1. In viaggio

1. In viaggio

Il 16 marzo 1913, martedì della Settimana Santa, partimmo dal convento di Lucca in compagnia del Molto Rev.do P. Juan, Provinciale, per intraprendere il lungo viaggio.

Visita alla casa di Gemma Galgani

Al dolore della separazione delle mie care sorelle di vita religiosa, della mia due volte sorella Madre Teresa, e della santa Madre Giuseppa, successe la consolazione della visita in casa dei signori Giannini, che fu la prima nella quale entrammo dopo l’uscita dal convento. Era lì che Gemma Galgani aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita e ricevuto i più straordinari favori del cielo; lì dove pregò davanti al Crocifisso che abbracciò la serva di Dio, mentre lei si innalzava fino a Lui, sospesa in aria. Avemmo la soddisfazione di vedere tutti i luoghi dove lei era stata e di congedarci da quelle buonissime signore, Donna Giustina e Donna Cecilia, rispettivamente madre e zia di tre signorine, la maggiore delle quali era Guglielmina di 18 anni. Questa nell’abbracciarmi e baciarmi mi disse a bassa voce: «Madre Maddalena, le confido un segreto perché preghi per me: voglio farmi Cappuccina. Preghi molto perché possa superare le difficoltà e partire presto». Ottenne la grazia, anche se non nella maniera che chiedeva. Poco tempo dopo entrò infatti dalle Passioniste, dove attualmente ha fatto la professione e vive, con il nome di Maria Crocifissa.

Che caro ricordo di quella buona famiglia! Parecchi di loro vennero ad accompagnarci alla stazione in compagnia di una santa religiosa Zitina,1 della quale credo di aver detto qualcosa altrove, che era molto intima della Madre Giuseppa e per la stessa ragione molto affezionata a noi sue figlie.

Partenza dall’Italia

Alle otto della sera stavamo già a Genova, dove dovemmo cambiare il treno. Alle due del mattino giungemmo a Ventimiglia ed entrammo in Francia. Dopo due ore e mezzo di attesa salimmo sul Rapido, da dove non scendemmo più fino a Barcellona. A causa delle feste vicine di Pasqua i treni erano completamente pieni, al punto che non potevamo neanche muoverci. È facile immaginare l’impressione che tutto questo movimento e rumore di gente produsse in noi, che eravamo appena uscite dalla clausura e dalla silenziosa solitudine del nostro convento. Ricordai che da bambina, siccome non ero mai stata in treno di notte, dicevo o pensavo: «Quanto bene si deve stare in treno con le luci accese» e desideravo fare la prova…; ora stavamo all’inizio del viaggio e già mi sentivo molto stanca.

Arrivo in Spagna

Arrivammo a Barcellona il Giovedì Santo, dopo le nove, dopo essere state in treno un giorno intero e due notti. Eravamo sfinite per il sonno e la fame, ma non avevamo voluto prendere nulla per il desiderio che avevamo di fare la Comunione in quel giorno santo. Ci recammo subito con questa speranza in Cattedrale; dovevano essere già le dieci passate. Il P. Provinciale chiese ad un sacerdote di comunicarci. Questi andò a chiedere a non so chi e dopo un bel po’ tornò dicendoci che non potevano più distribuire la Comunione. Dovemmo così accontentarci di assistere alla funzione solenne che stavano allora celebrando. Persa la speranza di comunicarci, che credo fosse quella che ci sosteneva, sentimmo molta stanchezza e debolezza. O Gesù, la sola speranza di unirmi a Te mi dava forza, perché Tu sei il mio sostegno e la mia forza nel sacrificio e nel dolore.

La funzione terminò a mezzogiorno circa e noi eravamo ancora a digiuno dal giorno prima. Ma quelli erano giorni tanto santi, specialmente per noi Passioniste, che eravamo contente di poter soffrire qualcosa per il Signore, che ha sofferto tanto per noi e così supplire in qualche modo alle mortificazioni e penitenze che avremmo fatto, se fossimo rimaste in convento. La mortificazione e il sacrificio devono accompagnare ovunque le anime consacrate a Dio; senza di essi sono sempre in pericolo, tanto in convento come fuori.

