4. La mia vita intima

4. La mia vita intima

Dopo aver trattato della mia vita esteriore in Messico, devo dire qualcosa anche della mia vita interiore, quantunque non lo sappia fare. Ma, poiché mi è stato ordinato di parlare in questo scritto principalmente delle operazioni intime di Dio nella mia anima, tenterò di farlo.

Animata dai grandi ideali ed aspirazioni che mi avevano portato in Messico, vale a dire, per promuovere la gloria di Dio aprendo una nuova casa religiosa e poi istruendo le anime, facendo loro conoscere i profondi misteri di amore che rinchiude la sua santissima passione e morte, mi sono andata disponendo fin dal principio per questo con l’orazione e il sacrificio. Vedevo così necessarie queste due cose per poter essere strumento adatto per la gloria di Dio, che mi aggrappai ad esse come punto principale, non apprezzando tanto nessun altra cosa né considerandola così necessaria come queste.

Quanto al sacrificio, il Signore mi aveva già dato luce in Italia circa la sua grande importanza. A questo io mi ero già abituata e avevo raccolto amore per donarlo a Dio come prova del mio sincero amore, fino al punto da trovarmi disposta a realizzare per Lui tutto quello che il suo amore mi chiedeva.

L’orazione

Parlerò, dunque, ora della mia orazione, ossia delle vie di unione con Dio che sono la stessa cosa. Le parole della Madre Giuseppa in una lettera che mi scrisse all’inizio: «Approfitti del tempo che ora ha per attendere alla vita interiore e al tratto intimo con Dio», mi avevano fatto riflettere seriamente e le avevo prese in grande considerazione. Pensavo che, finché non avessi raggiunto un determinato grado di quell’unione interiore con Dio, Lui non avrebbe potuto servirsi di me per l’opera alla quale mi aveva destinato.

Non ho mai saputo, né so, definire i gradi di orazione e molto meno dentro la mia stessa anima, ma, ugualmente, mi pare di capire, anche se forse allora non lo conoscevo né facevo attenzione a ciò, che il Signore mi dovette concedere allora quell’orazione che chiamano di raccoglimento.

Nel mettermi in orazione, e spesso anche fuori di essa, incontravo subito il Signore e rimanevo in sua compagnia, con un tranquillo riposo e grande serenità che mi faceva sembrare breve il tempo dell’orazione. A volte sentivo come se mi sottraessero le potenze dell’anima e anche quelle del corpo, lasciandomi immobile per lunghi momenti, come chi dorme o si sente impossibilitato a muoversi, oppure per scuotersi deve almeno farsi violenza e gli costa molto. Conoscevo che quella era una grazia speciale del Signore. La ricevevo con riconoscenza e umiltà, la apprezzavo molto ed approfittavo a mia volta di tutto il tempo che avevo disponibile, così come delle circostanze opportune, per raccogliermi in orazione ed elevarmi a Lui con la mente e il cuore, con aspirazioni e suppliche. Durante il tempo nel quale avemmo la fortuna di conservare con noi il Santissimo Sacramento, questo succedeva con maggior frequenza ed intensità, perché Gesù dalla santa Ostia ha esercitato sempre sulla mia anima un’attrazione speciale.

Qualche notte io restavo in veglia dopo il Matuttino fino al mattino (cinque e mezza), quando la Comunità si alzava. Che cosa facevo durante quelle tre ore di notte lì sola con Gesù? Non so dirlo, ma so che nel mio pensiero era fissa l’idea di una missione che avevo da compiere e a quella dovevo preparami, o meglio, comprendevo che era Gesù che doveva prepararmi. Egli mi disponeva e lavorava nella mia povera anima quanto più restavo con Lui e unita al suo Divin Cuore, forno di amore.

Questi miei lunghi intrattenimenti con Gesù, non erano sempre come qualche volta qualcuno potrebbe pensare, pieni di attrazione sensibile, di piaceri e di consolazioni. No; il più delle volte mi trovavo arida e secca e dovevo lottare contro una penosa ed insistente tentazione che mi disturbò quasi tutto il tempo che stetti in Messico. Mi sembrava che l’Ostia non fosse consacrata per mancanza di autenticità di materia. Quando mi comunicavo, notavo nell’Ostia un sapore che mi faceva pensare che non fosse puro frumento. Ne parlai con il confessore e lui mi ordinò di respingere quei pensieri come pura tentazione. Io cercavo di fare così ma, nonostante ciò, venivano sempre a disturbarmi.

Quando rimanevo tutta sola vicino al tabernacolo, con gli occhi e il cuore inchiodati su quella porticina che fu sempre la sorgente che ha attirato tutti i miei affetti, mi sembrava di udire come una voce che mi diceva: «Qui non c’è Gesù; perché stai qui a perdere tempo e sonno? Gesù non gradisce questo tuo sacrificio perché non è lui che te lo chiede, anzi ti dice di non stare qui inutilmente ecc. ».

Cercavo di respingere la tentazione ripetendo atti di fede, di amore ecc. Il Padre mi aveva detto che la differenza di sapore che io notavo proveniva dalla diversità di clima e di terra, ma che anche così, il frumento era puro frumento. Queste lotte amareggiavano un po’ la mia conversazione con Gesù, ma per questo mai lasciavo l’orazione, né rinunciavo a passare tutti i momenti disponibili accanto al tabernacolo. Quando non godevo della dolcezza dell’amore gustavo dell’altra, non minore, che deriva dal sacrificio e dalla lotta costantemente sostenuta.

Grandi favori da parte del Signore

Se in questo momento diamo uno sguardo retrospettivo alla mia vita si presentano alla vista grazie e favori straordinari del Signore verso la mia anima. Queste grazie mi furono concesse in varie circostanze, ma sempre per la sua sola e generosa bontà. Forse nessuno la considera come la maggiore di tutte (mentre io la ritengo tale), quella di avermi dato forza e grazia per lottare e soffrire qualcosa per il suo amore, insieme con la fermezza e la costanza per andare avanti intrepida in mezzo a queste prove così dolorose per un cuore che ama. Io, da parte mia, posso assicurare di ritenerli questi come i favori più grandi ricevuti dal Signore, per gli immensi benefici che attraverso di essi sono derivati alla mia anima, specialmente per avermi abituato a questa preghiera di pura fede, spogliata di ogni attrattiva e gusto sensibile. In essa l’anima si alimenta della verità, o di Dio, che è lo stesso.

Era la tua mano benedetta quella che mi sosteneva, o dolce Gesù, perché nessuno stava con me se non Tu, né conosceva le mie lotte e le mie sofferenze. Solo Tu potevi fare in modo che la mia debolezza fisica e morale non mi facesse venir meno, anzi al contrario, permanendo ferma al tuo fianco, trovassi lì la forza e il coraggio di cui avevo bisogno per le prove future. Grazie Gesù, amore mio sacramentato, grazie per tutto.

Chi non conosce la delicatezza della mano divina che lavora nelle anime, specialmente quando le prepara unicamente Lui stesso per qualche missione che pensa di affidare loro, non conosce quello che c’è di più grande e degno di stima nella vita spirituale. Io credo che, in parte almeno, ebbi modo di conoscerlo fin da allora, perché, benché fredda, insensibile, inferma, correvo verso di Te, mio Medico sovrano, contenta di ripeterti le parole del Profeta regale (cf. Sal 72, 22-23): «Anche se mi vedo ridotta davanti a Te come una bestia resterò sempre davanti a Te» (ut jumentum factus sum apud Te et ego semper tecum).

