4. La mia vita nel convento di santa Gemma

4. La mia vita nel convento di santa Gemma

 

         Dopo pochi giorni che mi trovavo a Lucca con l’incarico di Superiora e di Maestra delle Novizie per nomina della Santa Sede, chiesi ai Superiori che i restanti incarichi fossero assegnati mediante elezione del Capitolo come ordina la santa Regola. In quella riunione capitolare, presieduta dal Vicario Generale, come delegato di Sua Ecc.za l’arcivescovo, fu eletta Vicaria la religiosa che avevo portato con me dalla Spagna, Madre Gemma della Vergine del Carmelo. Per l’incarico di prima e seconda consigliera, si designarono due Madri di grande merito in comunità.5

 

Attività intensa e varia

 

         Una volta costituito canonicamente il Consiglio, mi sentivo sollevata: rimaneva così suddivisa la responsabilità nelle decisioni delle cose di rilievo che con frequenza dovevo prendere. Ho tenuto sempre in grande considerazione il parere del Consiglio quando ci riunivamo in nome del Signore per decidere su quello che era più conveniente per la sua gloria e per il bene di tutti. Dopo aver invocato con fiducia la sua grazia con il Veni Creator, mi sembrava che Dio non potesse tralasciare di illuminarci. In perfetta pace e armonia, ci riunivamo ogni volta che fosse necessario e chiudevamo i Capitoli sempre molto incoraggiate e decise, rendendo grazie a Dio perché ci assisteva in modo così chiaro che noi potevamo dire che era Lui a portare il peso che ci affidava con gli incarichi.

         Moltiplicavo la mia attività il più possibile per seguire una comunità molto complessa. Normalmente nei limiti del possibile restavo in stanza per scrivere e ricevere le religiose, a meno che richiedessero la mia presenza nei diversi laboratori, nel grande orto dove lavoravano le Sorelle o in parlatorio dove abbastanza spesso ero chiamata per ricevere i visitatori di santa Gemma, i graziati da lei o i bisognosi del suo aiuto.

         Quando i muri del nuovo edificio incominciarono ad alzarsi, dovevo andare a vedere molto spesso i lavori, ora con l’architetto, ora con l’impresario o altre persone che avevamo consultato e volevano darci il loro parere. Molte volte con la Madre Vicaria o una Consigliera, salivo o salivamo insieme con loro le alte impalcature per controllare le misure delle porte e delle finestre. Se ritardavamo qualche giorno a farlo, arrivavano poi i dispiaceri e l’aumento dei lavori e delle spese, perché gli operai non riuscivano mai a capire la differenza che deve esserci tra una costruzione per religiose e quella che è destinata ai secolari. Non potendo restare permanentemente al Noviziato, come è dovere della Maestra, mentre andavo a dare le istruzioni e a distribuire il lavoro, lasciavo in mia assenza una sostituta. Per la ricreazione sì, almeno una volta al giorno, mi piaceva stare con loro. Quello è infatti il momento in cui meglio si conosce il loro temperamento e il grado di virtù e in cui indirettamente si possono far loro comprendere i loro doveri e qualche difetto, poiché talvolta in altro tempo l’osservazione non sarebbe accolta con altrettanta disponibilità. Delle due ricreazioni giornaliere, ne passavo una con le novizie e l’altra con le Madri, alternandomi in questo con la Madre Vicaria.

         A causa della molta corrispondenza che mi giungeva, avevo due o tre aiutanti che conoscevano il francese, il tedesco e lo spagnolo. La maggior parte la dividevo tra loro, per mancanza di tempo e per la mia incapacità, riservandomi quella indispensabile, soprattutto quando potevo fare del bene a qualche anima addolorata che mi scriveva chiedendomi aiuto e consolazione. Sembrava che il Signore mi dicesse: «Questa lettera è per te, perché per mezzo tuo voglio fare del bene e dire qualcosa a quell’anima». Quando mi succedeva questo non le sfuggivo, anche se mi costava perdere alcune ore di sonno: ben più care ha pagato le nostre anime Gesù. Ci fu un giorno in cui la corrispondenza arrivò a quaranta lettere. Solo il leggerle mi richiedeva non poco tempo. Di solito le guardavo in refettorio, annotando in alto con la matita quello che si sarebbe dovuto rispondere; successivamente le consegnavo alle interessate e a risposta finita me le restituivano per la firma. Passavo pure del tempo accanto al letto di qualche religiosa ammalata. Quando, per mancanza di tempo, le mie visite erano state brevi, mi intrattenevo più a lungo con loro alla sera tardi. Davo loro la benedizione che non avevano potuto ricevere con tutte le altre in coro e mi privavo volentieri di un po’ di riposo per portare a loro la consolazione che ricevevano nel vedere (per fede) nella mia povera persona la santissima Vergine.

 

Lavori e consolazioni

 

         In questo modo, in mezzo a tanto lavoro, ma anche a non poche consolazioni, notavo che, grazie a Dio, tutto procedeva bene e così passavano i giorni. Mi confermarono questo i Superiori, con grande soddisfazione per me, dicendomi: «Sembra che abbiamo indovinato, grazie a Dio, il modo di ottenere l’unione in questa comunità, chiamando lei a guidarla». Sì, grazie a Dio e solo a Lui: infatti tutto si doveva alla sua provvidenza e paterna bontà che così aveva disposto, senza che dovessi far altro che non oppormi alla sua volontà. Mi sentivo molto incapace e indegna di occupare il primo posto in quella comunità tanto venerabile e in un momento tanto importante e di gloria, dato che gli occhi di molti erano fissi sopra di essa in attesa di ancora maggior gloria.

         Mi rendevo perfettamente conto di tutto e mi confondevo davanti a Dio ed alle creature. Non sapevo come dimostrarlo a quelle buone figliuole, sempre pronte ad offrirmi l’aiuto di cui avevo bisogno, che era molto a causa della mia grande ignoranza a confronto con loro. Lo dicevo alla mia compagna, che avevo portato con me dalla Spagna, la Madre Vicaria: «Teniamo presente la nostra indegnità per il luogo che occupiamo. Abbiamo nelle nostre mani il completo governo di una comunità che, in fin dei conti, non è la nostra. Siamo venute da fuori e, senza nessun merito nostro, ci è stata affidata in circostanze e in momenti di problemi molto delicati. Cerchiamo di essere umili nel rapporto con le religiose, quasi vergognandoci, come se fossimo delle intruse, secondo gli insegnamenti di Gesù. Pensiamo di servirle mentre comandiamo loro qualcosa, restando però sempre disposte a sacrificarci per il bene della comunità e procuriamo di compiacerle in tutto quello che si può».

         Tra le molte consolazioni che ebbi, devo sottolineare di aver presenziato, o visto da vicino, grazie e miracoli molto straordinari, per intercessione di santa Gemma.

 

Grazie della beata Gemma

 

         Intendo relazionare alcuni dei favori più straordinari, incominciando da uno di ordine spirituale che forse nessuno venne a sapere, se non qualche religiosa della comunità. Un giorno venni chiamata in parlatorio. C’era ad attendermi un signore sconosciuto. Notai subito che si trattava di una persona molto colta e insieme ammiratrice fredda di quanto si vedeva e si sentiva dire su Gemma e le sue custodi, le religiose Passioniste. «È vero —mi disse— che questa Beata concede grazie a chi la invoca?». «Sì!», gli risposi citandogli alcune recenti grazie che si stavano pubblicando in ritardo sulla rivista. Mi rendevo conto che egli ascoltava con un certo interesse, sempre crescente, ma senza fede, o tra dubbi e perplessità. Mi raccomandai a santa Gemma desiderando fare un po’ di bene a quell’anima in lotta con la fede e intanto sentivo accendersi nella mia anima l’ardore del Cuore di Gesù assetato di anime sulla Croce.

         Dopo aver preso un po’ più di confidenza per le mie risposte compiacenti, nelle quali credo lui intuiva il mio desiderio di fargli del bene perché anche lui approfittasse della felicità che io godevo, osò domandarmi: «Madre, desidererei che lei mi assicurasse che mi dirà la verità in risposta ad una domanda che io voglio farle…». Io gli risposi: «Mi sono comunicata poco fa e domani mi comunicherò di nuovo, se Dio vuole, senza confessarmi. La menzogna è un peccato, per questo non posso né voglio macchiare la mia anima, dove verrà ad abitare Gesù, santità e purezza infinita». Allora egli mi domandò: «Lei, Madre, crede in Dio veramente e che ci sono miracoli e un’altra vita dove saranno assegnati premi o castighi e dove si resterà in comunione con quelli che vivono?». Gli risposi: «Non solo credo fermamente, ma le dico che sarebbe la mia maggiore soddisfazione il poter morire per confermare questa fede con il mio sangue».  «Ma chi glielo assicura?», disse lui. «Gli articoli del credo, che è il simbolo della fede cattolica, e il Sommo Pontefice, che è infallibile in tutto quello che ci insegna riguardo alla fede, ma più che tutto, si capisce, me lo assicura la mia anima creata da Dio, con ispirazioni infinite. Senza dubbio anche lei sente queste aspirazioni infinite verso la felicità che non si può trovare su questa terra. Le assicuro che se non avessi creduto fermamente nella vita futura, non mi sarei rinchiusa dentro queste quattro pareti a diciotto anni, lasciando una madre che mi adorava e i sogni e le illusioni dell’età giovanile che avrei potuto soddisfare abbondantemente con il mio temperamento ardente». E aggiunsi con forza e fermezza: «Sì, sì; Dio esiste, e c’è una vita eterna dove si assegnano il premio per il bene che si fa in questa e il castigo per il male. Desidero che anche a lei tocchi in sorte il primo, come lo spero anch’io per me, per i meriti della passione e morte di Gesù e perché per amor suo ho lasciato tutto e l’ho seguito…».

         Quell’anima era guadagnata. Mi sentii commossa davanti alla grazia che mediante la mia persona penetrava in quel povero figliol prodigo per condurlo all’ovile. Mi sarei inginocchiata per ringraziare Dio che trionfava sopra quel cuore. Chiese di confessarsi e di comunicarsi, facendo così ritorno alla casa paterna, dalla quale era lontano da molti anni, per essere stretto tra le braccia di Dio che ansiosamente lo aspettava. Lo mandai in sagrestia dove c’era un Padre. Corsi però prima ad avvisarlo perché accogliesse con la tenerezza di Gesù quella pecorella che tornava al suo Cuore. Mi unii ad alcune religiose per chiedere a santa Gemma di aiutarlo a fare una buona confessione e a perseverare poi nel bene.

         Un’altra grazia, di guarigione corporale, avvenne in questo modo. Mi chiamarono in parlatorio dove c’era una donna che voleva parlarmi. Nonostante il poco tempo che avevo a disposizione, davanti all’insistenza che mostrava di voler parlare con me, scesi per sentire brevemente di che cosa si trattasse. Senza salutarmi, ella iniziò a parlare in modo scomposto: «Madre, sono guarita per intercessione della beata Gemma, dopo essere stata per molti anni inferma. Mi ha detto di venire qui per ringraziarla e dare un’offerta; è piccola perché sono povera. Cosa devo fare, Madre? Vuole scrivere quello che io le dico?…». Il suo modo di parlare, pauroso e precipitato, mi diede la sensazione che fosse una testa esaltata, ispirandomi poca fiducia quello che mi diceva. Io le risposi: «Lei, vada in chiesa e ringrazi la Beata; l’offerta la lasci nella cassetta presso il suo altare. La grazia che ha ricevuto, la scriva lei stessa e me la porti; la pubblicheremo non appena sarà possibile». E tagliai in questo modo la conversazione che la poveretta avrebbe voluto allungare e che, se avessi saputo quello che poi seppi, avrei anch’io con piacere allungato.

         Il giorno seguente i giornali parlarono di una guarigione miracolosa avvenuta a Lucca per intercessione di Gemma Galgani. Aggiungevano che la giovane graziata, per soddisfare il desiderio di tanti che desideravano vederla e parlarle, era dovuta stare più ore seduta su una seggiola in strada perché la gente non ci stava nella sua casa. Dopo aver sostenuto in ospedale diverse operazioni, la rimandarono a casa delusa; siccome non poteva muoversi, dovette rimanere a letto vari anni e venire così assistita da sua madre vedova. Conservava in una cassettina le poche monete che le erano state consegnate in elemosina da coloro che le facevano visita e si privava pure delle cose necessarie con l’intenzione di portarle lei stessa da santa Gemma, nel suo santuario, il giorno che essa le avesse concesso la grazia della guarigione che le chiedeva ogni giorno.

         Un pomeriggio, dopo mangiato, sua madre se ne andò a fare le sue faccende come al solito, lasciando l’inferma a letto. Dopo poco che era rimasta sola in casa si mise a fare le sue suppliche a santa Gemma, che le apparve dicendole: «Questo pomeriggio stesso vai al mio santuario a ringraziarmi, perché sei guarita». Sentendosi completamente bene, si alza preoccupata del fatto imbarazzante di non avere un vestito per coprirsi, dato che da diversi anni non ne aveva avuto bisogno. Desiderando compiere l’ordine della sua protettrice quanto prima, si mette un vestito di sua madre e se ne va immediatamente. Mentre scendeva le scale con il piede tremolante, incontrò sua madre che, per lo spavento di vederla così, si mise a gridare. Accorse la gente, ma a lei non importava niente e riusciva ripetere soltanto: «Santa Gemma mi ha guarito!». Era ancora sotto questa sensazione del soprannaturale quando si presentò al convento, come ho detto sopra. L’arcivescovo, saputa la notizia del miracolo tramite la stampa, inviò un avviso alla comunità perché non lo pubblicassimo nella rivista fino a quando non si avessero i certificati medici, cosa che si ottenne successivamente.

         Un altro fatto di stile diverso si verificò con un giovane (mi sembra di Livorno) tubercoloso, che aveva un solo polmone e che il giorno prima aveva sofferto una forte emottisi. Raccomandandosi alla Santa, questa gli disse: «Domani vai al mio santuario, sei guarito». Venne camminando un’intera giornata, il che dimostra ancora di più la sua perfetta guarigione, e dimostrava anche la sua umiltà e la sua riconoscenza.

         Non voglio lasciare nella penna un’altra grazia che accadde a Lucca. Ci trovavamo in casa a cantare i Vespri solenni dell’Assunzione (14 agosto). Chiamarono con molta urgenza in portineria; mandavano a dire che una giovane signorina, che stava per sposarsi, era grave e ormai senza speranza. Avevano fatto, lei e il fidanzato, la promessa di offrire ciascuno venticinquemila lire per il santuario e di far celebrare una funzione in onore della Santa in ringraziamento se la signorina fosse guarita. Noi ci mettemmo tutte davanti alla tomba della Beata e le chiedemmo per amore della santissima Vergine, della quale si stava celebrando la solennità, che rispondesse favorevolmente alla nostra richiesta. Ci interessava pure la buona offerta di cui avevamo tanto bisogno per accelerare i lavori, come era nel desiderio di tutti. In quello stesso giorno incominciò a migliorare e ben presto le venne concessa la grazia.

         Questo genere di favori erano diventati quasi un’abitudine, e non attiravano quasi più l’attenzione. Con queste grazie cresceva il fervore dei devoti verso santa Gemma e di conseguenza le offerte per il suo santuario.

 

Angustie economiche

 

         Se all’inizio dei lavori il costruttore si accontentava che gli si desse ogni due o tre mesi una certa cifra, come cinquanta o trentamila lire, dopo chiedeva denaro sempre con maggior frequenza e il lavoro realizzato non era maggiore. Tristemente sorpresa nel vedere che io non potevo più affrontare le spese per mancanza di fondi, gli domandai la ragione: «I costi crescono ogni giorno, non so dove arriveremo», disse. Dovetti chiedere dei prestiti e poi attendere ogni mese o ogni settimana per mettere insieme piccoli risparmi con i quali raggiungere qualche migliaia di lire da consegnare immediatamente. Qui iniziarono le mie preoccupazioni economiche a questo proposito.

         Molte volte il costruttore (il famoso Cecco) chiedeva denaro e io, poiché sapevo di non averne, evitavo di parlargli o di incontrarmi con lui. Ma quello si rese conto dei miei stratagemmi e allora diceva ad un’altra religiosa: «Oggi non posso tralasciare di parlare con la Madre!». La monaca gli rispondeva: «Sarà difficile, perché è molto occupata». Egli replicava: «Io non le farò perdere molto tempo; le dirò semplicemente quello che voglio». E si metteva ad aspettarmi in tutti i posti per dove sapeva che io dovevo passare per andare in refettorio. Allora esclamava: «Adesso sì che non mi scappa». Durante la ricreazione, io lo dicevo alle monache e ridevamo dell’aperitivo che io mi prendevo prima di andare a mangiare. In un’occasione dissi al costruttore: «Cecco, noi non abbiamo più denaro, ma lo stiamo chiedendo a santa Gemma perché ce lo mandi; chieda anche lei ed abbia fede». Egli mi rispose: «Ma a che giova questo? Io la fede ce l’ho, qualche Padre Nostro a sant’Antonio lo recito pure, ma con la fede non mangio né pago i debiti…».

         Con tutto questo, come si può immaginare, passavo momenti difficili. Tanto io come pure la Madre Vicaria e le Consigliere, che ogni tanto discutevamo quello che si poteva fare, volevamo sospendere per qualche tempo i lavori e avremmo preferito portare a termine i lavori di una parte soltanto del convento-santuario. Ma l’idea non venne approvata dalla Commissione, dato che le impalcature non avrebbero resistito a tempo indefinito e il toglierle comportava uno spreco enorme ed inutile, dovendo poi tornare a rimetterle. Non ci fu rimedio: si dovette andare avanti in mezzo a lotte e difficoltà, con gli occhi rivolti verso il cielo, pensando che era un’opera di Dio e che Lui la voleva.

         Quante riflessioni mi suggeriva tutto questo! Anche la santificazione della mia anima era opera di Dio e, senza dubbio, la volevo al di sopra di tutte le altre cose! In mezzo a tutto questo affaccendarsi, andirivieni e preoccupazioni, non dimenticavo quello che mi scriveva il mio venerando Padre da Salamanca: «Guardi che il Signore non l’ha condotta in Italia per quella comunità, né per quell’opera, ma per farla santa…».  L’opera del santuario era una cosa importante, ma infinitamente di più lo era la mia santificazione. Tutto ciò che è grande, tutto ciò che vale, costa e, se si vuole, si fa e si va avanti nonostante le difficoltà. Non si impiega a volte più energia nelle cose materiali, perché gli uomini le vedono, mentre le cose spirituali restano indietro? Quando noi ci riunivamo in Consiglio per questi problemi, io restavo sorpresa di quello che tutte indifferentemente riuscivano a pensare e ad escogitare a riguardo dei mezzi da utilizzare per uscire dalla difficoltà ed andare avanti. Perché, pensavo io, non si discute e non si trova la maniera per far avanzare anche il lavoro dell’anima? Dio voglia che abbia approfittato di quel tempo e che non siano cadute nel vuoto le riflessioni che mi ispirava…


5 La Madre Maddalena in data 15 giugno 1935, con Rescritto apostolico della Sacra Congregazione dei Religiosi, fu nominata presidente del monastero passionista di Lucca. Il giorno 27 giugno prese possesso della carica e le religiose le prestarono obbedienza. Il 15 luglio 1935 si è proceduto secondo le norme prescritte alla nomina della Madre Vicaria e delle due Consigliere. Furono elette come Vicaria la Madre Maria Gemma della Vergine del Carmelo, come prima Consigliera la Madre Maria Margherita del S. Cuore e come seconda Consigliera la Madre Maria Francesca di Gesù Agonizzante. Ci sembra importante qui far conoscere la lettera che in data 9 giugno 1934 da Deusto-Bilbao la Madre Maddalena scrisse all’arcivescovo di Lucca, Mons. Antonio Torrini, nella quale gli spiegava come intendeva esercitare il ruolo di superiora per risolvere molte delle problematiche di detta comunità, alla quale non ebbe però risposta. «Eccellenza Rev.ma, nel vedere come le nostre sorelle di Lucca, anche dopo la negativa del Capitolo di questa comunità inistono per la mia venuta costì, mi sembra bene manifestare confidenzialmente a V. E. il timore che ho se davvero tal cosa risulterebbe in bene di quella comunità e per la gloria di Dio. Mi sembra avere notato in quelle religiose certo spirito di indipendenza e poca soggezione religiosa. Se io dovessi assumere il governo di quella comunità sarebbe con le seguenti condizioni, che desidero conosca V. Ecc.za. Si dovrebbero fare tutti i Capitoli Canonici, secondo la nostra S. Regola, e dopo approvati da V. E. ciascuna dovrebbe starsene al suo posto, senza considerazioni né preferenza all’età o al talento, ma solo a chi il Signore mettesse in tali cariche. Nelle decisioni da prendere, consultare o le Consigliere o il Capitolo rispettivamente a chi appartiene e a chi non fosse contenta ricordarle che è religiosa e che ha dato a Dio la sua volontà. In altre debolezze, procurerei essere madre compassiva, ma in questi punti e in  sostenere i diritti dell’autorità, sarei intransigibile. Crede V. E. che potrebbero sostenere questo governo o le sarebbe forse troppo duro? Senza queste sicure garanzie delle legittime autorità, io non potrei stare in una comunità né come suddita né come superiora, perché sono convinta che la base dell’ordine e il mezzo per attrarre sovr’essa la divina grazia è la fede nell’autorità e l’umile sommissione alla medesima; senza di questo tutto è inutile, non vi può essere né pace né unione. Supplicandola umilmente di una sua risposta (per poter determinare definitivamente prima dei Capitoli che avremo in questa comunità verso il fine del corrente mese) prostrata col maggior rispetto al bacio del S. Anello, La prego di Sua Benedizione. Della E. V. Rev.ma Maria Maddelana di G. S. Passionista».


 
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