16. L’acqua, il vino, il fuoco e la luce

16. L’acqua, il vino, il fuoco e la luce

Questi quattro elementi hanno sempre detto molto alla mia anima. Hanno prodotto tante volte tanti e tanto diversi affetti. Servirono frequentemente per elevarla a Dio e farle intendere le sue cose, proprietà ed effetti del suo amore. Mi è sembrato quindi che sarebbe forse di profitto per qualche anima fargliene conoscere qualcuno nella speranza che l’aiutino ad amare di più Dio. Che Lui lo faccia; io, da parte mia, mi sento obbligata da questo stesso amore a non perdere nessuna occasione che penso possa servire a tale scopo.

L’acqua

Ho sempre avuto per questa creatura del Signore una particolare simpatia, pensando che servì per farmi figlia di Dio. Quando ero ancora nel mondo, quando pioveva per diversi giorni di seguito e sentivo qualche parola di lamentela, come ad esempio: che noiosa è quest’acqua!, subito mi veniva in mente che era stata necessaria per amministrarmi il primo sacramento. Lo ricordavo alle persone dicendo loro: «Non ti lamentare, pensa che l’acqua è servita per battezzarci; senza di essa non saremo potuti diventare cristiani». Poi, vedendo i ruscelli, i laghi, i fiumi correre, correre sempre, mi sembrava di sentire più forte l’incessante tendenza della mia anima a correre verso il mare eterno: Dio. Pensavo che io ero una goccia uscita da quel mare infinito e che ero destinata a ritornare nella sua immensità. Che ansia sentivo e sento che giunga l’ora nella quale questa povera goccia si perda in quel «torrente voluptatis»!31

Il Signore ha fatto dell’acqua un simbolo della sua grazia: «Chi ha sete, venga a me e beva» (cf. Gv 7, 37). Gesù mio, dimmi: «Cos’è che tu offri da bere? Cos’è che dai a chi viene a Te?». Ah!, non è altra cosa se non la tua grazia. Sei più assetato Tu di dare che gli uomini di ricevere… Queste tue parole, o dolce Amore mio, sono quelle che mi fanno venire sete, sete che mi divora. Sei Tu che metti nella mia anima un ardore che le secca le labbra e le viscere. Appaga la mia sete, o Amante divino, perché non posso più resistere. Dammi di quell’acqua che hai offerto alla Samaritana, dell’acqua che si innalza fino alla vita eterna, della quale Tu hai detto che chi ne beve non avrà più sete di bere nelle pozze fangose di questa miserabile terra. «Da mihi aquam; da mihi aquam».32 Dammela, non senti che te la chiedo? Io sono più felice della donna di Samaria: conosco che dono tanto prezioso è questo. Perché tu veda che io non mi sbaglio e per obbligarti maggiormente a darmela, ti dirò che l’acqua che Tu offri è la tua grazia divina, o meglio, sei Tu stesso, o mio Bene! Tu hai detto che quelli che hanno fame e sete di Te saranno saziati; io ce l’ho. Pertanto Tu mantieni la tua parola: «da mihi aquam». Ho sete del tuo amore, ho sete di Te. Ti dirò come il mio santo Padre (san Paolo della Croce): per appagare la mia sete è necessario un mare, ma non di acqua, bensì di fuoco e Tu sei entrambi i mari. Abbi pietà di me, abbi pietà di me!

Un giorno, quando siamo venute qui a Deusto, nei primi tempi in cui eravamo un po’ scarse di acqua, particolarmente per l’orto, successe un fatto che non posso tralasciare di raccontare, essendo molto a proposito con l’argomento che stiamo trattando. Mentre le Sorelle lavoravano nell’orto si resero conto che dal suolo veniva fuori acqua. Per capire quale ne fosse l’origine scavarono un poco e subito uscì un rivolo di acqua fresca, come se fosse rimasta lì in attesa di una mano che le aprisse il solco. Contente per la scoperta, le Sorelle corsero a dare la bella notizia. Fecero una buca abbastanza ampia e profonda (circa due palmi) per raccoglierla ed accertarsi che continuasse a sgorgare. Assicuratesi, il giorno dopo, piene di gioia fecero un solco al centro dell’orto e scavarono un altro pozzo più grande del primo al lato opposto, per poter avere l’acqua a disposizione per irrigare da cima e a fondo. Che piacere e che gioia faceva a tutte noi vedere quel ruscelletto di acqua cristallina che, pur essendo poca, ma continua, manteneva sempre pieni i due pozzi, che nel frattempo avevamo scavati con considerevole profondità! Il nostro piacere aumentava pensando che il Signore stesso, senza nessuna fatica né costo ci aveva fatto quell’inestimabile regalo. Ricordo che, di mattina presto, quando potevo, andavo a fare una visita all’acqua della provvidenza (così infatti avremmo potuto chiamarla), per assicurarmi che continuasse il suo corso regolare. Me ne rimanevo alcuni istanti a contemplarla e poi me ne andavo soddisfatta lodando e benedicendo il Signore.

Passarono così varie settimane. Una mattina, quando credevamo ormai di avere sicura la nostra così preziosa acqua, feci la mia solita visita. Che dispiacere! Trovai tutto completamente asciutto… Me ne tornai triste a dare la notizia che provocò dispiacere in tutte! «Cosa era successo? Perché si era seccata? Quale ne era la causa?», ci domandavamo. Nel sentire quelle domande ed esclamazioni mi raccolsi in me stessa, o meglio, il Signore mi chiamò nel mio intimo dicendomi: «La sorgente della mia grazia non si esaurisce mai. Scorre sempre per fecondare le vostre anime e si riposa soltanto in questo bene, al confronto del quale tutte le altre cose non valgono niente». Allora dissi a me stessa: «Il Signore è sempre intento al nostro bene. Forse con quel che era successo con l’acqua non perseguiva altro scopo che quello di farmi riflettere su simili cose perché apprezzassi di più il tesoro della sua grazia divina». Non m’importa di mancare d’acqua, mi basta e mi avanza per farmi felice quella che feconda la mia anima, perché il mio Gesù ha detto: «Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete» (cf. Gv 4, 14).

Il vino

Quando avevo 13 o 14 anni, trovai in un libro devoto una poesia che credo sia di sant’Alfonso de’ Liguori, intitolata: «L’anima introdotta nella cella vinaria e inebriata del divino amore». Si può immaginare l’impressione che fece per il mio giovane e ardente cuore. L’imparai a memoria e la ripetevo frequentemente, perché lì si trovavano espressi tutti i desideri della mia anima. Dato che era tutta estratta dal «Cantico dei Cantici», io ne ripetevo qualche verso e poi restavo in silenzio e l’assaporavo servendomi da ottima orazione. Dato che è molto bella ne trascrivo qualche strofa, per darne un’idea:

INTRODUXIT ME IN CELLAM VINARIAM33

Mi ha fatto il mio Sposo

Entrare già in quella

Solinga sua cella

Ripiena di vin.

Ognuno m’intenda:

La cella è il suo Cuore,

Il vino è l’amore

Che a bever mi diè.

O freddi pensieri

Del mondo, fuggite,

Ne mai più venite

Mia pace a turbar.

O Spirito d’amore:

Quell’aura, ch’è fiamma,

Tu spira ed infiamma

In questo mio cor.