«Ti aspetto in Spagna»

Una volta mi trovavo davanti a Gesù pensando, credo, all’incertezza dell’avvenire. Non sapevo se ci saremmo stabilite in Messico o se saremmo dovute andare in un’altra parte. Supplicavo il Signore che la sua mano divina ci guidasse nell’adempimento della sua santissima volontà. Si presentò agli occhi della mia anima l’immagine di Gesù con una pesante Croce sulle spalle, il quale, volgendo verso di me il suo sguardo infinitamente tenero e compassionevole, mi disse, o meglio mi fece intendere distintamente queste chiare parole: «Ti attendo in Spagna» («te espero en España»).12 Mi ripeté questo più di una volta. Non potrei precisarne il numero, ma mi è rimasta quell’immagine impressa nella mente per molto tempo. Ogni volta che mi raccoglievo in preghiera mi sembrava di ritornare a vederla e a sentirla ripetere: «Ti attendo in Spagna». Queste parole accesero nel mio cuore un grande amore per la Spagna.

Oh, Spagna, quante volte in seguito ho pensato a te ed ho anelato volare tra le tue braccia, per incontrare sul tuo suolo l’Amante che mi attendeva stanco sotto il pesante legno! Io gli aprivo le mie braccia per aiutarlo a portare quella Croce che aveva acceso la mia anima di un così grande ardore, da sperimentare un doloroso martirio fino all’arrivo di quell’ora.

«Ti attendo in Spagna». Solo chi ama e ama veramente, comprende la forza che esercitano sopra un cuore amante simili parole uscite dalla bocca dell’unico oggetto del suo amore: «Ti attendo». Là dove Gesù mi attendeva era, dunque, l’unico luogo dove io lo avrei incontrato. «Ti attendo», e come? Con la Croce, cioè soffrendo finché tu non venga ad incontrarmi e mi aiuti a portare quel peso…

Oh, Spagna dove ora mi trovo! Prima di trovarmi sul tuo suolo con il corpo già ci stavo con il pensiero, con gli affetti, con il cuore. Rallegrati ora anima mia! Già ti incontrasti con Gesù amante. Già puoi aiutarlo a portare quel peso, già è Lui ad offrirtelo. Coraggio e avanti. Pensa che la Croce è il segno più sicuro che tu segui Gesù, che tu ami Gesù, il quale assicura che chi lo segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (cf. Gv 8, 12). Oh, Gesù mi sento felice!…

Ci troviamo però ancora in Messico, anche se molto presto lo lasceremo per trasferirci, non solo con il cuore, ma anche con il corpo nell’amata Spagna e occuparmi di quello che lì mi aspetta.

La preghiera era allora il mio unico sostegno, la mia speranza per l’avvenire. Nei tristi periodi in cui restammo senza Gesù Sacramentato (specialmente quando ci rifugiammo nella casa di Miscuac), mi mettevo in ginocchio ad una finestra che dava sul giardino e lì, guardando quei grandi alberi e i bei fiori di quel paese sempre primaverile e udendo il canto dei fringuelli che tanto vi abbondano, facevo la mia orazione e cercavo con il cuore il Sole che doveva riscaldarlo, ma che si trovava lontano: Gesù Sacramentato.

Frequentemente ossequiavo con il Rosario intero la santissima Vergine, affidando a lei i miei desideri e le mie speranze. Quanto erano grandi! A volte pensavo che le prove alle quali il Signore ci sottometteva avrebbero costituito il piedistallo, o il fondamento dell’opera sospirata. Altre volte, e queste con più frequenza, mi capitava di pensare se avessimo avuto la sorte di poter morire per la fede e di sigillare o di dare inizio all’opera della fondazione con il nostro sangue che sembrava stesse bollendo nelle vene con il desiderio di spandersi per amore di chi lo sparse tutto per amore nostro…

Comunicazione epistolare con l’Italia

Noi scrivevamo alle sorelle d’Italia raccontando loro i nostri sacrifici, i nostri desideri, i pericoli nei quali stavamo ed anche la nostra felicità di essere trovate degne di patire un po’ per chi tanto soffrì per noi.

Conservo alcune lettere di risposta a quelle che noi avevamo scritto in quel tempo. Trascrivo qui di seguito un paio di brani di lettere della Madre Teresa, mia sorella.

«Ho letto anch’io la tua lettera… La Madre temeva che quelle notizie tanto brutte mi impressionassero e non ha voluto farmela leggere. L’ha data al nonno (il Padre Ignazio) e lui è stato più indulgente, me la consegnò. Ma, perché temono? Il sacrificio l’ho già fatto per intero e sono contenta di quello che il Signore dispone. Le notizie, siano buone o cattive, le gradisco sempre. Ti posso assicurare che sono completamente tranquilla a tuo riguardo. Non mi sorprende in nessun modo che Gesù ti tratti come le anime che Lui ama molto, perché sono sicura che a quest’ora Gesù ti ha già fatto comprendere bene la preziosità della Croce e del patire e, come negoziante avaro, tu saprai far fruttare molto bene la moneta che il Signore le ha posto nelle mani.

Dopo questo pensiero, più che affliggermi, sento piuttosto per te una santa invidia… Pensando a così tristi avvenimenti, ho ricordato un giorno della nostra vita, quando per scherzo dicevamo che ci trovavamo nel pretorio di Pilato… Ora significa che è arrivato il tempo di passare per gli altri tribunali. Alla fine, avremo la fortuna di salire sul grande monte!… E, al termine di un così accidentato viaggio, noi ci riuniremo per godere insieme le gioie che non avranno fine, gioie che saranno tanto più dolci quanto più avremo partecipato sopra questa terra ai sacrifici e ai patimenti di Gesù.

Coraggio, sorella mia, in questo tempo di dura prova occorre avere molta fiducia. Coraggio e avanti solo con Gesù. Solo Gesù! Da tempo è questo il mio motto preferito e mi serve come da guida in tutti i momenti della vita, e trovo in esso sempre molta pace. Tutti gli altri sostegni spesso ci vengono a mancare nel momento in cui più ne abbiamo bisogno. Invece Gesù è sempre quel gran Dio che è, e chi in Lui si appoggia sta al sicuro, anche in mezzo a tante sventure».

Questo mi diceva mia sorella Madre Teresa, in una lettera del 7 ottobre 1914. E in un’altra del 14 di novembre dello stesso anno, quando ancora non sapevamo definitivamente se saremo tornate in Italia o se saremo restate in qualche altra parte, mi scriveva:

«I Signori del Monte Celio (i Padri Passionisti), speriamo che a quest’ora abbiano già preso qualche decisione a vostro riguardo. Che vorrà fare il Signore? Non ci resta altro che chiedere ed attendere con santa rassegnazione che si compia la volontà santissima di Dio in noi e intorno a noi. Chissà se Gesù, soddisfatto dal sacrificio che già gli abbiamo offerto, tornerà a riunirci?… Che soddisfazione sarebbe per tutte! Oh, allora a viva voce potremmo raccontarci tutti i dolorosi eventi di questo tempo!… Povera sorella! Quante peripezie hai passato in così poco tempo! Ma è certo che la Croce e il patire sono i distintivi degli eletti e delle anime molto amate da Gesù, specialmente delle sue spose e figlie della sua passione. Anche se, senza dubbio, non posso non sentir pena, tuttavia mi rallegro, perché così penso che ti farai santa più presto. Chissà quanto cammino avrai già fatto!

Non dubito che la presente è una situazione molto dolorosa, ma c’è bisogno di anime che plachino la giustizia di Dio irritata da tanti peccati, di anime generose che si interpongano; in altro modo non saprei come potremmo restar vive. Da come si presentano le cose, sembra che ritornino i tempi dei martiri. Oh, se il Signore ci tenesse preparata la grazia del martirio, che fortuna! Chiediamogli che ci dia la grazia di essergli sempre fedeli».

Questi desideri di mia sorella facevano eco con i miei. Consideravo una fortuna molto grande il poter dare la vita per chi la diede per noi, fino al punto che questa speranza o probabilità da sola mi faceva sembrare una cosa da nulla qualunque sacrificio… Tutto l’insieme delle cose, nelle quali ci trovavamo coinvolte, lasciava nella mia anima un’abbondanza straordinaria di idee, di sentimenti, di pensieri e di così precise impressioni che mi innalzavano a Dio e mi tenevano costantemente unita a Lui mediante la santa orazione. Per Lui soffrivo e lottavo; e per Lui pure, e solo per Lui, speravo di vincere.

Nel silenzio dell’anima, in cui sbocciano spontanee le idee, mi intrattenevo a comporre versi, alcuni dei quali il lettore già conosce. Per la poesia e la musica dicono che bisogna essere ispirati. Io dico, invece, che bisogna essere uniti a Dio in maniera speciale attraverso la sofferenza, perché la più elevata poesia sta nell’amore di Dio e questo nel soffrire per Colui che si ama.

È SEMPRE LUI

È sempre Lui! Il tempo si’ veloce

Tutto ci toglie e getta nell’oblio.

Lui solo, mi conforta questa voce:

Colui che mai non cambia è sempre mio.

La sua bellezza,

Il suo amor,

Per me il suo affetto,

Solo non cambian mai

Nel mio Diletto.

(Questo ritornello si riprende ad ogni strofa)

È sempre Lui!, che con eterno amore

Dal nulla quest’essere ha formato.

Di poi quando caduta nell’errore

È Lui che nel suo sangue mi ha lavato.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui! Sta sempre a me vicino,

Nei giorni lieti e in quelli del dolore.

Non cambia mai l’Amante mio divino,

Lo trovo sempre aperto il suo bel Cuore.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, che pianse un dì Bambino,

Tremò di freddo sopra poco fieno.

È sempre Lui, l’amore suo divino,

Col tempo, solo in lui non viene meno.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, quei piedi benedetti

Che strinse la pentita Maddalena.

Anche da me furono un giorno stretti

I falli miei piangendo in dolce pena.

La sua bellezza, ec

È sempre Lui!, le braccia sue son quelle

Che strinsero il prodigo figliuolo.

Che lasciò le novanta pecorelle

Per cercarne una sola, un cuore solo.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, nell’ultima sua cena

Di dura morte il pensier non fu bastante

Ad estinguer quel Cuor non valse pena,

Si fe’ mio cibo in quel supremo istante.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, nella bella preghiera

Ei m’insegnò a chiamare Padre Iddio.

La ripeto al mattino ed alla sera,

Si fece Lui perciò Fratello mio.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, cessa ogni amor più forte,

Viene meno ogni cosa a me d’intorno.

Se non mancan, ci toglie al fin la morte

Nell’occaso del nostro ultimo giorno.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, anche se ingrata sono,

Se infedele, al suo amor l’ho disgustato.

Cambia il mio cuor, ma il suo è sempre buono;

Non è perciò il suo amor per me mutato.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, negli ultimi momenti

La Madre sua per madre a me donava.

Della morte coi suoi ultimi accenti

Che non cambia il suo Cuor mi dimostrava.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, la lancia del soldato

Che lo ferì, quando già morto in Croce,

Nel mostrarmi il suo Cuor, «quanto t’ho amato!»,

Mi disse e mi ripete ad alta voce.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, non cambia il mio Diletto,

Vo’ dirlo nell’ultima agonia,

Quando il nemico intorno del mio letto

Tenterà che disperi l’alma mia.

La sua bellezza, ecc.

È sempre Lui!, vo’ dirlo anche su in cielo

Posando il pie’ sulle celesti porte.

È sempre Lui!, lo vedo senza velo

Di cantare in eterno avrò la sorte.

La sua bellezza,

Il suo amor,

Per me il suo affetto,

Solo non cambian mai

Nel mio Diletto.

M. M.


12 Nell’originale la locuzione è riportata in italiano, così: «Nella Spagna di aspetto», mentre tra parentesi sono messe le parole spagnole.

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