15. La maternità spirituale

15. La maternità spirituale

In questo tempo il mio desiderio di far conoscere ed amare il Signore prendeva proporzioni sempre più grandi. Questo si deve principalmente a due cause: primo, alla grazia e poi all’infaticabile zelo del santo Domenicano che il Signore mi diede per guida. Che appoggio e che sollievo trovavo nelle parole ardenti di questa provvidenziale guida, specialmente quando gli comunicavo gli impulsi che Dio mi dava di fare del bene alle anime! Quel santo uomo vedeva in essi la mano del Signore (lettera del 27 gennaio 1923).

«Coraggio, dunque, figlia mia —mi rispondeva— e segua docilmente le ispirazioni del Divino Spirito, che sempre di più le farà sentire i suoi tocchi amorosi che uccidendo dànno nuova vita. Ringrazi molto il Signore se vuole servirsi delle mie povere parole per farla crescere, giacché da Lui soltanto può venire l’efficacia che hanno. Lui dispone infatti, per il bene di tutti i membri della sua Chiesa, che alcuni ricevano per questa via o un’altra le luci e le grazie di cui hanno bisogno e da ciò si conosce qual è il vero strumento dell’azione di Gesù su di noi: che le sue parole abbiano efficacia, mentre le altre non ce l’hanno».

Vocazione di Apostolo

Avevo anch’io questa convinzione, poiché sapevo bene tutto questo, ma il sentire che me lo ricordava e confermava il ministro del Signore, mi infondeva un ardore e una forza che mi sembrava che non ci fosse per me niente di impossibile. Io dicevo e ripetevo al Padre: «Voglio far amare Gesù; o con la vita o con la morte, nulla mi spaventa». E lui mi rispondeva infiammandomi ancora di più in questi ardori (lettera del 19 febbraio 1923):

«Continui, figlia mia, con questi santi desideri e con quello di guadagnare e generargli molte anime che saranno la sua gioia e la sua corona, poiché con esse darà le più grandi soddisfazioni al divino Sposo e stia sicura che Lui non dà mai questi desideri invano, ma per realizzarli compiutamente se in Lui confidiamo e lo lasciamo operare. Tutto deve essere opera di amore e sacrificio, ma nel modo che Lui va soavemente disponendo».

E così avvenne veramente: era il Signore che operava nella mia anima fortemente e soavemente insieme. La prima cosa che fece fu di darmi un cuore molto tenero e sensibile, pieno di compassione per le miserie spirituali. «Voglio farti madre di anime», sembrava ripetermi frequentemente in fondo all’anima. «Non mi basta che tu le ami in qualche modo, voglio che tu abbia per loro l’amore più tenero, forte e compassionevole che c’è: l’amore di madre, perché così le ho amate io. Ho bisogno di qualcuno che faccia sentire il mio amore a molte anime che in questo modo si arrenderanno al mio amore. Se sei docile, sarai tu lo strumento del quale mi servirò…».

A questi insistenti inviti del Signore io rispondevo rinnovandogli la consegna incondizionata del mio povero essere al suo amore per servirlo come Lui voleva: in opere, parole e con la penna. Mi faceva capire infatti che voleva servirsi di me in tutti questi modi, ma soprattutto con il sacrificio, perché avevo pure presenti le parole che Dio disse alla nostra prima genitrice: «In dolore paries filium»30 e capivo che questa legge si applica anche nell’ambito spirituale, giacché non si può avere maternità senza dolore. Avevo presente che le anime, redente da Gesù con tante sofferenze e con una morte dolorosissima di Croce, non possono salvarsi né essere attratte dall’amore del suo Cuore trafitto se non mediante il patire. L’amore non si ferma davanti al dolore, ma questo anzi è il suo alimento ed esso costituiva per me una necessità nella fame e sete di anime che avevo allora.

