2. A Madrid

2. A Madrid

 

         Con pieni poteri per fare una fondazione in questa Capitale, sia dei Superiori del luogo (il vescovo), che del P. Provinciale e del nostro Rev.mo P. Generale, come pure della Santa Sede (la quale, tramite un Rescritto, indicava le religiose che dovevano consacrarsi all’opera e designava me come Superiora), non ci mancava che di dedicarci ad essa con il sacrificio, la fede e la fiducia, tutte cose che, se sono necessarie nelle opere di Dio, lo erano ancor di più nel nostro caso, per i tempi infausti nei quali ci trovavamo: tutti gli alimenti erano razionati e molto cari, fino al punto che potevano comprarli soltanto coloro che disponevano di molto denaro o di rendite elevate. Noi, giungendo a Madrid, non avevamo che tremila pesetas, racimolate con molta fatica da elemosine nei tre mesi che restammo in attesa a San Sebastián e nella stessa Madrid. Di queste, dovetti consegnarne più di mille come caparra per pagare due mesi d’affitto della casa: ce le aveva date a questo scopo (per pagare l’affitto) la signora de Chalbaud.

 

Prima residenza provvisoria

 

         Prendendo possesso della nostra casa, dopo sette mesi di vagabondaggio per il mondo, il mio primo pensiero fu quello di ringraziare Dio con le braccia in croce, di baciare il suolo, umiliandomi per il beneficio ricevuto di trovarci finalmente sole con Lui. Ormai non eravamo più costrette a vedere dentro casa altri volti diversi da quelli delle nostre consorelle, che mi apparivano come le più splendide del mondo. Il desiderio più grande che invadeva il mio cuore era preparare il trono di amore, dove sarebbe risieduto, per guidare i nostri atti, il nostro Amore Gesù Sacramentato. Per il momento però dovevamo accontentarci di ascoltare la santa Messa nelle chiese vicine. Grazie a Dio, questo sacrificio durò poco tempo.

         Il 27 marzo 1942 veniva inaugurata la piccola, ma devota cappellina, perché l’Ospite divino prendesse possesso della sua nuova residenza e rimanesse con noi come Padrone e Sovrano della casa. Ci offrirono l’altare con le altre suppelletili necessarie, i buoni Fatebenefratelli. Celebrò con tutta la solennità possibile quella prima Messa, che segna un’epoca importante per tutta la fondazione, il molto Reverendo P. Jacinto, Provinciale Passionista, e in seguito fece lo stesso il suo primo Consigliere, il molto Reverendo P. Angelo.

         Quanto diverso ci sembrava tutto in casa dal momento in cui venne a stare Gesù con noi! È lui il Capo da servire, il Padre che ci dà quello di cui abbiamo bisogno, che ci corregge, ci riprende e ci perdona. Lui ci dà la forza per portare i pesi che si incontrano nel suo servizio, ci consola e ci sostiene con le grazie segrete del suo amore. Oh, tabernacolo benedetto, chi potrà dire quello che tu sei per delle povere monache di clausura? Da qui, da questa piccola dimora, quante cose grandi escono! Da lì ci venne la forza, la perseveranza per quei martirî lenti, per le immolazioni nella vita religiosa. Senza di Lui, quanto presto sarebbe arrivato lo scoraggiamento! Questo succede in tutti gli inizi, specialmente in una fondazione come la nostra…

 

Angustie materiali

 

         Venne ad accrescere la nostra comunità e a godere della nostra pacifica residenza una consorella laica di Deusto, mia antica figlia. Nei tre mesi che restammo sole, noi tre dedite al coro facevamo da mangiare a turno un giorno ciascuna. Ahimé, come ciò procedeva! Siccome non potevamo sprecare e dovevamo risparmiare il carbone, raccoglievamo legna nell’orto; ma, siccome era umida, si spegnava ad ogni momento. Così, nonostante il nostro desiderio di essere puntuali, non c’era ora fissa per il mangiare. A volte dovevamo attendere fino alle quattro del pomeriggio perché i legumi si cucinassero e ci furono delle volte in cui dovemmo mangiarli ancora mezzi crudi, per non unire quel pasto con la cena. Questo scomparve con l’arrivo della consorella.

         Desiderosa di poter avere qualche uovo, senza dover spendere denaro per comprarli, decidemmo tutte e tre noi religiose in consiglio di acquistare una gallina, che pagammo 40 pesetas. Ci assicurarono che si trovava nel tempo di deporre uova. Attendavamo da un giorno all’altro, ma le uova non arrivavano. Finché la gallina consumò tutto il mangime che avevamo preparato. «Che facciamo ora?», ci domandavamo ad ogni momento, per non tenere un capitale morto. Pensammo che forse dovevamo dare più becchime e poi attendere… Ma quale non fu la nostra sorpresa quando un giorno l’udimmo cantare, e fu chiaro che… era un gallo! La storia della gallina finì perché la mettemmo in pentola,e mangiammo una settimana perché era come una palla di grasso.

 

Arrivo delle prime postulanti

 

         Dopo che avevamo con noi Gesù nella cappella, il nostro più grande desiderio era quello di dargli anime: questo infatti è lo scopo di ogni fondazione e ancor di più quello della nostra a causa del ritardo in cui eravamo nel portarla a compimento. In via ordinaria, le religiose, quando lasciano un convento per fare una fondazione, vanno direttamente al luogo o alla casa già destinata allo scopo e con loro portano qualche giovane che intende entrare. Nel caso della nostra fondazione, l’abbiamo appena visto, non fu così. Ogni tanto ne arrivava qualcuna, ma a forza di fatica, di pazienza e di speranza. La prima entrò il 22 novembre 1942; un’altra, nel gennaio del 1943. Così, a poco a poco, andavamo aumentando e consolidando la nostra opera, fino a giungere ad avere una casa nostra, com’è attualmente questa nella quale sto scrivendo.

         Questa l’abbiamo acquistata su suggerimento del nostro Superiore, il vescovo, il quale, quando venne per la sua prima Visita Canonica, vedendo che la comunità stava stretta, perché si era dovuta trasferire in un’altra casa più piccola (perché il proprietario rivoleva la prima), mi consigliò di far tutto il possibile per migliorare la situazione penosa delle religiose. Già da tempo noi, grazie all’offerta generosa di una Marchesa, avevamo comprato una casa grande. Siamo andate a vivere in quella piccola, in attesa di finire di sistemare la grande, pensando che si sarebbe trattato di pochi mesi. Invece questa situazione si prolungò ancora per cinque anni pieni, perché l’Assistenza Sociale non voleva lasciarla libera, in quanto vi si trovavano ospitati dei bambini.

 

Acquisto del terreno per la casa definitiva

 

         Vedendo che il tempo passava e quasi senza speranza di conseguire l’obiettivo, perché erano rimaste senza effetto le raccomandazioni del Nunzio, del Patriarca e di altre importanti personalità, incominciammo a cercare un’altra casa, recitando tutti i giorni il santo Rosario intero alla Vergine santissima per ottenere la grazia di sistemare meglio la comunità. Nel giro di quindici giorni tutto si aggiustò; la Madre della Grazia non si fece attendere. Benché con molte incertezze e con la vendita di altri beni, si comprò la casa e in un luogo migliore di quello precedente per costruirvi un convento di clausura.

         Non mi dilungo in dettagli sopra questo periodo perché ho già scritto, ossia ho iniziato la Cronaca, dove parlo abbastanza a lungo di tutti questi cambiamenti e delle peripezie inerenti, cose più appropriate per una cronaca che non per questo scritto. Ora nello scrivere mi sento spinta a sorvolare su tutto questo per poter dire quello che credo Gesù voglia che io dica principalmente in questo scritto. Quando lo sento, mi attira come una calamita: per questo, non posso intrattenermi molto su altre cose. Mi sembrerebbe come se io facessi aspettare qualcuno che si attende, e quando si sa o si suppone che questo qualcuno è un personaggio molto distinto, o uno che si ama molto, si capisce che l’ansia è maggiore.

 

Il convento provvisorio

 

         Prendemmo possesso della piccola casa di nostra proprietà, dove ora scrivo queste povere pagine, il 17 novembre 1952. In quello stesso giorno fecero il loro ingresso due postulanti, raggiungendo così ormai il numero complessivo di venti. Tante grazie le dobbiamo, prima alla provvidenza, poi alla mediazione di Maria santissima, come ho già detto e mi è gradito ripetere, perché i favori ricevuti dalle mani di questa dolce Madre e Regina, si apprezzano di più e si custodiscono con più attenzione.

         Un anno dopo essere venute a vivere qui, quando avevamo appena terminato la sistemazione indispensabile per dare alla casa un minimo dell’aspetto proprio del convento e mettervi la clausura, il Signore ci diede un’altra consolazione molto grande. Fu la visita del vescovo, al quale mi sono riferita varie volte nelle pagine precedenti (quando mi trovavo ancora in Italia). Avevo continuato la corrispondenza epistolare con lui, senza pensare neppure lontanamente che si sarebbero adempiute qui alcune parole di una lettera che mi aveva scritto quando io ero a Lucca in risposta all’invito che gli avevo fatto di farci visita:

 

         «…È stato un sacrificio per entrambe le parti non poterci incontrare e parlare insieme di cose del cielo. Oh, non dica che lei era indegna di ciò, perché allora più indegno ero io. Voglia il cielo che il nostro unico Amore ci ottenga in altra occasione questa consolazione…».

 

         Prima di descrivere i santi benefici di questa sua prima visita al monastero e come si effettuò il gradito incontro con questa cara anima, messaggera di bene per me e per la comunità, voglio trascrivere qui una sua lettera che ricevetti sempre a Lucca. Mi è venuta provvidenzialmente tra le mani: fece del bene alla mia anima e glielo rinnova nel rileggerla. Mi auguro che sia pure di utilità ad altri.

 

         «26.1.38

         Rev.ma e carissima sorella in Gesù Crocifisso: Grazie per la piena e fraterna fiducia con la quale lei si è degnata di rispondere alla mia. Certi incontri di anime nel sentiero della vita, non fanno pensare che sono preordinati da Dio?

         Come e quanto comprendo le sue intime pene spirituali! Considero in tutta la sua grandezza il contrasto di vivere immersa in Dio, che è il fine per il quale è entrata nel monastero Passionista e la necessità pressante e irrinunciabile di attendere a tante questioni e tanto complicate di ordine materiale. Sì, lei lo ha capito: questo è pure il mio tormento interiore. Tuttavia, deve tranquillizzarci il sapere che noi stiamo adempiendo la sua adorabile volontà.

         Lo ritenga una cosa del tutto sicura: le sue occupazioni, come quelle nelle quali si trovava immersa santa Teresa per fondare Monasteri, non faranno diminuire in nulla la sua unione con lo Sposo, che ora, più che mai, le sta vicino e la stringe al suo Cuore ferito, vedendo che sacrifica per suo amore anche il più ardente dei suoi aneliti.

         È comprensibile che ora lei rimpianga il tempo che potrebbe chiamarsi la primavera della sua vita spirituale, quando sotto la guida esperta di quel santo direttore volava così leggera verso le altezze divine. Purtroppo, anche nella vita spirituale c’è l’autunno e l’inverno, stagioni ugualmente feconde nel disegno divino sotto il soffio di Dio. Se Lui crederà che le possa essere utile avere un altro direttore, glielo darà. Confido che tra i suoi confratelli, i Religiosi Passionisti ce ne siano di molto capaci di guidare le anime per gli ardui sentieri della perfezione che loro in genere percorrono con così edificante fervore.

         In ogni caso, Gesù dalla sua Croce, le sarà guida, padre, direttore, tutto insomma. Sono sicuro, perché molto, molto la ama!…

         Anch’io gli ho chiesto molte volte come lei che mi conceda di poter accendere con il suo fuoco quanti si avvicinano a me. Incoraggiato da quello che lei mi scrive, rinnoverò questa supplica con maggior ardore e frequenza. Sì, preghiamo reciprocamente affinché, quando verrà l’ora dell’umiliazione e della crocifissione, siamo disposti a bere il calice amaro, ad agonizzare e a morire in Lui e per Lui.

         Senza dubbio noi ci comprenderemmo meglio se Dio ci permettesse di dialogare a viva voce. Ma già ci siamo capiti a sufficienza in Lui, nostro unico Amore. Vero?

         Per quanto riguarda la corrispondenza epistolare, seguiremo le ispirazioni che Lui ci dà. Sempre uniti sul Calvario, la passione di Gesù sia la nostra passione. La benedico molto e sempre».1

 

         Il 23 aprile del corrente anno 1954, chiamano al telefono dicendo: «Il vescovo N. desidera parlare con la Superiora». Vado al telefono: «Parlo con la Madre Maddalena?». Sì, risposi. «A che ora è la Messa conventuale?». Risposi: «Alle sette e trenta!». «Molto bene; domani sarò lì per celebrarla io e poi mi fermerò a parlare con lei».

         Con quanta gioia la comunità ricevette quella notizia. Nella nostra povera, piccola cappellina veniva a celebrare un vescovo! Avremmo ricevuto dalle sue mani la santa Comunione e poi saremmo rimasti una lunga ora, alla grata del parlatorio, in un reciproco effondersi delle nostre anime, senza nessuna difficoltà, né preamboli, benché fosse la prima volta che ci vedevamo. Quando c’è in mezzo il Signore, quanto è più facile tutto, quanto è dolce parlare di Lui: sembra una musica accordata e armoniosa diretta dal divino Maestro! Quanto è buono Dio, ripetevamo insieme, che ci procura una soddisfazione così santa senza averla chiesta né meritata… Cosa sarà in cielo, quando si darà a noi Lui stesso?

         Al termine della nostra conversazione, venne dentro la clausura per diffondere su tutta la comunità il profumo di santità che lo accompagnava. Seduto nella sala della ricreazione, parlò a tutte sulla dignità privilegiata della nostra vita passionista, lasciandoci santamente commosse, come se fosse stato il Santo Padre in persona che ci parlava.


1 Egli firma la lettera, non è con il suo nome di Prelato, ma con quello che aveva preso quando si era fatto Terziario Domenicano.

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: