19. Il sigillo di Dio

19 Il sigillo di Dio

Si è soliti chiamare così tutto quanto è Croce, dolore e sofferenza, però a me pare, appunto perché il sigillo deve portare l’impronta peculiare di colui al quale appartiene, che sia l’amore e non il dolore il sigillo di Dio. Sì, l’amore è un sigillo e dove lo si trova lì c’è Dio e c’è qualcosa di suo. Se prendiamo la sofferenza come sinonimo e proprietà dell’amore per il fatto che Gesù ci ha mostrato il suo amore attraverso il dolore, più che con qualsiasi altro mezzo, allora si potrebbe chiamare anche il dolore con il nome di sigillo di Dio. Però il dolore in sé non è amore: uno può soffrire, soffrire molto e non amare per niente. Dio volesse che non fosse così e che non andassero perse tante sofferenze come invece quotidianamente succede perché coloro che soffrono non amano!

Ci sono martiri del lavoro, dell’ambizione, del rispetto umano, dell’amor proprio. Ciascuna di queste mire o passioni, porta con sé un cumulo di sofferenze, le quali sono molto lontane dall’essere il sigillo di Dio, perché in esse non c’è l’amore. Esso solo invece, anche se non è accompagnato da nessun’altra qualità, non solamente è il suo sigillo, ma è pure la sua stessa essenza divina, perché Dio è amore: «Deus Charitas est».46

Comunque, nonostante questa mia convinzione, dato che usualmente di preferenza si usa presentare il dolore come contrassegno dell’amore divino, perché è una cosa che salta di più agli occhi (l’amore rimane nascosto nell’anima), mi adatterò anch’io a questo linguaggio.

Un anno di perdite dolorose

Iniziai l’anno 1928, nel quale avrebbe dovuto ricevere tanti colpi il mio povero cuore, con una fervorosa consegna di tutta la mia anima a Dio, come deve fare un’anima che si è consacrata all’amore divino e per la quale la vita non ha altro scopo che quello di amare sempre di più Colui che ama; o meglio ancora, iniziai l’anno con l’abbandonarmi a Lui, dato che abbandonarsi è più che darsi.

Esattamente allo scoccare della mezzanotte, quando le sirene delle navi incominciarono a salutare il nuovo anno, mi alzai in fretta e corsi subito in coro per fare la mia consegna là dove mi attendeva il divino Solitario Sacramentato, che sapeva bene che quella era la mia abitudine. Mi immagino che dovette sorridere nell’udirmi dire: «Signore, vi rinnovo i miei voti, in particolare il mio voto di amore, con i quali mi sono consegnata a Voi con l’anima e con il corpo. Disponete liberamente di me e di tutte le mie cose in modo che venga maggiormente glorificato in me il vostro amore nel tempo e nell’eternità. Vi dò tutto e tutto accetto dalle vostre mani a condizione di amarvi di più e di farvi amare».

Ho detto che Gesù dovette sorridere perché, se io ignoravo l’avvenire, Lui lo vedeva bene e sapeva quello che il suo amore mi aveva preparato. Nell’udire la consegna probabilmente disse: «L’accetto. Quando la mia mano ti toglie o ti dà ciò che l’amore esige, ricordati che liberamente ti sei consegnata a me e non ritirare la tua donazione, anche se il tuo cuore grondasse sangue e lacrime amare cadessero dai tuoi occhi». Io mi immagino che Lui abbia detto questo e siccome le sue parole sono creatrici (perché fanno quello che pronunciano), furono senza dubbio quelle che sostennero la mia anima nelle prove dolorose che le stavano preparate. In mezzo ad esse tenevo ben presente la mia offerta. Era essa che mi sosteneva e mi faceva vedere la mano divina nella quale mi ero abbandonata e che era quella che operava dentro di me.