Quel Dio che accendeva in me questi desideri, era lo stesso che andava anche disponendo le cose intorno a me, procurandomi il modo di adempierle senza uscire per niente, da parte mia, dalla nostra vita di solitudine e di ritiro. Incominciai a ricevere lettere di anime desiderose di perfezione con richieste di chiarimenti e domande alle quali la Madre, nonostante la mia ripugnanza a scrivere, mi ordinava di rispondere. Allora il mio apostolato più che con la penna era con la parola. Oltre quello che ho già detto con le religiose, venivano da me al convento persone per chiedere di parlarmi. Per ordine, pure della Madre, scendevo in parlatorio, anche se da parte mia io dovevo farmi violenza. Vi andavo solo per obbedienza e doveva essere questa che faceva sì che le mie parole producessero il bene che facevano.

Sentimenti di un’anima apostolo

Vorrei poter dire quello che la mia anima provava quando mi trovavo vicino alle anime che Dio mi inviava per comunicare loro, per mio tramite, la sua grazia, le sue illuminazioni e il suo amore. Mi sembrava che in loro ci fosse il Signore e che mi ripetesse: «Sono qui, in quest’anima, affamato ed assetato e come di disturbo e soffrendo perché non mi dànno quello che domando, perché non odono la mia voce. Sono carico di ricchezze divine e nello stesso tempo con le mani legate da questa stessa anima nella quale io vorrei profonderle…». Dovevo, dunque, aprire la strada alla grazia perché inondasse quelle terre aride e le rendesse feconde.

Di solito capivo abbastanza presto qual era l’impedimento che le privava di un così grande bene e che era quello di cui avevano bisogno. Provenivano da diverse categorie: giovani, vedove, sacerdoti ed anche alcuni religiosi. Per lo più erano però giovinette desiderose di santità o che non osavano decidersi sulla loro vocazione. Quando dovevo parlare a qualche ministro di Dio, sentivo di più la mia piccolezza e confusione ed era necessaria un’azione più decisa della grazia perché io osassi parlargli. Se però costoro mi facevano capire che erano anime disposte a ricevere le illuminazioni di cui avevano bisogno, lasciavo operare in me il Signore e che Lui potesse dire, per mezzo di questo vile strumento, quello che Lui voleva da loro.

Per servire in questo modo la grazia sono necessarie, abitualmente, forza e coerenza, perché se l’anima si impaurisce, sotto l’apparenza di una malintesa umiltà, intorpidisce tutto e questo di fatto avviene soprattutto quando meno si pratica questa nobile virtù che rende le anime forti, perché quando uno si avvilisce e si abbatte dimostra che non trova in sé quello che sperava. Se siamo convinti del proprio nulla e che tutto il bene viene da Dio e da lui lo si attende, lontano dallo scoraggiarci alla vista della nostra incapacità, noi ci affrettiamo a ricorrere a Colui che è l’unico che ci può strappare dai pericoli; allora è quando vengono la sua grazia e le sue illuminazioni abbondanti nel momento oppportuno.

Questa grazia di Dio non manca mai quando si deve operare o parlare, non per zelo indiscreto o di volontà propria, ma per obbedienza o per dovere di carità, o per qualche circostanza magari improvvisa disposta dalla provvidenza. In tutti questi casi non c’è nulla da temere, ma al contrario da avanzare tranquillamente e con una certa sicurezza che non ci mancherà l’aiuto di Dio là dove Lui ci mette. Questo modo di procedere piace molto al Signore e lo obbliga a darci la sua grazia per tutti gli altri casi e a porre il suo sguardo di compiacimento sull’anima che si offre a Lui in questo modo.

La pratica della direzione delle anime

Riferirò brevemente di alcuni casi di queste persone, supponendo che quando si leggeranno queste pagine esse non vivranno più. Comunque ritengo lo stesso conveniente tacere il nome.

Un giorno venne una giovinetta di circa quindici anni, chiese alla Madre di parlare con me e questa mi ordinò di andarci dicendomi: «Madre Maddalena, vada e le faccia tutto il bene che può…». Davanti a simili parole io ero tranquilla: erano come una rivelazione della volontà di Dio. Era come se Lui stesso mi raccomandasse quell’anima. Con questi sentimenti scesi in parlatorio facendo affidamento sulla grazia di Colui che, per ricevere qualche bene dalle sue creature, deve prima darlo a loro.

La prima cosa che quest’anima bella mi disse fu: «Madre, vengo molto scoraggiata, volevo farmi santa, ma ora ho perso la speranza». Io le domandai: «Perché, figlia mia? Che cosa le è successo per perdere la speranza di un bene che Dio vuole concederle?». Lei replicò: «Perché il confessore mi ha detto che per farsi santi bisogna faticare e soffrire molto ed io non mi sento di averne la forza. La sofferenza mi fa paura e il faticare e il lottare mi stanca». Le risposi immediatamente: «Lei avrà udito male, figlia mia; lui le avrà detto che i santi hanno fatto e sofferto molto e non che lei deve fare molto per farsi santa. Quello che c’è da fare è amare molto. Ti piace amare?». «Sì, Madre!». Io continuai: «Amare la bellezza stessa, la bontà, la grandezza suprema, non è vero che tutto questo non la scoraggia, ma al contrario accende nel suo giovane cuore l’ardore di cui ha bisogno, poiché non si può stare senza amare qualcuno?». «Oh Madre —rispose subito— come fa ad indovinare quello che io volevo dirle?…». Le replicai: «Lei vorrà che io, dato che le parlo d’amore, le dicessi come si ama, vero?». «Sì». «E io lo faccio con grande piacere e vedrà quanto è semplice amare e farsi santi».

Continuai domandandole: «Che cosa fa lei in casa?». Ed ella rispose: «La mamma vuole che io vada in collegio per imparare a ricamare, ma io non ne ho voglia, perché non mi piace, preferirei aiutarla nelle cose di casa, anche se non tutti i lavori mi piacciono, ma solo alcuni». «Basta, non c’è bisogno che mi dica altro. So già abbastanza per poterle dire come ha da amare e come può farsi santa». Quella creatura dimostrava molto interesse nell’ascoltare i miei insegnamenti, perché non aveva mai avuto la fortuna di averli sentiti dalla bocca di chi doveva essere il primo ad introdurla nei sentieri dell’amore, essendo il ministro del Dio d’amore.

Continuai parlandole, più o meno, in questo modo: «Ascolti, dunque, figlia mia, e vedrà com’è facile amare Dio e farsi santi. La mattina, prima di uscire dalla camera, offra brevemente al Signore tutte le azioni del giorno, reciti tre Ave Maria, baci il Crocifisso dicendo: «O buon Gesù, nascondimi nelle tue piaghe e non permettere che io mi separi da Te»; e se ha tempo reciti un Padre Nostro, se no lo reciti per la strada. Dopo faccia una buona colazione, mangi tutto quello che le dànno, se ha appetito. Si ricordi però della bontà del Signore che le dà gratis questo cibo, perché non ha lavorato né fatto nulla per meritarlo, ma si è solo alzata da letto ed è andata a mangiare. E così, se non lo troverà totalmente di suo gusto, almeno in certi giorni, come il venerdì e il sabato, stia in silenzio invece di lamentarti e dica: «Gesù mio, ti offro questo fioretto in onore della tua passione e morte»; o meglio: «Offro questo fioretto a Te, Madre mia Maria, perché m’insegni ad amare Gesù». Poi, via subito, a scuola per imparare… Si ricordi che la scienza di tutte le scienze consiste nell’amare Dio e questa l’avrà quando vuole perché può sempre amare Dio. Dica: «In me c’è la capacità di poterlo amare e di crescere nel suo amore». Quale consolazione le porterà il ricordo di questa verità! E’ importante vincere le ripugnanze nel lavoro: incominciandolo, reciti un’Ave Maria, pensando che fa la volontà di Dio, che è la cosa più grande che si può fare. Alle dodici, a casa a mangiare e dopo come al mattino: pensi che anche l’anima ha bisogno del suo cibo e che questo è Gesù; faccia qualche comunione spirituale, qualche giaculatoria e poi, con santa allegria, abbracci quanto succede intorno a lei, pensando che tutto lo dispone la provvidenza… Che le pare?».

La giovane replicò: «Madre, e con questo ci si fa santi?». «Sì, figlia mia, questo è quello che lei ha da fare ora. Più avanti Dio forse le chiederà qualcosa di più, ma al momento non le chiede altro. Se lei vuole fare qualcosa di più, lo gradirà; ma se non lo fa, Lui la ama lo stesso e lei dimostra al Signore il suo amore e si fa santa». «Madre, come mi lascia contenta! Oh, se il mio confessore me l’avesse detto prima!».

Povera piccola anima, quanta poca fortuna ebbe cadendo in mani così severe, che osavano chiederle quello che il Signore stesso non chiedeva. Questo era stato il motivo per cui le era pesato continuare nel buon cammino intrapreso. Tutto quello che gli uomini chiedono è per l’anima un carico insopportabile, quando a chiederlo non è il Signore. È di necessità estrema che chi dirige e consiglia le anime studi i disegni di Dio su ciascuna in particolare e solo questo, senza prendere nulla dal proprio sacco, deve consigliare e incoraggiare a fare.

Dopo aver parlato qualche altra volta con questa buona giovinetta, vidi già in lei un notevole cambiamento e che si era data in pieno alla perfezione.

Conobbi un’altra anima molto buona, che mi sembrava avesse un vero desiderio della perfezione, perché stava lontana da tutte le cose del mondo, coltivava la divina presenza, attendeva alla mortificazione cristiana, soffriva però e pativa senza progredire. Mi sembra che la causa fosse nel non riuscire a vincere un certo rispetto umano e cambiare il confessore. Quello che aveva, per quanto buono, era per anime ordinarie e non per offrire a questa le sfumature delicate della perfezione alla quale si sentiva chiamata. Lei lo capiva molto bene, ma non osava compiere quel passo, perché pensava: «Cosa dirà se lo lascio?». Le feci osservare che quel motivo non aveva fondamento e che inoltre doveva pensare al danno che sarebbe derivato alla sua anima. Dio ha molti ministri ed ha lasciato a noi la libertà di sceglierne uno tra loro. Comprese le ragioni, agì secondo i miei poveri insegnamenti (con grande profitto della sua anima) e si liberò da molte sofferenze inutili, perché non erano volute da Dio…

Quanti ostacoli e sgambetti è capace di porre il demonio alle anime per trattenerle dal cammino verso Dio! Il cammino della santità è molto semplice e tuttavia quanto lo complichiamo con la nostra ottusità! Mi trafigge l’anima di dolore questa verità e chiedo al Signore che apra gli occhi a quelli che lo cercano, perché lo cerchino veramente e vadano diritti a Lui. A volte, perfino sotto apparenze di bene, incorrono in questo pericolo, come successe nel caso che sto per riferire.

Si trattava di una religiosa osservante, certamente molto buona, ma non bene orientata. Venne varie volte a parlare con me di cose molto intime e che l’affliggevano un mare. Era angustiata perché le sembrava che la sua comunità non fosse così osservante e fervente come lei desiderava. Chiedeva frequentemente e insistentemente al confessore e alla Superiora di fare digiuni e penitenze speciali, di restare in coro mentre le altre dormivano o facevano la ricreazione, facendo tutto questo con l’intenzione che la imitassero. La poveretta non riusciva però a conseguirlo, anzi al contrario, le si mettevano contro e (quasi non oso dirlo) con ragione, perché questo voler essere singolari e attirare l’attenzione su di sé è molto antipatico nella comunità. Se dovunque, per fare il bene, sono necessarie discrezione e prudenza, nelle comunità forse lo è ancora di più.

Dato che lei era semplice religiosa e non aveva alcuna autorità sulla comunità, le feci presente che il modo migliore di comportarsi era quello di cercare di non differenziarsi in nulla dalle altre e di sforzarsi di vivere come tutte, evitando ogni singolarità, a meno che non fosse per osservare la Regola, se le altre non l’osservavano. In questa sì doveva cercare di essere molto precisa, senza fermarsi davanti alle mancanze delle altre, come se non le vedesse. Le suggerii di essere soltanto più puntuale soprattutto nei punti in cui vedeva che si mancava. Per esempio, se vedeva che non erano molto pronte nell’obbedienza, che obbedisse lei più prontamente, se mancavano al silenzio, che lo osservasse lei con più cura, se la inosservanza riguardava la santificazione o l’umiltà, che lei le praticasse con maggior precisione e con l’intenzione di riparare le mancanze delle sue consorelle, pregando per loro. Non doveva preoccuparsi di altro, sicura che con questo soltanto avrebbe fatto un gran bene alle altre. In questo modo, anche se vedeva tutte le altre mancare alla Regola, poteva essere sicura che nessun danno sarebbe venuto alla sua anima se lei avesse continuato ferma nei suoi propositi.

Le piacque questo consiglio che io le diedi, vista la confidenza che mi dava, ma non la soddisfò del tutto. Le dissi allora di consultarsi con il suo confessore, il quale, essendo molto umile, approvò quello che io le avevo detto, incoraggiandola a metterlo in pratica. Questa religiosa mi disse in seguito che si era trovata molto contenta nel mettere in pratica il mio consiglio e che ne era derivato un notevole vantaggio per la sua anima e per la comunità.

Questa tentazione di voler fare il bene e di riformare è molto frequente nelle religiose un po’ più ferventi, che esistono in tutte le comunità. Se il loro fervore le porta a riprendere le altre e per di più immaginandosi, quantunque non lo dicano a parole, che le loro opere devono servire da modello per praticare la virtù, lo sciuperanno tutto e aumenteranno il disordine e la confusione. Se invece cercheranno, come scopo principale, di santificare se stesse, solo con questo indubbiamente otterranno anche l’altro. Conosco questo per esperienza propria e per quella degli altri ai quali l’ho consigliato.

Pure alcuni sacerdoti e religiosi vennero a confidarmi cose della loro anima, dicendomi che avevano bisogno di sfogarsi. Certamente l’avevano, perché il demonio faceva loro pensare certe cose di loro stessi e suggeriva loro tentazioni così tremende che mettevano in pericolo la loro vocazione. Due furono infatti sul punto di abbandonare l’Istituto. Raccontai loro qualche caso simile di diverse anime che con gli stessi patimenti si erano santificate e aggiunsi che, se le prendevano come mezzo per la loro santificazione, senza dubbio l’avrebbero raggiunta, dato che il Signore lo disponeva e che se la provvidenza così dispone è il più adatto allo scopo. Poveretti! Credo che, in premio della loro umiltà e semplicità, il Signore abbia benedetto le mie povere parole perché fecessero loro del bene. Io mi confondevo e mi umiliavo molto, ma nello stesso tempo mi consolava il vederli così ben disposti. Mi sembrò che il Signore, per mezzo mio, facesse sentire il suo cuore più che di madre a questi suoi prediletti, che lui ama più della pupilla dei suoi occhi. Quando a un’anima, che cerca la perfezione, si fa sentire l’amore di Dio, allora è veramente conquistata. Chi può resistere alla tenerezza di Colui che, per farsi amare, fece follie inaudite di amore?

Angustiata per quelli che rifiutano la chiamata del Signore

Prima di terminare questo capitolo, nel quale non ho riferito che una minima parte di tutto quelle che avrei potuto dire su questo argomento, voglio aggiungere qualche parola circa un’altra anima che sempre in quel priodo di tempo il Signore mi affidò. Forse questo serve a riflettere sulla tremenda sentenza di nostro Signore: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti» (cf. Mt 22, 14). Non posso affermarlo a riguardo della persona in questione, ma è certo che sono molte le anime infedeli, proprio per quello che dice Gesù.

Si trattava di una signorina. Gesù la voleva per sé e lei fuggiva: fuggiva da Lui e da me appena si rese conto che io le lanciavo le reti di Gesù per guadagnarla al suo amore. Vedendo che non veniva, mi servii della carta per scriverle la seguente lettera:

«Molto stimata e molto amata N. N.: Dopo l’ultimo nostro colloquio speravo che lei fosse ritornata presto per parlare del Signore. Per caso non sta bene? Oppure dipende dal fatto che, essendosi resa conto che Gesù la vuole per sé e che io aiuto il divino Amante per prenderla nelle sue reti di amore, lei ha paura di me? Perché teme, figlia mia? Pensa forse che io voglio toglierle la felicità, la beatitudine e che io voglio rubarle quella falsa beatitudine e felicità che imprigionano il suo povero cuore? No, non tema, povera figlia mia: quello che io voglio è darle una felicità vera e duratura. Vorrei riempire l’immenso vuoto della sua anima che soffre assetata di un bene che non ha ancora trovato perché non l’ha ancora cercato là dove si trova.

Forse la sorprende che io mi interessi così di lei? Prima di conoscerla, già l’amavo. Quando la conobbi e il Signore me l’affidò, l’amai ancor di più e dissi: di questo cuore così bello è degno soltanto Gesù e non il mondo, dove non c’è che illusione e menzogna. Inoltre, non sono io, è Gesù che cerca e vuole tutta la sua anima. L’ha acquistata con tutto il suo Sangue preziosissimo, con la sua morte sulla Croce e continua ora a soffrire per lei finché possa dire: N. è tutta, tutta mia. Ce la farà? La grazia è più potente della signorina N. e così lei un giorno dovrà cadere ai piedi di Gesù e dirgli: «Gesù, hai vinto; ti dò tutto il mio cuore, questo cuore che tanto hai cercato, voglio amarti, amare solo Te da ora in avanti, perché vedo che tutto fuori dal tuo amore è nulla, tutto passa e nulla resta, tutto è vanità e afflizione di spirito…».

Signorina amatissima nell’amore di Gesù: siccome alla fine deve giungere il giorno del trionfo della grazia sulla sua anima, giorno sicuramente il più felice per lei, mi dica: «Non le pare meglio non fare aspettare Gesù e causare anche tanta sofferenza al suo stesso cuore, inquieto finché non si arrende tutta al suo amore divino?». Quando si apriranno gli occhi della sua anima e vedrà ciò che Gesù ha fatto e sofferto e che si è stancato molte volte per raggiungerla, quanto soffrirà il suo povero cuore per averlo obbligato ad attendere tanto!…

Legga attentamente, figlia mia, queste righe che le invia il Cuore di Gesù e non tema quella che gliele ha scritte. Venga a parlare! Gesù ha un cuore di padre, di fratello e della madre più affettuosa e io non voglio altro cuore che il suo, non desidero altro che quello che Lui desidera…

La Vergine santissima, nostra dolcissima e affettuosissima Madre, sia la stella che ci guida alla verità e all’amore. Affezionatissima…».

Nonostante tutto questo, quella povera anima resistette alle tenerezze dell’amore di Gesù… Quanto fece soffrire Gesù e me! In questa occasione sperimentai le pene dell’amore disprezzato e mi resi conto di quanto è dolorosa per il Cuore di Gesù l’ingratitudine alle delicatezze del suo magnanimo amore, specialmente sapendo che questi stessi benefici si sarebbero trasformati in maggior castigo per l’anima infedele. Per quella di cui sto parlando, ho ancora speranza, perché non è ancora terminata la sua storia. Io continuerò a soffrire e a pregare per lei, come pure per tante altre che il Signore mi raccomanda, perché per loro mi ha dato un cuore di madre.

O Maria, Madre mia dolcissima, nel tuo cuore Dio ha riunito tutta la tenerezza dell’amore di tutte le madri, amore infinito e santo, concedimi di amare le anime con il tuo stesso cuore e di poterle attirare all’amore di Gesù con la soavità e la delicatezza delle tue materne mani.


30 Cf. Gen 3, 16: «Partorirai tuo figlio nel dolore».

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