Sì l’anima mia,

Al dolce spirare,

Odor savrà dare

Di sante virtude…

Dopo aver conosciuto gli effetti che produce questo mistico vino, l’abitudine che avevo di bere il vino materiale mi servì da mezzo per offrire sacrifici al Signore, affinché per mezzo di essi mi desse da assaggiare il primo, infinitamente più prezioso. E, da quando partii dall’Italia, posso dire che il sacrificio fu completo. In Messico non abbiamo mai bevuto vino, ma sempre acqua, eccetto un pochino durante i primi mesi, nei quali ce lo mandavano per carità e non molto buono. In Spagna, fin dal principio ne abbiamo bevuto una piccola quantità nel giorno di digiuno. Spesso però lo lascio, o ne bevo poco, per lo stesso fine (l’abitudine acquisita in Italia infatti non l’ho persa, poiché il vino mi piace ancora come nei giorni della mia fanciullezza). Ogni volta che offro al Signore questa mortificazione, gli chiedo di affrettare l’ora di farmi entrare pienamente nella «mistica cantina».

Il Signore mi ha fatto capire che come la mistica acqua della quale prima parlavo, significa la grazia che Dio dà alle anime desiderando di riempirle di questo tesoro celeste, così il vino significa l’eccesso o la pienezza della stessa. Dio dà all’anima in così grande abbondanza la sua grazia e il suo amore che, non potendo questa (finché resta unita al corpo) sostenere un così dolce peso, sviene e cade in un prezioso sonno che è come una ubriacatura di amore divino. E lì può ripetere: «Il Re mi ha introdotto nella cella del vino ed ha in me ordinato la carità» (cf. Ct 2, 4), perché l’amore di Dio è ordinato soltanto quando è giunto a questa pienezza ed eccesso.

O Gesù, Signore divino, nella cui mano c’è la chiave di questa preziosa mistica cantina: aprila a questa tua povera sposa, giacché hai acceso in lei una simile ansia fin dalla sua giovinezza ed ha sofferto il martirio di non vederla soddisfatta. Se prima ti dicevo: «da mihi aquam», ora invece ti dico: «da mihi vinum».34 Già sai che me lo prometti nell’eterno banchetto d’amore in cielo (cf. Mt 26, 29), ma non farmelo aspettare tanto, o Gesù, ti supplico, poiché lo puoi dare e in realtà lo dài a molte anime, danne anche a me fin d’ora almeno alcune gocce… Ma… solo alcune gocce? Riconosco che già me le stai dando e che sono precisamente esse il mio incessante tormento e la causa delle mie ansie infinite. Ho bisogno di bere a sazietà dal torrente del tuo amore, perché Tu stesso dici: «Bevete, dilettissimi: inebriamini, inebriatevi».35

Dammi di questo vino che rende folli ed assennati, dammelo per me e per le anime che Tu mi affidi, poiché se io devo essere loro madre, loro maestra e loro guida devono seguirmi ed entrare con me nella mistica cantina e bere a sazietà anche loro il vino del tuo ineffabile amore.

Dammelo soprattutto, o Gesù, per i tuoi sacerdoti, per tutti quelli che chiami a lavorare nella tua vigna, a continuare la missione della tua vita mortale di accendere il fuoco nelle anime. Tu sai bene che senza questo ardore che sostiene, saranno molto limitati e superficiali i loro lavori. Per resistere e perseverare nel sacrificio, nelle lotte, negli apparenti insuccessi, hanno bisogno di essere sostenuti da Te con questo vino inebriante. Esso altro non è se non la tua vita grande, divina, rinchiusa nel piccolo vaso mortale della creatura, che produce eccesso e trabocca. È il fuoco eterno del tuo grande cuore prigioniero nel nostro così piccolo che rompe le dighe per espandersi. Lascia il latte, se vuoi, per i piccolini, per le anime comuni. Per i tuoi sacerdoti, per me, per tutte le anime che vogliono uscire da loro stesse ed essere apostoli, conquistatrici del tuo Regno e portare dietro di sé conquistate innumerevoli anime, dacci il vino, il tuo vino, che ci inebrii, ci renda folli, ci faccia prender sonno a tutto ciò che appartiene a questa terra per vivere solamente occupati di Te.

A queste mie ansie rispondeva il P. Arintero in una lettera: «Mi piacciono molto i suoi desideri e il vino è meglio del latte…».

Di altro vino ho pure sete, o Gesù: di bere il calice della tua passione, con il sacrificio e il dolore. Che arrivi pure per me quel Calvario che mi hai annunciato e che si avvicini l’ora di bere del vino di quel calice sacro, mutato in Sangue divino, perché è di questo calice che Tu dici: «E il mio calice trabocca» (cf. Sal 22, 5). Sì, o Gesù, è ammirabile questo tuo vino che inebria le anime. Dammelo, o Gesù, perché è mio, dato che è il tuo Sangue che Tu desti in prezzo fino all’ultima goccia per salvarmi. Dammelo, perché sono figlia della tua passione. A me più che a nessun altro appartiene per applicarlo alle anime e attirarle purificate ai piedi della tua Croce, con il fine che siano tua consolazione, tua conquista e un giorno l’eterna gloria del tuo amore.

O Maria, Madre mia: di’ Tu a Gesù che ho bisogno di questo vino e Lui, che ascoltò la stessa richiesta che gli facesti alle nozze di Cana, molto di più ti ascolterà ora che non gli chiedi come allora vino materiale, ma il vino che inebria la mia povera anima assetata e che la trasforma nel suo amore.

Il fuoco

Il fuoco incendia, arde, brucia, consuma e trasforma… Tutte queste sono proprietà dell’amore. Che bel simbolo dell’amore è il fuoco! Sì, questo elemento più di ogni altro dice che cosa è l’amore divino. Dio è amore, tutto amore e chiama se stesso fuoco divoratore: «ignis consumens est»,36 «fons vivus, ignis, charitas».37 Sorgente viva del fuoco della carità, perché è amore per essenza, fuoco il più ardente e attivo che si possa immaginare, perché è divino ed eterno e nessuno può spegnerlo. È più forte e potente dello stesso fuoco dell’inferno, perché sulla giustizia divina domina l’amore, perché il suo amore misericordioso brilla e appare in tutte le sue opere. Nell’eternità brilla il suo amore eterno, nell’immensità l’amore immenso, nella sapienza l’amore che tutto sa, nell’onnipotenza l’amore che tutto può, nell’infinità l’amore infinito. O Signore, non mi basta né l’acqua della tua grazia che soavemente inonda, né il vino che dolcemente inebria: ho bisogno ora del fuoco che consuma e trasforma: «Ignem tui amoris accendat Deus in corde meo».38 Sì, accendi nel povero mio cuore il fuoco del tuo amore e con esso saranno appagate tutte le mie ansie.

Ti dirò con il tuo amante Agostino, questa giaculatoria che ho fatto mia e che ripeto spesso: «O fuoco divino che sempre ardi e mai ti consumi, esercita in me la tua azione, trasformami in Colui che io amo». O Gesù, Verbo Eterno del Padre, che ti sei distaccato da quel fuoco eterno dell’amore per venire a nasconderti nel cuore degli uomini, come Tu stesso hai detto: accendilo in questo che a te si dona senza riserva. Anch’io ho ricevuto da Te la vita e sono venuta sulla terra con lo stesso fine: fa’ che si compia, altrimenti a cosa mi servirebbe essere venuta in questo mondo? Dammi il tuo fuoco, dato che è questo che meglio esprime gli ardori del tuo amore. Quando hai voluto farci vedere che ci amavi molto, ci mostrasti infatti il tuo Cuore circondato dalle fiamme che uscivano da questo vulcano acceso di amore per noi. Voglio un fuoco come il tuo, che non si estingua, che non possa venire spento dalle acque di tutte le tribolazioni e di tutti i dolori, di tutte le contrarietà e contraddizioni degli uomini

Quando ero ancora nel mondo, specialmente nei primi venerdì del mese, quando rinnovavo la mia consacrazione al Cuore di Gesù, guardando le fiamme che ne uscivano, mi sembrava che mi dicesse: «Guarda come si ama e impara. L’amore è un fuoco che non può restare rinchiuso, esce da dove sta, si manifesta e incendia tutto ciò che gli si avvicina. È un fuoco che nessuno può contenere, né trattenere, dato che non può stare neanche nell’oceano infinito del Cuore di Gesù». E gli chiedevo che mi desse quest’amore, che mi incendiasse in questo fuoco. «O Gesù, gli dicevo, fa’ che io ami come Tu ami. Quando il mio cuore sarà pieno del tuo amore? Quando starà totalmente acceso e fatto brace, in modo che escano anche dal mio le fiamme del tuo amore per accendere gli altri? Voglio amare tutti come Tu ami, voglio accendere in tutti i cuori il fuoco del tuo amore».

Quando dicevo questo al Signore, quanto ero lontana dal pensare che, nel concedermi Lui questa grazia, uno dei mezzi per raggiungere questo fine voleva che fossero i miei poveri scritti! Il desiderio ardente di servire da strumento per attirare anime al Cuore di Gesù mi faceva offrire me stessa a Lui incondizionatamente e senza pensare a nientr’altro. Se qualcuno allora mi avesse detto: «questo fine lo raggiungerai in parte per mezzo della penna», forse mi sarebbe sembrato impossibile. Allora il mio amore non arrivava ancora a formare un incendio, né le fiamme giungevano ad uscire fuori come nel Cuore di Gesù. Quando si giunge a tanto, non ci sono difficoltà né ostacoli che tengano: tutti li vince, tutti li supera l’amore che è arrivato ad essere fuoco, fuoco divoratore: «I suoi dardi sono frecce accese, sono fiamme di Dio» (cf. Ct 8, 6).

L’amore è una fiamma

Che l’anime accende

E atte le rende

A sempre operar.

Di questo non pago,

Ispira il desio

Di far che per Dio

Si strugga ogni cor.

Ma come all’inferno

Niun fuoco è bastante,

Né ancora all’amante

Mai basta il suo ardor.

O Gesù, fuoco divino, fuoco increato: concedimi questa grazia, concedimela nel modo stesso che tu mi hai spinto a chiederla: ti ricordi?…

Un giorno che mi trovavo in preghiera, accesa da questi desideri, lo dissi al mio Dio: «O Signore, vorrei essere come un carbone acceso che incendia tutto quello che tocca, vorrei che tutte le persone che hanno qualche relazione con me, tutte restino accese dal tuo amore. Vorrei che tutte le mie parole fossero di fuoco, che tutte le lettere che ho scritto e che scriverò siano altrettanti carboni accesi, ugualmente tutti gli atomi del mio povero essere, e questo fino alla fine del mondo. Vorrei che tutto, tutto in me serva per accendere le anime del fuoco divino del tuo amore». E compresi che il Signore gradì molto questa mia preghiera e che mi avrebbe concesso quanto gli chiedevo. L’avrebbe pure concesso volentieri a quanti con sincerità e costanza glielo avessero domandato, specialmente ai suoi ministri e alle anime consacrate al Signore. A noi che, per il nostro stato, abbiamo l’obbligo di accendere dovunque il fuoco del divino amore, Gesù concede di poterlo fare senza quasi accorgercene, se prima abbiamo ottenuto per il nostro cuore le fiamme ardenti di cui ho parlato sopra.

O fuoco di carità, Spirito Santo, vieni nei nostri cuori e «tui amoris in eis ignem accende».39 Sì, accendi in essi il fuoco del tuo amore e correremo e attireremo tutti e saremo disposti per questo anche a morire.

La luce

Perché ci piace tanto la luce, ci incanta e ci sentiamo tanto attirati a cercarla dovunque? Perché siamo stati creati per la luce, per Dio —che è il nostro fine ultimo— che abita nella luce, o meglio Lui è la luce stessa, come disse nostro Signore: «Io sono la luce del mondo» (cf. Gv 8, 12).

O Gesù, amore mio: ti ringrazio per aver detto queste parole, perché ne avranno bisogno molti e serviranno loro da guida nei loro errori, ma per quello che mi riguarda, non c’è stato bisogno che Tu le dicessi. Vedo così chiaro che Tu, e Tu soltanto, sei la luce del mondo! Questa è una verità chiarissima per i miei occhi… Infatti tutto quello che i miei occhi vedono su questa terra, se lì non ci sei Tu, luce divina, non vi vedono che oscurità e tenebre. Dove vedo un po’ di luce, Tu lì ci sei un poco; quando percepisco più chiarità, Tu lì ci sei un po’ di più. Quando i miei occhi rimangono accecati per una luce inaccessibile che mi attira, mi sorprende e mi affascina, lì, lì dico, ci sta in pieno il mio Gesù. Tutto il resto è oscurità e tenebre di morte. Sì, tenebra è la scienza senza Gesù, sono tenebra la forza, il talento, la gloria, il potere e la stessa luce, anche se brilla e risplende. Per i miei occhi tutto è tenebra, densa tenebra, se Gesù con la sua grazia e il suo amore non lo illumina.

O Gesù, luce dei miei occhi, fa’ che io non veda mai altra cosa al di fuori di Te, che tutto il resto rimanga per me avvolto nelle tenebre più fitte… Tu sei, o Gesù, la stella del mattino, la luce che non conosce tramonto. Il mio povero essere si rallegra là dove vede la luce, perché comprende che i suoi splendori sono quelli del Re eterno e che per Lui si sono dissipate le tenebre di tutto il mondo. È per questo che, anche in senso materiale, bramo molto la luce. La mia anima prova per essa una attrazione tutta speciale che, come ho osservato, non tutti hanno.

Già da bambina, ricordo il piacere particolare che provavo nei giorni di molta luce e chiarità. Fissavo lo sguardo al cielo da qualche altura e, nel vederlo ancora più bello e splendente di quello che di solito è il bel cielo d’Italia, quanto profondamente sentivo la sete e fame di Dio, di quella fonte di luce indefettibile, eterna!

Questo mio speciale amore alla luce, se mi era motivo di gioia, mi offriva pure occasioni di fare vari sacrifici. Uno ebbe luogo entrando in convento per il fatto delle persiane fisse che avevamo alle finestre, che ci tolgono quasi la metà della luce che da esse potrebbe entrare. Quante volte ho sentito questa privazione ed ho rinnovato a Dio l’offerta del mio sacrificio, chiedendogli in cambio aumento della luce spirituale, della luce eterna!

Ero ancora in Italia, al tempo in cui avevo l’incarico di guardarobiera, quando mi toccò come compagna una suora alla quale dava fastidio la luce. Quando giungeva nella sala da lavoro, la prima cosa che faceva era quella di andare a chiudere le finestre, o a sistemarle semiaperte, in modo che vi entrasse soltanto la luce appena sufficiente per vedere e non di più e io che desideravo dovunque la luce!… L’amavo perché mi parlava di Dio ed anche perché ne avevo particolarmente bisogno essendo un poco miope. Il Signore mi dava comunque la grazia di offrirgli in silenzio i miei sacrifici, con la speranza della luce eterna che mi ha promessa.

Un sacrificio simile il Signore me lo chiese qui a Deusto. L’oscurità e le tenebre mi hanno sempre fatto impressione, per questo motivo mi abituai a tenere di notte le imposte aperte. Avvicinandomi e vedendo la luce della luna mi consolavo un po’ e ciò mi rendeva più dolce e tranquillo il sonno. Non potevo dormire se mi mettevo a letto completamente al buio. Gesù volle pure questa volta farmi creditrice di più luce eterna in cielo.

Una notte entrò la Madre e chiudendomi completamente le imposte mi disse: «Deve chiuderle sempre così, perché al buio si dorme meglio». «Sia benedetto Dio —dissi— che così vuole». Da quel giorno gli offrii anche questo piccolo sacrificio, che io aumentai facendolo con molto amore. Questi piccoli fioretti erano ricompensati dal divino Amante con l’aumento di luce spirituale. Per mezzo di essa capivo che il dono più grande che Dio fa a un’anima su questa terra è chiederle continuamente sacrifici, associandola in questo modo a quello che fece Lui sulla Croce per la salvezza delle anime. Capivo chiaramente che ciò che più serve a questo fine e alla propria santificazione sono le virtù interiori e nascoste, le immolazioni, anche se piccole, che nessuno vede né loda.

Tra queste grazie del Signore figura anche quella di avermi dato come direttore spirituale un Domenicano che poteva molto bene essere paragonato a una luce accesa posta da Dio sul candelabro del sapere per illuminare le anime. In quante anime quel santo religioso proiettò la luce della Verità, bel motto del suo santo Ordine! Tra queste anime ebbe la fortuna di trovarsi anche la mia. Da quando Dio me lo diede per Padre della mia anima, guardavo sempre con una particolare compiacenza e speciale amore l’immagine del santo Fondatore con il famoso cagnolino ai suoi piedi, con la candela accesa in bocca. Quando sentivo la voce di quel degno figlio di san Domenico, o ricevevo la luce dei suoi insegnamenti, mi sembrava di vedere anche al suo fianco il cucciolo con la luce accesa per illuminare quanti ricorrevano a lui ed avviarli per le vie della verità e dell’amore, di quella verità di Dio che «manet in aeternum».40

Dio mio, la mia anima riconoscente vi benedice e vi loda per l’immenso beneficio di avermi inviato la vostra luce e la vostra verità fin dalla mia giovinezza. Sono state queste che finora mi hanno condotto per l’aspro sentiero della vita e mi condurranno —come spero— fino alla fine sul vostro santo monte e al tabernacolo dove Voi dimorate. Per questo vi ripeterò sempre: «Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore» (cf. Sal 43, 3).

Dio mio, la mia povera anima si aspetta misericordia infinita e, al riparo delle vostre ali, brama pure l’acqua della vostra grazia di cui ha tanto bisogno. Prima per essere purificata da ogni macchia —acqua purificatrice—, poi per bere al torrente delle vostre delizie, che si convertirà per la mia anima in vino che mi inebria e mi rende folle di amore. Quest’amore si convertirà a sua volta in fuoco che mi consuma e trasforma in Voi, perché in Voi e solo in Voi, o Dio mio, è la fonte della vita. Io non cerco né voglio altra vita che la vostra, mentre attendo l’ora beata della luce, di quella luce per la quale geme e sospira costantemente la mia anima, luce eterna nella quale vedrà nella sua pienezza la luce, nella vostra stessa luce: «In lumine tuo videbo lumen».41


31 Letteralmente: «Torrente di felicità». Cf. Sal 35, 9: «Torrente delle tue delizie».

32 Cf. Gv 4, 15: «Dammi di quest’acqua».

33 Cf. Ct 2, 4: «Mi ha introdotto nella cella del vino».

33 Cf. Ct 2, 4: «Mi ha introdotto nella cella del vino».

34 «Dammi del vino».

35 Cf. Ct 5, 1.

36 Cf. Dt 4, 24: «Dio è fuoco divoratore».

37 «Acqua viva, fuoco, amore» (dall’inno «Veni Creator Spiritus»).

38 «O Dio accendi nel mio cuore il fuoco del tuo amore».

39 «Accendi in loro il fuoco del tuo amore».

40 «Rimane in eterno». Cf. Sal 116, 2 volg.

41 «Alla tua luce vedrò la luce». Cf. Sal 35, 10.


 
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