Morte del P. Arintero

Conoscevo già il grande dolore e lo stato di sofferenza del restare orfani, perché ero rimasta orfana di padre a otto anni. C’è però una maniera di essere orfani ancora più dolorosa. È per coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare un saggio e santo maestro che abbia guidato la loro anima per i sentieri del cielo con il disinteresse e l’amore paterno con il quale Dio la ama, per renderla beata, non soltanto durante i veloci momenti del tempo, ma anche eternamente nel seno di Dio. Io avevo avuto questa fortuna, nel santo direttore che guidava la mia povera anima da circa sette anni. Me lo aveva dato il Signore. Fu Lui che ci fece conoscere e che ci teneva tanto uniti nel suo amore, tanto da sembrare fatti l’uno per l’altro. È così forte l’amicizia in Dio!… Lo seppi perfettamente quando, per la paternità spirituale che Lui conferisce, essa giunge al grado di amore paterno e filiale.

Il 2 febbraio dell’anno citato ricevetti la lettera che mensilmente mi giungeva da Salamanca, come era indicato nell’intestazione, ma dalla calligrafia mi resi conto che non era quella che aspettavo del mio venerato Padre Arintero. Mentre mi veniva consegnata, il cuore presentiva qualcosa di doloroso, tra le altre ragioni perché era passato il tempo normale entro il quale di solito giungeva la risposta. Quando l’ebbi tra le mie mani, mi posi in ginocchio e offrii al Signore in anticipo le notizie che mi recava. La lessi davanti alla Madre, che pure aveva notato che la busta non presentava la scrittura del P. Arintero. Era dell’Amministratore de «La Vida Sobrenatural», Fra Angelo Serrano. Diceva così:

«Poche righe per chiederle, a nome del P. Arintero, che preghino molto per lui. È ammalato già da parecchi giorni».

Iniziammo subito preghiere in comunità. Mentre facevamo violenza al cielo, specialmente io con le mie novizie, si incrociavano le nostre lettere, ora con notizie confortanti, ora allarmanti. Le mie figlie del noviziato, nel vedere il mio dolore ed anche perché pure loro amavano teneramente il santo nonno, che qualche volta si compiaceva lui stesso di chiamarle mie nipotine, vennero a chiedermi il permesso di offrire la loro vita per ottenere di allungare la vita del caro ammalato. Lo diedi loro con piacere e andammo tutte in coro per fare l’offerta nella seguente forma, poiché non avevamo il tempo per chiedere il permesso al confessore:

«Signore, nei limiti che io posso disporre della mia miserabile vita e a condizione che sia di vostro gradimento, per la gloria vostra e il bene della Chiesa, vi offro (due, tre o quattro ecc.) anni della mia vita perché vi degnate di allungare quella di questo vostro servo. Accettate l’offerta per i meriti della passione e morte di nostro Signore e per la mediazione di Maria santissima. 7 febbraio 1928».

Il mio cuore di figlia non mi permise di offrirgli più della metà della mia vita, perché vivesse finché vivevo io e poi morire entrambi ed entrare insieme in cielo.

Il 16 febbraio mi scrissero:

«Sta molto peggio. Dio possa concedergli la salute, ma forse giunge l’ora di chiamarlo a sé. I medici non sanno più cosa fare. Gli ho letto la sua lettera: lei non sa quanto gradisce i suoi suggerimenti! Soffre, non solo il Padre, ma anche le persone che come noi lo amano…».

Tra le altre persone forse c’era in primo luogo la poveretta che sta scrivendo. Le nostre preghiere erano continue ed ogni volta sempre più fiduciose. Non dubito affatto che non siano state ascoltate, quantunque in modo diverso dai nostri desideri: furono ascoltate a beneficio di quella bella anima per la quale, nei decreti eterni, era già stabilito che fosse giunta l’ora della ricompensa eterna.

Il giorno 20, alle sette della sera, ricevetti il seguente telegramma:

«Il Padre Arintero è entrato in agonia. Lozano».

Costui era venuto espressamente da Corias (nelle Asturie) dove si trovava come Maestro dei Novizi per assistere negli ultimi momenti quel sant’uomo che fu suo Maestro di lettere e che era suo Padre spirituale e nello stesso tempo suo figlio, perché si confessavano a vicenda. Se la consolazione che la presenza del P. Lozano produsse nel venerando moribondo fu grande, certamente non fu di meno (in mezzo al dolore) il conforto che ricevette questo religioso, che amava e venerava tanto il P. Arintero.

Nonostante questa diretta e definitiva notizia, che trafisse la mia anima di dolore, le mie figlie, le novizie, vedendomi piangere, mi ripetevano: «Madre, non morirà, non morirà: abbiamo chiesto con tanta fede questa grazia, che Dio non può non ascoltarci!». Si capisce che Dio vide che era invece una grazia maggiore per lui passare al riposo eterno e per noi compiere il doloroso sacrificio di rimanere prive di un così sant’uomo.

In mezzo al mio dolore, ripetevo molte volte: «Benedetto sia Dio! Signore, adoro e venero le vostre disposizioni: come Voi avete fatto, va bene. Se ora Voi mi diceste di scegliere se avesse dovuto vivere o morire, io sceglierei quest’ultimo poiché è la vostra adorabile volontà». Tuttavia questa mia conformità al divino volere non impediva che il mio cuore fosse ricolmo di un sentimento di dolore. Mi accadeva quasi sempre, mentre pregavo per lui ed offrivo per la sua anima la Via Crucis che cadessero dai miei occhi lacrime amare. Sentivo così al vivo l’orfanezza interiore, così profondamente, che credo il Signore dovette avervi contribuito in un modo del tutto speciale perché la sentissi in quel modo. Mi sembrava che sarebbe stato sempre così e che non sarei più tornata ad avere una guida, né un Padre, nel mio cammino spirituale.

Il P. Lozano, suo nuovo padre spirituale

Rimasi in questo stato penoso, soprattutto durante gli otto giorni che seguirono alla sua morte, o fino a quando mi scrisse un Padre Domenicano di Salamanca, che assistette alla sua morte, per dirmi che il Padre già moribondo si era ricordato di questa miserabile figlia in quel passo estremo, stabilendo chi sarebbe dovuto succedergli nella guida della mia povera anima.

Questa lettera era inclusa in un’altra che lo stesso Padre aveva indirizzato alla Superiora, alla quale diceva quanto segue:

«Salamanca, 28 febbraio 1928

Rev.da Madre Superiora. Deusto.

Molto stimata in Gesù, il P. Arintero (che riposi in pace) prima di aggravarsi mi diede un piccolo incarico per lei, che oggi le trasmetto. Mi incaricò di chiederle, se lui fosse morto, che lei permettesse alla Madre Maddalena di continuare a trattare delle cose dell’anima sua con il Rev.do P. Sabino Lozano, che glielo assegnava come Direttore spirituale, pregandola ad avere tanta confidenza come con lui. Il P. Sabino era confessore del P. Arintero. Ed è stato lui che ha raccolto, per espressa volontà del P. Arintero, tutte le lettere riservate di coscienza, che formano una cassa molto grande .

Non dubito che, considerato il buono spirito delle sue figlie, si rallegrerà di questa decisione che può recare tanta tranquillità a lei e a loro. Il P. Arintero, dal cielo, pregherà per codesta comunità che tanto amava, perché continuino ad essere tanto buone: ogni giorno di più e più sante.

Suo devotissimo in Cristo Fra Angelo Serrano O. P.

P. S.: La prego di consegnare la lettera qui acclusa alla Madre Maddalena».

A me, lo stesso Padre, scriveva, tra le altre cose:

«Il P. Arintero si ricordava molto di lei. Le sue parole di consolazione e di conformità alla volontà di Dio lo confortavano molto. Il suo ultimo bigliettino è arrivato un’ora prima della morte e gliene lessero alcuni pensieri. Rimase cosciente fino all’ultimo respiro. Ci aveva incaricato di sussurrargli all’orecchio giaculatorie, specialmente quella dell’Amore Misericordioso. Quando non poteva pronunciarle, le dicevano gli occhi… Il P. Lozano, quando seppe che si aggravava, venne da Corias. Era il suo confessore quando stava qui e ora lo sarà per lei. Me lo aveva già detto prima il P. Arintero e domenica sera, davanti al P. Lozano, mi incaricò di scrivere, se fosse morto, alla sua Superiora (come faccio) perché le permettesse, con tutta libertà e fiducia, di comunicare con lui per le cose del suo spirito…».

