14. Al noviziato

14. Al noviziato

Quando ricevetti l’incarico di Maestra della Novizie ed andai al Noviziato, si fece per la prima volta la separazione come ordina la santa Regola. C’era già infatti un numero sufficiente di religiose per ripartirle nelle distinte categorie e cioè: Madri (o professe maggiori che stanno nel «Madrato» e sono le più anziane); novizie e professe minori (quest’ultime sono quelle che non hanno ancora i cinque anni di professione e di conseguenza devono continuare in Noviziato sotto la dipendenza parziale della Maestra). Quando io entrai nell’incarico eravamo sette in tutto.

Le grazie dell’incarico

Quando arrivai sopra (nel reparto del noviziato) e mi vidi in quella quiete e senz’altra occupazione e cura che non fosse l’attenzione a quelle buone animucce così ben disposte ad essere condotte a Dio, mi resi conto ancora meglio della responsabilità che gravava sopra di me. Chiesi grazia al Signore e cercai di prendere le misure opportune per adempiere al meglio i miei doveri, confidando soprattutto nella grazia della carica, che esercitavo solo per obbedienza.

Grazie della carica: chiamo così le grazie che Dio concede o che sono unite a ciò che Lui stesso ci ordina di realizzare e delle quali uno potrebbe rendersi indegno se confida in se stesso, nei suoi propri talenti ed abilità. Convinta di questo dalla grazia di Dio, dopo aver prese le misure che erano a mia disposizione, riconobbi che esse non sarebbero servite a nulla senza quella grazia propria della carica nella quale dovevo principalemente confidare, invocarla dal Signore in tutta la sua pienezza e attenderla specialmente nelle circostanze più difficili.

Regolandomi secondo questo principio, vidi in maniera ammirabile l’assistenza divina che a tempo opportuno mi mandava la luce necessaria perché io a mia volta la trasmettessi alle piccole anime appena giunte dal mondo, molto fervorose, ma non sempre ben indirizzate sul cammino della perfezione. Gesù si accontenta di poco con quelli che iniziano a servirlo e questo poco lo chiede pure a poco a poco, senza che debbano farsi subito molta violenza, nella misura in cui l’amore va crescendo nell’anima. Trattandosi della perfezione, è l’amore che deve fare tutto.

La prima cosa che Dio cerca e pretende e conviene alle anime, è quella di portarle ad avere sulle loro labbra quella meravigliosa confessione così piena di verità, ma non conosciuta da tutti (cf. Sal 33, 9): Quanto è buono Dio!, e che in questo modo lodino la sua bontà e l’amore che le possiede e poi che ripetano con il Profeta: «Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi» (cf. Sal 83, 11). Per indurle a fare questa confessione, c’è da soavizzare loro per quanto è possibile tutta la vita religiosa.

Questa convinzione della divina bontà e della predilezione del Signore verso di loro è come il forno dove si accende e si sviluppa il santo amore, il quale, giungendo ad un grado superiore, fa apparire poco o nulla qualsiasi cosa. Chiusa dentro le maggiori sofferenze e le prove più dolorose l’anima vedrà l’amore di quel Dio che già conosce come buono, bontà per essenza e non saprà se non ripetere lo stesso cantico: «Quanto è buono Dio! Quanto è buono il Dio che io amo!».

Sistemazione esterna del Noviziato

Per raggiungere questo scopo io cercai pure di sistemare e di disporre le cose del noviziato, anche quelle esterne (dato che il Signore volle che fossi io ad incominciare), nel modo più attraente per suscitare la devozione.

Nel luogo principale posi un Crocifisso con questa scritta in basso:

«Quando sulla Croce ti vidi

morire per me, Signor,

forte la voce udii

del profondo tuo amor».

In un luogo molto basso, perché le novizie l’avessero più alla mano, come le bimbe la loro madre, collocai la santissima Vergine Immacolata su un altarino ben sistemato dedicato a Lei. È una statua alta una cinquantina di centimetri, bianca, molto devota, in una nicchia molto bella. Sopra nel baldacchino ponemmo la scritta: «Ipsa sequeris, non fatigari, Ipsa propitia perveni».27 Al di sotto di questa abbiamo fatto mettere la sentenza di san Gabriele: «Maria è la scala per giungere alla felicità eterna». Sotto a due quadri, uno del nostro santo Padre (san Paolo della Croce) e l’altro di san Gabriele (dell’Addolorata), abbiamo posto le seguenti frasi. Sotto il primo: «La passione di Gesù è la porta regale che fa entrare nei giardini deliziosi dell’anima». E sotto il secondo: «Anche se abbiamo tutte le ragioni del mondo, tutti i possibili buoni fini, la volontà propria a Dio non piace, a Dio non piace». Sul pavimento, davanti all’altarino c’è un tappetino con al centro il nome di Gesù e sopra, all’altezza di mezzo metro, la culla di un grazioso Bambino Gesù a grandezza naturale. Dietro alla culla, appoggiato alla parete, c’è un piccolo comò: è il comò del Bambino Gesù, dove si custodiscono tutti i suoi vestitini, abitini, gioielli e tutto il resto che riguarda il piccolo Re, Maestro delle novizie, che le istruisce nella cosa più importante, ossia, nell’umiltà, base di ogni perfezione. Questo viene spiegato con le sue parole scritte sulla porta dello stesso comò: «Se voi non diventerete piccoli come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli» (cf. Mt 18, 3-4).

Tanto l’altarino come il Bambino Gesù sono affidati alla cura delle novizie, le quali a turno, una settimana ciascuna, devono ordinarli e porvi sempre i fiori, cambiare al Bambino Gesù il vestitino il 25 di ogni mese, tenerlo vestito sempre con eleganza, con la roba migliore, adornarne la culla e portarlo di mattina presto in cappella, dove si fanno comunitariamente speciali preghiere. La novizia della settimana è la cameriera del Santo Bambino ed è quella che ha l’onore di portarlo in cappella; delle altre, alcune portano la culla e le restanti portano il tappetino, i fiori ecc. In questo modo si entusiasmano e si divertono e tra loro c’è una santa gara per vedere chi adempie meglio il suo compito. Tutte queste cose a loro servono da potente stimolo per mantenersi allegre e contente e soprattutto per essere più umili e fervorose. Nello stesso tempo le distraggono un poco e fanno loro sentire meglio quanto sia soave e leggero il peso del divino servizio.

Ognuna entrando in noviziato, va a recitare in ginocchio un’Ave Maria davanti alla santissima Vergine, offrendole la fatica che l’obbedienza le assegna e che deve compiere pensando che è sotto lo sguardo di Maria, la cui presenza sembra rendere più facile e più dolci le cose difficili e più aspre. È necessario che la novizia senta il bisogno di Maria, si abitui a ricorrere a Lei convincendosi che non può lasciarla da parte, essendole la sua presenza necessaria, come lo è la madre per il piccolo che non sa camminare, e di più ancora, perché lei è una bambina che non conosce il cammino della vita spirituale, dove ci sono sempre pericoli e nemici più astuti e furiosi di quelli che si possono incontrare sul cammino della vita nel mondo.

Io ho avuto il piacere di disporre le cose in questo modo, perché toccò a me iniziare e organizzare il noviziato che io consideravo come un giardino dove lo Sposo divino aveva da ricrearsi. Come giardiniera io dovevo preparare la terra e Lui, come celeste agricoltore, avrebbe scelto le piante che dovevano produrre fiori profumati per imbalsamare quella dimora di pace, culla dell’infanzia spirituale di anime scelte tra mille…

Passione per il progresso spirituale delle novizie

Convinta che per mezzo di queste cose esteriori si penetra più facilmente nelle anime per guadagnarle a Dio e che a loro si facilita la pratica delle virtù interiori, particolarmente l’abnegazione di se stesse, l’obbedienza e l’umiltà, non tralasciai nulla di quello che mi sembrava fosse utile a questo scopo. Credo, per la misericordia di Dio, di averlo raggiunto, poiché vidi in quelle care anime rapidi progressi e meravigliose trasformazioni. Acquistarono così presto una fame e sete di santità che dovevo vigilare per moderare i loro ardori.

Con l’obiettivo di aiutarle a vincere certe difficoltà e infondere in loro amore al sacrificio, mi servii, come mezzo più potente e sicuro, della meditazione dei patimenti di Gesù. Glielo raccomandavo spesso, specialmente negli esami e nelle istruzioni che nei giorni festivi le novizie hanno sopra l’orazione. Io stessa facevo loro qualche riflessione su questa materia così ricca di contenuto e poi tiravo le conseguenze pratiche che richiamavo loro nelle occasioni opportune.

Nella vita di una religiosa, in particolare di una Passionista, che deve passare la sua vita sul Calvario, pronta ad immolarsi continuamente con la Vittima divina, non è possibile perseverare senza tener ben impresso nella mente e nel cuore quello che Gesù ha fatto e sofferto per noi. Una volta consolidate su questa base sicura, io ero tranquilla, poiché comprendevo che quando un’anima è penetrata nel profondo mistero dell’amore che è la passione di Gesù, è capace di qualunque sacrificio: tutto sembra poco all’anima che pensa a un Dio che soffre e muore per lei.

Si sente stimolata dalla santità delle sue figlie

La prima novizia che ebbi, la mia figlia primogenita spirituale, fu la Sorella Maria del Preziosissimo Sangue: una laica che è morta da poco in concetto di santità. Non so se ho detto già qualcosa di questa cara anima incantevole per la sua straordinaria semplicità e umiltà. La sua anima era veramente una terra così ben disposta a ricevere i miei poveri insegnamenti, che non si poteva desiderare di più, facendoli produrre il cento per uno. La sua innocenza e purezza erano ammirabili: le facevano vedere tutto e tutti puri. Il suo cuore, distaccato da tutto, la manteneva in una unione continua con Dio, fino al punto di sentirsi sempre felice e non desiderare nulla. La carità verso il prossimo la spingeva a moltiplicarsi, se fosse stato possibile, per accontentare tutte e andare con il sorriso sulle labbra là dove era desiderata la sua presenza. Quando, con la confidenza da bambina (contribuendo a farla sembrare così anche la sua piccola statura), mi faceva il rendiconto della sua anima, di come occupasse il suo spirito mentre attendeva esteriormente a sbrigare le sue faccende di laica, rimanevo ammirata dell’ordine che aveva. Imparavo da lei a valorizzare il tempo facendomi ricordare che se si perde, non soprannaturalizzando le nostre azioni, la perdita è immensa ed irreparabile, poiché il tempo non torna più.

La mattina, pochi istanti prima di iniziare il lavoro, sia che fosse andata a pulire il corridoio, tagliare l’erba, lavare ecc., «la prima cosa che faccio —mi diceva— è di fare visita in spirito alla santissima Vergine e pregarla che offra Lei i miei lavori al Signore». «Che piacere provo —aggiungeva— nel pensare che con i miei insignificanti lavori, come sono il tagliare erba, il raccogliere legna ecc. glorifico Dio al massimo delle mie possibilità, e nel potergli dire: Signore, non posso fare di più di quello che faccio per dimostrarti il mio povero amore!».

Una volta le chiesi come e quanto pensasse alla passione di Gesù. Ella mi rispose: «Per non mancare o lasciare indietro un punto così importante per noi, ho fissato due tempi al giorno, uno al mattino e l’altro nel pomeriggio, durante i quali mi esamino e faccio qualche considerazione particolare che poi mi serve per l’orazione». Da questa sua intensa vita interiore germogliavano in lei una pace e serenità inalterabili, una grazia e un’amabilità che la facevano amare e desiderare da tutte, sicure che dal trattare con lei si ricavava sempre qualche profitto per la propria anima. Il concetto di santità nel quale tutte noi la teniamo, ci fa nutrire la speranza che Dio voglia glorificare su questa terra quest’umile laica, che io ho avuto l’onore di avere come prima figlia; piccola agli occhi degli uomini, ma grande, molto grande in virtù e santità.28

Rosaria, la giovane che ho già ricordato precedentemente, è stata la prima postulante che entrò quando io stavo al noviziato. Fu un’altra anima che mi procurò non poca consolazione. Quando entrò in convento, il suo cuore (benché pieno di buona volontà) era ancora piuttosto rozzo, perché aveva appena finito di lasciare il mondo, di rompere affetti vani dopo aver seguito la moda e la comodità che con abbondanza le offriva la sua famiglia benestante. Mi posi a lavorare con grande impegno con quest’anima tanto decisa, con l’intenzione di farla una santa Passionista. Non caddero invano le mie speranze, poiché dopo pochi mesi era diventata completamente un’altra. Nei disegni del cielo non era però stabilito che dovesse essere Passionista su questa terra, ma che venisse in convento per prepararsi alla morte. Dopo un anno che era con noi, si ammalò e dovette uscire con suo grande dispiacere, ma con un’ammirabile conformità alla volontà di Dio che così disponeva. Rimasero tutti sorpresi per la completa trasformazione che la grazia aveva operato in lei. Visse alcuni mesi, che trascorse a casa sua e a letto, dove le facevano visita le sue amiche, che nel partirsi da lei non si stancavano di commentare: «Che cambiamento ha fatto! È una santa, è una santa!».

Ma il suo principale ammiratore ed anche il più competente, fu il suo confessore, come lo dimostra la seguente lettera con la quale informa della sua morte una sua sorella, religiosa di questa comunità.

«21 febbraio 1926. Mellid.

Suor Vittoria di Gesù: Ieri, il 20, è stato un giorno memorabile per il cielo e per Mellid. È venuta la Vergine: era il suo giorno (sabato). Cercava una rosa nel suo giardino: la trovò nella tua casa, la recise, la tenne nelle sue mani e con essa se ne andò felice, lasciandoci sulla terra senza la Rosaria delle nostre speranze.

Alcune lacrime caddero dagli occhi di Esther, ma gli altri, ammirati, contemplavamo la morte tanto preziosa del giusto. Non ho visto né letto cosa simile, né nella vita né nella morte dei più grandi santi… Che fervore! Che purezza! Che delicatezza! Che rassegnazione! Che passaggio! Che gloria! Che santa! Che santa!… Che felicità!…

Questi mesi ha fatto più bene a Mellid, Lei con i suoi buoni esempi, che una missione dei più zelanti predicatori. Quante cose si possono dire della buona Rosaria… e te le dirò un altro giorno, perché oggi, essendo occupatissimo, non ti posso dire di più.

Dovevo essere fuori per le mie predicazioni, ma per assistere l’inferma e presiedere oggi, giorno 21, i funerali, rimasi a casa. Appena avrò un po’ di tempo libero, ti scriverò più a lungo.

Non piangere, al contario, consolati e canta un Te Deum per i trionfi della grazia in un’anima così privilegiata come lo spirito della buona Rosaria.

Come la buona Madre, la Vergine Immacolata ha saputo attendere un sabato e al mattino presto per prenderla di sorpresa e portarla in cielo! Come ha fatto bene! Non per niente si chiamava Rosaria!

Nulla di più per oggi. Ricordi per le monache. Mi congratulo con loro per i buoni sentimenti che seppero imprimere nel cuore di quella buona postulante nel tempo che è rimasta con loro.

Tuo affezionatissimo Gabriele, Passionista».

Un’altra giovinetta, compagna di Rosaria, anima angelica che sembrava non essere nata su questa terra, ma che ve l’avessero fatta scendere gli angeli del cielo, fu la seconda postulante che ebbi e che ora è professa in questa casa. Di questo fiore del piccolo giardino affidato alle mie cure, non voglio dire nulla perché è vivente ancora, sono però sicura che un giorno altri parleranno delle sue virtù e che Dio sarà molto glorificato in lei.

Le novizie sono del Signore

Che vigore mi infondevano questi frutti manifesti che raccoglievo dal mio lavoro con le anime! Con essi riprendevo coraggio per continuare a lavorare ed anche a soffrire, perché non mancavano sacrifici e dolori. Da quello che Dio mi faceva capire delle anime, di quanto le ami, di come vegli sopra quelle che con uno slancio di generoso amore gli si sono consegnate disprezzando tutto, sembrava che mi ripetesse frequentemente: «Sono mie, sono mie: le ho acquistate con il mio Sangue!».

Un giorno la Rev.da Madre mi espresse il suo desiderio che io mandassi le novizie a fare un certo lavoro nell’orto. Non ricordo per quale motivo, ma mi sembrò poco conveniente che lo facessero in quel tempo. Quale rimprovero severo mi fece il Signore per la mia imperfezione! «Le novizie —mi disse— sono mie e non tue: devono fare quello che domando io e non quello che vuoi tu». Scesi subito a compiere quell’obbedienza espressa solo tramite desiderio. Ciò mi fece capire una volta di più come i desideri dei Superiori sono o devono essere, per le anime che tendono alla perfezione, ordini e comandi e vanno compiuti come tali. Un altro giorno ricevetti ugualmente un altro incarico dalla Madre da trasmettere alle medesime. Questa volta andai direttamente a compiere quell’ordine e le novizie volarono ad eseguire il comando. Allora scese sulla mia anima come un profumo soave di amore e udii dirmi: «È la mia grazia che, non avendo incontrato ostacoli né in te né nelle novizie, ha potuto correre liberamente».

Un giorno una postulante non disse la verità in una cosa che fomentava il suo amor proprio. Il Signore permise che io venissi a saperlo per via sicura. Era una questione molto delicata e che, se conosciuta, sarebbe derivata una perdita di stima nei confronti dell’interessata. «Che devo fare?», mi dissi. L’orazione è il mezzo più sicuro: tutti gli altri sono pericolosi e imprudenti, perché umilierebbero e confonderebbero molto la colpevole.

Stavo lavorando nella sala del noviziato e venne quella postulante ad espormi in ginocchio un dubbio con il quale confermava il suo inganno o menzogna. Non le lasciai capire nulla di quello che sapevo. Troncai il discorso e la rimandai a lavorare, affidando il problema alla santissima Vergine. Eravamo tutte e due insieme, davanti alla dolce Madre Immacolata, alla quale io avevo affidato la cura principale del noviziato, rinnovandole la mia consegna e richiesta di aiuto. Per ognuna che entrava, le offrivo un Rosario intero. Siccome quelle anime erano di Maria, a Lei raccomandai quella di cui ero preoccupata. «Madre mia —le stavo dicendo—, opera Tu in quest’anima: è necessario che intervenga la tua mano in questa questione così delicata. Tu sai quello che conviene fare, la raccomando al tuo cuore materno. Non voglio che il peccato dimori in quest’anima, ma nemmeno voglio umiliarla con il pericolo che si scoraggi o che commetta un altro peccato più grande negando di nuovo la verità. Costa tanto smentirsi, specialmente quando si tratta di una cosa che è stata detta intenzionalmente per ottenere apprezzamento!… Tu meglio di me conosci, o Maria, o Madre, la miseria umana e sai aver compassione di noi perché sei Madre di Misericordia. Risana la piaga che la debolezza ha fatto in questa povera anima. È figlia tua e mia, ma io con la mia mano maldestra temo di fare una piaga ancora più grande. Guariscila Tu, che puoi farlo con un solo sguardo di compassione. Guarda, o Madre, quanto soffre questa poveretta finché non si umilia e non si pente…».

Continuai con questa preghiera per circa mezz’ora, o fino a che la grazia intervenne. La novizia improvvisamente si alzò, venne ai miei piedi piangendo, e umiliata mi disse: «Madre, mi sono lasciata trasportare dall’amor proprio: ho detto una menzogna. Mi dia la penitenza che crede, poiché la merito». L’abbracciai, mescolai le mie lacrime di consolazione alle sue di pentimento, e le dissi: «Figlia mia, che gesto grande lei ha appena fatto! Recitiamo insieme un Magnificat alla santissima Vergine, che è stata colei che le ha dato grazia per compierlo. Questa confessione sincera la innalza agli occhi di Dio e ai miei molto di più di quanto la mancanza l’aveva abbassata. Coraggio e avanti! È così che si diventa santi: cadendo e rialzandosi».

Le altre religiose chiedono il suo aiuto spirituale

Mentre custodivo il piccolo gregge che il Signore mi aveva affidato, altre pecorelle pure mi reclamavano. Erano le religiose o le Madri del piano inferiore che, da quando le avevo lasciate, sempre più spesso mi mettevano bigliettini e lettere sotto la porta della cella con domande e richieste di chiarimenti… Mi interrogavano sul nutrimento che impartivo alle novizie come lo dimostrano questi auguri che mi dedicarono in versi per la festa di santa Maddalena:

AUGURI

Una:

Il vivo fuoco del Noviziato

innalza alle nuvole fiamme di amore,

che i petti innamorati

prorompono ardenti per il Signore…

Intanto godendo dolce riposo,

giunge al Madrato gradito calore,

e lieto attende perfino lo Sposo

di salire sulle ali di quel fervore.

Un’altra:

Mille auguri:

Oh Maddalena beata!

La parte migliore hai scelto.

Quel «tesoro nascosto»

incontrò il tuo cuore.

Come la «mistica sposa»,

godi già del bene trovato,

e che il petto del tuo Amato

sia la tua dolce dimora.

Da questo letto di cielo

guidi il tuo piccolo gregge

per il sicuro cammino

dell’infanzia e dell’amore.

In più non termini il tuo cielo

nel piccolo gregge,

giacché le pecore di una volta

chiedono di far parte del tuo fervore.

Il Madrato

Desidero trascrivere alcune lettere giunte a me da sotto la porta, per mostrare quello che desideravano quelle buone anime che le scrivevano.

«Carissima Madre in Gesù: Sembra che io non possa quietarmi se non le dico tutto quello che volevo comunicarle ieri. Mi basta dirlo perché mi si tolga questo gran peso che tanto mi opprime e mi impedisce di volare a Gesù. Allo stesso tempo mi trovo così frastornata che non so se farò bene a dire tutto quello che io vorrei. Ho fiducia nel Signore che farà da buon interprete e le farà comprendere tutto ciò in cui io lo disgusto, perché possa farmi la carità di correggermi. Lei sa bene che non ho altro desiderio e tutto quanto lei mi dice mi fa lo stesso effetto che se me lo dicesse lo stesso Dio, e fa un gran bene alla mia anima. Che il Signore la ricompensi e le dia tanti gradi di gloria per ogni parola che mi dice.

Oso dirle che sono molti gli ostacoli che io pongo a Dio perché Lui possa operare in me. Riconosco che sono molto superba, che cerco di essere preferita alle altre, mi sembra che come me non ci sia nessun’altra. Vorrei tutte le attenzioni per me, vorrei mostrare umiltà e che so io quante altre cose ancora. Cosa sarò davanti ai purissimi occhi di Dio? Quello che mi procura pena e mi affligge è il vedere che corrispondo in siffatta maniera a tante misericordie del Signore. Non mi importa soffrire qualunque cosa per Lui, ma avere questi sentimenti mi incute terrore.

Ciò nonostante, il castigo che Gesù mi diede questa mattina dopo la santa Comunione è stato una fame molto grande di Lui, certi desideri, una cosa che io non so dirle che cos’è. Ogni volta vedo sempre meglio la misericordia del Signore. Tutto quello che non è Gesù, per me è nulla, nulla! Se io potessi gettarmi nelle sue braccia per sempre… Sì, Lui sa bene che nonostante tutte le mie ingratitudini, io lo voglio amare molto, molto, ma non sono soddisfatta. Non so se le mie aspirazioni saranno esagerate, ma vorrei giungere all’ultimo grado di unione con il nostro divino Sposo. Farei qualunque sacrificio, qualunque cosa, nulla mi spaventa, pur di poter dire: «Gesù, non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me » (cf. Gal 2, 20).

Lei ieri mi diceva che era durante la ricreazione dove più mi prendeva la tristezza… Ma, come fare se tutto mi annoia? Non provo piacere assolutamente per niente. Se invece devo farmi violenza e comportarmi in altro modo o se lo do troppo a capire, allora farei tutto quello che posso per amor di Dio, cioè, cercherei di fare quello che lei mi dice.

È troppa la tenerezza contenuta nella parabola del divino Marinaio perché il piccolo cuore di Paolina non si commuova e non gli esca incontro anche se Lui si trova in alto mare, mentre ella rimane nella nebbia delle sue passioni. Vedo però che, quando Lui lo vuole, mi può strappare da tutti questi pericoli e condurmi in un porto più sicuro di quello in cui ora io mi trovo. Molte altre volte ho visto molto chiaramente che, con il solo volere, Lui mi ha liberato da molti difetti che io avevo e, senza sapere come, mi sono vista senza di essi per la sola sua misericordia.

Vorrei anche dirle che finora sono sempre stata fedele nel fare le due visite alla nostra Madre la Vergine santissima. Ogni volta sento maggiore consolazione a stare al suo fianco, e la amo molto.

Cercherò pure di fare gli atti di abbandono e di fiducia come lei mi disse.

La sua affezionatissima figlia nel Cuore di Gesù e di Maria Maria Paolina».

Un’altra religiosa diceva:

«Amata Madre in Gesù: Anche se mi giudica esagerata, molesta ecc., cosa che in realtà non fa, quantunque io lo sia in sommo grado, mi permetta che oggi le dica chiaramente e per sempre quello che desidero e sento.

Desidero, come le ho già detto e oggi le ripeto ancora una volta, che lei si prenda l’interesse, l’impegno e perfino l’obbligo di aiutarmi a santificarmi, qualunque fosse la mia Maestra, che io non debba andare ad incitarla, come ho fatto fin qui, né andare a cercarla. È lei che deve prendersi la responsabilità e non sfuggirla con il pretesto di essere prudente, discreta ecc. Lo farebbe questo con una delle sue novizie? In nessun modo. Il tempo vola e i miei voti perpetui si avvicinano… Mi dirà: Indifferenza, indifferenza! Se la possedessi perfettamente, non avrei bisogno del suo aiuto. Prima devo acquisirla per le cose terrene, poi immergermi nelle cose dello spirito. Non voglio fermarmi in lei e se vedesse questo, non me lo permetta. Mi aiuti, anche se le costa e preghi per me. Ho timore di parlarle spesso, perché non voglio disturbarla ed è per questo che glielo dico con questo scritto. Sua serva povera N. N.».

Come lascia intendere questa lettera, avendo l’incarico del noviziato, mi dedicavo ad esso con impegno, per cui con le professe, ossia le Madri, quasi mai avevo rapporto, anzi io stessa cercavo di restarne lontana, poiché provavo difficoltà e vergogna che si rivolgessero a me. Avrei desiderato che trattassero con la Madre, ma era lei che ordinava loro di venire da me e perciò mi trovavo compromessa. Se da una parte desideravo far loro il bene che potevo, dall’altra mi ripugnava attirare l’attenzione con queste dimostrazioni di apprezzamento e di stima. Soffrivo di non volermi prestare e nel non poter nemmeno smettere di farlo, perché la grazia mi rimproverava se io ricusavo di dare quello che gratuitamente ricevevo. A volte cercavo di scusarmi dicendo che non avevo tempo e che i canoni proibiscono alle Maestre di avere impegni che le occupino fuori del Noviziato, per evitare che trascurino la formazione delle novizie. Mi scusavo anche dicendo che avevo scrupolo di restare molto tempo assente per conferire con le professe ecc. Erano pretesti, si capisce e lo comprendevano anche loro e per questo non facevano caso a quello che dicevo, come si nota dalla lettera seguente.

«Cara Madre Maddalena: La trasformazione, alla quale da qualche tempo aspiro, Gesù vuole che la realizzi in questo bel mese (maggio), da me tanto amato fin da bambina e nel quale mi concesse le tre grazie maggiori: la vestizione e le due professioni. Me la impetri nella preghiera con il massimo impegno per intercessione della nostra tenera Madre, poiché so che a lei concede tutto quello che lgli chiede, perché anche Gesù e Maria hanno le loro predilezioni…

Se lei mi prende come una delle sue novizie e si impegna per il mio bene spirituale, soprattutto nelle sue orazioni, lo otterrò pienamente. E non mi dica: Basta che sia un’anima redenta dal Sangue prezioso perché io mi interessi ecc. Voglio, o meglio, Gesù vuole che nella sua coscienza io conti tanto come N…, perché è il Giudice Supremo e può prescindere dai canoni quando gli piace: comprende? Non le aggiungo altro. Mi dica la cosa speciale che io dovrò fare alla santissima Vergine in questo mese, tutti i giorni, incominciando da oggi.

Il libro dell’amore di Dio, non mi piace. Se si sente ispirata di darmi uno degli Arinteri, lo faccia perché, quantunque mi trovi in eguale disposizione, se devo leggerlo lo voglio incominciare in questo mese. Mi benedica. N. N.».

Un altra lettera si esprimeva nei seguenti termini:

«Carissima Madre in Gesù: Dopo aver letto la sua lettera, che cosa le dirò se non che tutto quanto lei mi dice in essa è giustamente quello di cui avevo tanto bisogno. Non ha fatto altro che accrescermi i desideri e l’amore verso il nostro buon Dio, perché con tutte le energie della mia anima voglio darmi ogni giorno di più a Lui. Sento la necessità di farlo e non mi riposerò fintanto che non avrò realizzato il mio desiderio. Madre, quanto è buono il Signore, non riesco a comprendere come mai Lui si occupi tanto di questa miserabile e in conseguenza di ciò non posso fare a meno di abbassare la testa ed umiliarmi. Ed io che faccio per Lui? Ha ragione, Madre, a dire che tutte le cose, per buone che siano, ci molestano e si fanno pesanti. Quello che trovo strano è che si possa vivere così senza attrattive, senza questi incanti. Io non li ho e sono convinta che non merito questa grazia. Dato che non ho altra cosa se non molte miserie, come può essere che l’Amore regni nel mio cuore? Tutto mi è tornato pesante, e non so più quello che cerco, né quello che desidero. Eccomi qui come Dio vuole e fino a che Lui vuole. Quando sarà Dio il padrone assoluto della mia anima?

Non voglio ulteriormente farle girare il capo con le mie sciocchezze Madre, la prego, per carità, dica se nota in me qualcosa che non sia conforme all’opera dell’amore, mi avvisi, perché, nonostante tutto e quantunque mi costi quello che voglio, sono disposta a tutto… Sua affezionatissima figlia N. N.».

Allegria ben intesa

Mi dilungherei troppo se volessi riferire tutti i bigliettini, le lettere che mi inviavano, tanto quelle di casa, come quelli di fuori. Tutti andavano in cerca di cibo per la loro anima, con la fiducia che io ne avessi da distribuire. Mi chiamavano «la mistica Maddalena», e quelle del noviziato «la truppa mistica».

Un anno venne al convento durante il mese di agosto il P. Arintero. Avevo al noviziato in qualità di Vicemaestra la Madre Paolina. Era un’anima molto semplice e pura, che io conoscevo perfettamente perché mi aveva confidato tutti i suoi intimi desideri e mi aveva scelta quale sua direttrice, perché si sentiva completamente tranquilla con i miei poveri insegnamenti. Io volli che andasse dal Padre e che sottomettesse al suo giudizio tutto quello che io le dicevo. A volte, anche lei, quando io gli scrivevo, metteva qualche letterina per lui, alle quali su incarico del Padre rispondevo io e lui le firmava soltanto. Quando le religiose videro che le due del noviziato, o come esse dicevano: «Le due Madri della truppa mistica», erano andate dal P. Arintero, che aveva fama di essere direttore di anime mistiche, ci fecero il seguente scherzo.

Quando andammo alla ricreazione (era il 4 di agosto, festa di san Domenico) trovammo su un tavolo la statua del Santo, adornata con un altarino, e sotto i seguenti versi:

SAN DOMENICO AL NOVIZIATO

Venite gregge innocente,

salite presto al solitario colle

per udir la parola ardente

del mio figlio fedel Arintero.

Non disdegnate i sibili

di Maddalena e Paolina;

perché uditi fossero,

la tromba già lor prestai.

L’ho chiesta un momento

al caro mio Fra Giovanni

e me la diede molto contento

con ansia ed entusiasmo.

Il vostro Paolo vuole che siate

Domenicane «nella passione»

Sperando che obbediate,

vi lascio la mia benedizione.

Il Madrato

Inoltre, gli stemmi dei due Istituti, Domenicani e Passionisti, erano posti uno per lato. Questo scherzo, che per tutte fu soltanto tale, per me ebbe un significato più profondo. Mi sembrò che il mio santo Padre (san Paolo della Croce), con questo mezzo, mi facesse comprendere il suo compiacimento che a guidare la mia anima fosse un Domenicano. (Egli, sul suo letto di morte, al Maestro Generale dei Domenicani raccomandò la nostra Congregazione). Mi faceva pensare che tra i due Istituti arrivasse ad esserci un giorno una particolare unione; tutto questo mi recò una consolazione non piccola. Da allora, molte volte mi sembrava di vedere uniti i due distintivi di ciascun Istituo: il Rosario e il Crocifisso; Maria con il santo Rosario e Gesù con la sua Croce; san Domenico con il suo abito bianco (simbolo della sua purezza) e san Paolo della Croce con l’abito nero (simbolo del lutto e del dolore).

Non vorrei dilungarmi oltre nel citare lettere, ma proprio ora me n’è giunta una che avrei scrupolo di lasciare, perché parla della santissima Vergine. È della Madre Vicemaestra (Maria Paolina), colei che era allo stesso tempo mia compagna nell’incarico e mia figlia spirituale, poiché voleva che la guidassi e si consigliava con me come se fosse una novizia. Dice così:

«Carissima Madre mia: Giunta al termine di questo bel mese di maggio mi sento attratta in maniera particolare ad ossequiare la nostra dolcissima Madre in questi tre giorni che mancano: partire da sabato, continuare con la domenica, in cui cade anche la festa della Santissima Trinità e infine il ritiro della morte, giorno memorabile per lei, perché in esso è volata a rifugiarsi nella dimora del Signore. È inoltre il giorno preferito dalle anime sante, perché la Santissima Trinità si manifesta a loro per la loro intima unione.

Suppongo che non me lo negherà, Madre mia, e accetterà volentieri i miei desideri (perché amo tanto la santissima Vergine) di unirci sempre di più per celebrare in questi giorni con tutto il fervore la festa della Madre del Bell’Amore.

Non è mia intenzione fare cose speciali, ma vivere più unita a Maria, con più amore, più distacco dalle cose della terra, allo scopo di attirarla di più nell’anima mia, di fondermi, concentrarmi in Lei, di riparare di averla amata poco finora, di ringraziarla e prepararmi per ricevere nuove grazie nel gran giorno dell’Ecce veni29 dello Sposo quando tutto sarà stabile e permanente e così, rafforzando il nostro amore con quello di Maria, i nostri atti siano più puri e arrivino come frecce al Cuore di Gesù, per rimbalzare nell’Augusta Trinità.

Nello stesso tempo desidero che tutto questo sia per la gloria di Dio e di Maria, senza dimenticare però le tante anime che hanno fame e sete di Dio. La mia più grande contentezza sarebbe quella di attirare a Maria un esercito di anime interiori.

Dato che Dio e solo Lui mi ha affidato a Vostra Reverenza, noi ci uniremo nella sua divina carità, allo scopo di attirare sempre i suoi divini sguardi su di noi.

Più nulla io temo,

giacché l’amore io cerco.

Vedendomi da Lui tanto amata,

perché altro piacere cercare?

Nella Regina dei nostri cuori ci ameremo di amore perfetto.

La sua povera figlia in Gesù e Maria, Maria Paolina dell’Incarnazione».

Voglio concludere con alcuni auguri che ricevetti dalle mie figlie del Noviziato, tralasciandone molti altri, anche se con un po’ di dispiacere perché mi sembra che attraverso queste cose si possa vedere l’unione, la pace e la concordia che regna nelle case del Signore e non altre cose, come forse pensa il mondo. Credo che questo sia già sufficiente per conoscere il fervore e il vero desiderio di santità con cui quelle giovinette si consegnavano al Signore. Anche se avevano dovuto lasciare gli affetti della famiglia, trovavano in convento altri amori e altri legami più puri e più forti, perché spirituali; anche in convento esse potevano amare ed essere teneramente amate nel Signore, come io sentivo che le amavo.

«UN MAZZETTO SPIRITUALE»

(Messe, Comunioni, Via Crucis ecc.)

Ramo di fiori scelti, profumati e senza spina,

Per riverire una Madre che, quale nuova Amante divina,

Cercando solo il Maestro nel mondo pellegrina,

Sempre rivolti al cielo i nostri passi incammina.

«Reverenda Madre Maestra: Riceva, amatissima Madre, il più sincero augurio che di cuore le rivolgono le sue figlie nell’unito mazzetto spirituale.

La preghiamo di perdonare la povertà dell’immaginetta e l’assenza di ogni eleganza esteriore, poiché non abbiamo altro che una buona e sincera volontà. Preghiamo, invece, in tutta verità che Gesù, che è infinitamente ricco in ogni genere di beni, l’arricchisca profondamente con i doni della sua grazia e auguriamo che la faccia ardere e consumare sempre di più nel suo divino amore tutti gli anni e tutti i giorni che le restano di vita, per bruciare dopo di essa nella Fiamma dell’Amore sempiterno.

Chiediamo inoltre a Gesù e alla nostra santissima Madre che le diano luce per conoscere le necessità delle sue pecorelle e il pascolo per pascerle ogni giorno, mettendole in guardia dalle cattive erbe che la nostra inesperienza e fragilità ci fanno bramare.

Le sue pecorelle: Sorelle Maria, Rosaria, Felicina e Leonora».

Un’altra religiosa mi inviò i seguenti versi:

Auguro alla mia cara Madre Maestra

che il Signore la collochi alla sua destra,

e le dica con voce di giubilo piena:

Vieni sposa mia Maddalena,

per il bene che nel mio nome hai fatto,

adagia il tuo capo sul mio petto.

Maria Margherita del Bambino Gesù

Consacrazione delle novizie a Maria

Che il Signore ascolti i vostri desideri, care figliole, e realizzi i vostri auguri e quello che anch’io chiedo e spero per voi. Spero che giungiate ad essere tutte molto sante e che in cielo possiamo ricordare con piacere i giorni che abbiamo trascorso insieme nel piccolo noviziato di Deusto. Così avverrà se rimarrete fedeli nell’amore a Maria santissima, come lo prometteste ai piedi di Maria Immacolata al termine del vostro noviziato con la dichiarazione che vi suggerii di fare.

Questa promessa di fedeltà di amore a Maria Immacolata la novizia la fa l’ultimo giorno del suo noviziato; il Signore mi diede la felice idea e la consolazione di comporla. È la seguente:

«O Maria, mia tenera e dolce Madre, nel momento di lasciare questo santo noviziato, culla della mia vita religiosa, sento il dovere di prostrarmi ai vostri piedi e di rendervi grazie per i benefici che attraverso le vostre mani ho ricevuto dal Signore da quando sono entrata in questa santa casa; come pure di fare ai vostri piedi, qui davanti a tutte, la mia promessa di fedeltà nell’amarvi sempre con ardore, con tenerezza, con costanza, e di cercare con tutte le mie forze di crescere sempre nel vostro amore e di farvi amare.

Voi siete stata presente ai miei primi passi nella vita religiosa, alle mie lotte e ai miei sforzi per raggiungere la virtù, come pure alle mie debolezze e fragilità, di esse ho ricevuto il perdono ai vostri piedi e il coraggio per continuare nel cammino della perfezione. Continuate, o Madre mia, finché vivo in quest’esilio, a guardare i miei passi con i vostri occhi di misericordia, perché tutti siano graditi al Signore e al termine della mia vita mortale sia ancora il vostro sguardo pietoso a difendermi e a consolarmi nell’ultimo combattimento e a rendermi degna di venire a contemplarvi e a ringraziarvi eternamente in cielo. Così sia».



27 «Se segui lei, non farai fatica; se essa ti è propizia, arriverari facilmente alla meta».

28 Il P. Sabino Lozano stimolò la Madre Maddalena perché scrivesse la biografia della Sorella Maria, impegnandosi lui stesso poi a pubblicarla. Anche se figura scritta dalle Religiose Passioniste di Deusto, in realtà è opera della Madre Maddalena. Essa porta il titolo: «Una violeta del jardín de la Pasión» e come sottotitolo: «La sierva de Dios Hermana María de la Preciosísima Sangre, Religiosa Pasionista», Salamanca 1933, pp. 315.

29 Letteralmente: «Ecco viene». Cf. Mt 25, 6: «Ecco lo sposo, andategli incontro».

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: