8. Il mio calvario

8. Il mio calvario

 

         Nel tornare a scrivere dopo l’interruzione di più di un mese, do un’occhiata al capitolo precedente e mi vergogno di me stessa. Paragonare il calice della passione di Gesù e servirmi delle Sue stesse parole per descrivere le piccolezze che provocarono alla mia anima gocce di amarezza… Gesù mio, perdonami! Tu, innocente, soffrivi ed accettavi tutti gli affronti delle ingratitudini umane e della malizia degli uomini per glorificare il Padre e salvare l’umanità e io peccatrice, che avevo bisogno di far penitenza per i miei peccati, credo di far qualcosa soffrendo quello che merito per le mie sconsideratezze, per la mia superbia e mancanza di tatto e di prudenza nel trattare con le mie sorelle di Lucca? Perdono, Gesù mio, per quello che ho detto e per quello che sto per dire, osando chiamare mio calvario quello che era il frutto meritato delle mie mancanze e delle incomprensioni involontarie da parte di persone che furono soltanto tuoi strumenti.

 

Incoraggiamenti spirituali del Padre della sua anima

 

         Mi confermava assai bene in questi pensieri soprannaturali, durante i penosi fatti che successero intorno a me, il Padre della mia anima dalla Spagna, con la lettera del 19 dicembre 1939! Eccola:

 

         «Madre Maria Maddalena, figlia mia nel Signore: benché lei mi dica che posso ritardare a risponderle, lo faccio subito perché credo che ne abbia bisogno.

         Quante cose permette il Signore quando vuole mettere alla prova un’anima! Come deve sorridere nel vederla e nel contemplarla! Anch’io sorridevo. Povera figlia mia Madre Maddalena, come si mettono tutti contro di lei, perfino i ministri del Signore! Non sono però loro, è piuttosto Lui. Lui, che ha pure le sue furbizie e vuole provare le anime che ama veramente. Può darsi che nessuna di queste persone commetta peccato in quello che stanno facendo perché, per permissione del Signore, si formano ombre nel loro spirito e operano e parlano come viene.

         Lei si muova il meno possibile e parli il meno che può per difendere se stessa. Si ricordi del silenzio del Signore davanti ai tribunali: Jesus autem tacebat.14 La difenderà Lui. Per difendere però la fondazione e i suoi interessi, si dia da fare, faccia e patisca tutto quello che è necessario. È un segno che tutto andrà bene, se si agitano tanto gli spiriti infernali. Io non le dico altro, se non che la raccomanderò molto nella Messa. Sì, figlia mia: anch’io ho passato un anno difficile!…

         La benedico, figlia mia.

         Servo nel Signore, Fra Sabino M. Lozano O. P.».

 

Visione soprannaturale degli avvenimenti

 

         Dopo Dio, devo a lui l’avermi sostenuta nel mio calvario. Lo chiamo così, non per accentuare i fatti, ma perché, non essendo io mai passata prima per questo tipo di prove e di umiliazioni, li sentivo di più. Me lo aveva predetto il P. Germano, all’inizio della mia vita religiosa, e credo di non averlo detto al suo luogo: «Ti aspetta un cammino molto difficile». Mi venne l’idea che sarebbe stato questo, perché in nessun’altra circostanza sentii tanto al vivo la mia miseria e la mia debolezza, direi quasi che, davanti a quella prova, temetti di cadere e di perdermi.

         In quei giorni non vedevo altro che oscurità e nuvolaglie da ogni parte, sia fuori che dentro (senza tuttavia perdere la pace), timori, dubbi, incertezze, senza sapere cosa fare per rimediare al mio male. Cercavo di fare il bene intorno a me, senza riuscire a farlo in nessun modo. Allo stesso tempo c’era da muoversi, operare, lavorare, nonostante mi rendessi conto che varie delle mie cose erano interpretate male e non erano accolte bene. Poverette! Quanto le feci soffrire nonostante il mio desiderio di far loro tanto bene, tanto nel senso spirituale, come in quello materiale. Se avessi avuto almeno il Superiore, Sua Ecc.za l’arcivescovo, che mi incoraggiasse!… Una sola parola detta da lui mi avrebbe sostenuto in tante penose lotte. Invece, la sua presenza mi faceva spaventare e le parole che mi rivolgeva mi ferivano l’anima, a giudicar dalle quali venivo a capire che attribuiva a me i frequenti dissapori che esistevano nella comunità. Qualche volta tentai di fornirgli qualche ragione, di spiegargli qualcosa, ma vidi che era peggio e risolsi di mettere in pratica il grande consiglio del Padre: «Lei si muova il meno che può per difendere se stessa e parli meno che può; si muova solo e parli per difendere gli interessi della comunità».

