6. Gioie e pene

6. Gioie e pene

 

         In questa vita, in realtà, non si dovrebbe parlare di gioie se non quando l’anima sa di essere in grazia di Dio, erede delle sue eterne ricchezze e quando conosce che in questa sua grazia e amore può crescere. Pene… esistono e sono il vedersi lontani da Lui, in pericolo di perderlo, in mezzo a mille difficoltà e lotte per compiere la sua divina volontà, senza poter soddisfare con nessuna cosa della terra l’ansia infinita che divora l’anima di vedere Dio eternamente… Al di fuori di questo, non esistono né vera gioia, né vera pena.

 

Dolce sofferenza

 

         Sono già vari anni che ho di entrambe le cose praticamente questa concezione e mi sembra di poter assicurare che non trovo in niente consolazione, né soddisfazione, né godimento. Se qualcosa mi si presenta con l’apparenza di soddisfazione sento immediatamente dentro qualcosa come una voce che mi dice e mi fa sentire con forza: «Non val la pena rallegrarsi, né merita il nome di bene, tutto quello che passa e svanisce come il fumo!». E così, nello stesso tempo in cui ne godo, mi amareggia e mi fa soffrire e sospirare di più al bene eterno e immutabile che ci attende.

         Lo stesso posso dire a riguardo della sofferenza, delle contrarietà, rovesci, incomprensioni, umiliazioni, disprezzi, povertà, malattie che strappano tante lacrime ai poveri mortali e che chiamano, apertamente, mali e mali grandi. Non lo sono però in verità, perché sono i mezzi più sicuri, se li sappiamo sfruttare, per raggiungere quei beni che non avranno mai fine. Per grazia di Dio mi sembra, ripeto, che tanto quello che si chiama godimento come pure dolore, mi lascino quasi indifferente. La mia sofferenza vera e profonda è l’ansia di Dio, che non mi è dato di possedere e di amare quanto vorrei.

         Osservando il succedersi dei giorni e contemplando il sole che nasce con ognuno di essi, composi i seguenti versi:

 

A GESU’ SUL MATTINO

                  Amen

 

Gesù, Gesù!…: già il sole

Annunzia il nuovo giorno;

A Te faccio ritorno

In cerca del tuo amor.

 

L’amore, ch’è mia vita,

Come l’aria ed il pane;

Ma più l’anima ha fame

Dell’amor tuo divin.

 

Ma, non mi basta amore.

Come al corpo alimento,

Bisogna ogni momento

Che mi sostenga amor.

 

Amor sia il mio respiro,

e il battito del cuore

Amore a tutte l’ore:

Amor dovunque sto.

 

Amore se a Te penso;

Amor se con Te sono;

Amore se perdono,

Imploro dal tuo Cuor.

 

Amor se la mia mente

Leggera t’abbandona;

L’amor tutto perdona

E sempre pur si dà.

 

Lo so che quest’amore

È solo il tuo, mio Dio.

Ma questo cerco io

Perché sol questo è amor.

 

Se vuoi che io pure t’ami,

All’istesso compasso,

Ripeti ad ogni passo

Al cuore mio così:

 

«Cuore di Maddalena,

Più non ti basta il poco;

Convertiti in un fuoco,

Brucia d’amor per me».

 

 

         Questa sì che è sofferenza, anche se molto dolce: dover trascinare e servire il corpo peccatore in mezzo a nubi e timori di ogni sorta. Forse però anni prima non possedevo questa serenità o equilibrio spirituale come ora. Nel periodo della vita nel quale mi trovo, mi sentivo un po’ più suscettibile alle impressioni di godimento e di sofferenza. Quando si sono provate entrambe le cose, ci si abitua ed è una grazia che sia così. Dio permise che in questo periodo fossero più vive, certamente per il mio bene: Lui fa tutto con peso e misura…

 

In gravi difficoltà economiche

 

         I lavori mi recavano molte preoccupazioni e gravi contrattempi. Per esempio: dalla grande terrazza che ricopriva l’edificio penetrava l’acqua e non c’era modo di porvi rimedio. Richiedeva un aumento di spese nell’ordine di molte migliaia di lire e suscitava diversità di opinioni. Quando mi mancavano altre risorse per andare avanti, mi mettevo a ragionare per inventare nuovi mezzi con i quali raccogliere qualcosa.

         Uno fu quello di servirci di alcune cassettine con santa Gemma, che mensilmente venivano passate nelle case per raccogliere qualcosa a favore del santuario. Trascorsi alcuni mesi e quando noi ci rallegravamo del suo risultato (che, benché non fosse gran cosa, costituiva pur sempre un piccolo aiuto), mi cadde addosso un grandissimo dispiacere. I Parroci dei paesi, ai quali le avevamo mandate, andarono a lamentarsi dall’arcivescovo, e questi ne ordinò il ritiro immediato: «Queste cose —mi disse con tono severo— si fanno in Spagna, ma non in Italia».

         Quando comunicai questa disposizione dell’arcivescovo alle zelatrici, una (particolarmente devota a santa Gemma) ci chiese di venderle una di queste piccole urne, dicendoci che l’avrebbe conservata per devozione in casa sua. Ne parlai con le Consigliere e ci sembrò di poterla soddisfare, poiché non c’era di mezzo l’inconveniente, che aveva provocato la proibizione, cioè il raccogliere denaro. Perciò gliela vendemmo per suo uso, senza immaginarci che quella buona persona, per il desiderio di aiutarci, avrebbe chiesto nella sua stessa casa elemosine alle persone che le facevano visita, facendoci la sorpresa di mandarci una buona somma dopo alcuni mesi. Il suo parroco si lamentò per la seconda volta con l’arcivescovo. Questi venne al convento e mi fece un rimprovero così severo che mi ferì profondamente. Cercai di spiegargli come erano andate le cose, ma egli non volle sentire ragioni. Insistette nell’affermare che io non avevo obbedito ai suoi ordini. Che ferita mi lasciò nell’anima quella voce severa del Superiore: solo Dio lo sa! Mi sembrava che Dio stesso mi mostrasse il suo scontento e non solamente per quanto accaduto, ma per tutto quanto io stavo facendo.

         Mi sentivo in una confusione così grande che avrei desiderato perdere tutto, temendo di averlo offeso specialmente a riguardo dell’obbedienza; tanto più che ora, senza aspettarmelo, mi trovavo colpevole. Quante volte gli chiesi perdono e misericordia! Ma mi sembrava di udire la voce severa e minacciosa del rappresentante di Dio. Essa si ripercuoteva senza sosta nel fondo della mia anima ed io sentivo vergogna di stare alla divina presenza. Per questo da allora, quando la portinaia mi diceva: «Madre, c’è qui l’arcivescovo»,  scendevo tremante e quasi senza riuscire a parlare.

 

Aiuti di Dio attraverso i suoi ministri

 

         Ma Dio, che è sempre Padre e vede tutto, mi preparò una consolazione in un altro suo insigne rappresentante, rivestito della dignità episcopale, che era molto devoto di santa Gemma e di spirito passionista. Quando ricevevo qualche sua lettera, io sentivo il profumo di Gesù nella sua umiltà, nel suo zelo e nel suo ardente amore al Crocifisso. La mia anima, assetata e addolorata, approfittò di quella fresca fonte che lo Sposo mi offriva. Non contenta di informarlo delle questioni materiali che giustificavano la mia corrispondenza con lui, poiché era un insigne benefattore della comunità, osai (data la fiducia che mi ispirava) confidargli qualcosa della mia anima, perché mi sembrava che fosse in grande sintonia con la sua. Gli parlai delle mie ansie, dei timori e dell’ardore che sentivo quasi costantemente nel cuore, paragonabile ad un fuoco che dolcemente brucia e che era scomparso in seguito agli eventi penosi di quei giorni, accrescendo così le mie pene e i miei timori.

         Già da tempo avevo parlato di quell’ardore con un Padre Gesuita, molto santo, il Padre Antonio Amadori, che diede gli Esercizi spirituali alla comunità il primo anno che io mi trovavo a Lucca. Alcune religiose della comunità lo conoscevano e avevano parlato precedentemente con lui. Quando mi resi conto che tutte lo desideravano e tenendo presenti le difficoltà passate (per evitare motivi di ritornare su opinioni e discussioni), pensai che per quell’anno si poteva fare un’eccezione e che sarebbe stato conveniente che lui venisse al posto di un Passionista (perché erano sempre stati questi a predicare gli Esercizi). Cercai il bene delle anime, superando il timore che forse non sarebbe stato ben visto da alcuni dei nostri. Esposi l’idea al P. Provinciale, Passionista, dicendogli che era solamente per quella volta e, grazie a Dio, non la prese a male.

         Ignoro se Dio, permettendo questo, avesse in vista il bene di qualche altra anima in particolare, ma ciò di cui non dubito è che lo fece a beneficio della mia anima. Parlai con lui di quell’ardore che sentivo e che causava la mia sofferenza e la mia beatitudine allo stesso tempo. Gli dissi che da esso traevo la forza e l’energia per i sacrifici e per l’adempimento del dovere. Dopo essere stata a parlare con lui andai in cella e mi appuntai le sue parole, perché mi avevano fatto molto bene. Le trascrivo qui, con l’unico scopo che servano ad altre anime ad apprezzare molto questo favore come merita, se lo ricevono dal Signore. A me lo fece apprezzare molto quel benedetto servo di Dio, che mi stimolò di più alla gratitudine, all’umiltà e al santo timor di Dio da farmi sentire indegna di un tale favore.

         Nel dirgli che a volte mi sembrava fuoco che brucia, altre volte come acqua impetuosa che vuole prorompere e che entrambe le cose sono penose e gradevoli insieme, mi rispose:

 

         «Ah, Madre, Madre, che grazia è mai questa, che grazia! Riceva i miei compiacimenti e sappia apprezzare un favore così grande che è l’inizio di altri più grandi ancora. Quando Gesù fa sentire questo suo amore a un’anima, è perché ha sopra di lei dei disegni particolari, non lo dimentichi. Vuole non solo che lo ami, ma che sia anche strumento perché altri conoscano la sua bontà, lo amino e si abbandonino a Lui. A lei è affidata una missione grande, la compia: lasci agire al Signore. Riconoscendosi indegna di un tale favore, gli chieda supplichevolmente che continui la sua opera amorosa, nonostante la sua indegnità, fino a portare la sua anima a trasformarsi in Lui. Gli chieda la grazia di non opporsi mai alle operazioni del suo amore. Che il suo amore sia la sua consolazione e allo stesso tempo il suo martirio, il suo sostegno e il suo tormento. Cresca sempre in lei questo fuoco, questo ardore, questo soffrire. Oh, Madre, che grazia, che grazia!».

 

         L’impressione che mi produssero quelle parole è più facile immaginarla che dirla. Ero allo stesso tempo soddisfatta e più inquieta; tanto che, senza poter parlare con nessuno, sentivo dentro di me una folla di voci; ma non so esprimere quello che mi dicevano…

         Mi trovavo in quella situazione (come un’arma carica, che al toccarla esplode), quando scrissi al vescovo di cui ho fatto menzione poco fa. All’aprirgli la mia anima, egli mi aprì la sua e si fecero sorelle.

         Non voglio tralasciare di scrivere qui quasi per intero una sua lettera:

 

         «Reverenda e dilettissima sorella in Cristo Crocifisso, aggiungo alcune righe per Lei soltanto. Dio la ricompensi per quanto mi scrive a riguardo della mia povera anima. Se Lui le permettesse di vedersi nella sua luce, si renderebbe conto di quanto povera e miserabile essa sia…

         Le mie ansie costantemente sono state l’orazione e la penitenza, ma in questi ultimi mesi, per le speciali circostanze nelle quali sono venuto a trovarmi e che mi hanno procurato angustie e perfino agonie, per il cambiamento di clima e forse e senza forse a causa della tiepidezza, mi trovo molto in basso. Supplichi il suo Sposo affinché, se così è la sua volontà, mi faccia riprendere ciò che prima praticavo. Soprattutto, chieda che io sia veramente umile e che mi divori il fuoco dell’amore verso Gesù Appassionato.

         Che giorno e notte Lui sia anche per me l’oggetto di una tenera contemplazione e che la sua sete di patire sia anche la mia sete. Chissà che non mi riservi qualche grande umiliazione; se la natura si intimorisce, la punta dell’anima mi sembra che non solo l’accetti, ma che addirittura la desideri…».

 

         Con lo stesso spirito di confidenza ci scambiammo diverse lettere, poiché ci erano di reciproco aiuto. Mi immagino che Dio, rivolgendo uno sguardo paterno ai due, con la compiacenza di chi guarda a due figli gemelli, ci abbia uniti nel suo amore. Sono rose che il Padre celeste sparge lungo il cammino terreno per incoraggiarci a proseguire fino alla patria. Tra le rose ci sono però le spine, a volte nascoste, che non cessano per questo di pungere, quando meno lo si pensa.

 

Oggetto di gravissime denunce

 

         Un giorno mi si presentò nel convento di Lucca l’arcivescovo8 e mi chiamò. Discesi immediatamente, come richiede la sua degna persona e per il fatto di essere il Superiore. Alle brevi parole di saluto, aggiunse: «Lei, Madre, durante la ricreazione ha detto questa e quest’altra cosa?». Erano nientemeno che errori contro la dottrina della Chiesa. Risposi subito e decisa: «No, Eccellenza; non ho detto questo, né penso in questo modo». Ma lui replicò: «Sono quattro o cinque le religiose che assicurano il contrario; non posso supporre che tutte mentiscano». Io riaffermai quanto detto ed egli se ne andò senza dir altro, lasciandomi una spina conficcata nel cuore.

         Il mio pensiero non faceva altro che indagare come poteva essere successo questo, su che cosa si sarebbero basate per esporre una simile denuncia al Superiore e non riuscivo a trovare la spiegazione. Alla fine, dopo molto pensare, mi ricordai che un giorno, saranno mesi, durante la ricreazione, si parlava della grazia, del peccato, degli effetti che produce nell’anima, delle conseguenze temporali ed eterne. Io dissi: «Oh, questa cosa dell’inferno eterno è terribile! Io mi rallegrerei se Dio un giorno trovasse il modo di liberare queste anime, perché tutte lo possano benedire e lodare eternamente». So molto bene che «in inferno nulla est redemptio».9 Le mie parole non fecevano altro che esprimere un sentimento verso quelli che si perdono e non possono mai più amare e benedire Dio.

         A riguardo della grazia io in quella ricreazione manifestai la grande bontà della Chiesa nel perdonare i peccati e addirittura lo rimarcai dicendo che se uno è in dubbio che sia un peccato grave o no, la Chiesa gli permette di comunicarsi, alla condizione però che abbia il desiderio fermo di confessarsi non potendolo fare prima della Comunione.

         Sopra la prima questione, avevano detto che io mettevo in dubbio l’eternità dell’inferno; rispetto alla seconda, che ci si poteva comunicare pur essendo in peccato mortale. Forse io sono stata imprudente e poco attenta nel manifestare quelle idee nel bel mezzo della ricreazione, però è certa che stravolsero il mio pensiero, forse espresso male. Sopra ciò non mi scomposi molto perché, benché siano punti molto gravi e delicati della nostra fede, mi sentivo così sicura nel credere tutto quello che la Santa Chiesa comanda e approva che ero disposta a lasciarmi uccidere volentieri per confermarlo. Quello che mi ferì vivamente fu il constatare che delle religiose, e diverse, si erano rivolte al Superiore interpretando molto male le mie parole. Questo mi diceva che non vedevano più bene le mie cose e che erano contrarie alla mia povera persona. Nonostante tutto, mi parve meglio dissimulare, comportandomi come se nulla fosse successo.

         Qualcosa del genere lo stavo già sospettando, per quello che vedevo e sentivo, ma, siccome il mio cuore le amava e le stimava tutte moltissimo, cercavo di soffocare quei sospetti, accusandomi in confessione della colpa di pensare quello che non c’era. Vedendo però quello che fecero, non ci poteva essere più dubbio che qualcuna mi guardava di malocchio. Soffrivo, soffrivo perché so molto bene che, in casi del genere, si vede tutto sotto questo sentimento che domina e con la forma e con il colore che esso stesso produce. Mi rendevo conto di tutto, capivo tutto e ciò nonostante amavo di più quelle che sospettavo avessero fatto la denuncia e che mi erano causa di quella pena, certamente senza cattiva volontà.

         La prima notte che successe questo non riuscii a dormire. Mi alzai, la passai quasi tutta davanti a Gesù in cappella, vicino all’altare, come intontita, senza potergli dire nulla, consolandomi solo con il pensiero che Lui sapeva tutto e preparandomi ad ogni evenienza, dato che l’ambiente circostante non era da meno.

         A questo si aggiungeva il fatto che io avevo negato recisamente al Superiore di aver detto quelle cose, perché, nel momento in cui mi domandò, non ricordavo assolutamente nulla di quello che era accaduto in quella famosa ricreazione. Se mi fossi ricordata avrei potuto dare qualche spiegazione, senza lasciare il Superiore nella sensazione che mentivo. Ma il Signore permise tutto questo senza che io sentissi la necessità di confessarmi di aver mancato.

         Non cessavano di venirmi dubbi e timori e se avessi dovuto tornare sull’argomento con l’arcivescovo e spiegargli la cosa. Mi consultai con un Padre Passionista molto quotato, aggiungendogli che, se non ero obbligata, avrei preferito non dirgli nulla, anche se mi avesse ritenuta una bugiarda, come seppi dopo che mi considerava. Mi bastava non esserlo e fare quello che era più perfetto. «Senza dubbio —mi disse il Padre— la cosa megliore è tacere e piacerà molto al Signore non discolparsi». Da un sacerdote della curia, seppi che l’arcivescovo aveva detto: «Da una superiora che dice menzogne…»; come se volesse concludere: «ci si può aspettare poco di buono…».

         Con questi nuvoloni si andava presentando il futuro all’avvicinarsi della fine del triennio di Superiora. Per me non c’era nulla di nuovo. L’esperienza dei miei cinquant’anni me l’aveva dimostrato: cose e persone cambiano; solamente Dio rimane lo stesso. Mi piaceva ricordare questa verità ripetendo una strofa di una mia composizione:

 

         «La sua bellezza , il suo amor, per me il suo affetto,

         Solo non cambian mai nel mio Diletto».

 

         Mi stringevo sempre di più a Lui attraverso le sue spine e con l’aiuto di anime buone, come pure delle guide della mia anima.

 

         Il vescovo del quale ho parlato prima in questo tempo mi scrisse:

 

         «Reverenda e dilettissima figlia nel Signore nostro: volesse il cielo che Dio ci permettesse di poter comunicare con le fiamme del suo santo amore, perché sempre di più ci infiammi e ci divori questo fuoco di cielo. Lei si umilia per non aver saputo soffrire quanto e come Lui vorrebbe, pertanto sì, gli chiederò che le conceda maggior generosità. Una Passionista mi sembra che non solo debba meditare costantemente, ma anche vivere in se medesima tutti i patimenti e gli obbrobri del suo Sposo adorato.

         È vero che, nei momenti di fervore noi ci dichiariamo disposti a sopportare tutto per il suo amore, fino a giungere a desiderare e a chiedere che ci faccia bere allo stesso suo calice. Ma, ahi, quanto deboli e fiacchi ci comportiamo in realtà!… Questo ci serva per conoscerci meglio e per diffidare maggiormente di noi stessi e per porre in Dio tutta la nostra fiducia. Pregherò molto perché la perdoni, la irrobustisca e la faccia vivere e morire inchiodata alla croce con Lui».

 

         Alla lettera aggiunse i seguenti versi composti da lui stesso:

 

LA PASSIONISTA E LA CROCE

 

Dimmi sorella mia: ami la croce?

«S’io l’amo?… Tanto!»,  parmi udir da tua voce.

Non è forse essa il nuziale letto

Nel quale sposarmi volle il mio Diletto?

 

Sul mio braccio l’ho impressa e sul mio cuore

Segnacolo di puro eterno amore.

Non gioie, anelo, onori, aver ricchezze;

Nella croce son tutte le mie ebbrezze.

 

Solo al mirarla sentomi languire;

In essa voglio vivere e morire.

Oh, se tutto potessi delle vene

Versarvi il sangue pel mio Amato Bene!

 

Ma, se il corpo inchiodarvi non potrò,

Crocifissa nell’anima sarò.

O amore, o amore, o amore, o amore, o amore:

Non valgo a contener più tanto ardore.

 

Sposo dolce: i tuoi obbrobi, i tuoi martirî,

Di quest’alma son gli unici sospiri.

«Signore, deh! appaga sì cocente brama;

Solo patir desia chi sol Te ama».

                  

 

SVEGLIARINI

 

1. Gesù: quale ansia sento d’immolarmi

Per Te, con Te. Oh, sol questo desio!

Fa’ presto, o Amore, a tutta consumarmi:

Sia un continuo morir il viver mio!

 

2. Sì, Tu in croce, Signor, di sangue intriso,

E me coperta di vil saio miro.

Esclamo fra una lacrima o un sorriso:

Vittime entrambi di un amor deliro!

 

3. Per amor di Gesù, morto sul monte,

Piedi e mani trafitto, petto e fronte,

Povera, pura, penitente vita

Io sempre viver vo’, s’Ei mi dà vita.

 

4. Gesù: io t’amo e troppo poco.

E ch’io t’ami con un cor.

Tu mi aggiungi fuoco a fuoco,

Fammi vittima d’amor!

                  

         Dopo queste strofe aggiunse:

 

         «Supplico Dio che la faccia santa e santificatrice. In Lui e con Lui la benedico molto e sempre».

 

Dolorosa visita delle sue figlie di Deusto

 

         Tra le gioie e le pene di questo periodo non voglio tralasciare di ricordarne una non piccola di certo in entrambi i sensi.

         Costrette dal pericolo dei giorni tristi del movimento rosso in Spagna, le nostre care sorelle di Bilbao, dovettero abbandonare il convento e rifugiarsi in luoghi diversi. Nelle zone più pacifiche potevano ritornare alle loro case, ma quelle che non avevano famiglia lì si trasferirono nel convento che abbiamo in Francia e quattro giunsero a Lucca. Una, che se n’era andata con un parente che viveva a Biarritz, venne prima che poté; le altre tre giunsero quando tutte le altre uscirono dal convento e si rifugiarono nelle loro case. Di queste ultime, due erano ammalate di polmoni.

         Quelle buone anime, comprendendo che questa malattia le allontanava da qualsiasi, nella loro semplicità e affetto filiale verso di me ebbero l’idea che la miglior cosa fosse di rifugiarsi a Lucca. Pensavano che, siccome ero io a capo della comunità, sarebbero state accolte senza difficoltà nonostante il pericolo del contagio. Non rifletterono abbastanza che io ero una sola e che mi trovavo in quella comunità come in prestito. Quando le religiose di Lucca seppero che arrivavano le inferme, tutta la comunità si inquietò e a ragione,10 perché avevano appena preso possesso di un convento nuovo e due religiose ammalate di quella malattia non erano gradite. Io comprendevo perfettamente le ragioni di entrambe le parti, senza però sapere cosa fare. Alla fine i Superiori decisero che venissero ammesse e che fossero assistite con carità in stanze separate dalla comunità. La sofferenza che tutto questo mi procurò, insieme alla soddisfazione di vederle di nuovo, Dio solo lo sa.

         Nello stesso tempo, le contrarietà e le difficoltà dell’opera andavano aumentando.

         Così, tra una cosa e l’altra, avevo qualcosa da offrire al Signore. Mi incoraggiava in questo, più di ogni altro, il mio Padre spirituale. Quando, tra la corrispondenza, vedevo un francobollo della Spagna, mi si allargava il cuore.

         Ecco qui una delle sue lettere:

        

         «Lei mi dice che è molto immersa nelle cose materiali. Ma quanto dovranno lodare il Signore queste pietre che a lei costano tanti affanni! Con quanta devozione dovranno pregare lungo tutti i secoli a venire i fedeli in questa chiesa e con quanta pace e amore del Signore potranno vivere le religiose di molte generazioni in queste celle! Quando lei si sente immersa nelle questioni materiali offra al Signore tutti questi futuri atti di amore. Ma soprattutto, lei si muova nell’Amore e per l’Amore. Queste fatiche e contrarietà (allude ad una chiesa che stavano costruendo di fronte al santuario con disappunto della comunità) ci devono accompagnare mentre ci troviamo in questa vita. Noi vorremmo che sparissero perché non ostacolassero quel po’ di bene che cerchiamo di fare per il Signore. Non so chi diceva che le contraddizioni sono come delle forme nelle quali si vuota la nostra vita. Le forme, con la loro resistenza, fanno molto bene. Con Gemma in cielo e con questa santa in casa, lei ne ha già abbastanza per non scoraggiarsi…

         A proposito di quello che mi scrivete lei e Madre Soledad (una di quelle venute dalla Spagna) ammiro soprattutto la finezza del Signore nel ferire. Quanto lei stima Madre Soledad, altrettanto Madre Soledad stima lei e ciò nonostante vi prende come strumento per ferirvi l’un l’altra. Senza alcun dubbio, ciò che ferisce maggiormente Madre Soledad è essere motivo di sofferenza per lei, allo stesso modo ciò che ferisce maggiormente lei è far soffrire Madre Soledad. Certamente è così. Quanta gioia per la Madre Soledad nel vedersi con la sua Madre Maddalena e tutto per procurarsi ferite così raffinate! Dio è ammirabile nei suoi santi e non solo nei suoi santi, ma anche nel modo di farli tali…

