11. Le mie occupazioni

11. Le mie occupazioni

Molte e molto diverse erano le cose nelle quali l’obbedienza e la carità mi tenevano occupata durante questo periodo. Benché il numero delle religiose andasse aumentando e fossimo già più di quindici erano tutte giovani. Negli uffici avevano bisogno di chi le dirigesse e le istruisse e questo compito toccava a me. Per questo dovevo pensare e occuparmi in mille cosette, trovarmi ovunque. Le cose del convento benché sembrino di poca importanza, non lo sono per le conseguenze che ne derivano da ognuna di esse. Se tutto non è come deve essere, a suo tempo e luogo, anche per questione di pochi minuti, ne deriverebbero subito altri disordini e verrebbero danneggiati altri atti che hanno i minuti contati e a cui non si può aggiungerne né toglierne.

Trattandosi i mei compiti di cose esteriori, non erano certamente la cosa principale della comunità. La cosa più importante è la formazione dello spirito e questa competeva alla Rev.da Madre. Io mi facevo carico dell’importanza che entrambe le cose hanno in una comunità in formazione, affinché tutti i suoi membri fossero penetrati dallo spirito di sacrificio proprio della vita regolare. Animando tutto quello che facevo con lo spirito interiore, soprannaturalizzando le cose, cercavo di infondere questi sentimenti anche nelle religiose, convinta che ogni cosa aiuta ed è necessaria all’altra. In questo modo, contemporaneamente, facevo o dirigevo gli uffici di sacrestana, infermiera, economa, rotara, guardarobiera; in una parola, mi prestavo volentieri a fare tutto quello di cui c’era di bisogno e che mi chiedevano.

Conservo ricordi particolari di cose o avvenimenti accaduti in questo tempo o mentre sbrigavo tutte queste molteplici occupazioni. Ne riferirò solo alcuni di passaggio, in parte perché di qualcuno in particolare dovrò parlare estesamente più avanti e in parte per non dilungarmi troppo. Ci resta ancora molto cammino da fare per terminare questa storia e la mia mano incerta sembra farsi ogni giorno sempre più pesante e insicura a scrivere. Non vorrei che rimanessero altre cose che sono, credo, più utili per la gloria di Dio ed anche più corrispondenti con quello che mi è stato ordinato di scrivere.

Spirito soprannaturale nell’esercizio dei miei incarichi

Quando ero in sagrestia occupata nelle cose che riguardavano direttamente Gesù, toccando i calici sacri, lavando e stirando la biancheria riservata al suo servizio e sistemando il suo altare, chi mi attirava era lo stesso Gesù che lo faceva anni prima ed io pure ero la stessa, tutta desiderosa di essere attratta da Lui… Allora non avevo però altro da pensare che a Lui e, mentre svolgevo le faccende della sacrestia, continuavo avanti e indietro intorno all’altare e al tabernacolo come una farfalla desiderosa di essere fatta cenere nelle sue divine fiamme. Gesù era quel fuoco che insieme riscaldava la mia anima e l’attraeva con il suo ardore: io lo sentivo come allora, ma ora era necessario fare alla svelta e finire presto per andare ad adempiere altri doveri…

Quando andavo in chiesa e mi avvicinavo all’altare per riassettarlo avevo come timore del tabernacolo: era il forno dove era custodito il fuoco che così grande violenza faceva al mio cuore… Se mi fermavo alcuni istanti davanti, era solo per dirgli: «Gesù, lasciami. La mia anima ti vuole, il mio cuore ti ama ed è con te sempre, ma con il corpo non posso rimanere. Mi unisco agli angeli, come loro ti amo e ti adoro anche da lontano. Tu puoi però venire con me: accompagnami dovunque, tieni fisso sempre su di me il tuo divino sguardo, sotto il quale, in qualsiasi luogo mi trovi, sono felice, niente mi manca. Ti amo, ti offro tutte le mie azioni e i miei desideri…». Così dovevo fare quando passavo dall’ufficio della sacrestia a quello dell’infermeria, dal toccare le cose sacre alla cucina e agli altri incarichi. In questo modo cercavo di vederlo ed incontrarlo dovunque lo stesso. In verità l’amore me lo faceva trovare e gustare.