         Lasciai che si conficcassero nella mia anima le spine che lo Sposo mi offriva, che ricadessero sopra di me i colpi che mi percuotevano, preparandomi alla sentenza di morte nell’incarico. Non mancava nemmeno a me, come a Gesù, chi mi dicesse le parole di Pilato: «Che male ha fatto? Perché vogliono condannarlo con una sentenza ingiusta?». Io non lo pensai così né lo penso. Non erano gli uomini che agivano, ma era Dio che, con un gesto della sua predilezione sopra la mia indegna persona, voleva darmi questo tratto di rassomiglianza con il mio divino Modello, Gesù Crocifisso.

         Lo hai raggiunto, Gesù mio? Credo di no, per la mia mancanza di generosità, per essermi soffermata in considerazioni umane e per non averti lasciato operare in piena libertà per mezzo di quelle persone e cose che succedevano.

         Temo, Gesù, di averti dato motivo di disgusto, non apprezzando come dovevo la tua mano benedetta nascosta che voleva liberarmi, purificarmi… Quante grazie avrò perso! Concedimi, Gesù, di poter riparare tutto prima di morire e che, nell’esalare l’ultimo mio respiro, io abbia recuperato tutte le grazie che tu volevi concedermi in quella circostanza.

 

Preparando le feste della canonizzazione della beata Gemma

 

         Nonostante le ombre che regnavano nella comunità per causa mia, io dissimulavo e continuavo nell’adempimento dei doveri dell’incarico, vedendo con gioia avvicinarsi il grande giorno della suprema glorificazione della beata Gemma. Il lavoro aumentava. Bisognava prevenire e preparare tante cose! Lettere speciali per invitare persone che dovevano prendere parte a quel giorno di gloria, pensare alla festa che si doveva fare al santuario e tutto con sufficiente anticipo per poterlo annunciare nella rivista un mese prima. Preparai tappezzerie, damaschi, arazzi, ricami d’oro, quadri, facendo venire tutto in grande quantità da Milano. Raccolsi oggetti della Santa, immagini, libri e tutto quanto era necessario.

         Con quale piacere io davo la mia approvazione quando le buone religiose che maggiormente lavoravano per santa Gemma venivano a propormi qualcosa a questo scopo! Non si stava a guardare né a fatiche né a spese, tanto era l’entusiasmo che ci animava tutte. Molte volte venivano a dirmi: «Madre, bisognerebbe fare questo, c’è da comprare quell’altro, preparare, scrivere, invitare vescovi, cardinali, chiedere aiuto agli uni e agli altri, installare altoparlanti intorno al santuario e all’interno per ascoltare la cerimonia trasmessa da S. Pietro in Roma».

         Facevo tutto questo con molta soddisfazione, senza cessare di sentire le spine che, in mezzo a tutto quanto succedeva, di frequente mi pungevano l’anima. Quando non mi bastava il tempo di giorno, lo toglievo al riposo della notte. Nel ritirarmi a tarda ora nella mia cella, quanto mi sentivo stanca e sfinita fisicamente! A questo si aggiunga il dolore morale, che nella solitudine si faceva sentire più vivamente nella mia anima. Ma tutto mi sembrava poco, niente mi toglieva l’energia e l’ardimento che erano necessari in tali circostanze, né l’intima serenità per compiere il mio dovere. Avevo fatto preparare perfino le aste per appendere arazzi e tappeti in chiesa, ciascuna con la sua misura adatta e con i suoi lacci, non restava che appenderli.

         Chi avrebbe pensato che non sarebbe toccato a me farlo? In quel giorno ormai così vicino io non avrei potuto partecipare a nulla, né prestare la mia collaborazione con tutte le altre, ma sarei dovuta rimanere in un angolo della cella, come se si trattasse di un oggetto inservibile e che si getta in un cantuccio senza pensarci mai più. Così l’aveva disposto il Signore e così successe. Le creature in questo non ebbero altra parte che quella di essere semplici strumenti nelle mani sovrane del Signore, che fa tutto bene e per il nostro bene.

