2. In Messico

2. In Messico

Restammo in Messico quasi tre anni: infatti vi giungemmo il 23 aprile 1913 e ce ne partimmo nel gennaio 1916.

Avrei molto da dire della nostra permanenza in questa nazione, ma mi concentrerò soltanto sulle cose principali, per evitare di dilungarmi troppo, dato che ci resta ancora molto cammino da fare prima di giungere al termine di questa storia. Per questo mi limiterò a toccare soltanto i punti principali della nostra vita in quella terra, protette dalla provvidenza paterna del Signore, specialmente durante il periodo critico della rivoluzione Carrancista.

Il Reverendissimo P. Generale, Silvio di san Bernardo, mi ordinò di fare di quei dolorosi avvenimenti una relazione abbastanza ampia (di una quarantina di pagine) e se la portò a Roma. Venni a sapere che questo quaderno passò pure tra le mani di qualche Cardinale. Non so se esiste ancora questo scritto, mi pesa di non averne tenuta una copia. Non sono però così indispensabili quelle notizie da impedirmi di trattare sommariamente vari punti: così richiede la brevità e anche il fatto che mi conviene intrattenermi più a lungo sulla mia cara Spagna, dove il Signore mi attendeva.

Progetti per la nuova fondazione

Quando giungemmo in Messico, alcuni signori benefattori dei nostri Padri ci fecero la carità di mettere a nostra disposizione una parte della casa vuota che possedevano nella Avenida Juárez, al numero 58, perché la abitassimo fino a quando si fosse costruito il nostro convento. Noi speravamo che avvenisse presto, perché i nostri Padri posero subito mano all’opera. Sembrava che nessuna fondazione avesse potuto arrivare a conclusione così felicemente senza difficoltà come quella che si realizzava sotto il bel cielo del Messico, nelle terra prediletta della Vergine di Guadalupe.

C’era anche una buona base per assicurare il nostro mantenimento, denaro per incominciare l’opera e persone pie disposte ad aiutarci per portarla avanti. C’erano vocazioni, perché si erano già presentate diverse signorine desiderose di abbracciare la nostra vita, ma come dice il proverbio, «l’uomo propone e Dio dispone». Sì, effettivamente era Lui che disponeva le cose e le tratteneva quando così conveniva, indipendentemente dalla buona volontà degli uomini. Beati quelli che in tutto vedono la sua mano paterna e la riconoscono sempre giusta e santa nel suo operare, anche quando sembra contraria agli scopi che si vogliono raggiungere. Come diceva il nostro santo Padre (san Paolo della Croce), «quando sembra che le cose vadano a terra, è allora che vengono maggiormente innalzate». Così succede sempre, se si ha pazienza di attendere l’ora di Dio, come vedremo accadde a noi.

Relazione epistolare con la comunità di Lucca

Quando giungemmo in Messico il nostro primo pensiero fu di scrivere alle venerate madri in Italia, la Madre Giuseppa e la mia buona mamma, anche se quest’ultima andava al convento e riceveva le notizie dettagliatamente da mia sorella, la Madre Teresa.

Parlerò perciò soltanto della Madre nel Signore, la quale è facile immaginare con quale ansia attendesse nostre notizie. Lo si vede da qualche espressione della lettera seguente che voglio trascrivere (in risposta alla prima lettera che le inviammo dal Messico). Scrive alla Madre Presidente (Madre Gertrude), ma parla per tutte.

«Lucca 31 maggio 1913

Mia carissima e reverenda Madre Presidente, finalmente, finalmente, ci avete liberato da una agonia più dolorosa della morte. Gesù sia benedetto per sempre giacché vi ha fatto giungere sane e salve. Viva Gesù! Da voi ha voluto le sofferenze e i sacrifici legati al lungo viaggio e da noi le pene del cuore.

Ora un poco di storia. Voi siete partite il Martedì Santo, 18 marzo. Il giovedì giunsero tre biglietti scritti da Celle Ligure e da Ventimiglia. Venerdì nulla; sabato nulla. La Domenica di Pasqua arriva un telegramma della mia cara amica la Marchesa Chiara Giustiniani, ora Superiora delle Suore di Maria Ausiliatrice, con queste parole: «Oggi sabato, non si sono viste le sue religiose. Perché?». (La Madre Giuseppa desiderava che andassimo ad alloggiare da lei, ma il Padre Provinciale preferì che ci ospitassero nella pensione. Non so il motivo).

Immaginatevi come restammo tutte nel ricevere quel telegramma. Pensai mille cose, una più funesta dell’altra. Così passò la Pasqua e tutta la settimana seguente. Sabato, 29 marzo, quando ci trovavamo in un’autentica agonia, giunsero due biglietti e una lettera con la data 20 e 23. Poi un’altra scritta da Valenza e un’altra ancora da Malaga, con buone notizie. Ma perché avete ritardato tanto? Ci hanno detto che è dovuto alla affluenza di molte lettere in occasione delle feste di Pasqua. Gesù permise così; sia benedetto! Così terminò il mese di marzo. Venne aprile e, dal primo all’ultimo giorno, niente; il 30 con la posta della sera giunse quella che voi scriveste il 13 di aprile da New York. E dopo? Aspetta, aspetta, aspetta ancora fino al 20 maggio, quando giunse la sua desideratissima, scritta da Veracruz, e il 30 quella inviata dal Messico con molte e buone notizie riguardanti l’arrivo. Gesù di tutto sia benedetto, lodato, amato. Viva sempre Gesù!

Non posso dire quanto abbiamo pregato e fatto pregare altre anime buone e con quanto amore queste si siano interessate di voi. Povere figlie mie! Quanto siete lontane ora, ma in Dio non ci sono distanze. Ho fiducia che potrete fare molto bene. Avete realizzato per Gesù questo sacrificio e il suo amabile Cuore vi ricompenserà, concedendovi di poter fare del bene alle anime che Egli tanto ama, far amare e conoscere e propagare sempre di più la devota memoria della sua santissima passione e morte. Viva Gesù! Coraggio, dunque, e fiducia nel suo dolcissimo e tenerissimo Cuore e tutto andrà bene… Tutto per Gesù… Quanto siamo obbligate a dimostrargli il nostro amore con i fatti e a cercare che altri amino questo sommo Bene! Dio mio, i peccati si moltiplicano in modo spaventoso e noi che facciamo? Perché amiamo così poco il nostro divino Sposo? Almeno preghiamo molto, molto, molto… La lascio nel Cuore afflitto di Gesù Crocifisso, sua affezionatissima sorella e madre Maria Giuseppa C. P.».

Prima di riprendere il filo del racconto della nostra vita in Messico, mi piace trascrivere qui una lettera della buona Madre Gemma, mia cara compagna di noviziato. Mi è venuta in mano non so come e mi ha rallegrato il tornare a leggerla, poiché mi ricorda i bei tempi, quando eravamo insieme e rinnova l’affetto fraterno con cui ci amavamo. La scrisse poco dopo la precedente della Madre Giuseppa.

«Lucca, 18- VII-1913

Carissima Madre Maria Maddalena, desideravo aggiungere qualcosa anch’io alle lunghe lettere della Madre Presidente e della Madre Teresa che le inviarono pochi giorni fa, ma superava già il peso autorizzato. Eccomi, allora, qui oggi a scriverle separatamente, allegando quello che lei desidera (immaginette a colori di Gemma Galgani, un pezzo di tela —reliquia della camicia—, ecc.).

Mia cara sorella in Gesù, non può immaginarsi quanto mi fu gradita la sua lettera e con quanta soddisfazione la lessi. Specialmente quando mi parla di Gemma. Veramente vi ha protetto in modo miracoloso durante il viaggio ed essa, non lo dubiti, continuerà pure a proteggere l’opera iniziata e tutto andrà bene. Inoltre lì ha questi buoni Padri. Alla fine, c’è Gesù che supplisce a tutto e per tutto…; non è vero? Coraggio allora. Anche se corporalmente lontane, saremo sempre unite in spirito.

Il giorno anniversario della sua professione abbiamo festeggiato con vero affetto di sorelle e, in spirito, ricevetti le due Madri con il palio e le campanelle… si ricorda? Oh, come passa tutto su questa terra! Ora si avvicina anche la bella festa di santa Maddalena, comune a tutte e due (infatti anche lei si chiama Gemma Maddalena). Quel giorno la santa Comunione sarà tutta per lei. Le mie povere felicitazioni le arriveranno in ritardo e da molto lontano, ma sicuramente da molto vicino per l’affetto con cui gliele invio e che non dubito lei gradirà, poiché sono tutte di santità, di favori e grazie celestiali; felicitazioni, insomma, secondo i desideri del suo cuore. Rimane contenta? Viva Gesù!

Queste buone postulanti hanno accettato con amore l’incarico di occuparsi della statuetta della Vergine in giardino e fanno a gara nell’adornarla con fiori. Come arrivano, corrono là ad inginocchiarsi ai suoi piedi per chiederle la benedizione e recitare le tre Ave Maria. È un piacere vederle. Sono sei, tutte molto buone… A settembre ne verranno altre quattro o cinque. Spero che anche a voi non manchino le vocazioni.

Preghi molto per me, cara sorella, perché ne ho molto bisogno nell’ufficio di così grande responsabilità nel quale il Signore mi ha posto (quello di Maestra delle Novizie). Io chiedo sempre a Gesù e a Gemma che mi facciano conoscere presto quelle che sono adatte e quelle che non lo sono; perché queste ultime escano quanto prima e quelle che restano siano religiose di buono spirito. Per questo motivo, le ripeto, preghi molto perché, nelle mani di Dio, io sia un docile strumento che lasci a lui di operare in me come gli piace per la sua gloria e il bene delle anime. Lasciar operare Gesù e lasciarsi fare: ecco qui il punto essenziale di tutta la nostra santità e anche della tranquillità e pace del nostro cuore. Mi rendo conto che sto riempendo la carta senza quasi averle detto ancora nulla (qui incomincia a parlarmi e a darmi notizie di tutte; io l’ometto per amore della brevità).

Vede quante cose le ho già detto. Ora spero che lei faccia altrettanto, e mi dica tutte le difficoltà che trova. La più grande penso che sia quella della lingua, ma coraggio! Le opere di Dio devono passare per l’acqua e per il fuoco, perché siano veramente tali. Lei sa quanto è costata alla nostra povera Madre questa casa qui a Lucca. Coraggio, dunque. Io, come buona sorella, le auguro che il patire sia sempre quello che il suo cuore ama di più: per questa strada lei si farà di sicuro santa e grande santa. Nel frattempo la lascio allo studio della nuova lingua all’ombra delle palme…

Quanto presto cambiano le cose di questa miserabile terra, dove tutto è mutevole! Pochi anni fa stavamo qui tutte riunite…, con i nostri veli bianchi, là sulla terrazza delle monache Francescane!… Che belle quelle nostre ricreazioni del pomeriggio! Com’erano allegre le nostre conversazioni! Che giorni felici! Si ricorda? E ora? Più ancora… Viva Gesù! Sì, il tempo passa e con lui tutte le cose. Dio mai non muta, lo incontreremo sempre dovunque. Lui è il nostro buon Padre, l’amico fedele delle nostre anime. Facciamoci sante e allora un giorno, forse non lontano, ci ritroveremo di nuovo per sempre riunite accanto a Lui nella nostra vera patria, il cielo, dove niente più muta, ma tutto è eterno. Viva Gesù!

Ora, cara Madre Maddalena mia, la lascio nel cuore di Gesù, dove ci incontreremo sempre unite in spirito con la mutua orazione. Siamo nella quaresima della nostra cara Madre Maria. Chissà con quanto fervore lei preparerà il mistico paramento per il 15 di agosto, mentre io, piena di difetti e di freddezza, quel giorno mi troverò —se non mi affretto— senza aver fatto nulla. Oh, se almeno in questo ultimo periodo della mia vita mi dessi veramente alla santità! Altrimenti, povera me. Mandi frequentemente il suo Angelo; io le manderò il mio. Questi celesti messaggeri sanno sicuramente attraversare l’oceano in un istante. Viva Gesù!

Devo lasciarla, perché termina la carta. Saluti a tutte e lei mi creda con affetto la sua vera sorella Maria Gemma di Gesù Passionista».

Aggiungo un’altra letterina che si trovava con la presente, perché si veda quanto mi amavano le mie buone sorelle di Lucca e quanto sia vero che io dovunque ho amato ed ho trovato sempre amore. La religiosa che scrive era novizia della Madre Gemma quando io la lasciai, fece la professione poco dopo la nostra partenza.

«17 agosto 1913

Carissima Madre Maddalena, alcune righe per esprimerle i miei ringraziamenti per il delicato pensiero dell’immaginetta (ricordo della professione) che ho gradito molto, e ancora di più per le sue preghiere. Preghi sempre per me, affinché possa corrispondere fedelmente e costantemente a tante grazie del Signore e perché io non abbia sulla terra altro desiderio. La sua Vergine del giardino è molto ossequiata e venerata. È la prima sosta che facciamo tutte le volte che andiamo in giardino con queste buone giovani. La Madre Presidente ha fatto sistemare il giardino in quella parte e vi ha fatto mettere molte ortensie ed altri fiori. In maggio era già tutto fiorito. Ora sì che si può proprio dire: «La Signora in mezzo ai fiori…». Felicitazioni per essere diventata Madre. Tutte Madri; solo io figlia. Non le scrivo tanto come desidererei per paura che la lettera superi il peso; lo farò un’altra volta. Saluti a tutte. Mi raccomando di nuovo alle sue orazioni e l’abbraccio con affetto nel dolce Cuore di Gesù. Sua aff.ma Maria Germana».

La nuova fondazione in pericolo?

Tanto in Italia come nel Messico eravamo tutte molto contente e soddisfatte di aver realizzato il sacrificio della separazione, con la dolce fiducia di veder presto aperto un nuovo nido di colombe del Calvario e di radunarne altre ai piedi della Croce di Gesù, per accompagnarlo nella sua agonia. Invece, avremmo dovuto accompagnarlo presto, ma noi sole, proprio sole. Così era scritto negli imperscrutabili disegni di Dio.

Non posso passare sotto silenzio un avvenimento che, anche se non gli si può dare molta importanza, ugualmente, per le impressioni che produsse nella mia anima e per quello che successe dopo, credo di non sbagliarmi molto a pensare che fu un mezzo col quale il Signore si servì per prevenirmi o per far comprendere alla mia anima qualcosa sulla fine disastrosa di quella fondazione.

All’arrivo del Natale, non avevamo il Bambino Gesù, o meglio ne avevamo uno molto consumato e misero. Una buona signora volle farci la carità e la sorpresa di regalarcelo. Ho detto sorpresa, perché la notte che precedeva la solennità, quando noi ci siamo recate in cappella, trovammo il Santo Bambino in una elegantissima culla, alta un metro, ornata da veli, arricciature, fiocchi sospesi e perle. Era tanto graziosa da sembrare una carrozzina. Il divino Infante aveva nella sua manina una campanellina brillante (doveva essere di cristallo argentato), sulla quale era dipinta magistralmente una casa con questa iscrizione: «Convento delle Passioniste». Ci dissero che la campanellina significava che il Bambino Gesù avrebbe chiamato anime a venire al nuovo convento. Sembrava che il grazioso Reuccio venisse nella gioiosa notte di Natale ad annunciarci la prosperità, la felicità, l’allegria. In realtà veniva per prevenirci e perché noi ci disponessimo al sacrificio, alla contrarietà e al dolore…

Il Bambino era completamente coperto con panno di seta sottile, per scoprirlo —secondo le rubriche— durante la Messa di mezzanotte. Ma, cosa successe? Non lo so. Prima che incominciasse la Messa, il Bambino Gesù lasciò cadere la campanellina che andò a pezzi. Immediatamente mi venne da pensare: Succederà lo stesso del nostro convento. Rimasi con quest’idea fino a che i fatti mostrarono alla fine la dolorosa realtà di quello che allora era soltanto, o sembrava, un’infondata paura per le mie sorelle. Io avevo quasi una certezza che non saremmo rimaste in Messico e che non si sarebbe portata a termine la fondazione.

