2. La prima pietra

2. La prima pietra

 

         Il 29 giugno 1935 fu una giornata serena. La natura in questo bel mese si prodigò per partecipare con tutto il suo splendore all’atto solenne.

Inizio ufficiale delle opere

 

         L’appezzamento di terreno scelto dall’architetto per erigere il santuario—monastero di santa Gemma, era segnato alla vista di tutti con una fila di bandierine multicolori che si agitavano senza sosta. Erano state preparate dalle religiose il giorno prima come annuncio dell’allegra festa, alla quale presero parte anche, con una innumerevole moltitudine, le autorità civili e religiose della città. Tutti volevano presenziare alla benedizione del luogo e alla collocazione della prima pietra, che fu posta da Sua Ecc.za l’arcivescovo del luogo. Che giorno di gioia e giubilo fu quello!

         Dopo l’atto, fui chiamata in parlatorio per firmare il contratto o accordo convenuto con l’impresario dell’opera che si iniziava e per salutare le persone più importanti che avevano presenziato alla cerimonia. Espressi loro il ringraziamento di tutta la comunità. Passai molti guai in quel mio primo atto di autorità nell’incarico di Superiora. Oltre all’afonia, mi sbagliavo nel parlare, perché mescolavo il castigliano con l’italiano. Questi dettagli insignificanti servirono per trascorrere più allegre le ore di quel giorno straordinario.

         In un momento in cui passeggiavamo sopra l’area contrassegnata per la costruzione, osservai con un po’ di pena una quantità di alberi da frutta gettati al suolo, carichi di frutti non giunti a maturazione. Sembrava che mi dicessero nel fondo dell’anima: «Vedi, per innalzare quello che è di Dio bisogna buttar giù e far morire quello che è naturale senza riguardi». «Lo terrò presente», dissi a me stessa, «quando la natura pretende riposo, libertà, successo…». Non è per questo cammino che si può innalzare l’edificio spirituale, che la mia anima desiderava innalzare molto di più di quello materiale che avevo davanti.

 

Sostenuta dal P. Lozano

 

         Mi ricordava questo dovere il Padre della mia anima con parole che cadevano su di essa come discese dal cielo, lasciandole un’impressione soprannaturale molto profonda, perché mentre mi illuminavano, nello stesso tempo mi davano forza ed energia per operare. Benedetto mille volte il Signore che per mezzo dei suoi ministri mi diede un aiuto tanto potente in quel periodo della vita per andare a lui. Siccome è una delle lettere che maggiormente influenzò la mia anima, come qualcun’altra che più avanti farò conoscere, è cosa gradita per me trascriverla per intero.

 

         «Salamanca, 14 luglio 1935.

         Molto Rev.da Madre Maria Maddalena.

         Figlia mia nel Signore: Ricevetti la lettera che lei scrisse da Deusto e la cartolina con la notizia del suo arrivo; ricevetti anche la sua lettera del 4 di questo mese. Dio sia benedetto, figlia mia! Dopo tanti andirivieni e tante sofferenze nell’anima, il Signore la pose dove voleva porla. Io la benedico con tutto il mio cuore.

         Quale altra cosa infatti si può volere per un’anima, alla quale si desidera tutto il bene, se non che il Signore la ponga là dove a Lui sia gradito? È chiaro che lì non le mancheranno fatiche e molto grandi, ma fatiche per l’Amore Eterno sembrano cessare di essere tali. Oh, figlia mia, quanto vorrei che la sua unione con l’Amore fosse la più profonda delle unioni! Che forza, perfino sull’esteriore, hanno le anime così unite! Guardi che le manca ancora molto cammino, per quanto l’Amore abbia fatto molto nella sua anima: perché nell’unione con Dio non c’è mai una fine. Nemmeno la santissima Vergine giunse al termine fino a quando non arrivò in cielo. Guardi che il Signore non l’ha condotta in Italia per quella comunità, né per quelle opere, bensì per farla santa davvero e nel senso più pieno della parola. L’unione c’è, sia quando la sente, come quando non la sente, ma non so perché le parlo di queste cose, di cui lei è molto persuasa, molto più di me.

         Oggi scrivo a Deusto interessandomi di quella comunità, domandando chi è la Superiora e rispondendo a Madre Soledad, alla quale già da adesso mi dedicherò quanto posso per le cose della sua anima. Mi dica Lei quello che le sembra meglio per aiutarla… Ho ricevuto il resoconto della sua vita e le copie delle lettere del P. Arintero. Stia tranquilla. Varie volte fui sul punto di andare a Roma. Lei sa già che i resti mortali del nostro santo fondatore (san Domenico) si trovano a Bologna. Ora ho un motivo in più per desiderarlo. Ma lasciamo fare al Signore! Mi raccomandi molto al Signore e alla sua serva Gemma. Servo nel Signore Fra Sabino M. Lozano».

 

         Quanti spunti di meditazione mi ha offerto questa lettera! Mi rendevo conto che era Gesù che mi parlava per mezzo del suo servo e che mi dava, assieme alla consolazione, anche la sicurezza: «Il Signore l’ha posta dove voleva porla». Come mi manifestava il mio dovere e ciò di cui avevo bisogno per compierlo! «Oh, figlia mia, quanto vorrei che la sua unione con l’Amore fosse la più profonda delle unioni! Che forza, perfino sull’esteriore, hanno le anime così unite!».

         Capivo molto bene che questo era quello che mi mancava: la vita di Gesù in me, il suo spirito. Volentieri avrei voluto sparire per non dare a queste anime niente di mio, e neppure qualcosa che fosse legato a delle mire umane e a ciò che si vede con gli occhi del corpo, ma unicamente innalzarle con dolcezza a quel mondo sovrannaturale di meraviglie e incanti in cui uno è capace di tutti gli eroismi. Di tutto questo io avevo bisogno, per unire quelle buone anime a Gesù e perché tutte lavorassimo con più impegno alla nostra santificazione in vista dell’edificio che si innalzava. «Guardi che le manca molta strada», mi diceva il Padre. E pensare che dovevo essere io a condurre in alto tutte le altre, mettendomi alla testa!…

         Altro punto della sua lettera, che ho tenuto sempre impresso nella mia anima, è questo: «Guardi che il Signore non l’ha condotta in Italia per quella comunità, né per quell’opera, ma per farsi santa davvero e nel senso più pieno della parola». Con quanta forza risuonavano nel fondo della mia anima queste parole piene di verità e di sapienza di Dio! Dovunque mi accompagnava questo pensiero: «Devo santificarmi; tutto quello che mi si presenta, lo manda Dio per questo». E così desideravo sempre lotte e fatiche; così mi andavo disponendo al Signore per quello che mi attendeva…

 

Mantiene la corrispondenza con la Comunità di Deusto

 

         In comunità c’erano molte anime buone, vere vittime d’amore e di sacrifici nascosti, sopportati eroicamente. Mi si andavano rivelando poco a poco, perché trovavano in me un cuore di madre che cercava il loro bene e quello della comunità. Avevano sofferto molto ed erano ansiose di sfogarsi in un cuore che le comprendesse. Poverette! Mi misi pienamente a loro disposizione, senza dimenticare per questo le figlie lasciate in Spagna, le quali nelle loro lettere ripetevano dolorose e rassegnate lamentele.

         Nella prima lettera che ricevetti da loro mi annunciavano la diagnosi del medico per la Madre Paolina che era colpita dal male terribile e incurabile del cancro. Questa religiosa era uno dei membri migliori di quella comunità e pensavano che sarebbe dovuta succedermi nell’incarico di Superiora. Ma in pochi mesi passava dall’esilio alla Patria, dove incominciò a godere dei cantici e delle musiche celesti, lei, che pur essendo  l’organista della comunità, aveva dovuto rinunciare una stagione prima alla musica della terra a causa del suo male. Si era offerta vittima all’Amore Misericordioso un anno prima: fu accettata la sua offerta e ricompensata presto.

         In data 5 luglio la Madre Soledad di san Giuseppe, Vicaria del Convento, mi scriveva:

 

         «Oggi, giorno molto importante per Vostra Reverenza, poiché si commemora l’anniversario della sua professione religiosa, io per disposizione della provvidenza ho la fortuna di scriverle. Ricevemmo ieri la sua molto preziosa e tanto desiderata lettera, con quella molto particolareggiata della Madre Gemma della Vergine del Carmelo. Da lei ho imparato a scrivere approfittando molto della carta, perché vorrei dirle tante cose!… Mi perdoni, Madre, se le dò fastidio di leggere la mia lettera».

 

         No, figlia cara, non tema: mi reca una soddisfazione molto grande leggere le tue lettere profumate di una fragranza così profondamente spirituale. Le tue lettere mi portano sollievo; io vorrei donare ad altri questa consolazione. Si vede soprattutto che anche dentro le pareti del chiostro ci sono cuori che si amano nel puro amore di Dio.

         Continua la lettera:

 

         «Quanta pena mi hanno causato i disturbi e le molestie che provarono, specialmente da Ventimiglia. Chissà come saranno arrivate alla fine del viaggio!… Sono molto preoccupata per l’afonia di Vostra Reverenza, Madre. Non tralasci di curarsi bene, perché sa che l’aspetta ancora questa fondazione in Spagna. Ha già il viaggio pagato fino a Ventimiglia. Se il nuovo monastero termina a maggio del 1937, è in tempo giusto di viaggiare gratis fino alla frontiera. Anche se non fosse così, troveremo sicuramente il denaro anche più del sufficiente per il suo ritorno.

         Il cinque di luglio era una data di indimenticabili ricordi per tutte noi. Erano passati due anni da quando celebrammo con il più grande entusiasmo ed allegria dei nostri cuori le sue nozze d’argento. Come eravamo felici allora! In mezzo ai sacrifici inerenti alla vita religiosa noi ci trovavamo completamente beate, regnava la pace, l’unione, l’allegria… tra tutte. Quanto è effimera la felicità di questa terra! All’infuori di Dio tutto è mutabile e perituro. Chi avrebbe detto allora che nel giro di due anni ci avrebbe separato da Vostra Reverenza una distanza così grande?… Allora nemmeno lo sospettavamo, ma non tardarono ad affaciarsi tristi presentimenti, che alla fine si sono adempiuti. I nostri cuori sono stati torturati per un anno e mezzo circa davanti alla prospettiva di un sacrificio, il più doloroso forse e ora si è già consumato. Non ci doveva mancare, essendo Passioniste, la salita della via dolorosa in compagnia del nostro divino Sposo Gesù…

         Quando sento il melodioso ticchettio dell’orologio, che da due anni iniziò la sua corsa in onore di Vostra Reverenza, mi fa un’impressione indefinibile. Lo stesso quando, passeggiando per il giardino, vedo gli alberi carichi di frutta e penso che quest’anno Vostra Reverenza, non loderà il Signore per loro gustando del loro dolce sapore. Quando invece contemplo il sole, con il suo splendido fulgore, sì mi consolo pensando che anche Vostra Reverenza vede con i suoi occhi il medesimo sole e che i nostri sguardi si incontreranno là qualche volta.

         Quando siamo in ricreazione pensiamo a questo, per consolarci della lontananza che ci separa da Vostra Reverenza. Durante le ricreazioni quasi sempre i nostri pensieri vanno a Lucca… Abbiamo studiato nella carta stradale il percorso del suo viaggio e la Sorella Presentazione è molto fiera di aver trovato la Luca (come lei la chiama). Lei ora non ha altro in bocca. Domanda all’una e all’altra se verrà la Madre e se le dicono di sì, allora lei resta contenta. Dice che (siccome ha visto la carta geografica) non le sembra che Lucca sia tanto lontana e che se avesse denaro oserebbe andare sin là. Quando vediamo passare sopra le nostre teste gli aeroplani, pensiamo sempre: se questo ci portasse a Lucca… E così passiamo le ricreazioni molto vuote.

         Ora nessuno si ricorda di cantare. Io avrei voglia e qualche volta lo faccio, ma nessuno mi accompagna. La Madre Margherita non ha ora la voglia di cantare, anche se per il resto sta bene. Madre, mi ricordo del suo libriccino dei canti mi piacerebbe tanto cantare, ricordando così i tempi passati… Quanto mi sarebbe piaciuto cantare con Vostra Reverenza l’«Ave Maria» a Lourdes! Là sì che si canta con amore ed entusiasmo santo! Spero tuttavia di cantare ancora sulla terra canzoncine insieme con Vostra Reverenza prima di incominciare all’unisono la canzone eterna, benedicendo le misericordie del Signore.

         Ci sarà lì qualcuna che l’aiuti a cantare? E il pianoforte, è già arrivato? Non so se ora basterà il tempo a Vostra Reverenza per continuare il suo corso, quantunque lei si ingegnerà per fare qualche suonatina sia pure durante la ricreazione, specialmente la sua classica Ave, il Magnificat e le Litanie, che sarebbe una pena dimenticare. Qui ora non suonano tanto i pianoforti, restano silenziosi molto tempo. A me, quando li sento, penetra il loro suono fino all’intimo dell’anima e provo nostalgia del passato… La Madre Margherita deve essere molto indaffarata, perché dalla partenza di Vostra Reverenza mi pare che non abbia più messo le mani sulla tastiera; che fare? In questa vita tutto è instabile e un tempo succede all’altro, ora di gioia ora di pena, fino a quando noi arriveremo a quella vera vita dove non ci saranno più né cambiamenti né mutazioni.