 

Destituita dall’incarico di Superiora

 

         In data 28 marzo 1940 ricevetti dalla curia la seguente lettera:

 

         «Rev.da Madre Superiora del monastero delle Passoniste:

         Porto a conoscenza di Vostra Reverenza che lunedì prossimo, 1° aprile, alle ore 15, Sua Ecc.za l’arcivescovo, su mandato di un recente Rescritto della Santa Sede, verrà a codesto monastero per procedere alle elezioni ordinarie della Superiora e degli altri incarichi. La saluto, il Cancelliere».15

 

         «Elezioni ordinarie!…». Davvero non si potevano chiamare così le elezioni che si facevano 15 mesi prima che terminasse il tempo canonico dell’incarico. Erano così straordinarie che, durante gli anni della mia vita religiosa, non ho mai visto deporre nessuna dall’incarico prima del termine del triennio che è fissato dalla Regola.

         Non mi sentivo preparata a lasciare le cose così improvvisamente nelle mani di un’altra persona e senza avere il tempo di far nulla. Un Capitolo fuori del tempo e in tanta fretta, mi diceva o dimostrava chiaramente che era solo per togliermi e porre rimedio a un male grande. Compresi tutto ciò perfettamente. Il Signore mi fece capire in maniera profonda ed intima l’umiliazione che mi attendeva e che avrei dovuto sentirne tutta la sua amarezza senza attenuazioni. Questo mi cagionava come conseguenza timori ed angustie di vedermi come respinta da Dio a causa dei miei peccati.

         Non ebbi tempo nemmeno di avvisare il Visitatore P. Alessandro Antonelli, alla cui dipendenza mi trovavo, più ancora di quella di Sua Eccellenza l’arcivescovo (perché avevo l’incarico con nomina ottenuta tramite la pratica presentata da lui alla Santa Sede). Non avevo nessuno a cui chiedere neppure una parola: sola, schiacciata, mi sembrava di essere sotto il peso di un imminente rifiuto da parte di Dio e degli uomini. In quello stato, mi buttai, ciecamente e con fede, nelle braccia di Colui che è sempre Padre e che legge in fondo al cuore, lasciando agli uomini che facessero tutto quello che volevano, senza intromettermi in nulla, limitandomi semplicemente a comunicare alla comunità il contenuto della breve lettera citata sopra. Mi bastava, come consolazione e sostegno, la sofferenza intima che mi torturava, dissimulando al di fuori per nascondere l’amarezza che provavo.

         Al primo di aprile, all’ora precisata prima Sua Ecc.za l’arcivescovo (con altri due) riunisce le capitolari, prevenendole con esortazioni che sapevano di rimprovero e di scontento verso la comunità. Le sue parole cadevano sopra la mia anima (che in quel caso era colpevole di tutto) come frecce che mi trafiggevano e da esse comprendevo che sarebbe finito non solo il mio incarico, ma anche il mio essere morale. In quel momento mi sembrò che io, con quel castigo, sarei rimasta schiacciata per tutta la vita, perché Dio non poteva più servirsi di me per nulla. Accettai tutto ciò, sì, anche se non con la generosità dei santi, in piena rassegnazione, consolandomi con l’idea che in quel modo potevo amare di più Dio e implorare la sua misericordia e il suo perdono.

         Al primo scrutinio delle elezioni io ebbi il maggior numero di voti.

         L’elezione venne ripetuta più volte, fino a che Sua Ecc.za l’arcivescovo, senza sapere chi aveva più voti, designò colei che doveva essere la Superiora. Furono poi elette la Vicaria e le Consigliere.16

         Io rimasi dove il Signore mi voleva: nel mio nulla, scartata dal Superiore come un impiccio ingombrante ed inservibile.

         Soffrivo ed insieme gioivo: sentivo l’umiliazione, lo schiaffo morale che ricevetti nel vedermi sfuggire dalle mani in quel modo e in momenti così solenni il governo della comunità, ma gioivo al pensiero che, dopo tanti anni, ritornavo a prendere il mio posto di figlia come ai primi tempi della mia vita religiosa. «Ora —dissi—, ho di nuovo una Madre; andrò da lei come una piccola bimba, ravvivando la fede e consegnandomi ciecamente all’obbedienza».

         Ma il Signore non mi concesse la grazia che mi sarebbe piaciuto ricevere.

 

Abbattuta e sola sul Calvario

 

         Avevo bisogno di un cuore materno nel quale svuotare la mia anima abbattuta, ma questo fu per me un altro Calvario. Gesù sul Calvario aveva la Madre, benché solo per soffrire di più nel vederla. Grazie, Gesù, per avermi dato questa somiglianza con te! Se almeno avessi incontrato un Padre nel confessore… Tutto quello che lui e gli altri mi dicevano finiva per schiacciarmi ancora di più sotto il peso delle mie miserie. Uscivo dal confessionale con il cuore oppresso. Una volta, che manifestai al confessore le mie lotte e le mie contrarietà, si alzò come scandalizzato. Era già alla porta per andarsene. Lo chiamai, pregandolo per carità che mi desse la santa assoluzione per non doverne chiamare un altro.

         Mi sembrava a volte conveniente, anzi doveroso, dire qualcosa alla Madre e alle altre religiose che avevano obblighi sugli impegni che io avevo preso, sulle persone alle quali avevo scritto a causa dei preparativi per le feste della canonizzazione. Presto mi resi conto che le mie parole non erano ben accolte, perché quando non dicevano di non preoccuparmene (perché ormai non mi riguardava più), me lo dimostravano con il silenzio. Visto questo, mi misi completamente in disparte, aspettando che mi ordinassero quello che volevano da me.

         Approfittando di una autorizzazione che tutte abbiamo di poterci prestare per compiere atti di carità, mi dedicai ad aggiustare capi di vestiario delle sorelle laiche, che venivano a consegnarmeli e a ritirarli aggiustati, con umiltà di sante. Nemmeno questo piacque alla Superiora, ma, vedendo la mia competenza e l’amore con cui facevo questi lavori di ago, mi assegnò l’ufficio di responsabile del guardaroba. Lì trascorrevo i giorni aggiustando vestiti. Ero felice, di rimanere sola in quello stanzone, nonostante i conflitti della mia anima, che non erano pochi.

         Un giorno, senza volerlo, mentre stavo cucendo a macchina, mi caddero le lacrime per l’oppressione in cui stava il cuore. Entrò una religiosa e mi si avvicinò afflitta domandandomi: «Madre Maddalena, cosa le succede?». Io le risposi: «Piccolezze che non val la pena raccontare». Avrei avuto certo molta voglia di sfogarmi, ma Dio mi diede la grazia di far silenzio ed asciugare di nascosto le mie lacrime. Se non avessi fatto così, la cosa più probabile sarebbe stata che si sarebbe aperto un varco pericoloso per commettere innumerevoli mancanze.

 

Canonizzazione della beata Gemma

 

         Così giunse il tanto sospirato 2 di maggio, data in cui la nostra Beata giungeva alla suprema gloria con la canonizzazione. A preparare quel grandioso giorno, erano stati le mie povere fatiche e i sacrifici dei cinque anni passati in quel convento. Sentivo parlare degli ultimi preparativi dentro e fuori del santuario: illuminazioni, canti…, ma tutto quasi per caso, come se io fossi una estranea, che non apparteneva, né mai era appartenuta a quella comunità, quantunque fosse realmente mia e fosse stata la culla della mia vita religiosa. Pensare che la portavo così vivamente nel cuore, da non saper più cosa fare per essa! Offrii a Dio tutte quelle mie povere sofferenze per il suo bene.

         Quando tutte le campane di Lucca suonarono annunciando che in S. Pietro a Roma stava per incominciare la solenne funzione, io andai nella mia cella, presi tra le mie mani il Crocifisso, lo abbracciai fortemente, lo bagnai con le mie lacrime e gli dissi: «O Gesù mio, ti offro le mie umiliazioni, le mie sofferenze, la mia impotenza a fare quello che è per la maggior gloria tua e di santa Gemma». Scesi poi in cappella per ascoltare tutta la funzione trasmessa per radio e la voce mille volte benedetta del Santo Padre che dichiarava Santa davanti a tutto il mondo la mia compatriota, la mia sorella spirituale (dato che avevamo avuto gli stessi Padri spirituali), la mia cara santa Gemma. Pensai allora alle sue umiliazioni, quando ella passava per le vie di Lucca, per incoraggiarmi nelle mie e non perdere la speranza che, nonostante tutto, anch’io potevo ancora arrivare a diventare santa!

 

Il Signore accorre in suo aiuto per mezzo del Direttore

 

         In quello stato d’animo scrissi al mio Padre spirituale in Spagna, il quale ignorava il fatto che io ero stata destituita dalla carica e non conosceva quello che avveniva nel mio spirito. Lo feci quasi senza sperare risposta, tanto per la difficoltà della posta (perché in Italia era stata dichiarata la guerra), come —e ancor di più— per le mani tra le quali sarebbe dovuta passare la mia lettera. Ma il Signore è così buono che, con la stessa mano con cui stringe, con quella consola e conforta. Non so se Gesù moribondo sulla Croce avrà avuto qualche consolazione in mezzo a tanti dolori e abbandoni, penso di sì. Una dovette di sicuro averla, dato che accanto a lui stava un cuore amante e fedele sul quale poteva depositare il suo amore: quello della sua santissima Madre. In lei, nonostante i suoi grandi dolori, trovò sempre amore puro e la riparazione di tutte le ingratitudini umane.

         Quella consolazione che Gesù ebbe da sua Madre, io l’ho trovata nella lettera seguente che mi fu inviata per mezzo del confessore Mons. Quintillo Lovi, Penitenziere.

         La busta portava il seguente indirizzo:

 

         «Di coscienza.

         Per la Molto Rev.da Madre Maria Maddalena, Passionista di Lucca.

         Mittente: Fra Sabino M. Lozano O. P., Direttore de «La Vida Sobrenatural».

        

         De conscientia

         «Figlia mia nel Signore, Madre Maria Maddalena: Ho ricevuto le sue lettere. Questa seconda mi ha fatto benedire il Signore come nessuna delle sue. Mentre la leggevo, mi veniva sulle labbra la parola SUBLIME. Il giorno successivo celebrai la santa Messa per lei e mi sembra di averla detta con più devozione delle altre volte. Chiesi al Signore che non andasse perso nessuno dei santissimi scopi per i quali Lui permetteva questo. È l’ora solenne del sacrificio, figlia mia! Il resto, confrontato con questo, non valeva niente.

         L’altro giorno predicai che ogni fedele cristiano può e deve celebrare la sua Messa. Lei la sta celebrando. La celebri bene! Miglior tempo per santificarsi lei non lo vedrà mai più.

         (Se restava superiora) chiaramente il giorno santissimo della canonizzazione di santa Gemma lei sarebbe stata a ricevere pellegrinaggi, ma tolta dal suo incarico e confinata in una cella come ora si trova, lei sta di gran lunga molto meglio. Quello avrebbe portato una vana soddisfazione e questo le porta umiliazione, che vale molto di più.

         Non faccia nulla per difendersi, nulla più del necessario, se le chiedono chiarificazioni. Lasci fare al Signore, che Lui resti contento. Ma il suo Padre, figlia mia, è con lei in questi momenti solenni e la benedice con le due mani e non dubito che la benedica anche il Padre Arintero.

         Stia assolutamente tranquilla, figlia mia, che il suo non è altro che un caso di quell’eterno Amore, che lei ha tanto predicato. Preghi per me, che sono un po’ in pericolo di cosa analoga.

         Ho dato ordine a Roma perché le mandino duemila lire. Lei sa già di chi sono e avevo piacere che arrivassero per la festa di santa Gemma. Le avevo inviate al nome della Superiora di codesta casa. Informerò di quello che succede Madre Soledad. Non tralasci di scrivermi. A Roma (Salita del Grillo, 1) c’è il mio Direttore, il P. Aniceto Fernandez: può farlo, caso mai, per mezzo di lui. La benedico e la associo alla santa Messa. Padre nel Signore Fra Sabino M. Lozano O. P.».

 

         Questa lettera, nonostante avesse di fuori e dentro la chiara indicazione: De conscientia (riservata personale) e fosse giunta attraverso mani consacrate, mi fu consegnata aperta durante una ricreazione. Quando la vidi in quel modo nelle mani della Madre, il mio intimo (ancora vivo) si rivoltò, anche se non lo mostrai esternamente, pensando che mi si privava perfino di questo mezzo segreto e sicuro che la Chiesa offre per la tranquillità delle anime. Quando però andai in cella e la lessi in ginocchio, fu così grande il bene che fece alla mia anima, che io non pensai che a ringraziare il Signore che l’aveva fatta giungere nelle mie mani, fosse come fosse. Quanto è buono il Signore!

         O Gesù, nel concludere questo capitolo, torno a chiederti perdono delle mie colpe passate e presenti e a proclamare davanti a tutti che nessuno ha fatto mai niente di male. Lo ha permesso tutto il Signore per il mio bene e per darmi il grande onore di poter imitare un po’ la sua passione, se avessi saputo approfittarne. Se non seppi approfittarne, cercherò di ricavare il medesimo profitto umiliandomi ora e chiedendo a Gesù che supplisca alle mancanze del mio calvario con i meriti infiniti e le umiliazioni della sua santissima passione e morte e di quelli della sua santissima Madre ai piedi della Croce. Così sia.

 


14 Cf. Mc 14, 61: «Ma Gesù taceva».

15 La Madre Maddalena ripetutamente parla dei suoi limiti nell’autobiografia e li riconosce, ma il fatto di deporla da superiora non lo trova oggettivamente né motivato né giustificabile. L’arcivescovo in data 2 febbraio 1940 scrivendo al Card. Prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi rivela come da parte sua fosse arrivato a tale conclusione: «Poiché a me piovono di continuo ricorsi per parte delle Suore, nel Dicembre scorso delegai un sacerdote pio e prudente di eseguire un’inchiesta e di ascoltare le Religiose per poi riferire. Egli compiuto il suo incarico mi rimise la relazione che mi pregio unire alla presente e dalla quale l’E. V. Rev.ma potrà farsi meglio un’idea dello stato delle cose (…). Tutto considerato crederei bene che codesta S. Congregazione ordinasse che quanto prima la Comunità procedesse al Capitolo per la elezione della nuova Superiora». E in data 18 febbraio 1940 ripete: «Tutto considerato crederei bene che codesta S. Congregazione ordinasse che quanto prima la Comunità procedesse al Capitolo per la elezione della nuova Superiora. Un buon elemento potrebbe essere la religiosa Suor Margherita del S. Cuore che ha riacquistato quasi prodigiosamente la salute». La risposta del Prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi così intensamente sollecitata non si fece aspettare. Infatti in data 28 febbraio 1940 l’arcivescovo viene autorizzato a procedere alla convocazione del Capitolo e alle «elezioni ordinarie» della superiora e degli altri incarichi: «Attentis omnibus, falcultates tribuuntur Arch.po Lucensi procedendi ad electiones ordinarias Superiorissae Monasterii et aliarum Officicialium». L’arcvivescovo nella sua lettera di convocazione del Capitolo fa riferimento a questo Rescritto e si serve delle parole in esso contenute. Da chi erano fatti i ricorsi? Dalle persone più influenti in comunità. Dalla stessa Madre Margherita, sua prima consigliera, che ormai da tempo non condivideva il modo di fare di Madre Maddalena. Ma chi, insieme a lei, ancor più se ne distanziava, e questo a volte a nome anche di altre, era Madre Maria Francesca di Gesù Agonizzante (Antonia Fenk), detta la tedesca, perché nata a Monaco di Baviera il 26 settembre 1890 (entrò in monastero il 19 luglio 1914; rientrata il 14 maggio 1915 in Germania, a causa della guerra, nel 1920 ritornò a Lucca, fece la vestizione il 1° febbraio 1921 e la professione il 4 maggio 1922). Si possono consultare le loro lettere dirette all’arcivescovo nei diversi anni, in particolare quelle del 24 gennaio e 23 febbraio 1940, per rendersene conto e sapere così anche i motivi che stanno alla base della deposizione di Madre Maddalena da superiora.

16 Stando a questa informazione la superiora non sarebbe stata eletta dal Capitolo della Comunità. L’arcivescovo dopo aver nominato quale superiora Madre Margherita del S. Cuore, accettò le elezioni di Madre Geltrude di Gesù Appassionato quale Vicaria, di Madre Francesca di Gesù Agonizzante quale prima Consigliera e di Madre Germana di S. Gabriele quale seconda Consigliera. In occasione del Processo di beatificazione della Madre Maddalena alcune delle problematiche connesse con il suo superiorato sono state oggetto di particolari studi e chiarite. Quindi per evitare ogni errata interpretazione dei fatti e per dare l’onore che spetta a tutti, è bene ricorrere a tali approfondimenti.

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