e morire. Io passavo davanti alla chiesa dove Tu hai il tuo trono d’amore, talvolta senza ricordarmi di te, senza darti un saluto, senza raccogliere queste grazie che Tu da lì distribuivi a mani piene, sopra tante altre anime. E Tu, o divino Paziente, tacevi e attendevi che giungesse il momento nel quale, trionfando la grazia, potessi alfine stringermi al tuo amoroso cuore. O Gesù, ora anch’io desidero che giunga questo momento per lasciare di parlare delle mie follie e raccontare a tutti la tua bontà, dire a tutti con il profeta regale: «Lodate il Signore e invocate il suo nome, proclamate tra i popoli le sue opere» (cf. Sal 104, 1); e per questo raccontare tutte le meraviglie del tuo amore come lui stesso ci dice: «Narrate omnia mirabilia eius».13

Nuova chiamata di Dio

Gesù si servì della mortale infermità della quale ho appena finito di parlare per tagliare d’un colpo tanti legami pericolosi nei quali senza accorgermi mi andavo mettendo e dai quali tanto difficilmente mi sarei liberata. Essi avrebbero potuto farmi perdere la sua santa grazia che, per pura misericordia di Dio, non persi. Il parroco, che era sempre stato il mio confessore finché rimasi nel mondo, quando io entrai in monastero mi assicurò che il Signore mi aveva liberato dal peccato, male sommo che dà la morte alle anime, affinché, avendo avuto tante occasioni di offenderlo, tra le sante mura del chiostro fossi sempre gradita al Signore. È a Lui, lo riconosco chiaramente, che devo una grande riconoscenza. Anche in mezzo all’indifferenza non lasciava di attirarmi e chiamarmi, alcune volte attraverso gli avvenimenti ed altre con voci interiori che di tanto in tanto si facevano sentire alla mia anima e non mi lasciavano in pace.

Con tutti questi scombussolamenti il mio cuore ingrato, anche se non si apriva interamente al suo amore, tuttavia rimaneva un poco scosso. Proponevo e promettevo grandi cose, anche se poi tutto finiva in desideri e parole. Ricordo che in questo periodo più volte in compagnia di alcune fanciulle della mia età e per mia iniziativa ci proponevamo di essere buone e di farci sante. Andavamo alla chiesa a confessarci e a comunicarci, promettevamo di obbedire, di non fare più impertinenze, di compiere tutto quello che ci diceva il parroco… Una volta con una bambina, che si trovava nella mia casa, ci chiudemmo in una stanza per prepararci bene ad una confessione generale. Copiammo da vari libri devoti una lista interminabile di peccati. Credo che tutti, o quasi tutti, quelli che incontrammo là scritti ci pareva che noi li avessimo commessi, dando loro il senso del quale era capace la nostra piccola testa. Siccome quello che ci interessava e che volevamo era confessarci bene, giudicammo che il mezzo più sicuro era quello di accusarci del maggior numero possibile di peccati, senza preoccuparci molto se li avessimo commessi oppure no. Non so quello che avrà pensato il confessore quando udì tutte e due noi leggere la medesima lista…

Un’altra volta, con questo stesso proposito di voler essere buone, un sabato andammo in chiesa. Quando noi ci confessavamo un giorno prima per comunicarci poi la mattina seguente, la mamma non voleva che durante la notte assistessimo alle conversazioni, ai giochi e alle veglie che a volte si prolungavano fino a dopo la mezzanotte. Ci ordinava di ritirarci presto a dormire oppure di restare in disparte, senza metterci in quelle distrazioni.

Ci trovavamo d’estate. Ricordo che mentre i più si trattenevano in casa con questi divertimenti, io uscii fuori con la bambina che era venuta con me a confessarsi e lì sole, sedute sull’erba, ci intrattenemmo un bel po’, parlando della felicità della comunione, di Dio e della Vergine. Dicevamo che Gesù, che saremo andati a ricevere nel nostro cuore il giorno seguente, era il figlio di Maria Vergine, che lei ce lo dava perché era Madre nostra e Gesù nostro fratello, eccetera. Io ricordo bene che feci questa riflessione: «Guarda quanto sono belle quelle stelle lassù…. come brillano….; le ha create Dio, colui che domani andremo a ricevere… È Lui che dà loro lo splendore e le sostiene lassù perché non cadano…». Noi ci trattenevamo ad ammirare la bellezza ora dell’una ora dell’altra, lodando in questo modo il Signore. Considerando ora queste cose, comprendo che quei ragionamenti e quelle riflessioni non erano proprie di bambine distratte e così poco spirituali come io ero allora. Deduco che il Signore doveva trovarsi già in un modo speciale accanto a me e lasciarsi sentire abbastanza forte dal mio povero cuore che stava per essere conquistato completamente dal suo amore e per offrirsi una volta per sempre al suo beato possesso.

La voce del Divino Pastore

Perché da me ti allontani povera pecorella errante,

e vai con ardore pascoli nocivi cercando?

Perché la voce non ascolti del tuo pastore amante?

Perché al suo ovile d’amor non vai tornando?

Il tuo cuore è stato formato per il cielo

ed io l’aspirazione all’infinito gli ho dato.

E poiché la felicità trovar non si può su questo suolo

inquieto resterà finché in me non avrà posato.

Vieni vieni a me che ti amo con inegual tenerezza

non cercar più del mondo la turpe vanità.

In me troverai la calma e della pace la bellezza

infatti sono Io la Via, la Vita, la Verità.


11 Cf. Gb. 38, 11: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde».

12 Cf. Ez 34, 12: «Giorno di nube e di caligine».

13 Cf. Tb 12, 20. Letteralmente: «Narrate tutte le sue opere meravigliose».

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