         La Madre Paolina continua più o meno come prima, forse un po’ meglio. Soffriamo pure molto nel vederla in quello stato, ma è il Signore che così dispone e sia benedetto di tutto. E le malatine di lì, come stanno? Quanto dovrà soffrire anche il suo cuore materno nel vederle patire! Ma, come ci diceva nella sua gradita lettera, le sante reliquie della Beata Gemma procurano loro, al vederle, sete di immolazione… Indubbiamente intorno alle sue sacre spoglie ha riunito questa vittima di amore e altre anime vittime che disarmano la giustizia irritata del Padre, giacché ce n’è molto bisogno in questi tempi così burrascosi per la Santa Chiesa.

         Ci piacerebbe molto conoscere le monachelle di lì e così durante la ricreazione avremmo argomenti per la conversazione, anche se non vogliamo con questo portar via a Vostra Reverenza tempo, che deve avere così scarso. Ce lo scriva la Madre Gemma, cominciando dalla nostra Madre Gertrude e continuando con tutte le altre Sorelle lucchesi, perché ci piacerebbe restare tutte unite fraternamente. Io per qualche tempo ho pensato di poter conoscerle personalmente e di vivere in loro amabile compagnia, ma le cose cambiarono… Ora mi accontento di conoscerle per lettera e di vivere unita a loro in spirito. Dica loro Madre che ci scrivano qualche letterina, che anche se è in italiano noi la intendiamo. Che pena che non ci sia una convenzione per la franchigia postale tra Italia e Spagna! Soprattutto per quelle che partono da qui. Tutte noi vogliamo scrivere a lungo. Non so come ci regoleremo perché non superi il peso. La Madre Presentazione, già alcuni giorni fa, incominciò a scrivere per santa Maddalena; dice che le vengono molte ispirazioni; non so di fatto se verrà una lettera chilometrica come la presente…

         Prima di andare avanti vorrei raccomandare a Vostra Reverenza e alle altre religiose un fratello che non si accosta a ricevere i santi Sacramenti. Io avevo intenzione di chiedere la grazia della sua conversione sulla tomba della Beata Gemma, ma poiché il Signore ha disposto che io non venga là, la supplico perché lo faccia Vostra Reverenza da parte mia. Questa é per la mia povera mamma la spina più pungente che ferisce il suo cuore di madre cristiana, perché, anche se per tutto il resto è buono, gli manca l’essenziale. Ora sono sola con Gesù, perché la mia compagna sacrestana è entrata in ritiro per il suo sposalizio mistico.

         Amatissima Madre mia: come quando vediamo il sole possiamo incontrarci là con il nostro sguardo, arriviamo a incontrarci in una maniera più particolare quando contempliamo nascosto nel tabernacolo il Sole Divino e ci amiamo e compenetriamo mutuamente nella sua unione quando lo riceviamo sacramentato nei nostri petti. Questa mattina, nella santa Messa e Comunione, mi sono ricordata di Vostra Reverenza come tante altre volte e, presagendo le immolazioni del suo cuore, le ho offerte all’Eterno Padre in unione con la Vittima Divina e per mezzo del Cuore trafitto di Maria santissima, che fu l’altare dove misticamente si offerse durante tutta la sua vita il sacrificio di Gesù. La mia maggiore consolazione è che Vostra Reverenza mi tenga presente in Gesù e davanti la tomba della beata Gemma.

         Sua aff.ma e povera figlia, Maria Soledad di san Giuseppe, C.P.

 

         P. S.: Madre, si ricordi che Lei è di qui e che lo sappia anche la Madre Teresa…».

 

         Care figlie mie di Deusto e di Lucca: vi tengo le une e le altre nel mio cuore per condurvi tutte a quello di Gesù, nel quale c’è posto per tutte senza che diminuisca l’affetto per nessuna. Quello è il luogo della nostra offerta quotidiana nella prima ora del mattino, quando noi ci sediamo alla stessa Mensa divina per mangiare il medesimo Pane, che viene nei nostri poveri cuori per sostenerli nei sacrifici che Lui ci chiede e per unirci sempre di più, anche se restiamo separati con il corpo. Se lavoriamo e ci disponiamo ad unirci di più a Gesù, il nostro capo Divino, Lui ricompenserà molto le pene dei nostri poveri cuori…

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