Quando dovevo andare a rispondere alla ruota, mentre parlavo con le persone che vi si erano recate, mi accadeva di sentire pure un’altra voce che mi chiamava dal di dentro. Se alla prima voce dovevo rispondere a motivo del dovere, alla seconda mi attirava e mi obbligava l’amore. Così mi trovavo come sospesa o divisa in due: lo spirito e la materia chiamavano, ognuno dalla sua parte. Non potevo lasciare il dovere e non volevo lasciare l’amore: ero violentata tanto dall’uno quanto dall’altro. Che lotte esperimentavo in questo punto, tutte nel segreto della mia anima e per questo tanto più dolci e dolorose! Però lo stesso che mi attraeva mi aiutava pure a conciliare questi due contrari e mentre la bocca parlava, il cuore faceva altrettanto in silenzio, soffrendo e amando.

Notizia della morte della Madre Giuseppa

Mi trovavo in sacrestia quando ricevetti in maniera molto brutale la dolorosa notizia della morte della mia venerata Madre di Lucca. Una mattina, giunto il Padre per celebrare la santa Messa, chiamò alla ruota e vi pose un biglietto di lutto, aggiungendo freddamente: «È morta la Superiora delle monache di Lucca». Quando lessi il nome: Maria Giuseppa, provai un dolore tale che dovetti appoggiarmi per non cadere. Pensai: «Indubbiamente il Padre, se avesse saputo chi era la Madre Giuseppa e a chi dava la notizia della sua morte, sicuramente l’avrebbe fatto in altro modo». Ma Dio permise così e il colpo lo ricevetti dalle sue mani. Veramente, da Lucca ci avevano scritto informandoci della gravità della sua situazione di salute, però, essendo passati diversi giorni senza ricevere notizie, ci eravamo illuse di un suo miglioramento, come succede con quelli che si amano molto, e soprattutto perché sapevamo che la Madre era già arrivata molte volte in punto di morte e si era sempre ripresa miracolosamente. La sua morte lasciava un vuoto molto grande nel mio cuore…

Non vorrei addentrarmi in dettagli su questo fatto, ma avendo menzionato questa Madre, alla quale devo tanto, non posso tralasciare —anche se soltanto di passaggio— di dire qualcosa di lei, della sua morte, della sua fama di santità, della comunità che lasciò. Il lettore perdonerà questa digressione a una figlia che parla di colei che fu per lei non solo sua madre, ma anche maestra, superiora, direttrice, guida illuminata e sicura nelle vie di Dio.

Trascrivo qui buona parte di una lettera di mia sorella, Madre Teresa, che ricevetti pochi giorni dopo la notizia della morte.

«Approfitto del primo momento libero del quale dispongo per darle notizie della nostra indimenticabile Madre. Era da tempo ormai che diceva di non star bene, ma con la sua grande energia, forza di spirito e amore al patire sapeva nascondere molto bene e non dava motivo di sospettare. Il giorno sette, vigilia della nostra cara Madre la Vergine Immacolata, trascorse la notte molto male. Il mattino, non curandosi del suo stato grave, si alzò come sempre per venire in coro e mentre si vestiva si sentì molto peggio. La vide una religiosa che in quel momento passava davanti alla sua cella e la aiutò a tornare a letto. Diceva di sentire un gran male al petto e che era un male mortale. «Per carità, chiami presto un sacerdote», disse. Furono chiamati subito il sacerdote e il medico.

Giunse per primo Don Roberto Andreuccetti al quale disse di essere tranquilla e che desiderava il santo viatico. Le venne portato subito. Prima di riceverlo chiese perdono alla comunità con le più tenere parole, dicendoci che ci amava tutte in egual misura. Fece l’offerta della sua vita a Dio con fede e con ardenti atti di fede e di amore ricevette il santo viatico. Giunse poi il medico che disse che si trattava di un’angina pectoris e che, data la sua età, il pericolo era imminente. Essa se ne rendeva conto perfettamente e ogni tanto ripeteva: «Quanto sarei felice se domani, festa della santissima Vergine, Lei mi portasse con sé in paradiso. Cara Madre mia, concedimi questa grazia!». Alcuni minuti durante i quali io rimasi sola accanto al suo letto mi domandò: «Madre Maria Teresa, siete contenta? Mi promette che sarà contenta?». Alla mia risposta affermativa, aggiunse: «Pregherò molto, molto per lei». Io le replicai: «Preghi, Madre, solo perché mi possa farmi santa, perché non m’interessa più nessun’altra cosa».

Convinta di essere alla fine della sua vita, fece diverse raccomandazioni a quelle che si trovavano accanto al suo letto, soprattutto a riguardo della carità. «Amatevi molto, amatevi molto, molto, vicendevolmente». Questo fu l’ultimo suo testamento. Ripeteva spesso giaculatorie, faceva atti di contrizione, di amore. A chi le diceva che l’affaticarsi le faceva male e che quindi bastava che le ripetesse con il cuore, rispose: «Mi fanno bene all’anima». Il giorno otto, poco dopo che era uscito il medico, che aveva detto di averla trovata un po’ meglio, fu colpita da una paralisi cerebrale e di tutto il lato destro del corpo, rimanendo in stato di dolorosa agonia per quattro giorni, cioè, fino al giorno 12, in cui morì. I primi due giorni dava segni di capire, anche se non poteva parlare. Indicandole il Crocifisso, l’immagine di Maria santissima o il santo Rosario, mostrava di gradirlo e voleva averli sempre accanto a sé. In quel momento mi vennero in mente le numerose volte che la buona Madre ci aveva presentato durante i Capitoli l’esempio dell’angelico san Giovanni Berchmans, che era morto stringendo questi oggetti nelle mani e che, come lui, ora pareva dirci: «Con questi muoio contenta…».

Il nove, venerdì, le ricordammo che quello era per noi, Passioniste, un giorno solenne e che unisse i suoi patimenti a quelli di Gesù. Per assicurarci che capiva, le dicemmo di stringerci la mano e, sia pure con fatica, lo fece. Allora le chiedemmo di benedirci, mettendole in mano il Crocifisso grande della sua cella. Lo levò in alto e poi, spostandolo da destra a sinistra, fece con esso il segno della Croce, perché vedessimo bene che di tutto il cuore ci dava quest’ultima benedizione. Rimase a lungo con il Crocifisso alzato in mano, lo guardava fissamente, toccava tutte le sue piaghe, prima quelle dei piedi, poi quelle delle mani e del costato e infine la corona di spine, poi si girò verso di noi che, profondamente commosse, stavamo attorno al suo letto e sembrava che ci dicesse: «Imparate come si ama, come si soffre!». Non potendo girare gli occhi verso il lato sinistro, perché il lato destro era colpito da paralisi, ci collocavamo tutte sempre da questo lato e ci lanciava, ora all’una, ora all’altra, delle occhiate molto espressive che ci sembravano altrettanti suggerimenti e raccomandazioni, il che ci commuoveva oltre misura e non facevamo che piangere. Le misi in mano il Crocifisso piccolo, perché con il grande non si stancasse tenendolo tanto tempo. Fece cenno di ridarglielo, forse perché lo vedeva meglio.

Le chiedemmo la benedizione anche per voi, e una in particolare, le dissi, per la Madre Maddalena. Benedisse tutte! Ora l’una, ora l’altra, le dicevamo qualche cosa. Le ripetevamo che quando si trovasse in cielo pregasse per noi e, in segno che ci sentiva, ci stringesse la mano, cosa che sempre fece. In questo modo andò spegnendosi a poco a poco. Negli ultimi due giorni ebbe qualche breve intervallo di lucidità, fatta però eccezione di questi, sembrava che non capisse più nulla, poiché non dava più alcun segno. Così giunse il giorno dodici, in cui consegnò la sua bell’anima al Signore.

Il primo giorno che stette male, con un telegramma avvisammo il Padre Generale a Roma, che mandò il Vicegenerale, P. Angelo, che rimase qui e l’assistette fino all’ultimo momento. Mi sembra inutile dirle che nessuna avrebbe voluto allontanarsi nemmeno un istante dal suo letto. Era un continuo uscire dalla sua stanza per non toglierle l’aria e un ritornare subito dentro per paura di non trovarsi lì all’ultimo istante, nonostante fossimo sfinite per il sonno e la stanchezza. L’agonia degli ultimi momenti fu sommamente dolorosa. Il Rev.do P. Vicegenerale disse che non aveva mai assistito ad un’agonia così dolorosa. Sembrava simile a quella di Gesù sulla Croce.

