5. Il giorno dell’apoteosi

5. Il giorno dell’apoteosi

 

         In mezzo alle preoccupazioni e ai lavori noi ci andavamo avvicinando a un giorno di gloria e di gioia per la comunità e per i devoti di santa Gemma.

         La costruzione giunse ad un punto in cui era necessario, per continuarla, demolire il vecchio edificio e la chiesa annessa dove si veneravano i resti mortali della beata Gemma. Erano dentro un’urna di cristallo in un altare di una cappellina interna, dove poteva starci soltanto il sacerdote celebrante e il chierichetto. Attraverso una grata, lungo tutto il lato della cappella, i fedeli accorrevano ad invocarla e potevano contemplarla a loro piacere, come accadeva quotidianamente alle persone venute da lontano e da vicino. Per questo motivo non potevamo interrompere il suo culto nemmeno un solo giorno, perché avrebbe potuto creare gravi disagi a persone piene di fede e di speranza venute da lontano. In vista di questo, si chiuse una parte della nuova chiesa che, essendo a forma di croce greca, si prestava bene allo scopo.

 

Inaugurazione parziale della nuova chiesa

 

         Chiudendo con una parete un braccio di questa croce destinato all’altar maggiore e dove si sarebbe messa provvisoriamente la Beata, l’altra parte della chiesa rimaneva libera per i servizi religiosi. Finalmente giunse quel giorno veramente da apoteosi nel quale la beata Gemma e la comunità avrebbero preso possesso, sia pure parzialmente: la Beata del suo santuario, e le religiose (sue umili custodi) del monastero. Per questo atto venne stabilito il giorno anniversario della sua morte, l’11 aprile, del 1937; in quella data ella era passata dall’esilio al santuario eterno della Patria del cielo. Possiamo qualificare quella cerimonia solenne come unica, perché difficilmente quelli che furono presenti avrebbero assistito durante la loro vita ad un’altra uguale. Non dubito che furono versate molte lacrime di commozione da coloro che anni prima non avevano apprezzato la «povera Gemma» e mentre vivevano accanto a lei la guardavano con disprezzo… Quale contrasto ora con allora! Tutta la città era in movimento per lei.

         Presero parte a quell’atto tutte le autorità civili e religiose; religiosi e religiose e molti collegi. Tra questi si distingueva quello delle Suore di santa Zita, dove Gemma era stata educata e dove viveva ancora colei che era stata la sua Maestra. La banda musicale accompagnava con marce trionfali e tutti, invitati o no, si davano da fare per rendere ancora più solenne la celebrazione in onore della loro compatriota, che non era la «povera Gemma»,  come lei si firmava nelle sue lettere, ma la «beata Gemma».

         Sua Eccellenza l’arcivescovo volle che l’urna, che conteneva la Beata, fosse portata tre giorni prima in Cattedrale, per preparare con un triduo la gente e che da lì partisse una trionfale processione per riportarla nel suo convento. Al suo passaggio, le vie erano ornate con archi di fiori che l’Amministrazione volle innalzare in suo onore. La gente riempiva le strade e c’era perfino chi saliva sugli alberi, facendo rintronare l’aria di canti che risuonavano nei cuori delle persone sane ed ammalate allineate dove passava il corteo, risvegliando in loro sentimenti di speranza, di compassione e di lode a Dio che in questo modo esalta gli umili, i poveri e quelli che soffrono e cercano di imitare le virtù di cui Gemma era, in quei momenti, splendido modello.

 

Si compie la profezia del P. Germano

 

         Naturalmente queste impressioni dovevano essere più vive nella sua anima. Avevo presente la visione profetica di trent’anni prima del P. Germano, a partire dalla pubblicazione della sua vita, quando Gemma si trovava ancora nel cimitero comune con gli altri morti e la comunità si trovava agli inizi della sua fondazione, sommersa dalla povertà e lontana dal pensare a quello che sarebbe successo. Il Padre, come strappando il velo del misterioso futuro, quasi trasfigurato e come fuori di sé, disse: «A questa comunità è preparato un grande avvenire; molto grande, molto grande…» e pronunciò queste parole con un’enfasi impressionante.

         Questa grandezza ce l’avevo io ora davanti, la contemplavano i miei occhi. Ero commossa senza poter trattenere le lacrime, come tutte le altre religiose che ricordavano con me quel giorno lontano ed ora vedevano il suo pieno compimento. Allo stesso modo si compiranno le parole di Gesù per quelli che lo amano, perché vedranno la sua gloria e coloro che lo servono arriveranno là dove sta Lui. Quello che si vedeva non erano che insignificanti dettagli della gloria eterna che a noi tutti Dio tiene preparata. Era toccato a me, la più indegna e l’ultima tra tutte le religiose, porre due anni prima la prima pietra e preparare questo giorno di tanta gloria, anche se con sacrificio e lotte. Questa è sempre la migliore ricompensa di quello che si fa per Dio ed io non ambivo altra cosa.

         Gemma mi infondeva desideri di imitarla un po’ nelle sue umiliazioni e mi ricordava quel suo detto: «Dio non dà mai desideri che non siano realizzabili». Mi faceva ritenere come una certezza che non mi avrebbe lasciata con i soli lavori passati, né con il solo desiderio delle umiliazioni. Che sarebbe di me se non mi fossi trovata pronta per le prove del Signore? Perché quando arriva il momento, come si vedrà, è molto facile cedere e sembra quasi che uno si dimentichi dei buoni propositi e delle disposizioni anteriori. Lo sperimentai quando venne la mia ora, l’ora mille volte benedetta e preziosa della mia passione. Proseguiamo intanto nel racconto dell’apoteosi del giorno glorioso per la nostra Beata, per la comunità delle Religiose Passioniste e per tutta la città e provincia di Lucca.

 

I resti mortali di Gemma giungono nel suo santuario

 

         Dopo aver percorso le varie strade che dalla Cattedrale portano a «Porta Elisa»,  dove si trovano le Passioniste, mentre l’imponente corteo si avvicinava al convento e santuario tra gli squilli di tutte le campane ovunque passava, noi (povere claustrali rinchiuse dentro le quattro mura) udivamo il rumoroso concerto di cimbali e cantici senza veder nulla. Alcune religiose vennero a supplicarmi perché dessi loro il permesso di poter lanciare qualche occhiata: «Madre, quando la processione entra nella nostra via, ci permetta di guardare un po’ l’urna!». Come potevo negare loro questa soddisfazione, l’unica nella vita, a quelle poverette che tanto avevano lavorato e tanto si erano sacrificate per preparare quel giorno? Raccomandai loro che facessero attenzione a non farsi vedere e che cercassero qualche angolino dietro qualche imposta e che si ingegnassero come potevano. Con questo rimasero soddisfatte nei loro legittimi desideri, che io stessa non potei trattenermi di soddisfare.

         Che spettacolo fu mai quello e ancor più contemplandolo con gli occhi della fede! Sono giorni che trovano confronto solamente con le feste eterne che ci ha preparato il nostro Padre Celeste per quando entreremo nella sua casa eterna, dove ci attende con la stessa ansia con cui attese santa Gemma, aiutati dalla sua grazia. Ella passò e vinse e noi stiamo passando. La vittoria dipende da noi: certamente non ci mancherà l’aiuto di Dio per raggiungerla. È incredibile, che per pochi giorni che passano così veloci ci lasciamo sfuggire una eternità felice e l’opportunità di dar sempre gloria a Dio lanciandoci ora con generosità per il cammino che la sua mano paterna ha tracciato a ognuno.

         Con questi pensieri nella mente e desiderando che li avessero tutti coloro che in futuro si sarebbero recati al santuario dove si custodiscono i resti di questa grande amante della passione, feci porre sulla targa che si trova sopra la porta principale le parole di nostro Signore: «Qui se humiliat exaltabitur».6 Furono inviati alla curia diversi testi o sentenze prese dalla Sacra Scrittura, scelte dalla Madre Vicaria e dalle Consigliere, perché Sua Eccellenza l’arcivescovo le approvasse. Lui scelse quella appena citata, che era stata suggerita da questa miserabile.

         Dato che su una delle due porte avevamo fatto scrivere parole uscite dalla divina bocca di nostro Signore, desideravo che sopra l’altra venissero poste alcune parole pronunciate dalla santissima Vergine e perché non si pensasse che ero sempre io quella che veniva preferita, lasciai che scegliessero loro i testi che volevano inoltrare al Superiore per l’approvazione. Mi accontentai di aggiungere all’elenco il seguente: «Fecit mihi magna qui potens est»,7 e questa fu la frase che l’arcivescovo scelse. Sia benedetto Dio, esclamai, che volle darmi questa soddisfazione!

         Ora queste due frasi sono lì e stanno parlando e parleranno e offriranno spunti di meditazione a tutti quanti visiteranno il santuario di santa Gemma a Lucca, indicando con poche parole a ciascuno il cammino che deve percorrere per giungere alla gloria che ella meritatamente già gode. Perché si umiliò tanto, fino al punto di giungere a vedere che quello che di buono c’era in lei era solo e tutto di Dio, poté ripetere con la più grande e la più umile di tutte le creature: «Fecit mihi magna qui potens est».

 


6 Cf. Lc 14, 11: «Chi si umilia sarà esaltato».

7 Cf. Lc 1, 49: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».

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