1. Verso la Spagna

1. Verso la Spagna

Delle sei religiose che eravamo in Messico, non tutte avevamo la stessa opinione circa l’andarcene e il lasciare l’opera ritenuta impossibile. Alcune erano del parere che conveniva, dato che eravamo già lì, attendere ancora un po’ per vedere se le cose si sistemassero e si potesse portare a termine la fondazione.

Restare in Messico o andare in Spagna?

Tutte, ognuna individualmente, avevamo scritto al Rev.mo P. Generale esponendogli il nostro punto di vista, e lui rispose a tutte insieme con la seguente lettera:

«Roma, SS. Giovanni e Paolo, 18 Novembre 1915.

Carissime figlie, le condizioni in cui si trovano sono dolorosissime. Le compatisco e le raccomando al Signore. Si facciano coraggio e pensino che anche noi ci troviamo in mezzo alle fiamme. La situazione attuale in Italia non è migliore e forse andrà ancora peggiorando.

Nel nord della Spagna si trova quasi pronta una fondazione e stanno cercando due o tre religiose per iniziarla. Quelle di voi che si sentono disposte, possono dedicarsi a questa opera, che promette molto, tanto dal punto di vista delle vocazioni che dei mezzi materiali. Sono i nostri che la promuovono e se ne occupano. Il P. Mariano potrà dare loro a questo proposito un consiglio pratico. Quelle che non volessero andare in Spagna, possono restare in Messico. Si mettano in relazione con il Padre indicato, il quale, d’accordo con il Provinciale, procurerà per quelle che ritornano i mezzi necessari per il viaggio. Se scriveranno in tempo, ci sarà un Padre ad attenderle a Barcellona o a Santander.

Io, da parte mia, lascio libere quelle che volessero restare in Messico allo scopo di continuare l’Opera iniziata, quando a Dio piaccia.

Mi raccomando alle loro preghiere e, benedicendole tutte, sono di loro aff.mo e dev.mo Padre Silvio, Preposito Generale».

Ricevuta questa lettera non ci rimaneva che da deciderci una volta per sempre e risolvere definitivamente la questione.

Tre se ne vanno e tre restano!

Una mattina, dopo la celebrazione della santa Messa, il Rev.do P. Mariano, nostro confessore, ci riunì tutte e sei e ci disse che dovevamo decidere presto quello che pensavamo di fare. Lui avrebbe domandato a tutte singolarmente, e ognuna avrebbe dovuto liberamente rispondergli se voleva restare in Messico o andare in Spagna. «Quello che questa mattina viene deciso —disse—, resterà deciso definitivamente e non si cambierà».

Rivolse la domanda innanzitutto alla Rev.da Madre Gertrude (Superiora), la quale rispose: «Io vado in Spagna». Poi alla Rev.da Madre Gabriella, e questa disse: «Io resto in Messico». Io risposi: «Se i Superiori non dispongono di me diversamente, io me ne vado in Spagna». La quarta, religiosa corista, fu la Madre Giacinta che rispose come la Madre Gabriella: «Io resto in Messico». Delle due Sorelle laiche, la Sorella Vittoria dichiarò: «Io sono disposta sia a restare che a partire». L’ultima, la Sorella Teresa, rispose: «Io preferisco andare in Spagna».

Il Padre, vedendo che due Madri e una laica se ne andavano e le altre due Madri rimanevano, disse: «Allora, giacché la Sorella Vittoria è indifferente, che si fermi pure; non è infatti conveniente che restino solo due Madri». Così, senza aggiungere altro, la questione rimase definitivamente decisa e le due parti contente, pensando che forse Dio permetteva così perché invece di una fondazione se ne facessero due.

Subito si richiesero i passaporti, perché dovevamo andarcene prima che trascorressero quindici giorni. Quando vennero a sapere la nostra decisione coloro che volevano che si continuasse lì l’opera che aveva un così buon sostegno materiale, si opposero e si dispiacquero molto. Fecero tutto il possibile per trattenerci, inviandoci tanti regali e dandoci garanzie. Vedendo che non ottenevano nulla, giunsero persino a minacciarci i castighi di Dio per il nostro viaggio: affermavano che il Signore era in collera con noi.

Io non prestavo attenzione a queste cose, anche se tutto quel parlare della nostra partenza mi aveva infastidito: conoscevamo la volontà dei nostri Superiori e per mezzo loro quella di Dio, che non poteva dispiacersi se noi seguivamo il parere e il consiglio dei suoi ministri. Io, da parte mia, su questo punto ero completamente tranquilla. Comprendevo molto chiaramente che Dio mi voleva in Spagna… Anche la Madre che, in quanto mia legittima Superiora, era lo strumento della divina volontà, me lo aveva assicurato. Da me richiesta perché mi dicesse quello che lei riteneva fosse più gradito a Dio da parte mia, rispose: «Che venga con me in Spagna». In questo modo potevo stare del tutto tranquilla.

Se non avessi avuto questa sicurezza mi sarei trovata male, perché la Madre, già molto timida per natura, si impaurì del tutto quando due giorni prima della partenza si ammalò. Era a letto con la febbre e preoccupata per paura che fosse un castigo di Dio come ci avevano preannunciato. Io, vedendo che con tutti questi timori e paure peggiorava e che la causa del suo star male erano proprio le paure, andai al suo letto ferma e decisa (fermezza che senza dubbio mi concesse il Signore, perché le circostanze davano motivo reale di temere anche per me) e le dissi: «Quello che lei ha è una cosa da poco; per cui non c’è motivo da tralasciare, né da ritardare il viaggio. Dopodomani, assolutamente, si partirà; e ne sia certa, Madre, che ce ne andremo». Udendo questo si rasserenò e subito migliorò. Vale molto un po’ di fermezza di fronte a persone paurose ed eccessivamente timide com’era la Madre. Con queste ed altre cose del genere, che per brevità ometto, ebbi da soffrire alquanto, ma tutto mi sembrava poco per il Signore e per compiere la sua santissima volontà che era quella che mi conduceva in Spagna.

Prima di partire ci recammo a Tepeyac, al santuario della Santissima Vergine di Guadalupe, per congedarci da Lei. Dovevamo lasciare la sua terra, ma dovevamo farlo affidandole le nostre intenzioni, quelle delle nostre sorelle che rimanevano e, soprattutto, le necessità di quella povera nazione, della quale Lei aveva promesso di essere in modo del tutto speciale Madre e Protettrice. Che ora deliziosa passammo ai piedi di Maria! Lei è come la fonte che rinfresca le labbra secche del povero viandante della vita…

Intraprendono il nuovo viaggio

Lasciammo il Messico il 13 gennaio del 1916. Fino a Veracruz ci accompagnò un Fratello Passionista, il quale non ci lasciò finché non salimmo sulla nave (Alfonso XIII), dove rimanemmo noi tre sole e sconosciute da tutti. Anche se eravamo vestite da secolari, gli altri passeggeri riconobbero subito che eravamo religiose e come tali ci trattarono: ebbero riverenza e rispetto verso di noi. Furono molto gentili con noi, perché fin dalla prima volta che noi ci sedemmo nella sala da pranzo, senza che noi avessimo detto nulla a nessuno, tutti ci chiamarono subito le Madri.

Facemmo un viaggio felicissimo, non lo avremmo potuto desiderare migliore. E, come nell’andata, ebbi la gioia di comunicarmi tutti i giorni e di ascoltare a volte due Messe, perché oltre al cappellano della nave c’era un sacerdote che aveva lasciato il Messico per gli stessi motivi nostri e, quando poteva, celebrava anche lui. Dico quando poteva, perché il mal di mare e il movimento della nave, se era un po’ più del solito, non gli permetteva di celebrare né di fare la comunione. Invece io correvo verso Gesù attendendo con grande ansia l’ora di riceverlo, tanto più quanto maggiore vedevo la freddezza e l’indifferenza di altri nel riconoscere ed apprezzare il grande beneficio di Gesù di degnarsi di scendere dal suo trono di gloria fino a venire nel mezzo dell’oceano, per unirsi alle anime di povere creature ingrate: infatti delle trecento o più persone che erano sulla nave, soltanto due o tre lo ricevevamo.

Povero Gesù! Io avrei voluto aprirti tutti questi cuori… Vorrei essere dovunque, in tutti i luoghi dove tu non sei conosciuto, venerato, amato, per poterlo fare io per quelli che non compiono questo santo dovere. Vorrei amarti e farti amare in mare, sulla terra e sotto terra, da uno all’altro polo, dall’uno all’altro estremo del mondo. Accetta il mio desiderio e concedimi che si compia in vita o in morte, o dopo la mia morte. Questa è la grazia che ti chiedo per i sacrifici che ho fatto per amor tuo: amarti e farti amare. Fa’ che io trovi amore dovunque e dovunque possa distribuire l’amore del tuo Divin Cuore.

Durante il viaggio passai i giorni più o meno come nell’andata. Tutto mi serviva da mezzo per salire a Dio e godere di Lui. Lo vedevo in tutte le cose e in tutte lo lodavo e lo benedicevo. Questa volta ci furono anche due o tre morti non ricordo bene e una nascita. Che piacere mi fece, scendendo dalla nave, vedere la madre con quella creaturina tra le braccia che era nata sulle acque sei o sette giorni prima! Quella sì poteva dire che non aveva terra natale, né patria. Come lei, pensavo io, noi tutti dovremmo stare su questa terra d’esilio e vivere come stranieri e pellegrini che non hanno altra patria che il cielo.

Incertezza sulla sua futura sorte

Le circostanze nelle quali ci trovavamo erano molto propizie per mantenere in noi questi sentimenti di viandanti o di passeggeri che non sanno dove si fermeranno. Anche se ci aspettavamo di poter restare in Spagna, di certo non sapevamo nulla. Della fondazione non avevamo ricevuto nessuna notizia direttamente dai nostri Padri, che erano quelli che se ne occupavano. Ci avevano detto soltanto che ci aspettavano e che si rallegravano che vi andassimo.

Questo senza dubbio, anche se diceva molto, era poco per sapere se fosse possibile o no fare lì una fondazione. Noi non avevamo nulla, avevamo bisogno di tutto. Chi si sarebbe impegnato a trovarci questo tutto? Avremmo ottenuto il permesso del vescovo, indispensabile per fare una fondazione? Questa fondazione ce l’aveva offerta il P. Generale, il quale, risiedendo a Roma, poteva anche lui non essere ben informato. Lui stesso ci aveva detto che passassimo di là e vedessimo le condizioni: se le ritenevamo accettabili, potevamo fermarci; diversamente, dopo alcuni giorni di riposo, che continuassimo il viaggio fino al nostro convento in Italia. Per questo motivo, avevamo scritto senza dire se fossimo tornate o no. Ci eravamo limitate a dire loro soltanto il giorno del nostro imbarco, questo perché con precisione non sapevamo né dove andavamo né quello che avremmo dovuto fare.

Giunte a Santander, il primo porto che raggiungemmo in Spagna, inviammo un telegramma ai nostri Padri di Bilbao, perché venissero a prenderci, diversamente non sapevamo dove andare né che cosa fare. Per sua natura e agli occhi dei mondani questo stato di incertezza, o il dover andare verso l’ignoto, è molto triste e penoso; sembra che non ci sia niente che consoli l’uomo che va con l’incertezza del fine da raggiungere. Invece, quanto diversamente procedono quelli che vivono la vita dello spirito e cercano il Signore! Per loro uno dei maggiori godimenti è quello di poter vivere abbandonati ciecamente alla divina provvidenza, praticando in questo modo, momento per momento, due grandi virtù: fede e speranza, e dando prove sicure della più alta di tutte: la carità o amore di Dio.

Ricordo una conversazione che avemmo al termine del viaggio in mare. «Madre —dissi alla Superiora—, se al scendere dalla nave non troveremo nessuno ad accoglierci, che faremo? E se quelli che vengono ci dicessero che non hanno niente per mantenerci, nè casa, nè altro per incominciare una fondazione, convinti che noi abbiamo il necessario, cosa diremo?».

Feci queste e altre domande simili alla Madre per incoraggiarci vicendevolmente ai sacrifici che senza dubbio ci erano preparati, anche se non sapevamo quali fossero, e per prevenire la stessa Madre a compiere gesti grandi e decisi. Io le dicevo: «Se non incontrassimo nessuno o niente a favore della fondazione, ci rivolgeremo a Dio con maggior fiducia chiamandolo Padre nostro e attendendo tutto dalla sua paterna bontà». E la Madre aggiungeva: «O Signore, dove andremo a finire?». Io le replicavo: «Madre, non si affligga, Dio pensa a noi. Senza dubbio alcuno ci fermeremo nella sua santissima volontà, la quale, senza bisogno di cercarla, ci si mostrerà in tutto quello che ci andrà succedendo. Se ci dicessero che non possono riceverci perché siamo povere e senza nulla, chiederemo loro che in quanto tali ci facciano la carità di darci alloggio per alcuni giorni, finché scriviamo al nostro convento in Italia».

Il mio spirito gioiva nel pensare a questo e nel vedere le cose così, come sospese, in relazione al nostro avvenire. Pendevamo unicamente dalla divina provvidenza, o da quella Mente Eterna che tutto governa, (comunemente si dice: «Tutto governa la mente eterna»), e che non permette la caduta di un passero, né di un capello del nostro capo, senza il suo ordine o la sua volontà (cf. Mt 6, 25-34; 10, 28-31).

Prime luci e speranze

Avvicinandoci al porto cercavamo di vedere se c’era qualcuno dei nostri. Finalmente, dopo un po’ di tempo, individuammo due Passionisti: i Padri Clemente e Indalecio, la cui vista naturalmente ci consolò e ci tolse dalla preoccupazione del momento. Ci rallegrammo ancor di più nel vedere la gradita accoglienza che quei due buoni Padri fecero alle tre povere profughe o esiliate dal Messico.

Quando misi piede in terra di Spagna mi sembrò che mi si allargasse il cuore. Traboccava di gratitudine al Signore per avermi condotto lì. Sentivo il bisogno di sfogare la mia anima riconoscente, lo feci scrivendo qualcosa al nostro Rev.mo P. Generale quando giungemmo alla residenza che i Padri hanno lì a Santander. Più o meno gli scrissi in questi termini:

«Rev.mo P. Generale, rendiamo infinite grazie al Signore e a Vostra Paternità, perché, finalmente, dopo un felicissimo viaggio, ci troviamo nella tanto amata e desiderata Spagna. Non so quello che riserva al mio cuore questa terra benedetta, né quello che in essa mi tiene preparato il Signore. So solo che desidero che tutti i suoi disegni si compiano e gli chiedo la grazia di essere sempre docile strumento nelle sue divine mani. Tutte le grandi aspirazioni che le nostre anime avevano quando, due anni e mezzo fa, partimmo per il Messico e che non poterono avere là il loro compimento, il Signore faccia in modo che diventino realtà in questa nobile terra, dove Lui stesso ci ha fatto giungere per mezzo delle gradite disposizioni di Vostra Paternità.

Lo spero fiduciosamente, Padre Rev.mo e perché sia così, prima di dare inizio all’opera, imploro umilmente da Vostra Paternità una particolare benedizione, mentre prostrata ai suoi piedi Le bacio con rispetto la mano.

Di Vostra Paternità Rev.ma aff.ma figlia Maria Maddalena Passionista».

Trovandomi in Spagna ammiravo con stupore e nel silenzio del mio cuore quello che Dio faceva con noi sue povere creature, con le quali sembrava che stesse giocando e divertendosi. Facilmente ci veniva sulle labbra questa domanda: «Signore, ma che cosa avete fatto? Se ci volevate in Spagna, non potevate farci arrivare qui già dall’inizio, senza farci girare prima mezzo mondo? Nel frattempo avremmo potuto qui fare molto bene; invece, quanto tempo abbiamo perso!…».

Queste ed altre ragioni simili ci vengono di solito suggerite dalla ragione umana, o da chi si lascia guidare dalla carne e non dallo spirito. La fede e l’amore dicono cose molto diverse a coloro che amano. Ci dicono che in Dio non c’è fretta nel suo operare, perché ha a sua disposizione l’eternità. Ci dicono che ogni opera di Dio deve avere il segno della contraddizione, dell’umiliazione, delle difficoltà, perché Lui vuole che le sue opere sorgano in mezzo ad esse, giacché Lui dal nulla trasse ogni cosa. Ci dicono che, per essere degni strumenti della sua gloria, è necessario essere prima provati e purificati nel crogiolo della sofferenza. Ci dicono che sono questi i solidi fondamenti delle opere di Dio perché sorgano e permangano sicure. Sappiamo, inoltre, che Dio a volte chiede alle sue creature cose che non possono realizzare loro da sole, per ricompensarle del desiderio che hanno avuto di attuarle, poiché è certo che, davanti alla bontà divina, i desideri sinceri del cuore sono premiati come le opere.

Pertanto, in vista di questo, allarga quanto più puoi i tuoi desideri, o anima mia e apri il tuo cuore alla fiducia. Tutto quello che tu desideravi fare e soffrire in Messico per la gloria di Dio, compreso il martirio, Lui lo ha accettato e te lo rimunererà un giorno con il suo amore, poiché è stato l’amore l’unico compenso che gli chiedevi. Coraggio, dunque e avanti. Se è poco quello che hai fatto, molto, moltissimo è quello che hai desiderato di fare per il tuo Dio. O Signore, degnatevi di accettare i miei desideri, quelli del Messico e quelli della Spagna e di adempierli solamente nel modo che a Voi piace.

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