1. Ita Pater

1. «Ita Pater»

 

         Sì, eccomi qui, o Gesù mio, pronta a compiere la tua santissima volontà, a dire come Tu: «Ita Pater».1

 

Ripresa dell’autobiografia

 

         Nel ritornare a prendere in mano di nuovo la penna per obbedienza, dopo 17 anni di interruzione, per continuare la storia della mia vita, mi sono venute alla mente le parole del divino Salvatore con le quali ho intitolato questo capitolo. Vorrei che Lui fosse in tutte le mie azioni mio modello e mia guida. «Ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante Te».2

         Ho desiderato, o Signore, che la tua volontà fosse sempre la norma della mia vita. Non oso dire che l’abbia sempre fatto, ma che l’abbia amata sempre e che abbia cercato che fosse sempre la base del mio agire questo sì. Devo, tuttavia, confessare che in alcuni particolari ho mancato, ma nella sostanza o in quello che è fondamentale, credo di poter dire che è sempre stata la norma della mia vita. Se non mi appoggio a questa colonna inalterabile, mi sento un essere inutile a tutto: ignorante, debole, senza luce, senza costanza, con timori e paura di tutto; in una parola: impotente e senza volontà di un bel niente. Ma dal momento in cui posso dire: «Dio lo vuole, è la sua volontà…, mi chiede questo tramite l’ineffabile strumento che ha piena autorità sulla mia anima, per la paternità che Lui stesso gli ha affidato», brilla sulla mia strada un sole splendente, che la illumina tutta e che dà forza ed energia a tutto il mio essere: dimentico i miei 64 anni e mi sento quasi con lo stesso ardore impaziente per adempiere questa adorabile volontà che avevo quando, a trent’anni, iniziai questo scritto.3

         Mi metto, perciò, all’opera. E non c’è nulla di strano in questo: lo stesso scopo, lo stesso Dio che rallegrò la mia gioventù, rallegra anche la mia vecchiaia e mi dà la sua stessa energia come allora. Sono così sicura che è Lui, che lascio correre la mia lenta mano alla sua presenza come se Lui stesso me la muovesse.

         Ecco qui, svelato, l’enigma per coloro che volessero un giorno domandare con stupore: «Come ha potuto quella creatura così imperfetta e senza cultura fare questo lavoro?». Già ora rispondo loro: «Il buono è di Dio, che lo concede sempre a chi glielo chiede per compiere la sua santissima volontà; quanto vi è di imperfetto è mio, frutto della mia miseria e dei miei peccati».

 

Viene deciso il trasferimento a Lucca

 

         Nel corso dell’anno 1935 le mie consorelle, le Passioniste di Lucca, nella corrispondenza epistolare mi manifestarono da parte loro il desiderio che io andassi a dirigere quella comunità. All’inizio non prestai attenzione a queste espressioni più di quella che si dà quando, parlando con una persona che si ama, le si dice: «La mia casa è tua…, ti aspetto…» e con un «grazie» tutto finisce lì. Un giorno mi arrivò una lettera, con il visto di approvazione del Vicario Generale, firmata da tutta la comunità e che qui desideravo trascrivere, ma in questo momento non la trovo.

         Vedendo che l’invito assumeva dimensioni serie, risposi manifestando la contrarietà delle Capitolari di Deusto, motivata dal fatto che questa comunità, essendo ancora giovane, si trovava non ancora del tutto organizzata e con diverse religiose ammalate, alle quali questa separazione avrebbe causato molta sofferenza (quantunque non solo a loro, ma anche a me). Con la mia lettera ne veniva spedita un’altra della Madre Vicaria e delle due Consigliere, le quali —con espressioni ancora più forti—, sostenevano le mie ragioni affinché desistessero da quell’idea.

         A nulla servì tutto ciò che facemmo. Continuarono a impegnarsi per riuscire nel loro intento. Nel frattempo si fecero i Capitoli per gli incarichi a Deusto, nei quali non potevo più risultare eletta Superiora, perché lo ero già stata per due trienni. La comunità preferì chiedere a Roma la postulazione dell’incarico (per la mia terza rielezione). Quando giunse la postulazione, due mesi dopo la celebrazione dei Capitoli, mi si levò il timore che nutrivo che non l’avrebbero concessa, in vista della petizione delle religiose di Lucca. Di quella petizione eravamo al corrente, perché in qualità di Visitatore Apostolico di quella comunità era stato mandato un membro della curia romana. Tenendo la postulazione in mano, senza quasi scompormi, dissi tra me: «si capisce che, superate le difficoltà a Lucca, hanno creduto meglio lasciarmi a Deusto». E così non pensai ad altro che a dispormi a compiere la volontà di Dio con otto giorni di Esercizi spirituali. In questo modo riassunsi l’incarico di Superiora per continuare a fare tutto il bene che potevo all’amata comunità che tante prove di affetto e di stima mi dava, anche se immeritate.