Diretta spiritualmente dalla Madre Giuseppa

In una lettera intima che scrissi durante quel periodo alla Madre Giuseppa le dicevo qualcosa a questo proposito. Ella mi rispose in data 4 marzo, incoraggiandomi con il pensiero che le opere di Dio costano e aggiungeva:

«Durante la ricreazione, la Madre Teresa mi ha portato la posta: 11 lettere in una volta. Tra queste la sua molto cara e desideratissima. Ieri ricevetti la lettera del P. Ludovico, al quale avevo scritto per avere notizie di lei. Mi rispose che il P. Generale aveva ricevuto una lettera dal P. Juan, Provinciale, in data 14 febbraio, che non lascia intendere nulla di male, al di fuori dello stato delle cose di lì, del resto già conosciute; non c’è nulla di speciale contro le comunità religiose. Dalle sue lettere, invece, si deduce una situazione diversa. Speriamo che il Cuore di Gesù abbia pietà di codesto povero popolo e che, passate le attuali inquietudini, si possa dare inizio alla santa opera.

Ho letto con vero piacere ed interesse la sua lunga lettera, con tante e minuziose notizie del fatto strano... —che orrore!— della campanellina rotta, del Bambino bello e di quello misero, di come hanno passato il Natale. Tutto ci ha interessato molto. Però le relazioni sulla disposizione d’animo di qualche postulante certamente non sono molte lusinghiere. Si faccia coraggio: Gesù trova dovunque anime che lo amano veramente e gliele manderà. Coraggio! Crede, figlia mia, che qui non ci sia da temere? Anche qui ci sono nuvole oscure. Speriamo che la tempesta, che ci minaccia, svanisca. In Parlamento si fa molto rumore, e i Deputati e i Ministri si sono schiaffeggiati come gente di strada. Ci sono stati scandali terribili. Povero Gesù, nuovamente crocifisso da tanti milioni di anime! E noi e noi: fredde, insensibili, pigre, piene di noi stesse, non vogliamo consolare Gesù. Sembra incredibile che noi ci mostriamo così avare e refrattarie con chi ci ha dato tutto, tutto e ci dà se stesso. Viva Gesù!.

In questi giorni la Madre Gemma ha dovuto rivedere tutte le lettere di Gemma Galgani. Si resta stupiti di fronte a quello che ha patito. Cara mia, i santi non si formano tra comodità e onori, ma piuttosto in mezzo a patimenti, contrarietà, umiliazioni, prove e martirii del cuore. Sembrano cose incredibili, ma, lo creda, sono vere. Sul Calvario non si può trovare che amore e dolore: amore infinito, dolore immenso da parte di Gesù, come pure da parte della creatura umana, di Maria santissima, di san Giovanni e della Maddalena, tutto il dolore che essi erano capaci di sopportare. E noi, vogliamo essere Passioniste senza patire, agonizzare e morire? Passionista è sinonimo di anima consacrata al dolore, alla sofferenza. Coraggio, dunque, e avanti, al grido di Viva la Croce. Viva Gesù !

Ora sciogliamo la vele. Siamo in Quaresima, il tempo nostro; stiamo più che mai unite nella preghiera, in modo speciale durante gli ultimi 15 giorni, giorni santi, giorni nostri. Voi siete partite l’anno scorso, e noi siamo rimaste in pochissime (undici). Quest’anno siamo già il doppio (ventidue). In questo modo potremmo fare un buon coro e durante la notte del Venerdì Santo una bella Ora di Solitudine.

Non pensi mai che la dimentichi. Oh, mi è costata troppo, figlia mia, perché possa dimenticarla: in cielo lo vedrà. Tutto ciò che ho fatto con lei è stato per il puro interesse che avevo della sua santificazione, per moderare i difetti del suo carattere e per renderla abile a tutto. Per giungere a tanto, è indispensabile essere prima molto umili. È così che una persona diventa maneggevole, senza avere altro volere che quello disposto dall’obbedienza. È necessario morire prima, per vivere poi dello spirito di Gesù. Tutto quello che ho fatto con lei, era finalizzato a questo.

Lei preghi molto per me, che io penso per lei. Sia buona, fedele a Gesù e ora, che ha tempo, si dedichi di più all’orazione, al tratto interiore con Dio, a vivere unita a Lui. Sia semplice, molto semplice con Dio, perché «cum simplicibus sermocinatio ejus»;7 se lo ricordi. Se vogliamo ragionare molto con Dio, Lui resta in silenzio. Rifletta sopra ciò. Se il Signore mi ha spinto a scriverglielo, dev’essere perché è conveniente a lei. Viva Gesù! La lascio rinchiusa nel suo divin Cuore. Maria Giuseppa Passionista».

Le lettere della Madre erano per me di grandissima consolazione e incoraggiamento nello stato di timore, di trepidazione per come si andavano mettendo le cose, tanto più che non mi intendevo bene con quelli che allora ci confessavano. Con l’allontanamento dalla patria e dalle persone care, sentii anche il vuoto della direzione, ossia del non trovare chi comprendesse la mia anima. Questo mi successe durante tutto il tempo che restammo in Messico e mi causò non poche sofferenze. A volte avevo bisogno di consiglio, non solo per le mie cose intime, ma per risolvere problemi e per prendere decisioni che erano lasciate al nostro arbitrio, come più avanti vedremo.

Io scrivevo confidenzialmente alla Madre Giuseppa, esponendo tutte queste cose e lei, perché i miei sacrifici e le mie sofferenze fossero proficue per la mia anima, mi faceva conoscere il loro valore e mi incoraggiava ad andare a Dio sempre più sulla via della spogliazione di tutto, come si vede dalla seguente lettera:

«Lucca, 21 maggio 1914.

Carissima Madre Maddalena, Gesù benedetto vuole metterci tutte un po’ alla prova; le une in un modo e le altre in un altro. Si sa che è necessario portare la Croce; altrimenti non saremmo Passioniste, né figlie di san Paolo della Croce. Non può immaginare, figlia mia, quello che costa una fondazione! E sarebbe un brutto segno, se non costasse e se il demonio non facesse di tutto per impedirla; sarebbe segno che non la teme…

Veniamo ora a quello che lei mi ha detto della sua anima. Lei si dà pena, ed io invece godo molto di tutto ciò, specialmente per la durezza con la quale la tratta il Padre… Si ricordi che con i contentini dei Superiori e dei confessori, nessuno mai si è fatto santo: lo creda, perché è così. Noi siamo pieni e saturi di amor proprio e questo a volte ci fa pensare che sia necessario che qualcuno si occupi di noi e pensi a noi. Siccome questa è una pretesa indegna di un’anima consacrata a Dio, il diavolo allora —molto astuto— cerca di convincerci che è assolutamente necessario un Direttore, una guida, qualcuno che ci comprenda e ci consigli. Presenta questo desiderio umano sotto le più belle forme di amore di Dio, della perfezione e di impegno per farci santi, di tranquillità di spirito e che so io di quante altre cose. Tutte queste cose, se si esaminano bene, nascondono un fondo molto sottile di amor proprio.

Felice l’anima che sa spogliarsi di simili debolezze, perché allora potrà sperare tutto, assolutamente tutto dal Signore. Lui avrà molta cura di lei e di tutte le sue cose: «Jacta super Dominum curam tuam et ipse te enutriet»,8 comprende? Lei mi dirà che questa è una cosa molto difficile e che la coscienza, i dubbi!… Quando lei ha fatto quello che deve fare da parte sua, che è manifestarli con semplicità, la responsabilità davanti a Dio grava su coloro che si sono assunti l’incarico della sua anima. Osservi, figlia mia: se lei impara anche solo questa lezione, si farà santa e volerà come un’aquila; diversamente farà soltanto voli di gallina, corti, corti e sempre bassi. Coraggio, coraggio! Se aspira al martirio è necessario che rivolga i suoi sguardi più lontano, ha capito?

Qui, tutto bene. Madre Teresa è sempre la stessa: lamentosa, però fa tutto bene. Lamentosa lo dico per quanto si riferisce al suo intimo: preghiera, santa Comunione ecc. Sembra che non voglia intendere che non possiamo farci santi come noi vogliamo, ma piuttosto come lo vuole Dio. Noi vorremmo il fervore sensibile; a tutte piacerebbe, ma se Dio non vuole darcelo, dobbiamo aver pazienza…

La salutano tutte e desideriamo molto sue notizie. Gesù la benedica! Maria Giuseppa Passionista».

Si aggravano gli ostacoli per la fondazione

In questo tempo, all’inizio del 1914, andammo a vedere il convento che stavano costruendo. Sarebbe stato molto grande e bello e già si innalzava circa un metro sopra le fondamenta. Ma, che successe? Il padrone del terreno confinante, che avrebbe dovuto servirci da giardino, aveva dato parola di vendercelo; ma, quando andammo da lui per firmare il contratto, si pentì e non ce lo volle più dare. Un convento di clausura, senza un giardino, non si poteva fare, perciò dovemmo abbandonare l’impresa, nonostante che vi avessimo già speso molte migliaia di pesos. Questo contrattempo recò a tutte noi, senza dubbio, dispiacere. Se allora però avessimo visto l’avvenire avremmo reso grazie al Signore e avremmo adorato tranquille le sue disposizioni. Beato chi così fa in ogni circostanza. Nessuna si scoraggiò e pensavamo che Dio può tutto. Ma nel nostro caso sembra che, sebbene lo potesse, non lo volesse. Tutta l’opera realizzata andò persa, anche la bella pittura della cappella.

Poco tempo dopo questo avvenimento incominciammo pure a sentir correre voci di guerra, di rivoluzione. Noi a queste cose non prestavamo molta attenzione, per il fatto che non conoscevamo la situazione politica del paese e di conseguenza non ci si preoccupava, né temevamo qualche pericolo. Intanto arrivammo al mese di aprile 1914, data nella quale il Padre Provinciale e i suoi due Consultori dovevano partire per partecipare al Capitolo Generale a Roma.

Prima di patire, il Provinciale comprò una casa con un giardino, con l’intenzione che al suo ritorno (sperava infatti di non restare assente più di tre mesi) avrebbe trasformato in convento quella casa ed avrebbe comprato altro terreno. Anche in questo Dio aveva disposto altra cosa; e di nuovo furono vanificate tutte le spese e tutte le sollecitudini di detto Padre. «Invano edifica l’uomo se Dio non edifica con Lui» (cf. Sal 126, 1).

Stavano ancora in viaggio i Padri quando scoppiò la temuta e terribile guerra contro i religiosi; guerra e rivoluzione che doveva durare lunghi anni, spargere molto sangue, causare tanti martiri alla Chiesa e coprire di ignominia e di gloria allo stesso tempo il suolo messicano. È sempre vero che dove la fede e la religione sono perseguitate lì vi appaiono più gloriose, più sante e più divine. La rivoluzione incominciò in alcuni stati del Messico e a poco a poco andò avvicinandosi alla capitale. Una volta entrati i rivoluzionari vi fecero tutte le barbarie che la storia di quel triste tempo narra.

Il luogo dove ci trovavamo noi ( la «Avenida Juárez») era al centro della capitale e perciò il più esposto al pericolo.

Il 5 agosto, festa della Madonna della Neve, ci trovavamo in ricreazione con la nostra solita allegria che nessuno è capace di toglierci. Dopo aver tirato a sorte i fogliettini per la novena dell’Assunta, chiamano alla porta. Era il Rev.do P. Narciso, nostro confessore e Superiore dei Passionisti del luogo, il quale era stato incaricato dal Padre Provinciale di occuparsi di noi durante la sua assenza. Veniva per avvisarci che i rivoluzionari si trovavano già a Città del Messico e che il pericolo era imminente. Bisognava disfare la cappella, togliere tutto quello che poteva dar motivo di sospetto che noi eravamo religiose, vestirci da secolari, dividerci le une dalle altre, nascondendoci tre in una casa di benefattori e le altre tre restanti in un’altra, e consumare quanto prima le Sacre Specie per non esporre il Signore alla profanazione.

«Non si trattengano un minuto in più —disse—; si preparino, sistemino le valigie, prendendo solo le cose indispensabili». E con il suo buon umore che non gli mancava mai, nonostante la gravità del momento il Padre Narciso ci disse: «Si vestano da dottori (da secolari) e si trovino pronte, perché da qui a qualche ora verrò a prenderle. Se vedo che c’è pericolo, porterò via anche la Sacra Pisside nascosta in seno. Se non vedo pericolo imminente e possiamo attendere fino a domattina presto, verrò a celebrare alle quattro, consumeremo il Sacramento e poi smonteremo l’altare e ce ne andremo. Si facciano animo, poiché è giunto il tempo di mostrare a Dio con i fatti il nostro amore che siamo davvero Passioniste, seguendolo sul Calvario dato che è lui che i nostri nemici perseguitano».

Evito di dire come rimanemmo a quest’annuncio del Padre. Stava con noi una buona signorina con l’intenzione di farsi monaca. A questa venne voglia di tornare a casa sua. Essa ci assicurò però che non ci avrebbe mai abbandonate, come di fatto fece, condividendo con noi i sacrifici e i lavori durante tutto il tempo che restammo là. Fu lei che ci consigliò, ci aiutò e ci provvide di tutto quello di cui avevamo bisogno. Ci furono portati immediatamente abiti secolari e parrucche; sistemammo le nostre valige, smontammo il confessionale e lo nascondemmo insieme con tutto quello che ci poteva compromettere. Che pomeriggio fu quello!… Ad ogni rumore che si udiva, ogni volta che suonavano il campanello, ci sembrava di avere alla porta i rivoluzionari, e dicevamo: «Saranno loro, o sarà il Padre?» Chi veniva per avvisarci di una cosa, chi di un’altra, una più allarmante dell’altra. Comunità intere che se ne erano dovute andare, famiglie di benefattori e di persone conosciute che erano scomparse, paesi vicini dove erano state commesse barbarie, uccise e ferite centinaia di persone. L’esercito aveva diritto a tutto, poiché gli erano state promesse alcune ore di saccheggio nel momento in cui sarebbe entrato nella capitale e nessuno avrebbe potuto impedirglielo (molto meno noi, povere e deboli donne).

Dispersione della comunità

Così, sconvolte e piene di paura, trascorremmo il pomeriggio e la notte, con le nostre valige accanto al letto, per prenderle in mano ed uscire al primo avviso. Ad ogni momento ci svegliavamo di soprassalto e tremando. Sul far del mattino, alle quattro e mezza, venne il Padre molto afflitto per celebrare. Portava con sé una Pisside piena di Ostie, che vennero tutte consumate. Oh, se qualcuno mi avesse permesso di impossessarmi anche di una sola, per nasconderla nel mio seno e poterla portare sempre con me! Terminata la santa Messa, il tabernacolo rimase vuoto, e poi venne smontato l’altare. Che momento fu quello, non si cancellerà mai dalla mia mente! Con Gesù tutto è sopportabile, ma quando, improvvisamente, ci lascia, quando non si può più dire: è qui, è qui per noi…, lì ci chiama insistentemente e ci attende giorno e notte…, che vuoto, che solitudine, che tristezza!

A tutto questo successe il doloroso momento della separazione. Ci baciammo e ci abbracciammo: un bacio e un abbraccio che poteva essere l’ultimo. Tre se ne andarono in una casa e le altre in un’altra.

Ora abbrevierò la narrazione; perché se dovessi raccontare tutte le peripezie di quei tristi giorni, non finirei mai. Per fuggire il pericolo, dovemmo cambiare casa tre volte, e nonostante ciò, quanti giorni al mattino nel comunicarci ci raccomandavamo l’anima a Dio, pensando che forse quel giorno sarebbe stato l’ultimo della nostra vita! Dovevamo restare vestite da secolari e così andare a Messa, ora in una chiesa, ora in un’altra per non attirare l’attenzione. A volte passavano settimane intere, senza vedere i nostri Padri, né altre persone conosciute, perché anche loro se ne stavano nascosti chi in una casa, chi in un’altra, impossibilitati a portarci la comunione e a venire a confessarci. Ci vedemmo costrette ad andare a confessarci dai sacerdoti di una chiesa qualsiasi.

In questo periodo io mi ammalai anche di febbre infettiva, quando ci trovavamo in casa di una signora. Lei era buona, sicuramente, ma secondo il loro modo di secolari mentre noi eravamo religiose… Il Padre Provinciale non era tornato, né era conveniente che venisse, stando le cose come stavano. Così, dunque, noi non avevamo nessuno con cui consultarci né sapevamo che cosa fare. Abbiamo fatto presente la nostra situazione ai Superiori in Italia, ma le lettere impiegavano mesi.

La prima che ricevemmo fu una cartolina del Rev.mo Padre Generale Silvio, nei termini seguenti:

«Carissime figlie, siamo informati della vostra situazione, così non potete continuare. State tranquille, a voi ci pensiamo noi».

La consolazione che ricevemmo da queste brevi parole del P. Reverendissimo, è facile immaginarla, se si pensa che era da mesi che gli avevamo scritto e che attendevamo la sua risposta. In questo modo abbiamo conosciuto di più quanto vale la parola dei Superiori dopo esserci viste prive della medesima per tanto tempo. Se potessimo udirla quando vogliamo, non si apprezzerebbe quanto si dovrebbe.

La buona e veneranda Madre di Lucca, nel leggere le nostre lettere con le dolorose notizie ci scriveva così:

«Carissime figlie, non potete immaginarvi con che afflizione abbiamo trascorso diverse settimane a causa delle brutte notizie che da ogni parte riceviamo sul Messico. Abbiamo fatto speciali preghiere e chiedo di farlo anche ad altre anime buone. Oh, saranno vere le barbarie che si odono dire, le crudeltà, le carneficine, la gente uccisa nelle maniere più infami, inzuppate di benzina e bruciate ecc. ?».

E in un’altra lettera ci diceva:

«Fateci la carità di mandarci quanto prima vostre notizie, perché siamo in grandissima pena per quelle che giungono dal Messico, una più orribile dell’altra, pensando che voi vi trovate in mezzo a tale orrore. Forse noi stiamo immaginando di più di quello che realmente è, ma se fosse vero quello che si dice che sta succedendo a Città del Messico, voi dovete aver passato sicuramente degli spaventi orribili».

Povera Madre! Era l’amore che le faceva temere il peggio e nello stesso tempo sperare che non fossero vere le tragiche notizie che udiva. Disgraziatamente lo erano proprio e forse quello che succedeva in Messico era anche peggiore di quello che si pensava in Italia. I conventi rimasero tutti vuoti e i religiosi vestiti da secolari, nascosti o fuggiti, spesso senza che nessuno sapesse dove si trovavano i membri della loro stessa comunità. Altri, di entrambi i sessi, morti, torturati, condotti in carcere o in luoghi nefandi per obbligarli a commettere peccati. Le chiese profanate, i vasi sacri usati per scopi profani, scarsità di cibo, fino a non trovare nemmeno quelli di prima necessità, come la carne, il pane, il latte, i legumi. Rimanemmo mesi senza assaggiare il pane, mangiando soltanto focacce di mais. Spesso si udivano colpi di cannone e di fucili, diverse volte ci trovammo sotto il bombardamento, con i proiettili che passavano sopra le nostre teste. Una volta ne penetrò uno dentro la casa, bucando il muro e introducendosi in un letto, trapassando il materasso e il pagliericcio, restando salve per miracolo. Tutti i giorni si udivano raccontare nuove barbarie: persone assassinate con i più terribili sistemi, case bruciate, treni fatti saltare con la dinamite, monache portate via per prendersi gioco di loro e obbligarle a offendere Dio con i peccati più infamanti. La situazione era dolorosissima e senza speranza di miglioramento, perché quel cielo si faceva sempre più scuro. Noi eravamo come le anime del purgatorio: attendendo la decisione dei nostri Superiori per venir liberate.

Ordine di rientrare in Europa

A causa della difficoltà con cui arrivava la corrispondenza, dovemmo aspettare lunghi mesi prima di prendere qualche decisione. Alla fine, tanto il Rev.mo Padre Generale come la Madre Giuseppa ci scrissero. Il primo ci offriva, se noi l’avessimo voluto, una fondazione in Spagna, dicendoci che già da molti anni i nostri Padri desideravano le Passioniste. La seconda, cioè la Madre Giuseppa, ci disse che aveva trattato la questione con l’Eminentissimo Cardinal Gasparri il quale, dopo essersi consultato con il Santo Padre, metteva a nostra disposizione, da parte della Santa Sede, 3.000 pesetas per il viaggio. La buona Madre ci esortava pertanto a tornare il più presto possibile.

Intendo trascrivere qualche tratto di questa sua lettera che conservo e in essa si vedrà, una volta in più, che cuore di madre fondatrice e santa essa aveva.

Scrive alla Madre Presidente (Gertrude), anche se nel corso della lettera si rivolge a tutte:

«Abbiamo ricevuto due lettere, una da lei e l’altra della Madre Maddalena. Si immagini quanto colme di afflizione siamo rimaste davanti alla descrizione di tanti patimenti e sacrifici in cui vi trovate. Ho trattato io stessa la cosa con il Vaticano per mezzo dell’Eminentissimo Card. Gasparri, il quale parlò con il Santo Padre; questi mette a vostra disposizione 3.000 pesetas perché possiate rimpatriare. Il Cardinale di turno ha scritto al vescovo di Sant’Antonio (la diocesi degli Stati Uniti più vicina al Messico) perché si occupi lui di rimpatriarvi. Ha risposto che per il momento non è possibile, poiché le ferrovie sono distrutte, ma che avrebbe fatto il possibile per adempiere quanto prima questo incarico ricevuto dalla Santa Sede.

Credetemi, figlie, che io non posso fare di più per voi di quello che ho fatto; non mi sono riposata un istante. Ho messo in movimento anche il Patronato degli Emigranti ed ho scritto a diversi. Il Generale del Gesuiti mi consigliò di dirvi di non portare nulla con voi, per non essere riconosciute come religiose. Questi mi dice anche che molti italiani hanno fatto ritorno in patria e a nessuno è successo nulla. Venite e non ritardate. Non abbiate dubbi o timori di andare contro la volontà di Dio, che sarebbe realmente una sciocchezza. Col fatto stesso che il Papa dà una offerta, perché voi ritorniate, manifesta chiaramente la sua volontà. Se lui voleva che voi rimaneste in Messico, non avrebbe dato ordine al vescovo del quale vi ho parlato, perché si occupasse del vostro ritorno. È questa una ragione molto chiara, che non ammette interpretazioni né dubbi.

Se ha ricevuto la lettera anche del Padre Generale con l’ordine di ritornare, non faccia caso delle chiacchiere: «verba volant, scripta manent».9 Conservi questa lettera. Spero che mi abbiate inteso e che possiamo celebrare il Natale insieme in Italia.

Se potete portare qualcosa senza pericolo, oppure mandarlo prima, fatelo; al contrario non preoccupatevi, giacché qui troverete quello di cui avrete bisogno. Le cose che avete lasciato sono rimaste tutte custodite nel baule, nessuno le ha toccate. Coraggio, dunque, a tutte, e più di tutte le altre a lei, mia cara Madre Gertrude. La prova è senza dubbio molto dolorosa, ma, mi creda, sono momenti dolorosi per tutti. Non pensi che in Europa sia meglio. Una guerra mondiale tronca ogni giorno centinaia e migliaia di giovani vite. Tutte le nostre monache hanno parenti in guerra e diverse contano già morti o feriti. La fame e la carestia si trovano dovunque: si vede chiaramente la collera di Dio irritato… Ma chi confida in Lui, non resterà confuso (cf. Sal 125, 1 e 127, 5). Viva Gesù!

Il P. Silvio (Generale dell’Istituto) venne qui domenica; mi disse che appena arrivato a Roma mi avrebbe mandato per iscritto le decisioni… Dica a Giuseppina10 che scriva a sua mamma, ma, per carità, che non le dica il giorno della partenza per non renderla più nervosa…».

La lettera precedente era diretta alla Madre Gertrude, Superiora. Nell’altra che mandava a me, diceva:

«Carissima Madre Maddalena, mi dice che tornerà con le buone disposizioni del figlio prodigo e, come lui, coperta di stracci… A me poco importano gli stracci e le miserie, se la ritrovo in buone disposizioni di spirito e con il desiderio di farsi sempre più santa. State sicure che troverete tutto (non per me sicuramente, perché tutto è di Gesù) e che non vi mancherà niente. Coraggio, dunque, che se sono viva, quando arrivate, incontrerete in me sempre una madre».

Di questo non dubitavamo affatto, perché conoscevamo bene il cuore più che di madre della Madre Giuseppa.

Il mio buon P. Ignazio, al quale pure scrissi qualche volta, mi diceva:

«Mi sembra che non torneranno (in Italia), perché sono convinto che, se il Signore non le vuole lì, le vorrà in Spagna. Potete pertanto stare tranquille e contente, tanto più che il Signore vi prova con sofferenze lunghe e penose. Mentre la compatisco per quello che passa lì, mi rallegro per il felice esito che questi sacrifici avranno da produrre, dato che sono stati sopportati da tutte con tanta generosità. Vi invidio perché vi trovate in uno stato di poter raggiungere grandi traguardi».

È sicuro; veramente eravamo degne di invidia, perché così ce lo assicura nostro Signore, dicendo che è beato chi soffre persecuzioni per amor suo, promettendogli un’abbondante ricompensa in cielo (cf. Mt 5, 10-12).

Anche se così non lo sentiva la mia povera mamma, la quale, quando seppe come noi ci trovavamo, mi scrisse allarmata ripetute volte ricordandomi le sue ispirazioni di non lasciarmi partire. «Te lo dicevo io che Dio non voleva che tu vi andassi! Se tu mi avessi ascoltata! Non volevi credermi quando io te lo assicuravo. Nessuno comprende meglio le cose di una madre». Riempiva le lettere con queste e simili espressioni e in fondo, dopo aver posto il suo nome, disegnava sul foglio due braccia aperte dicendo: «Vieni, che ti aspetto così».

Povera mamma! Non pensava che altre braccia aperte si offrivano ugualmente per ricevermi: le braccia di Colui che è mille volte più madre di tutte le madri (quelle della provvidenza divina del mio celeste Sposo). In queste io mi buttavo ciecamente per compiere la sua santissima volontà. Beato mille volte chi si rifugia in questo luogo di sicuro riposo, in mezzo alle onde tempestose della nostra miserabile vita, perché sarà protetto da Dio «come la pupilla dei suoi occhi» (cf. Sal 16, 8). Presto vedremo che così successe con noi, come dimostrano chiaramente alcuni dolci e teneri episodi che, nonostante mi sia proposta di essere breve, non posso tralasciare di riferire per la gloria della paterna bontà di Dio e sostegno di quelli che si affidano a Lui e confidano nella sua provvidenza e bontà.


7 Letteralmente: «La sua conversazione è con i semplici». Cf. Pr 3, 32: «La sua amicizia è per i giusti».

8 Cf. Sal 54, 23: «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno». Cf. 1 Pt 5, 7 e Mt 6, 25.

9 «Le parole volano, lo scritto rimane».

10 Madre Maddalena viene chiamata qui non con il suo nome di religiosa, ma con quello di secolare, per evitare che fosse riconosciuta, nel caso avessero aperto la lettera.

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