I funerali si svolsero nella chiesa delle Clarisse, le quali, come sorelle, presero parte al nostro dolore. Il cadavere stette due giorni esposto per soddisfare il desiderio di tutti quelli che volevano vederla, vegliadola tutto il tempo, cantando ogni giorno la Messa presente il cadavere. Si celebrarono più Messe che fu possibile e l’Ufficio intero dei defunti, che recitammo insieme alle Clarisse.

Durante i due giorni ci fu una processione continua di quelli che venivano a vederla, a chiedere qualche suo oggetto o toccare in qualche parte il suo cadavere. Si fece preparare una cassa rivestita all’interno di zinco e la si chiuse in coro, alla nostra presenza, dopo avervi messo dentro un cilindro di cristallo che conteneva il necrologio della cara defunta scritto su pergamena, come quello che venne rinchiuso a parte. Noi stesse la portammo sulle nostre braccia in chiesa e la consegnammo ai nostri religiosi Passionisti. Il Professor Andreuccetti fece l’elogio funebre, mettendo in risalto l’opera principale alla quale Dio l’aveva assegnata: la fondazione delle Passioniste qui a Lucca e le relazioni che pure ebbe con Gemma Galgani. Durante questo tempo noi restammo tutte accalcate alla grata del coro, per vedere, anche se da lontano, per l’ultima volta la nostra indimenticabile Madre e chiederle dal cielo una benedizione in favore di questa comunità rimasta orfana ora così bisognosa di aiuto divino.

Alcune persone mandarono caritatevolmente una carrozza funebre trainata da cavalli. Si formò un numeroso corteo a cui presero parte tutte le comunità religiose, o i loro rappresentanti e le famiglie più distinte della città. Tutti in quell’occasione diedero la più evidente dimostrazione dell’affetto che avevano per lei e la grandissima venerazione in cui la tenevano. Ricevette sulla terra gli onori propri dei santi.

L’ultimo giorno, alcune persone hanno affermato di aver ricevuto grazie dalla venerata Madre. Tra queste c’è donna Giustina Giannini, la quale nell’accompagnarla al cimitero cadde sotto la carrozza funebre tra i cavalli e dice di essersi trovata fuori dal pericolo senza sapere chi ve l’abbia tirata fuori.

Frattanto noi, sommerse dal nostro dolore, ritornammo alle nostre celle senza altra consolazione che Dio e la delicata carità e pazienza del Rev.do P. Vicegenerale che rimase alcuni giorni qui per nostra consolazione, riempiendo in questo modo un po’ il vuoto che la Madre ha lasciato. Quanto è buono Dio, anche quando ci prova!…».

Elogio funebre della Madre Giuseppa

Compedio necrologico della vita della Madre Giuseppa del Sacro Cuore religiosa Passionista, trascritto su pergamena e posto dentro la bara in un cilindro di cristallo.

«Madre Maria Giuseppa del Sacro Cuore di Gesù, Religiosa Passionista, al secolo Palmira Armellini, nacque a Roma da nobile famiglia il 12 novembre 1850. Desiderando seguire il suo Gesù Crocifisso e sacrificare tutto per Lui a 23 anni si ritirò nel monastero di Corneto, tra le figlie di san Paolo della Croce, unendo alla purezza della sua innocenza l’ardore di un’anima accesa dall’amore più puro a Dio. Il 19 marzo 1875 vestì l’abito religioso e il 7 maggio 1876 emise i santi voti. Tra le religiose fu esempio mirabile della più esatta osservanza e di perfezione religiosa. Maestra delle Novizie, Direttrice delle Esercitanti, adempì con illuminata prudenza e con grande carità questi uffici tanto delicati, meritando sincera stima e venerazione di tutti.

Prevenuta dalla serva di Dio, Gemma Galgani, fu inviata dal Pontefice Pio X a Lucca come fondatrice e Presidente di un monastero di Religiose Passioniste. Protetta prodigiosamente dalla divina provvidenza, compì fedelmente la sua missione. Con la parola, con l’esempio, con l’affetto di Madre e con illuminata prudenza resse la famiglia religiosa a lei affidata. Provata per la poca salute, afflitta da fatiche e amarezze, sopportò tutto con eroica virtù e perfetta rassegnazione al divino volere. Dopo una grave malattia, confortata con i santi Sacramenti, si addormentò nel Signore in concetto di santità il 12 dicembre 1921. Fu amata e pianta da tutti.

Ave Anima soavissima! In pace Christi requiesce!».

Riempiva il Signore il grande vuoto che la morte della Madre Giuseppa aveva lasciato nella mia anima con il santo Domenicano al quale affidai la direzione della mia anima. Dio me lo inviò infatti due mesi dopo che questo era accaduto. Quanto è sempre stato buono con me il Signore! Ricordo che la prima volta che parlai con lui, gli raccontai del mio dolore per la recente perdita di una così santa Madre e gli feci il riassunto delle eroiche virtù che io personalmente avevo ammirato in lei per sette anni e dei favori straordinari di cui fu arricchita da Dio. Si rallegrò molto di tutto, dicendomi che era conveniente che la si facesse conoscere nella rivista «La Vida Sobrenatural». I santi hanno un intuito speciale per conoscere altri santi e saperli apprezzare.

Strumento di Dio a beneficio degli altri

Ritornando al filo della mia storia, riferirò altri ricordi dei miei uffici: riguardano le consorelle o compagne con le quali li condividevo nel loro svolgimento. Come sorelle, o come figlie (poiché in parte lo erano già allora) quasi tutte nella loro umiltà dicevano che volevano trarre profitto da me quando eravamo insieme. Mi confidavano la loro anima, le loro prove e tentazioni chiedendomi aiuto e consiglio, specialmente quella che stava con me in sacrestia. Lì, in un angolino, vicino, vicino a Gesù dal quale io cercavo la luce, mi diceva le sue cose, i suoi desideri di santità e di amore.

Credo che il Signore mi concedesse grazie speciali per consolare e incoraggiare le anime, perché mi dicevano che facevano loro più bene le mie povere parole di quelle degli stessi confessori. Di tutto ero molto riconoscente a Dio, vedendo il lavorio della sua divina grazia. Niente era mio, poiché di buono non avevo nulla.

Nonostante la ripugnanza che provavo nel dover aiutare le anime, essendo la mia tanto imperfetta, per il grande desiderio che Dio mi dava del loro bene, mi offrivo a Lui incondizionatamente, disposta a servirgli da strumento, se a Lui così piaceva, per aiutarlo in questo lavoro, così delicato e così suo, della santificazione delle anime. Questa mia disposizione e offerta per un lavoro che traboccava in amore e tenerezza verso il suo divin Cuore, capivo che era molto gradito al Signore. Lui raccoglieva tutte le mie parole e offerte che vi si riferivano, per ricordarmele a suo tempo e far sì che ottenessero il loro effetto. Mi faceva così intravedere un apostolato che mi aveva preparato: apostolato di amore, fecondo di grazia per molte anime, ma per la mia di non piccole sofferenze. Queste erano la causa della sua gioia e della mia, poiché la ragione di queste non era altro che la sua gloria e il suo amore. Sono così poche le anime che si offrono ciecamente e totalmente per essere strumenti di Dio che quando Lui ne incontra una si rallegra e ne approfitta subito con piacere. Io avevo la fortuna di essere nel numero di queste poche, grazie a Dio.

Da Lui, da Dio, solo da Lui, io ricevevo la grazia che poi dividevo con altre. Non volevo dar nulla di mio, né delle creature, perciò io pregavo sempre il Signore con il più grande ardore che il suo divino Spirito mi investisse tutta e mi trasformasse in Lui. È così necessaria questa trasformazione per poter lavorare con profitto a beneficio delle anime!… Dopo aver conosciuto il Padre Arintero, capii ancora di più questa verità. Sentii più viva la necessità di Dio, di stringermi più intimamente a Lui, perché Lui solo e il suo amore erano e dovevano essere il movente del mio futuro apostolato. Dappertutto e in tutte le cose cercavo Dio, avevo fame di Lui, della sua luce, della sua grazia e del suo amore. Gli insegnamenti del nuovo direttore mi distaccarono sempre più da ogni creatura per concentrare il mio amore nell’Essere Supremo. Tutto questo che io desideravo nascondere, ben lo vedevano invece le mie consorelle e particolarmente quelle che mi stavano più vicine. Quando meno lo pensavo e senza accorgermene, incominciavo a parlare loro degli ardori che infocavano la mia anima di amare e compiere follie per far amare Dio.

Una di loro, nella festa annuale della mia santa patrona, mentre ero con lei in sacrestia, mi compose i seguenti versi:

Vedova tortorella, che lo Sposo piange

mentre in triste solitudine s’annida

la Passionista, Maddalena implora

ai piedi della Croce del suo Gesù la vita.

Un eco soave dal tabernacolo sale:

«Io sono la vita, la verità, la via.

Vieni Maddalena, ascolta la mia voce,

qui a mio piacere la morte domino».

Vivamente Ti amo e voglio le tue tenerezze.

«Vieni e i tuoi profumati fiori offrimi,

le mie tovaglie con impari attenzione cura

e qui ti parlerà il Maestro d’amore…».

L’obbedienza è un mezzo per unirsi a Dio

Sì, il Maestro mi parlava di amore dappertutto, perché dovunque lo cercavo e glielo chiedevo. Nulla c’è e nessuno che possa strapparci la gioia di amare Dio, se noi vogliamo amarlo. Nessuna occupazione può impedirci o esserci di ostacolo per vivere uniti al Signore e l’unione è amore. Inoltre se quello che si fa è ordinato dall’obbedienza, non solo nessuna può esserci di impedimento, ma anzi tutte, se si cerca di farle con amore, sono uno dei mezzi migliori per unirci costantemente e ogni volta di più al Signore. L’obbedienza, che grande mezzo è per una religiosa, se si sforza di praticarla fedelmente e con perfezione, per raggiungere l’amore perfetto di Dio e con esso la santità! Si trova ad amare ed avanzare sempre, perché tutto quello che fa è per obbedienza.

Nominata Maestra delle Novizie

La nomina di Maestra mi tolse da tutti gli altri uffici e mi assegnò esclusivamente la direzione del Noviziato. Crescendo il numero delle religiose, la Rev.da Madre non poteva più dedicarsi alla formazione delle novizie, dovendo svolgere gli obblighi del suo incarico di Superiora. Questa disposizione della Madre, nonostante l’avessi accettata con sottomissione alla volontà di Dio, mi infuse un po’ di apprensione di non essere capace di compiere bene la delicata missione, apprensione che mi indusse a cercare con più impegno la mia santificazione per essere in grado di comunicare ad altri la santità.

Così passò circa un anno, cioè, fino al 1924 quando, essendo aumentato il numero delle religiose e raggiunti il tempo e l’età richiesta dalla santa Regola per avere voce attiva e passiva nel Capitolo, questo si riunì per la prima volta per la scelta degli incarichi. Come Superiora venne eletta la Rev.da Madre Gertrude e la sottoscritta dovette accettare quello di Maestra delle Novizie e di Vicaria. Nell’essere eletta canonicamente, mi parve di sentirmi come maggiormente incoraggiata ad adempiere i rispettivi incarichi e ad aiutare la Madre per il maggior bene della Comunità nel duplice senso, materiale e spirituale.

Fu in questo tempo che conobbi meglio le religiose e potei apprezzare più intimamente il buono spirito della maggior parte di loro. Mi consideravano come se fossi un confessore; non dico solo madre, ma confessore, perché le confidenze che mi facevano e le cose intime che mi manifestavano non erano di meno. Tutti i giorni festivi li trascorrevo ascoltando ora l’una ora l’altra e a volte diverse, occupando in questo modo tutto il mio tempo libero. Lo sacrificavo volentieri al Signore per aiutare le anime, anime tanto buone e disposte alla santità, e in modo speciale alla virtù dell’obbedienza. La praticavo anch’io, perché nonostante la mia ripugnanza di dover fare da Maestra anche delle professe, la Madre mi ordinava di ascoltarle e a loro diceva di venire a fare conferenze spirituali con me. Era evidentemente il Signore che lo voleva, per prepararmi ad una missione più vasta…

Ho tanto da dire su questo argomento, che mi vedrò obbligata a dedicarvi diversi capitoli, però, prima di incominciare, voglio far vedere meglio le disposizioni della mia anima di fronte alle chiamate di Dio e del suo rappresentante per me, il Rev.do P. Juan Arintero, in ordine al futuro apostolato d’amore.

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