         Se avesse avuto bisogno di maggiori prove della sua santità, con queste alle quali il Signore la sottomette, le ha. E sono anche prove della santità della Madre Maddalena. Non si sorprenda perché parlo della santità di lei, perché senza dubbio il Signore vuole farla santa e molto santa… Come sorriderà il Signore vedendola in queste difficoltà! Lui dirà: Guarda, guarda come si comporta ora. E siccome lei desidera riuscire e non vuole nessun’altra cosa che la sua volontà, di sicuro riesce, perché l’Amore, o Apostola dell’Amore, orienta molto bene.

         Va bene, figlia mia, va bene. Abbia la piena sicurezza di questo, glielo dico io. Lotti, insista, veda il modo di trovare la soluzione alle difficoltà che le si presentano. Non dubiti che riuscirà. Ma anche se non riuscisse, riuscirà nel desiderio di far contento il Signore. Lavoriamo per il Signore, soffriamo per il Signore, contribuiamo alla diffusione del suo regno.

         Non lasci il voto del più perfetto. Perché lo vuole lasciare se corrisponde a una beata condizione del suo animo? E se in qualche momento soffre un poco per questo, pensi che è il Signore che vuole che da tutte le parti le arrivi qualche sofferenza».

 

         Con questi aiuti sentivo come ringiovanire le energie della mia anima ed ero disposta a lottare e a patire tutto quello che il Signore avesse permesso e perfino a desiderare di averne di più per offrirglieli.

         Beati godimenti, felici dolori e contrarietà quando si ricevono da Dio e si offrono a Lui per compiere i disegni che ha sopra la nostra anima!…

 


8 Si tratta di Mons. Antonio Torrini, che ha una certa importanza non solo per la vicenda della Madre Maddalena, ma anche per la storia passionista più in generale, nato a Pomino (FI), diocesi di Fiesole, il 30 agosto 1878 e morto a Lucca il 20 gennaio 1973 a 95 anni di età. Fece ingresso nella diocesi di Lucca in qualità di arcivescovo l’11 novembre 1928.

9 «Non c’è redenzione nell’inferno».

10 Su questa questione, cf. P. Antonio M. Artola, Alleluia sulla Croce. Profilo biografico della M. Soledad Solaun Unamuno C. P. 1902-1967, RSSP 49, Roma 1992, pp. 25-31. Il 12 giugno 1937 la Madre Maddalena informava l’arcivescovo: «Ecc.za Reverendissima, l’acclusa è risposta del P. Provinciale di Francia alla mia dove le diceva che non potevamo ammettere le inferme. Come V. E. vede non giunse in tempo. Alcune religiose di qui mi dicono che ho tardato io la risposta perché desideravo che venissero. Non è vero: scrissi loro più presto che mi fu possibile. Se V. E. non crede concedere il permesso per accettarle, scrivo al Provinciale che le rimandino colà, o al Generale che pensi lui a loro. Qui al parlatorio a soffrire non mi pare carità tenerle; hanno già sofferto tanto… Sono due giovani di 23 e 25 anni e una Madre, la Vicaria [Madre Soledad]. Prima di venire il medico che le curava, della comunità, le visitò e disse che al polmone non ci avevano più nulla, stavano curate; solamente avevano bisogno di alcune attenzioni. Ma se V. E. vuole che siano visitate qui, possiamo farlo, così avranno questo sacrificio di più da offrire al Signore. Se fosse possibile una sua visita, le conoscerebbe e potrebbe darci una risposta definitiva affinché io faccia ciò che sia necessario per toglierle di una situazione sì penosa. Prostrata col maggior rispetto al bacio del S. Anello domando umilmente la S. Benedizione. Di V. E. aff.ma figlia Maria Maddalena Passionista». Le tre monache ammalate lasciarono Lucca per far ritorno in Spagna a Deusto il 19 settembre 1937, dopo un soggiorno durato poco più di tre mesi, ma molto tribolato specialmente per la santa anima di Madre Soledad, discepola carissima della Madre Maddalena.

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