         Tre mesi dopo, ricevetti la seguente lettera da un membro della Sacra Congregazione dei Religiosi, precisamente da quello che era stato Visitatore Apostolico nel monastero di Lucca:

 

         «Molto Reverenda Madre: Vedo dalla sua lettera che lei è al corrente di quanto desideriamo disporre per il bene del monastero di Lucca. Non mi intrattengo a dirle quello che conviene fare per raggiungere lo scopo per il quale sono stato inviato a Lucca dalla Sacra Congregazione dei Religiosi. Per ora mi limito solamente a dirle che lei accetti di andare come Superiora nel monastero di Lucca, portando con sé una compagna, se lo crede utile per quel monastero. Per il suo governo le comunico intanto che si pensa di por mano subito alla costruzione della nuova chiesa in onore della Beata Gemma, con l’annesso monastero per le Religiose Passioniste e trasferire il noviziato in un’altra comunità per il periodo che dura la costruzione.

         Questa mattina stessa ho scritto al vescovo di Vitoria per ottenere la sua approvazione in ordine all’andata di Vostra Reverenza come Superiora a Lucca.

         Quando arriverà in Italia le sarà comunicato a voce quello che abbiamo deciso di fare. È il Signore che, per mezzo della Beata Gemma, la vuole a Lucca. Lei non dica di no.

         Faccia pregare molto a questo scopo, perché tutto ridondi alla maggior gloria di Dio e santificazione della sua anima.

         Con i saluti e raccomandandomi alle sue preghiere resto di Vostra Reverenza devotissimo nel Signore.

         P. Alessandro M. Antonelli, Assistente Genarale dei Frati Minori Conventuali».

 

         Pochi giorni dopo ricevetti la comunicazione per iscritto da Sua Ecc.za il vescovo di Vitoria. Questi si limitava ad inviare la petizione, dicendo che decidessi sul caso con la comunità, senza però manifestare la sua volontà. Con tutte queste lettere pressanti e non poche di singole religiose della comunità di Lucca, scritte nello stesso tenore, e con la contrarietà delle figlie di Deusto, il mio spirito si trovava in una lotta penosa senza sapere cosa decidere. In questo stato di dubbio, decisi di chiedere il parere del vescovo, il quale, essendo il diretto Superiore, era il mezzo più sicuro per fare la volontà di Dio. Questa era la cosa principale e quella che volevo fare io.

         Mi rispose immediatamente in questo modo:

 

         «Rev.da Madre e stimata figlia: La cosa che mi propone di decidere non è tanto facile per me, perché non conosco tutte le ragioni che ci possono essere a favore o contro.

         Si metta alla presenza di Dio, libera da ogni idea personale; guardi serenamente tutto e si decida a fare quello che le sembra doveroso per la sua maggior gloria.

         La benedico e la raccomando al Signore. Il vescovo, Mújica».

 

         Per quello che io avrei desiderato, diceva poco, ma era così grande la fede che avevo nei rappresentanti di Dio e che avevano autorità su di me, che queste poche parole mi bastarono.

         Feci orazione, mettendomi con fede alla presenza di Dio come lui mi diceva. Presto capii che, nonostante la mia volontà di migliorare la situazione della comunità di Deusto, ampliando il piccolo convento, o meglio trasferendolo altrove (come si pensava) le burrascose circostanze politiche di Spagna, all’origine della restaurazione della repubblica, mi legavano le mani. La prudenza consigliava allora di attendere forse per anni. Per continuare le cose come stavano non avevano bisogno di me. Invece, data l’insistenza con cui mi richiedevano quelle di Lucca e il parere di tanti superiori, avevo fondati motivi per supporre che Dio aveva preparato qualcosa per me a Lucca e che, se non mi fossi sottomessa accettando la proposta, avrei sconvolto i suoi disegni. Incoraggiai le figlie con argomenti soprannaturali e, nonostante la sofferenza che provavo e le ripugnanze, mi dominai e offrii al Signore il sacrificio di tutto e scrissi che ero disposta ad accettare quello che mi consigliavano, per adempiere la volontà di Dio.

         Mi resi conto subito che il Signore era contento. Un giorno mi trovavo nell’orto di fronte al pollaio; improvvisamente un colpo di vento sollevò alcune piume che volavano leggere da una parte all’altra… Mi sembrò che il Signore mi dicesse: «L’anima che mi ama deve lasciarsi trasportare così dall’aria dello Spirito Santo». Sentivo che il Signore era soddisfatto del mio abbandono e che gioiva del mio sacrificio, perché credo che sia stata questa la cosa che mi costò di più durante tutta la mia vita.

         Ricevendo a Roma la lettera della mia accettazione il già ricordato molto Rev.do P. Antonelli mi rispose in data 7 maggio 1935:

 

         «Ho ricevuto la sua attesa lettera di risposta alla mia nella quale la pregavo vivamente che si fosse recata a Lucca come Superiora di quel monastero. Mi sono giunte anche quelle della Madre Vicaria e delle Consigliere e quella della Madre Gemma della Vergine del Carmelo.

         Per Lei un vivo grazie per la croce accettata e alle Madri che hanno scritto, come a tutte le altre che si sono unite nei sentimenti espressi, la viva raccomandazione di pregare molto, di pregare sempre, perché questa croce possa essere leggera e le sia causa di grandi meriti davanti a Dio e sorgente di abbondanti frutti per la santificazione della sua anima, per la gloria di Dio e l’esaltazione della Beata. Può dire alle sue buone figlie che non va a Lucca per sempre e che tornerà a Deusto appena sarà terminata la costruzione della chiesa e del monastero e sistemata pure la Comunità…

         Approvo che porti con sé a Lucca la Madre Gemma, della quale mi ha parlato e mi ha dato notizie Sua Ecc.za Rev.ma il vescovo di Vitoria. Possono rimanere a Deusto fino alla fine di giugno ed anche di più se è necessario per sistemare le cose di quel monastero, però, in ogni modo, non si muovano finché non hanno il permesso del passaggio scritto della Sacra Congregazione dei Religiosi».

 

         Giorni difficili sono stati gli ultimi che passai con le care figlie di Deusto, le quali trovavano un sollievo alla loro pena soltanto nel pensiero che sarebbe stato solo per tre anni e che poi sarei ritornata con loro.

         Il Signore va addolcendo così i nostri dolori con la speranza, nascondendoci l’avvenire… Siamo di Dio ed è in queste circostanze che ci rendiamo conto che la religiosa non appartiene a se stessa. Beate quelle che approfittano di queste occasioni per realizzare atti generosi!

         In data 12 giugno 1935 ricevetti la seguente lettera nella quale si stabiliva la mia partenza.

 

         «Roma 12 giugno 1935

         Molto Rev.da Madre: il giorno 28 del corrente mese, festa del Sacro Cuore di Gesù, ci sarà a Lucca la posa della prima pietra della nuova chiesa in onore della Beata Gemma Galgani.

         Sembrandoci molto opportuna la sua presenza in tale circostanza, d’accordo con Sua Ecc.za l’arcivescovo di Lucca viene stabilita la sua partenza da Deusto dopo la festa del Corpus Domini, in modo che Lei si possa trovare a Lucca qualche giorno prima di tale data. Porti con sé soltanto la Madre Gemma della Vergine del Carmelo. Abbiamo già il permesso a voce dalla Santa Sede e presto arriverà a Lei anche per iscritto. Oggi stesso scriverò di questa sua partenza al vescovo di Vitoria. Quando Lei sarà a Lucca, Sua Ecc.za Monsignor Arcivescovo le farà conoscere una convenzione che può interessare molto quel monastero.

         Sento il dispiacere che la sua partenza provoca a quella comunità, ma dica a tutte che siano generose e che offrano il loro sacrificio per la pace e la salvezza del mondo».

 

Aiutata dal suo Direttore spirituale

 

         Sì, povere figlie, furono veramente generose, nonostante sanguinasse loro il cuore nel vedersi abbandonate per la seconda volta oltre che dalle prime che avevano aperto quella casa, che si trovava ancora in periodo di fondazione. Il pensiero soprannaturale che Dio lo voleva, che facevano la sua volontà ed anche la speranza che passati i tre anni sarei tornata, fu di lenimento alla loro pena e alla mia. Io da parte mia, una volta conosciuta la volontà di Dio, sentivo come una forza che mi trascinava dolcemente là dove Lui mi chiamava e mi dava l’impressione che scomparisse il sacrificio.

         A questo contribuì non poco il Padre della mia anima, che io tenevo al corrente di tutto. Da Salamanca mi sosteneva ed incoraggiava con le sue lettere affinché mi mettessi nelle mani dei Superiori, senza opporre la minima resistenza, sicura che così si sarebbero adempiuti i disegni di Dio sopra la mia povera anima.

         Quando gli annunciai la data della mia partenza, mi rispose con una lettera, che trascrivo per intero, la quale mi comunicò tutta la forza soprannaturale necessaria al caso e con essa coronò i suoi sapienti consigli che per me erano gli ultimi sulla terra di Cervantes.

 

         «Salamanca, 20 giugno 1935.

         Molto Rev.da Madre Maria Maddalena.

         Figlia mia: Sì, tutto arriva. Se ne vada in pace, con la benedizione del P. Arintero dal cielo e la mia da qui, dalla terra. Se ne vada con questa certezza, che le dò in nome del Signore: che ha compiuto qui in Spagna la sua divina volontà e che per mezzo suo lo Spirito Santo vuole accendere il fuoco del divino amore in molti cuori.

         Alla presenza di Dio, non si dimentichi di questa povera anima mia, che lotta in mezzo a tante miserie. Conto sulle sue preghiere e Lei conti su quanto io posso fare per Lei e per le sue figlie, quelle che ora lascia orfane.

         Si porti le lettere del P. Arintero, che in nessuna mano si trovano meglio che nella sua; ma me ne mandi copia, appena può.

         Le prometto per il viaggio di fare una visita sulla tomba del P. Arintero e di recitare lì un rosario per Lei.

         Nel nome del Padre + del Figlio + e dello Spirito Santo +, la benedico, figlia mia.

 

                                               Servo nel Signore Fra Sabino M. Lozano O. P.».

 

         Padre venerato nel Signore: quanta energia e forza mi comunicò questa sua lettera per correre là dove Dio mi chiamava. Mi sembrava che se non ci fossero stati treni a portarmi, avrei avuto il coraggio di andarci a piedi. Che si compia quest’augurio così dolce al mio cuore: «Volle lo Spirito Santo accendere il fuoco del divino amore in molti cuori. Possa ora andare ad accenderlo altrove. Se ne vada con questa certezza, che le dò in nome del Signore…». Sì, vado felice e sicura, succeda quel che succeda; la volontà di Dio è il mio appoggio e la mia fortezza.

 

Partenza da Deusto per Lucca

 

         Partimmo da Deusto il 24 giugno 1935. Mi portai come compagna la Madre Gemma della Vergine del Carmelo, giovane religiosa che per le sue capacità mi poteva essere utile, poiché non ignoravo che, date le circostanze che mi chiamavano, mi aspettava molto lavoro. Ci accompagnò in auto (che per carità ci inviò la mia amica donna Sofia di Chalbeaud) fino a Lourdes, ai piedi di Maria Immacolata, un Padre Passionista. Lì, tra le emozioni sante per quello che si vedeva: i pellegrini, con i loro canti e le loro suppliche traboccanti di fede e di amore e la processione con le fiaccole, rinnovai la mia consacrazione alla Madre Celeste offrendole la comunità che lasciavo e quella alla quale presto sarei appartenuta. Quante cose passarono tra la mia anima e la Vergine dei Pirenei nella santa Grotta! Mi sentivo molto riconoscente alla mia Madre Celeste per avermi concesso una così grande soddisfazione. Chi mai avrebbe immaginato, congedandomi per sempre dal mondo che, dopo essermi rinchiusa dentro le pareti del chiostro, avrei ricevuto il favore di venerarla in questo luogo? Il centuplo che Gesù promise di dare già in questa vita a chi lascia tutto per Lui, si è compiuto in me e tante volte!…

 

Di nuovo a Lucca

 

         Giungemmo a Lucca alle tre del mattino del 27 giugno. Quale emozione nel rivedere quelle care consorelle dopo 22 anni, tutte maggiori di me per età, talento e bontà e che nonostante tutto (per mia confusione) era volontà di Dio che già da quel giorno fossero anche mie figlie!

         Vidi su quei volti, che avevo lasciato nel fiore della giovinezza, le tracce dei lunghi anni passati e quelle che a tutte noi aveva lasciato mezzo secolo sulle spalle. Mia sorella, Madre Teresa, lo vide sicuramente in me come io in lei e, naturalmente, con più emozione che nelle altre. Mancavano la santa Madre Giuseppa, passata a miglior vita il 12 dicembre del 1921 e la Sorella Nazarena, una che era entrata già anziana, molto santa (in un’occasione in cui la Madre era grave, offrì la vita per lei). Mi sembra di aver già parlato un po’ di lei, perché fu mia connovizia e fece la professione con me.

         Il tempo tutto porta via, ma così silenziosamente al punto che uno non se ne accorgerebbe neppure, se non ci fossero queste circostanze in cui balzano alla vista le perdite e i vuoti che esse lasciano. Ci rimane però intatta la freschezza dell’anima che il cuore vergine, consacrato a Dio, non solo non perde con gli anni ma va facendosi più forte e comunicativa. In queste circostanze l’anima si riveste di una serenità e di una maturità così grande che la portano a liberarsi da certi timori infondati, che a volte attenuano i suoi incanti e le sue attrattive. L’esperienza della vita, la maturità, la fede e la speranza più ferme, rendono partecipe di questo (come conseguenza) il cuore che ama di un amore più forte, più puro e disinteressato. Tutte desideravano parlarmi; avevano molte cose da dire alla povera sorella minore che diventava loro madre, desiderosa di dare a quei cuori assetati aumento di grazia e di amore. Quanto lo desideravo anch’io! Pensavo che per questo il Signore mi aveva condotto lì. Le circostanze però ci obbligarono a ritardare di alcuni giorni la reciproca soddisfazione: i preparativi per l’evento più importante che doveva aver luogo due giorni dopo il mio arrivo misero in movimento insolito la comunità.

         Andai davanti all’urna della Beata con lo scopo di offrirle la mia povera persona per servirla secondo i disegni di Dio, dato che il convento era suo e lei costituiva la gradita ragione del lavoro che mi aspettava. Il cambio repentino del clima mi fece andar via la voce, lasciandomi per alcuni giorni afona, ma non mi spaventai né rinunciai a parlare quando venne l’ora di mettermi in movimento, come si vedrà nel capitolo successivo.


1 Cf. Mt 11, 26: «Sì, o Padre».

2 Cf. Mt 11, 26: «Sì, o Padre, perché così è piaciuto davanti a te».

3  La Madre Maddalena aveva sospeso l’autobiografia quando partì da Deusto per Lucca. Il P. Lozano volle che la completasse con gli avvenimenti di Lucca e con le vicissitudini passate in Spagna, perciò il 10 maggio 1952 le ordina: «Lo continui (lo scritto della sua vita) appena può. Già le dissi che a me fece molto bene la sua lettura». Appena ricevuta la lettera la Madre Maddalena gli rispose: «L’ordine che Vostra Paternità mi ha dato, interiormente me lo andava sussurrando Gesù, ma io gli dicevo: «No, Gesù mio, non ho voglia di occuparmi di me, non ho tempo; che me lo ordini il Padre» ed ero tranquilla perché non ricevevo l’ordine. Ma oggi che me lo intima, quale consolazione provo nel vedere che si trovano in pieno accordo il mio Gesù nascosto e il mio Gesù manifesto!» (cf. lettera del 12 maggio 1952). Siccome il P. Lozano aveva insistito perché la continuasse, motivandole che l’autobiografia avrebbe fatto del  bene alle anime, lei in data 3 agosto 1952 gli dichiarò: «Vostra Paternità per incoraggiarmi dice che, se Dio vuole che si pubblichi, l’autobiografia farà del bene. L’ho sempre pensato anch’io nel Signore e mi sono sostenuta con questo pensiero per vincere le ripugnanze e le difficoltà che, Dio solo sa, io ho incontrato nello scriverla. Dio lo vuole e questa parola mi appassiona. Quanta energia mi infonde questo pensiero! Al pensiero che dopo la mia morte potrò lavorare per riempire le lacune della mia vita su questa terra, incomincio già da adesso a godere il mio cielo».

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