Il Venerdì Santo, il Sabato Santo e la Domenica di Resurrezione li passammo in un hotel. Benché i padroni fossero buoni e ci avessero mostrato delle attenzioni, come conveniva a religiose, qui dovemmo soffrire un po’, perché era pieno di gente e bisognava star sempre in contatto con persone secolari, poco pie. Durante la notte si sentiva parlare disordinatamente, schiamazzare e ridere. Che differenza, pensavo, con le nostre notti in convento, dove non si rompe il silenzio rigoroso, se non per lodare il Signore con il canto dei Notturni! Oh, voci e rumori mondani, come siete in contrasto con lo Spirito di Dio che regna nelle dimore di pace del convento! Siano rese mille volte grazie al Signore perché, anche in mezzo a quei rumori e a quelle distrazioni, la mia anima cercava e trovava Colui nel quale stava fisso il mio pensiero. Lo vedevo in tutto, non solo in quelle cose che direttamente mi parlavano di Lui, come le processioni e le feste di quei giorni, ma anche nelle cose indifferenti sopra le quali si fissavano i miei occhi.

Sembra che gli occhi non sappiano vedere se non quello che uno ha in cuore. Quello che mi dava pena era il fatto che poco o nulla si parlava di Dio. In mezzo a questi andirivieni di persone, com’è sempre in un porto di mare, c’erano pochi segni che permettessero di comprendere che avevano fede, un’anima immortale da salvare e che erano tempio e dimora dello Spirito Santo. Se per caso udivo qualche parola di Dio, o che fosse legata a cose di religione, subito esse richiamavano la mia attenzione come se avessero parlato di me, o se qualcuno mi avesse toccato e mi avesse aperto le orecchie per udire. Spesso mi succedeva, quando sentivo parlare, di non intendere altro che il rumore, per quanto confuso, chiaro abbastanza però per compatire quei poveri ciechi mondani occupati soltanto in cose passeggere. In realtà però non capivo niente di quello che dicevano. Uno e unico era il pensiero che occupava la mia mente e il mio cuore in tutto il tempo e ovunque: Dio, il suo amore, la sua gloria.

Il Venerdì Santo, siccome i padroni dell’albergo erano buoni cristiani, a tutti servirono, come dovevano, refezioni di magro. Soltanto ad un signore portarono una bistecca, ma si conobbe che era cristiano, che aveva il timore di Dio. Prima di cominciare a mangiare si alzò in piedi e a voce alta in modo che tutti quelli che stavano lì udissero (ed erano più di cento persone) disse: «Io non posso mangiare altra cosa». Quanta consolazione mi diede nel vedere che senza rispetto umano adempì al dovere di giustificare un atto che avrebbe potuto essere motivo di scandalo! Benedetto sia Dio perché si incontrano ovunque persone che onorano il Signore e non si vergognano della sua santa legge!

Le prime lettere da Lucca

Il giorno di Pasqua di Risurrezione avemmo l’immensa consolazione di ricevere una lettera dalla Madre Giuseppa e dalla Madre Teresa, mia sorella. Anche noi avevamo scritto appena arrivate, raccontando loro del nostro felice viaggio. Nel lasciare la comunità di Lucca la mattina stessa dell’ultimo giorno, rispondendo ai sentimenti della mia anima, lasciai in refettorio, nel tovagliolo della Madre, una lunga lettera nella quale le dicevo che volevo adempiere a due doveri: dirle grazie e chiederle perdono. Grazie, perché a lei, dopo Dio, dovevo quello che ero. Le ricordavo le caritatevoli attenzioni che aveva avuto con me, tanto quanto all’anima che al corpo. Perdono, per i dispiaceri che le potevo aver procurato, per non aver approfittato quanto avrei dovuto dei suoi esempi e dei suoi insegnamenti per farmi santa, e che avrei cercato di mettere in pratica per l’avvenire. Dove posi la lettera misi anche delle posate nuove di legno (cosa che io potei fare, senza dire nulla a nessuno, poiché le avevo io in custodia, dato il mio ufficio di vice-economa) e portai con me, per tenerle come reliquia quelle che la Madre aveva usato per più di quarant’anni. Erano così rovinate e consumate, particolarmente la forchetta che non aveva i denti, poiché non arrivavano ad un centimetro di lunghezza.

Dalle lettere che riporto qui di seguito, una della Madre e una di mia sorella, si vedrà confermato quello che ho appena detto.

«Carissima Madre Maddalena, questa mattina la mancanza del suo bigliettino ci ha preoccupate, ma poi ce l’hanno portato con la posta di mezzogiorno.

Ho sentito molto al vivo il furto: non lo avrei mai pensato.2 Mi rallegro che tutte stiano bene e che siano allegre e tranquille. Gesù è buono, confidi sempre in Lui, perché è fedele, molto fedele. Ora vedrà molte cose belle, non è vero? Ma, come sarà il cielo, come sarà Colui che ha creato tutto? Ami, dunque, Gesù e lo ami molto. Madre Teresa si è comportata sempre bene. Io, grazie a Dio, sto bene, ma ho dovuto passare due notti intere a scrivere e ho ancora una montagna di lettere.

Non può credere, figlia mia, quanto abbia sentito la sua partenza la Madre Gemma. Ieri pianse tanto che le si riempirono gli occhi persino di sangue e le fanno ancora male. Ma per Gesù tutto è poco, stia tranquilla… Gesù la benedica. Addio. Mi faccia un bel diario. Maria Giuseppa C. P.».

La seguente lettera è di mia sorella Madre Teresa.

«20 marzo 1913. Giovedì Santo.

Carissima Sorella, questa mattina, con la prima posta, abbiamo ricevuto i biglietti della Madre Presidente, della Madre Gabriella, della Madre Giacinta ecc. La tua, non so perché, è arrivata con la posta del mezzogiorno. Sono stata un poco in pena perché, avendo scritto tutte meno tu, pensavo che non avessi potuto farlo, perché stavi male. Sia benedetto Dio che non è così! Noi ci siamo rallegrate nell’udire che è andato tutto bene. Si vede che le orazioni di molte anime buone sono state ascoltate. Ieri ho scritto anche a Suor Crocifissa, perché pregasse per voi. Martedì, alla sera, Dina e Guglielmina (due signorine della casa Giannini) ci portarono notizie su di voi, dicendo che erano arrivate alla stazione quando il treno stava per partire e che si sentivano molto oppresse perché nel treno c’era molta gente. Chissà (dicevano) come avranno trascorso la notte!

Noi ci siamo rallegrate nel sapere che la Madre Gabriella non se la sia passata tanto male, come si temeva (in treno stava sempre male e soffriva molto). Oggi abbiamo passato la ricreazione molto allegre facendo degli scherzi su di lei.3 Tu sei stata sempre bene? Noi bene, ma sento intorno a me una solitudine, specialmente quando vado in coro ed in refettorio nel vedere quei luoghi vuoti ovunque. Non so quello che sento né quanto mi manchi. Ogni volta che puoi, non tralasciare di scrivermi. Chissà che effetto ti avrà fatto il vedere tante cose belle, tu che non avevi mai visto nulla! Tutto ti parlerà di Dio, della sua infinita grandezza. Oh, sì, godi! Oggi è il tuo giorno: il giorno dell’Amore. Tutte abbiamo pensato a voi, ma la Santa Comunione l’abbiamo offerta come adempimento del Precetto Pasquale. Domenica, ha detto la Madre, sarà per voi e io mi preoccuperò di ricordarglielo.

Questa mattina ho scritto alla mamma e ad Assunta, accludendovi la tua lettera: stai contenta, tutto andrà bene. Oggi durante la ricreazione abbiamo tirato a sorte le ore per la veglia santa di questa notte. Se la Madre me lo permette, io farò un’ora santa in più per te e un’altra per le altre. Questo pomeriggio abbiamo fatto il bucato, ma siamo così poche!

Devo ancora pregare, perché ho avuto molto da fare questa mattina. Scrivo di corsa, perché la Madre vuole spedire la lettera ed è già ora del coro. Ti ho sempre presente in questi giorni. Madre Gemma ti saluta, come pure le altre. Vorrei dirti molte altre cose, ma dobbiamo mettere altri tre fogli e temiamo che superi il peso. Buona Pasqua e saluti a tutte, specialmente alla Madre Presidente. Mercoledì avemmo una bella omelia. Il predicatore parlò di voi e vi ha elogiato.

Di’ alla Madre Gabriella che mi scriva. Questa mattina pure abbiamo avuto una predica di Don Roberto Andreuccetti.

Tua sorella, Maria Teresa di Gesù».

La Madre Gemma aggiunse le seguenti righe:

«Carissima Madre Maddalena, La ricordo spesso con affetto. Stiamo sempre unite nel nostro unico Amore e consolazione. Preghi per me che non la dimentico mai e mi perdoni tutto.

Sua affezionatissima sorella in Gesù Maria Gemma di Gesù».

Navigando verso l’America

Ci siamo imbarcate il lunedì di Pasqua, 24 marzo, di pomeriggio. Abbiamo dovuto passare quattro giorni in Barcellona perché dovevamo presentarci alcuni giorni prima per i passaporti, la visita medica ecc. Al momento di entrare sul ponte, quando si lascia la terra e il piede si posa sul mare, allora sì che si sente che il cuore non è insensibile all’amore di patria. Quando si percepisce sotto i piedi quel movimento che sembra dire: «Ormai non sei più sulla terra. Sulla terra dove nascesti, dove hai vissuto e conosciuto e amato il Signore». È necessario ricordarsi che il sacrificio si fa per Dio, affinché il cuore non si intenerisca fino alle lacrime. Io credo che questa sensibilità sia più forte in quelli che amano Dio e solo con la delicatezza e la purezza del suo amore amano la patria, la famiglia e i loro cari. Non dite che l’amore di Dio rende insensibili i cuori, no; l’ho sperimentato io. Solamente Lui è al di sopra di tutti gli amori, ma per renderli più puri, più forti, per essere Lui il legame di unione.

Nel momento in cui la nave parte prendendo il largo tra i rumori della tromba marina e i colpi dei cannoni che in questo modo congedano la nave, gli addii di quelli che restano a terra e dal porto salutano, piangono, levano in aria i fazzoletti, è impossibile non emozionarsi e meno ancora lo è per l’anima che vive nella sfera del soprannaturale e da qui mira tutte le cose.

Io mi sentivo felice di sacrificare tutto per il Signore, ma quando la nave si allontanò da quel tutto che si chiama patria, sentii come se mi strappassero il cuore. Addio Italia, patria amata! Ti lascio, non per dimenticarmi di te, bensì per mostrarti più amore e poter essere un giorno la tua gloria, compiendo la missione che il cielo mi affida. Addio, ti porto nel cuore.

«Bella Italia, pupilla di Dio.

Ah!, non t’ama chi madre ti dice,

se sul labbro e nel cuor non ti ha!».

A Valencia la nave si fermò per alcune ore, ugualmente a Malaga e a Cadice. Giorno per giorno, andavo appuntando nel mio diario dove ci trovavamo e quello che succedeva di particolare. Riferivo le cose soltanto di sfuggita e mi fermavo di più sopra i fatti esterni. Magari avessi scritto quello che succedeva nella mia anima, quello che dentro vi operava il Signore quando trascorrevo lunghe ore in coperta contemplando l’immensità dell’acqua che sembra possedere qualcosa dell’infinito, di Dio più di ogni altra creatura. Quello che maggiormente mi inteneriva e mi penetrava era il vedere la bontà divina che non può restare nessun momento senza le sue creature e che anche là, in mezzo all’oceano, alla voce del suo ministro scende dal cielo e si mette a disposizione delle sue creature, benché siano così poche quelle che corrispondono alle tenerezze del suo amore.

Eccettuati due giorni nei quali ci fu grande tempesta, il Cappellano e il P. Provinciale celebrarono sempre la santa Messa e io potei comunicarmi tutti i giorni . A volte ero io sola, o c’erano due altre persone; anche tra le mie consorelle, la maggior parte delle quali era colpita dal mal di mare, pochissime volte ebbero la fortuna di poter ricevere Gesù. Io sembravo essere dovunque la beniamina di Gesù, perché ero quella che poteva approfittare di più dei suoi doni. Mi confessai tre volte, recitai sempre il Santo Ufficio della santissima Vergine, nonostante che quella preghiera si prolungasse a volte per ore. Me ne rimanevo in silenzio, senza poter dire nulla, contemplando le grandezze di Dio in quello che vedevo: le onde, il cielo, la tempesta, la bonaccia, i grandi pesci, l’alba e il tramonto del sole ecc. Altre volte chiudevo gli occhi davanti a tutto quello che si vedeva e volavo con il pensiero a vedere un altro mare senza fondo né spiaggia e mi perdevo in Lui, dimenticando quello che avevo sotto. Oh, infinità divina, oh, mare di amore! Dio mio e mio tutto; come mi parlava di Voi il mare! Quando potrò perdermi per sempre nel tuo seno?

Di nuovo in terraferma

A Cuba la nave si fermò di nuovo un giorno e mezzo. Quasi tutto il personale scese per andare a vedere qualcosa a terra. Anche il P. Provinciale volle approfittare dell’occasione per portarci a fare una visita ai nostri Padri, che hanno qui un convento. Mangiammo con loro e passammo la notte in casa di alcune monache della Carità conosciute dai Padri. Siamo rimaste molto soddisfatte dell’attenzione di quelle buone persone e di quello che abbiamo visto, e più incoraggiate a proseguire il nostro viaggio.

A New York, Stati Uniti, la nave si fermò altri due giorni e pure lì scendemmo per andare a conoscere i nostri Padri. Il P. Provinciale si mise a parlare con il P. Paolo, già nominato vescovo e che sarebbe stato consacrato pochi giorni dopo. Costui ebbe la delicatezza di venire a riceverci alla nave e di portarci al convento. Come a L’Avana, mangiammo con loro e andammo a dormire in casa di alcune monache dedite all’insegnamento.

Il P. Paolo ci portò a visitare qualche convento ed alcune chiese. Andammo pure a visitare la Cattedrale: che rarità di ricchezze! Tra tutto quello che c’era lì, attirò in modo particolare la mia attenzione una cappellina dedicata all’Immacolata. Ci dissero che una signora, già morta, aveva lasciato due milioni con questa intenzione. Nella sua piccolezza, quanto preziosa e devota era! Le pareti erano rivestite di madreperla, che cambiavano di colore a seconda del movimento che si faceva, producendo un meraviglioso effetto. La bianca statua dell’Immacolata era come sospesa in aria, sorretta da alcune nuvole e nascoste tra queste c’erano lampade elettriche che producevano una bella luminosità intorno a Maria, senza che si vedessero le sorgenti da dove usciva. Aveva sempre la stessa luce di giorno e di notte. Ai piedi della Vergine c’era un altarino, e di fronte alcuni banchi e un inginocchiatoio dove io pensai che andassero gli afflitti e i bisognosi del mondo per invocare la «Consolatrix afflictorum».4 Lì tutto muoveva a devozione, all’amore, alla confidenza verso la dolce Madre del Bell’Amore. Quante lacrime si saranno asciugate in quel luogo, invocando Maria! Quanti cuori avranno ricevuto lì la luce, lo spirito di coraggio, la misericordia ed il perdono! Beata la persona che seppe impiegare così bene la sua ricchezza lasciando questo monumento perenne alla gloria della Madre di Dio e per la consolazione degli afflitti. Senza dubbio avrà molta gloria dal Signore in cielo chi è stato causa di tanti atti di ossequio e di amore a Maria. Madre mia! Io ti offro con il desiderio, non una sola, ma cento, mille chiese perché in tutte tu sia conosciuta, amata, venerata da tutti gli uomini.

A questa consolazione seguì un grande dispiacere: udimmo suonare le campane di una chiesa con un suono così dolce e soave e allo stesso tempo così armonioso che causavano ammirazione ed elevavano il pensiero alla musica della Gerusalemme celeste. Il Padre americano che ci accompagnava, vedendo la nostra sorpresa ed ammirazione, ci disse che era l’effetto di sette campane, ciascuna delle quali corrispondeva al suono di una nota musicale. Ma aggiunse: «Non c’è da rallegrarsi, perché questo non è per Dio, è una chiesa protestante». Quanta pena provai! Le intelligenze che se n’erano occupate appartenevano a Dio e in Lui e per Lui avrebbero dovuto essere impiegate. Che furto! Ma almeno quella volta suonarono per il Signore, infatti io —appena le udii— mi rallegrai, pensando che suonavano per Lui e a Lui offrii molto contenta quel suono con l’intenzione di glorificarlo e di lodarlo per mezzo di quel suono. Ho la piena convinzione che Colui che vede i cuori lo accettò con piacere.

Il poco tempo che restammo lì non ci bastò per conoscere lo spirito grandemente attivo e imprenditore degli abitanti degli Stati Uniti. Che vita si fa lì! Tutto è movimento, commercio, invenzione, creatività. Se tutta questa gente che va così affannata e immersa in cose materiali, impiegasse la sua attività e la sua intelligenza, di sicuro non comuni, alla ricerca dei beni soprannaturali e delle vere ricchezze, quanti santi ci sarebbero qui! Io ho la convinzione che la miglior qualità o disposizione per farsi santi è possedere una buona intelligenza, molto coraggio e generosità. È un’impresa così grande quella di far morire l’uomo vecchio per rinascere alla vita di Gesù, che non è per gli sciocchi e i paurosi.

«Qui non si dorme, qui non si dorme, —ci diceva il padre— né di giorno né di notte!» Grandi e piccoli, dotti e ignoranti, tutti sono sempre molto occupati e preoccupati e persino sul volto si legge l’infinità delle preoccupazioni che portano dentro. Ad ogni ora si vedono treni che si incrociano per aria, sulla terra e sotto terra. Gente che, senza cessare, sale e scende con gli ascensori delle case a otto, dieci e fino a venti piani. In una occasione anche noi siamo andate in vettura. Improvvisamente scompave la terra e noi ci trovammo in mezzo all’acqua…: la vettura era entrata in un battello per non perder tempo per scendere e così, stando dentro la stessa automobile, attraversammo una grande foce e ci trovammo dall’altro lato della città. Abbiamo visto fluttuare sopra l’acqua una casa in legno abitata: le domestiche erano in cucina a preparare il pasto e le cameriere a mettere in ordine le stanze. Domandammo che cosa fosse e il Padre ci rispose: «È una casa di signori molto ricchi, fatta di proposito per muoverla, senza il fastidio di trasportar le cose. Così, quando sono stufi di stare in un luogo, se ne vanno via e stabiliscono la loro casa in un’altra parte». Insomma, erano tante le rarità e le novità che si ammiravano che mi sentivo una grande stanchezza per tutto quello che avevo visto. Arrivai ad un punto che non ne potevo più e finii per chiudere gli occhi per fissare quelli della mia anima in quell’unico che rinchiude in sé tutte le bellezze del cielo e della terra e dove unicamente si trova quello che il nostro povero cuore ricerca. Le creature tutte non potranno riempire mai il suo immenso vuoto e la sua capacità. «Signore, ci hai fatti per Te, e il nostro cuore sarà inquieto finché non riposerà in Te».5

Venimmo a sapere che stavano lì le nostre sorelle di Carrich, Pa., che abitavano a poche ore dal luogo dove ci trovavamo noi. Noi telegrafammo per poter andare a far loro una visita, che sicuramente sarebbe stata di grande soddisfazione per ambe le parti. Si trovavano lì le cinque Passioniste italiane che erano partite da Corneto-Tarquinia per fare una fondazione e che noi conoscevamo. Il tempo era però troppo limitato. Benché loro insistessero molto, noi non potemmo avere questo piacere e dovemmo accontentarci di parlare con loro al telefono e di congedarci poi da loro, dai nostri Padri e dalle buone signore e signorine con le quali stavamo. Sebbene non le comprendessimo, poiché dovemmo servirci di un interprete, ci formammo un concetto molto buono di loro. Tutte le persone che incontrammo a New York ci diedero prove di bontà, carità e generosità. Espressero verso di noi il loro ossequio con varie cose, dolci e paste, che ci dissero potevano esserci utili durante il viaggio. Noi lasciammo nelle loro mani i dollari, senz’altro motivo che quello di esercitare la carità, poiché noi eravamo religiose. Di pomeriggio ritornammo alla nave, per sbarcare tre giorni dopo a Veracruz, dove terminò il nostro viaggio per mare.

Sbarco in Messico

Prima di sbarcare dovemmo porre sopra il nostro abito religioso un soprabito da secolari che, a questo scopo, avevamo portato dall’Italia. Era proibito infatti negli stati del Messico uscire per strada con un abito talare, poiché il governo di quella infelice nazione non era cattolico.

Lasciando il mare, la mia anima —che tante volte durante il viaggio si era innalzata al Signore— non poté fare a meno di dare uno sguardo retrospettivo ai 28 giorni ivi trascorsi e che mi erano sembrati tanto lunghi; ma erano passati… Così passa il viaggio della vita, molto veloce e giungeremo al porto dell’eternità, alle rive eterne. Che cosa ci resterà di tutto quello che ora vedono i nostri occhi? Assolutamente nulla! Come nulla ci è rimasto del molto che noi avevamo visto e ammirato per terra e per mare. Tutto scomparirà. Solo ci resterà l’amore, e trapasserà con noi la soglia eterna.

In mare avevamo fatto la novena del nostro santo Padre (san Paolo della Croce). In mare passammo pure altri dolci feste, pregando davanti alla sua immagine collocata in alto sopra una finestra del salone di ritrovo. Le feste di chi ama Dio non consistono in un apparato di cose esteriori, si celebrano nell’intimo dell’animo, dove nessuna cosa di fuori può ostacolarle né turbarle. Beato mille volte chi ti ama, o Gesù, perché ti trova e ti gusta dovunque!

Il caldo di Veracruz, simile all’estate in Europa, ci faceva sentire il peso dei nostri abiti, ma questo per noi, abituate a sopportare freddo e caldo, era una cosa alla quale non facevamo attenzione. Non fu così per le persone dell’hotel dove dovemmo trascorrere la notte. Al vederci passare accanto a loro, che erano vestite leggere e stavano prendendo un gelato all’aria fresca del giardino, incominciarono a ridere e a dirci: «Che freddo! Che freddo!». Per la verità, quell’espressione veniva loro molto naturale nel vedere quel gruppo strano e stravagante di sei signore avvolte in pesanti scialli di lana (era chiaro che non potevano toglierli dalle loro teste poiché erano senza capelli) e accompagnate da un signore che, con il suo aspetto e il vecchio frack, faceva un’originale compagnia. Non ci dimenticheremo più di questo episodio, che ci è servito più volte di ricreazione, ridendo più noi che i poveri infelici del mondo. In mezzo alle loro mode peccaminose e ai vestiti di seta, non sono certamente così felici come quelle che vivono unite a Dio, benché il corpo soffra, portando la croce della penitenza. Più degni di essere burlati sono gli ignoranti mondani, se non fosse meglio piangere al vedere le loro follie e i loro peccati. Benedetto sia il Signore che rende sempre felici i suoi servitori e non permette che nessuna cosa possa turbare la loro pace! Passammo in mezzo a loro senza che arrivassero a conoscere il motivo grande che ci portava nel loro paese. Ma anche Gesù fu poco conosciuto. Se avessero soltanto intravisto la felicità dei nostri cuori nel poter soffrire qualcosa della passione di Gesù, le cui insegne sacre noi portavamo, ci avrebbero seguito senza indugio.

Il giorno seguente un domestico dell’hotel, incaricato dal P. Provinciale ci svegliò presto, gridando forte: «Sono le quattro, sono le quattro!». Subito dopo esserci alzate, andammo in una chiesa vicina, poiché il tempo era misurato: il Padre Provinciale per celebrare e noi per comunicarci. Dopo una leggera colazione, prendemmo un treno rapido. Alle cinque del pomeriggio, 23 aprile 1913 arrivammo alla città di Messico, fine del nostro lungo viaggio, pronte a dare inizio subito alla nostra missione, se il Signore non avesse disposto altrimenti come presto vedremo.

SOLA E STRANIERA

«Tibi sacrificabo hostiam laudis».6

Ti ho offerto tutto, amore mio,

in sacrificio di lode!

Cammina l’amore se libero è il piede,

Nessun ostacolo teme né vede,

Mai non riposa, ma corre veloce

Là del Diletto ove ode la voce.

Se un sol capello legato la tiene

Non può seguire l’amato suo Bene,

D’ogni altro amore anche santo è geloso,

Vuol tutto il cuore quel tenero Sposo.

Io l’amava Gesù, sì, l’amava.

Solo amore chiedeva, anelava.

Ma con Lui pur regnava altro affetto

Che il mio cuore teneva ristretto.

Amava l’asilo ove naqui al buon Dio,

La patria, i miei cari, amavali io.

Della mia cella le cari pareti

Che tutti sapevano i dolci segreti.

Quell’ore di pace dei miei primi giorni,

Trascorse del chiostro, nei cari dintorni.

Amava sì, amava quell’angel di Madre

Che m’insegnava del cielo le strade

E che m’amise a conviver tra quelle,

Di religione, mie care sorelle.

Furon questi i miei unici amori.

E Gesù, quel geloso dei cuori,

Venne tosto, coll’abil sua mano,

E chiamandomi in suolo lontano,

Ogni affetto ne volle troncare

Separando i miei amori col mare.

Maria M.


1 Si riferisce a Suor Crocifissa Vangioni (nata il 25 settembre 1877 e morta il 22 settembre 1944), nominata espressamente nella lettera che Madre Teresa scrisse alla sorella in data 20 marzo 1913. Tanto la vicenda personale di Suor Crocifissa quanto il suo mondo spirituale avrebbero bisogno di una valutazione molto più circostanziata e prudenziale di quello che le parole di Madre Maddalena a prima vista farebbero supporre. Essa ebbe un rapporto di profonda amicizia con la Madre Giuseppa, conosciuta in Casa Giannini un giorno e mezzo dopo il suo arrivo a Lucca, il 18 marzo 1905, e con Cecilia Giannini. Delle lettere che Suor Crocifissa scrisse a Cecilia, ce ne sono rimaste una cinquantina. Suor Crocifissa è stata accolta fin da piccola nell’Istituto delle Oblate dello Spirito, detto comunemente delle Zitine, dalla stessa fondatrice, la beata Elena Guerra, che l’ebbe particolarmente cara: infatti la fece studiare e le affidò le educande; essa però non ha saputo esserle grata a suo tempo, divenendo causa dei tanti dolori sopportati dalla santa Madre, la quale anche per causa sua il 20 settembre 1906 fu deposta dalla carica di superiora dell’Istituto da lei fondato. A onor del vero prima di morire Suor Crocifissa fece accusa pubblica dei suoi errori e, desiderosa di vedere la Madre fondatrice tra i santi, cercò di riparare con una deposizione elogiativa. Suor Crocifissa aveva tra le Zitine tre zie suore: Suor Maria Valiensi (che fu eletta Superiore Generale quando nel 1906 fu deposta la fondatrice), Suor Domenica e Suor Camilla. Un periodo della vicenda umana e spirituale di Suor Crocifissa che andrebbe meglio precisato e che causò non pochi problemi anche alla Madre Giuseppa e alle sue monache, è certamentente quello che va tra il 1909 al 1914, quando fu diretta dal Passionista P. Gregorio Ceccarini dell’Addolorata (1877-1931), subentrato al P. Germano Ruoppolo di santo Stanislao, dopo la sua morte, nell’incarico di Postulatore Generale. Una certa stima nei confronti di Suor Crocifissa non sembra mai essere venuta meno, nonostante tutto, perché il 16 settembre 1916 fu anche eletta superiora generale del suo Istituto.

2 Allude alle posate che si portò via.

3 Con dei mantelli fecero una monaca e la vestirono con un abito vecchio e la posero su di un letto con un foglietto che diceva: «Non piangete: Gabriella resta con voi».

4 «Consolatrice degli afflitti» (dalle «Litanie Lauretane»).

5 Cf. S. AGOSTINO, Le Confessioni, libro I, par. 1 (traduzione e note di Carlo Carena, VI ed., Città Nuova Editrice, Roma 1993, p. 5).

6 Cf. Sal 115, 17: «A Te offrirò sacrifici di lode».

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: