10. Che vorrà il Signore?

10. Che vorrà il Signore?

 

         La mia missione nella comunità di Lucca era compiuta.21 Per i fatti accaduti e da quello che si vedeva, si capiva che la mia presenza lì era più di disturbo che d’aiuto. Non mi trovavo incorporata alla comunità, né era desiderata la mia presenza. Notavo che cercavano di nascondermi le cose come ad una estranea, di mettermi in un angolo, dando la preferenza alle giovani senza cariche. A ogni passo mi si presentavano occasioni per offrire qualche umiliazione a Gesù. Sentivo, a tratti, desideri di togliere loro la molestia, ma tutte le strade erano chiuse. Ho detto a tratti, perché avveniva solamente quando mi lasciavo portare dal mio amor proprio, che si sentiva ferito. Comprendevo perfettamente che era un tempo prezioso perché si adempisse in me il detto evangelico: «Se la semente non muore non porta frutto» (cf. Gv 12, 24). Tutto veniva a proposito perché la semente, che il celeste agricoltore aveva nascosto sotto la terra della mia anima, morisse e potesse dar frutti abbondanti.

 

Presentimenti del futuro

 

         Nonostante questo stato di annichilimento e di umiliazione esteriore sentivo nella mia anima una propensione segreta molto ardente di lavorare per la gloria di Dio e di fare cose grandi. Mi sarei però vergognata di manifestare questi desideri con chiunque; per questo li conferivo ed esprimevo soltanto nelle ore di intimità con il Signore, che mi dava come una certezza che si sarebbero realizzati. Però, quando? «Che vorrà da noi il Signore?», ripetevo con le mie due compagne, le Madri spagnole. Non me ne intendo di agricoltura né di botanica, ma ho sentito dire che ci sono dei semi che rimangono sotto terra come morti molto tempo prima di nascere. Non è dunque inutile questa attesa, ma serve perché si mettano radici più profonde e poi il germoglio spunti più vigoroso sullo stelo, diventando più alto delle altre piante. E’ lo stesso di quel che accade per il grano, il quale, durante le gelate e le brinate dell’inverno, affonda le sue radici per sorreggere poi il suo alto stelo durante le intemperie che lo minacciano.

         Oh, se quel tempo di umiliazione fosse servito a me per produrre poi molto frutto… Il fine che si propose il Signore in tutto ciò che permise che accadesse fu senz’altro questo. Le ansie e i desideri di essere strumento delle mani del Signore, me lo facevano sperare, anche se il corpo si sentiva abbattuto per paura di cadere. Quando mi ero riposata per quattro ore circa, neppure queste molto tranquille, mi era impossibile dormire di più. Mi sentivo come se mi mancasse il respiro, per cui ero obbligata a sedermi sul letto, specialmente quando ritornavo a sdraiarmi dopo il Mattutino.          Chiesi il permesso alla Madre di alzarmi un po’ prima e di restare in coro un po’ di più la notte. Prima di ritirarmi in cella passavo dei tratti a guardare il tabernacolo dalla grata che dà nel santuario. Non potevo dire nulla a Gesù, ma il cuore diceva e comprendeva tutto. Quante cose passarono nel segreto tra me e il divino Prigioniero in quei momenti che precedevano il mio povero riposo!

         Se con il mio pensiero volavo verso l’avvenire, mi ricordavo anche del passato e offrivo tutto a Gesù per quella amata comunità, vivaio di anime grandi, perché per causa mia non si sprecasse in nessuna di loro la santità alla quale Dio le chiamava. Ero andata lì per far loro del bene, se il Signore voleva che ciò avvenisse con i miei poveri sacrifici e non con le mie opere, glieli offrivo a questo scopo: «Che non sia stata invano, Dio mio —gli ripetevo—, la mia venuta in questa comunità dalla Spagna, dove mi trovavo tanto contenta ed ero tanto amata…». Lì c’erano Gesù e santa Gemma che vedevano e sapevano tutto. Che consolazione si prova, quando nessuno ci comprende nel nostro patire, pensando che Dio legge nel cuore, ci ama e allora più che mai è Padre!

         Davanti a Gesù, non mi si levava dalla memoria in quei momenti il ricordo della Spagna, mia seconda patria. Quelle ore dolorose di attesa costituivano la semente dalla quale doveva sbocciare un germoglio nella capitale di detta nazione.

 

Umiliazioni di grande profitto spirituale

 

         Se avessi potuto sapere con sicurezza quello che pensavano le nostre sorelle di Deusto circa il nostro possibile ritorno! L’interruzione della corrispondenza ci faceva pensare che ormai non avevano più tanto bisogno di colei della quale con tanta pena si erano private cinque anni prima. Le cose e le persone cambiano… Infine venimmo a sapere da una religiosa che la Madre stessa di lì (di Lucca) aveva scritto, credo al Console di Spagna, sollecitando il nostro ritorno. Questo se da un lato ci fece piacere, dall’altro ci confermava il suo desiderio che restassero liberi i posti che noi occupavamo. Se avessimo saputo chiaramente che le nostre sorelle di Bilbao ci ricevevano volentieri! Ma…, il Signore volle anche questa sofferenza e questa umiliazione.

         Così passarono lunghi mesi, e quasi un anno, senza altra consolazione che quella di offrire a Gesù umiliazioni. Quanto felice mi sentivo quando le accoglievo pensando alla passione di Gesù! Ci fu un momento nel quale Pilato disse, riferendosi a Lui: «Che volete che faccia?» (cf. Mc 15, 12). Non sapevano cosa fare di Gesù! Mi piaceva pensare che nemmeno di me sapevano cosa fare… Grazie, Gesù mio!

         In una occasione una religiosa fu strumento di una di queste grandi grazie ed ogni volta che lo ricordo, si riempie di consolazione la mia anima. Si parlava di problemi di interesse che dovevano trattare con me. Siccome erano presenti la Superiora e le Consigliere, io parlavo poco. Quella buona religiosa, che era una di loro, mi pose le mani sulla testa dicendo in tono di disprezzo e come a una che era stata sconfitta: «Madre Maddalena, come sono finiti tutti i suoi molti discorsi! Ora è tempo che lei li metta in pratica…». Che grande verità disse! Il Signore mi diede la sua grazia e piena luce per resistere a quell’affronto, chinando la testa sotto quelle mani che la opprimevano e per pensare allora a quello che dissero a Gesù Crocifisso: «Scendi dalla Croce, se sei figlio di Dio…; hai fatto tanti miracoli!…» (cf. Mt 27, 39-44). Dissi dentro di me: la miglior conferma di tutto quello che vi ho detto ed insegnato credo che ve la sto dando ora, tacendo e umiliandomi tanto. Che grazia, Gesù mio! Come potrò ringraziarti per essa quanto meriti? Il suo ricordo riempie di consolazione la mia anima e penso che di ciò mi ricompenserà nell’ora della mia morte.

         Grazie infinite, carissima Madre, perché senza saperlo siete stata lo strumento di Dio per questo. Molte volte ho pregato e pregherò per voi, perché mi avete procurato la gloria di imitare in questo particolare il mio Gesù.

         Ho citato solo un caso, ma di casi simili ne capitavano quasi ogni giorno: certamente non sempre li ho accettati con quella prontezza di spirito avuta nell’occasione di cui ho parlato.

         Meditavo molto sul libro «Le fatiche di Gesù», il suo silenzio, la sua pazienza; soprattutto sul primo: come mi attirava! I suoi insegnamenti mi davano motivo di umiliarmi per non averlo seguito sempre. Nelle umiliazioni, perché non perdessero il loro profumo e potessero essere offerte intatte a Gesù, mi proponevo di non dire nulla a nessuno, neppure al confessore. Varie volte mancai al mio proposito e mi sfogai con la buona Madre Vicaria, che allora era la Madre Gertrude, mia antica Superiora di quasi tutta la mia vita religiosa, o dicevo pure qualcosa nelle ricreazioni alle due compagne spagnole.

         Allora compresi quanto è difficile imitare la virtù del silenzio, di cui Gesù ci ha dato l’esempio nella sua passione. Composi una poesia e mi proposi di non darla a nessuno; neppure alla mia sorella Madre Teresa, alla quale tanto piacevano i miei versi, finché non avessi offerto a Gesù una umiliazione sopportata in silenzio. Dovetti aspettare diversi giorni, perché mi sfuggiva sempre qualche parola e il mio fiore perdeva il suo pieno profumo. Come toccavo con mano la mia debolezza, nonostante tanti desideri e propositi!

 

BACIAMI COL BACIO DI TUA BOCCA

 

T’amo, Gesù, e mi ami, non è vero?

Ma dammi un segno del tuo amore sincero.

Dammi però quello che chiedo io;

Sol così calmi l’ansia del cuor mio.

 

Dammi un bacio, Gesù, con la tua bocca;

tanti n’hai Tu da me, uno a Te tocca.

Te lo chiede dei Cantici la Sposa;

Io pur son tal per Te tra muri ascosa.

 

Perché tardi, mio Ben? Che non son degna?

Quello che devo far Tu me l’insegna.

Farò, Diletto mio, quello che vuoi;

Ma Tu fammi felice, già che puoi.

 

Non mi dai le tue carni in alimento?

Pietà, Gesù, pietà del mio tormento.

M’accosto ogni giorno al santo Altare;

Un bacio, Gesù, me lo puoi dare.

 

Con un sol bacio rimarrò estasiata,

Te seguirò dovunque inebriata…

 

Al ricever la prima umiliazione,

T’offro il calice mio, di mia passione,

Che d’amarezze e affanni ognor ribocca.

Bevi tacendo, è un bacio di mia bocca.

 

                  Lucca, Dic. 1940

                            M. M.

 

L’umiliazione silenziosa e ignorata dai più

 

         Quanto costa umiliarsi, voglio ripeterlo e ancor di più costa tacere nelle umiliazioni. Il nostro orgoglio sembra avere una compensazione nel fatto che qualcuno sappia che abbiamo sofferto nell’essere posposti, umiliati, dimenticati, giacché solo così si tranquillizza, tace ed è capace di sopportare un abbassamento maggiore. Ma conservare tutto dentro l’anima, solamente con il Signore come testimone, questo è grande, è eroico e, per ciò stesso, raro. Per saperlo, avevamo bisogno delle umiliazioni inconcepibili del Figlio di Dio, nostro divino Modello, ma anche così, quanto è difficile imitarlo!

         Mentre dico questo, qualcuno può pensare e con ragione: «Non sarebbe meglio che tu tacessi e non affidassi queste cose alla carta, che può farle conoscere al mondo intero?». Sento vergogna mentre scrivo, ma confido in quello che mi hanno promesso i miei Padri Spirituali: che nessuno leggerà questo prima della mia morte. Quando io sarò nel seno di Dio, credo che il fatto che venga letto da tutti mi farà la stessa impressione come se fosse di un altro. Inoltre, là non ci sono segreti, nella luce di Dio tutto sarà manifesto e non ci sarà pericolo che danneggi qualcuno. Una volta consumata nell’unità con il mio Dio per amore, non mi importerà più nulla di quello che si dirà di me sulla terra, né degli alti e bassi della mia vita durante l’attraversamento di questo mare tempestoso. La gloria di Dio e che tutto serva a questo scopo è quello che costituirà il nostro paradiso e la nostra felice eternità. Quante cose resteranno per allora che la penna non può dire! Resterà molto, la maggior parte, nonostante quanto ho scritto; tanto da parte mia come di quelli che non hanno avuto l’ordine di scrivere. Allora alla luce dell’Eterna Verità, quante cose ci saranno da correggere, perfino in questo povero scritto! Quante macchie ed imperfezioni si vedranno, anche in quello che sembrava buono e santo! Brillerà in tutto il suo splendore la verità pura, piena, eterna, perché la Verità suprema è Dio e in Lui vedremo tutte le cose: così Dio sarà glorificato degnamente nella sua verità e con la sua stessa gloria. Glorificare Dio: con questa speranza scrivo e vivo; e spero che questo sarà il mio cielo…

 

Confessione delle proprie debolezze

 

         Se avessi tratto profitto sempre e di tutto! Il Signore mi ha dato molti mezzi per lavorare alla mia santificazione ed io non ho sempre corrisposto alle sue luci e alle sue grazie. Devo implorare misericordia e perdono da Dio sopra tutti i miei atti. Se lo vedo così già ora, cosa sarà allora?

         Una volta notai che la Madre ed altre religiose, con una parola ambigua, volevano una cosa della quale io mi ero resa già perfettamente conto; perché, dopo essere stata per una quindicina d’anni Superiora, si perde l’ingenuità e si acquista una vista più ampia, anche senza accorgersi. Ridevo in mezzo a loro con una compiacenza naturale. Queste o simili mie imperfezioni, mi rimproveravano poi la mia infedeltà alla grazia del Signore e mi facevano provare il bisogno della santa assoluzione. Cancellava le mie colpe un sacerdote molto umile, don Eustachio, parroco di san Filippo, che facevo chiamare e che veniva sempre con molta carità tranquillizzandomi con poche parole. Dio ricompensi nel tempo e nell’eternità la sua pazienza. Era quasi l’unico con il quale potevo parlare liberamente delle nostre cose.

         Un giorno venne il Rev.do P. Antonelli (Visitatore Apostolico), che ci aveva chiamato dalla Spagna e dal quale dipendevamo. Ci andammo tutte e tre, desiderose di trovare una soluzione alla nostra situazione. Non sapendo nemmeno lui che partito prendere, gli domandammo se ci permetteva di scrivere una lettera ad una certa persona in Spagna che ci aveva espresso il desiderio di fare una fondazione, per sapere se era ancora disposta ad aiutarci. Approvò la proposta e portò lui stesso la lettera alla Posta, sicure che attraverso di lui avremmo potuto farlo di nascosto dalla Madre. Per grande sfortuna, a causa della guerra che l’Italia aveva dichiarato, la lettera tornò indietro ed arrivò nelle mani della Madre, dando a lei motivo di pensare che nonostante il parere negativo del P. Generale, noi insistevamo nel voler fare una fondazione. In quel modo ci chiusero ancor di più le porte di comunicare con qualcuno, sospettando che non era questa la prima lettera che spedivamo di nascosto. Questo non lo avevamo mai fatto, perché sapevamo che era permesso soltanto con il Superiore. Avrei preferito morire prima di commettere un peccato, mancando alla santa Regola.

         Era l’ora delle tenebre (cf. Lc 22, 53), il tempo nel quale la semente doveva restare sotto la terra calpestata da tutti, perché tutto ci andava male e tutto serviva per complicare ancor di più la nostra situazione e darci motivo di umiliazioni e di sofferenze. A questo si aggiungevano dubbi e timori sopra il passato: di aver offeso Dio, di essere io la causa per cui la sua mano pesava su di noi, castigandoci. Per incoraggiarmi, composi i seguenti versi, che tenevo nel Breviario per leggerli spesso e mi facevano molto bene:

 

ET INCLINATO CAPITE, EMISIT SPIRITUM22

(Venerdì Santo, 1941)

 

Quel tuo chinar di capo — Sopra la Croce, o Amore,

Mi dice che il tuo Cuore — Ha dato tutto a me.

 

Mi dice: guarda figlia, — Fai oggi il paragone;

Poi dimmi se ho ragione —  Di chiederti più amor.

 

M’hai dato mai tuo sangue? —  Per me dato hai la vita?

Io invece l’ho finita —  Nell’infamia per te.

 

Soggetto mani e piedi, —  Da chiodi trapassato,

Di spine coronato: —  Per te moio così.

 

Non ti lagnar se stringo —  A volte la mia mano,

E se al dover ti chiamo —  Con mostra di rigor.

 

È perché vo’ il tuo amore —  Più intimo e profondo,

Per poi scoprirti un mondo —  Di luce e verità.

 

Alla rinunzia stringiti, —  Per me, da mane a sera,

China la fronte altera. —  Così morrai per me.

 

                                     M. M.

 

Morte del proprio «io»

 

         Questo era quello che Gesù voleva permettendo quello che succedeva: che morissi a me stessa, ai risentimenti dell’amor proprio e dell’orgoglio che avevo in me. Sei anni prima, ero andata in quella comunità con gloria: chiamata dai Superiori e da tutte le mie consorelle con insistenza e ripetute suppliche, mi venne posto nelle mani il governo di quella comunità in momenti molto propizi per attirare l’attenzione di tutti. Veramente si poteva dedurre che io ero stata una lucerna accesa e posta sopra il candelabro…

         Spesso succede che quando quello di fuori sale, si abbassa il livello della grazia e dell’amore. Avvenne forse questo a me? Io dicevo a Gesù che non lo permettesse. Qualche volta manifestai questo timore al confessore. Ricordavo l’attenzione con cui lavoravo nelle cose della mia anima in Spagna, come mi rendessi conto delle mozioni della grazia e come le comunicassi al Padre spirituale. Adesso, tutto era passato, tutto sembrava perso: mi sentivo incapace di farlo e credevo che nessuno volesse occuparsi di me. Tutto era passato come un sogno e quasi senza speranza che tornasse. Con quanta forza sentivo il mio spaventoso nulla! Avevo bisogno di fare un grande sforzo per non cadere nello scoraggiamento ed elevarmi al mio Dio con la confidenza di figlia e di sposa.

         Ricordai quello che mi aveva detto il confessore all’inizio della mia vita religiosa: «Con queste due sole cose, vivere nella casa di Dio e poter fare la Comunione, c’è motivo più che sufficiente per essere felice e queste non mancheranno mai». Era vero che non mi mancavano quelle due inestimabili grazie, ma il Signore permise che mi venissero ugualmente amareggiate. Io mi trovavo nella casa di Dio, anche se non come in casa propria o dello Sposo, ma piuttosto come ospite che sta aspettando e… deve andarsene. Nemmeno la santa Comunione quotidiana mi mancava, ma mi avvicinavo a riceverla, piena di vergogna e con timore, poiché una volta il cappellano nel darmi la santa Ostia mi aveva detto a voce alta: «Apra la bocca!», come in forma di rimprovero. Rimasi tanto umiliata che non sapevo più come comunicarmi, anche perché avevo compreso, per alcune cose che mi aveva detto, che mi era ostile. Soffrivo, anche se devo aggiungere che allo stesso tempo ero felice di avvicinarmi a Gesù Ostia e aprirgli il mio cuore in mezzo a tante sofferenze ed umiliazioni. La santa Ostia è sacramento e sacrificio: il dolore, l’umiliazione, è pure sacramento e sacrificio.

         Non potendo né volendo parlare con le mie due compagne, scrissi loro la seguente poesia per incoraggiarci a dare con generosità al Signore quello che ci chiedeva.

 

DOMINE, SALVA NOS, PERIMUS23

 

Se Tu non mi soccorri,

La mia barchetta stanca

Si fermerà qui stanca,

Nell’onde perirà.

 

Non vedi come infuria

Minacciosa tempesta?

Il tuo soccorso appresta,

Non mi lasciar perir.

 

Il cielo è oscuro e sordo;

Non ode, non risponde,

E s’alzano le onde

Da fare spaventar.

 

Siam tre che t’invochiamo

Nella stessa barchetta,

Io la più piccoletta

Più temo di perir.

 

GESÙ:

Le vostre pene vedo

Col cuor per me umiliato;

Mentre tu, pazzerella,

Mi pensi addormentato.

 

Quando creder vorrai

Per te al mio amore immenso?

Sappi che, notte e giorno,

Sempre ti guardo e penso.

 

Son io che getto l’ancora,

Che dirige il timone.

Pensa che sei mia sposa,

Figlia di mia passione.

 

Quando vedrò che il calice

Ch’io bevvi ed or ti ho dato

Senza dir: fino a quando?

Avrai per me accettato.

 

Allora il cielo oscuro

Diventerà sereno;

Risplenderà il bel sole

Di gioia e luce pieno.

 

Ma prima vo’ vederti

Sopra il mio sen dormendo.

Sposa di poca fede,

Perché stai si’ temendo?

 

                            31. VII. 40

                            M. M.

 


21 Lasciava costruiti il monastero e il santuario. Il fabbricato del monastero ricopre un’area di 1680 metri quadrati. E’ costruito a forma di quadrilatero con 41 metri di lato. Consta di 3 piani con un’altezza complessiva di 14 metri, oltre al muro perimetrale di parapetto che circonda l’ampia terrazza sopra tutto il monastero. Il santuario o chiesa di santa Gemma si trova al centro del monastero. E’ a pianta circolare, con quattro braccia (di 10 metri ciascuna), che formano una croce greca. La cupola del centro ha un diametro di 15 metri e si innalza fino a 40 metri sopra il pavimento della chiesa.

22 Cf. Gv 19, 30: «E, chinato il capo, spirò».

22 Cf. Gv 19, 30: «E, chinato il capo, spirò».

23 Cf. Mt 8, 25: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».

 

*** (Quinta Parte)

23 Cf. Mt 8, 25: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».

 

*** (Quinta Parte)

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