In mezzo al mio grande dolore, queste delicatezze paterne del buon Padre dal suo letto di morte mi furono senza dubbio di immensa consolazione, ma ugualmente mi convincevano sempre di più che avevo perso un padre e una santa guida, facendomi sentire ancor più vivamente il dolore. A ciò contribuì anche il lungo silenzio del nuovo direttore, che non rispose subito a due mie lettere e mi fece tornare i pensieri e le paure dei primi otto giorni. Mi sentivo molto indegna della grande grazia della direzione e mi sembrava perciò molto logico che il Signore gli avesse fatto conoscere la mia mancanza di corrispondenza e che non avesse voluto perdere tempo con me. Alla fine, dopo un mese e otto giorni, mi scrisse, mostrandosi padre buono di questa povera orfana, disposto a sostituire quello che il Signore aveva tolto.47

L’ultima lettera del P. Arintero

L’ultima lettera che ricevetti dal P. Arintero porta la data del 19 gennaio 1928 ed è la risposta ad una mia che gli avevo inviato all’inizio dell’anno. Da uno stralcio che voglio trascrivere, si vedrà come le aspirazioni del padre andavano all’unisono con quelle della figlia verso l’eterno Amore, al quale ci trasportava con piacere di entrambi la velocità del tempo.48 Diceva così:

«Carissima figlia in Gesù: Lui la faccia totalmente sua, secondo il suo cuore e le conceda un anno nuovo colmo di novità dello spirito che ogni giorno deve rinnovarsi. Molto mi ha consolato la sua con tanta gioia di vedere… che il tempo passa… e che noi ci avviciniamo a Colui che desideriamo. Mi è di consolazione il vederla così coraggiosa ed anche il dirmi che la sua anima ebbe sempre direttori santi…, purché per un miracolo della grazia si verifichi anche nel presente, secondo quanto lei mi pronostica o desidera. Dovrà essere però per un miracolo. Perché ora vedo tutto oscuro e, nonostante i buoni desideri, non riesco andare al di là di essi. Desidero il Signore, desidero amarlo e che molti lo amino e a questo scopo lavorare per accendere, per quanto posso, il fuoco del suo amore».

Questi suoi ultimi desideri di far amare Dio, dovettero essere raccolti con piacere dagli angeli e portati davanti al trono di Dio, il quale presto avrebbe dato loro più perfetto compimento in cielo e la sua ricompensa, come se il Padre li avesse realizzati pienamente sulla terra, dove io, invece, devo portarli a realizzazione, finché il Signore mi concede tempo. Vedo però chiaramente che questo non può essere compiuto, se non con i mezzi che Dio stabilisce, cioè, sulla strada del sacrificio e del dolore.

Eletta Superiora a Deusto

Trascorso appena un mese dalla morte del Padre, la Rev.da Madre Superiora di questa casa ricevette una lettera dall’Italia dal nostro Rev.mo Padre Generale, con la quale la invitava a trasferirsi al monastero di Lucca per assumere l’incarico di Superiora. Da quella comunità erano infatti uscite diverse religiose per fare una nuova fondazione ed avevano bisogno che qualcuna assumesse quell’incarico. Tutte noi di questa casa avremmo voluto impedirlo, supplicandolo di lasciarcela ancora alcuni anni. In particolare lo desideravo io, che a ragione temevo che cadessero gravi responsabilità su di me, che ero la più anziana di professione. Il timore di dispiacere al Signore e di opporci ai disegni della sua provvidenza, ci fece lasciare le cose in mano ai Superiori, senza opporci alle loro decisioni.

Il 25 giugno si riunì il Capitolo conventuale, il quale decise di far ricadere sopra questa povera miserabile il temuto incarico del governo della comunità. Il 16 del mese successivo, festa della Vergine del Carmelo, offrimmo al Signore il sacrificio doloroso della separazione da quella buona Madre, che lo era stata per me per più di 16 anni e alla quale mi sentivo tanto unita e sopra la cui parola io mi appoggiavo nei dubbi e nelle responsabilità che mi imponeva l’ufficio di Maestra delle Novizie e per gli altri obblighi che pesavano su di me.

Posso dire che in un anno sperimentai la duplice orfanezza di Padre e di Madre, straordinariamente dolorosa. Rimasta alla testa di questa comunità, desiderai migliorare un po’ la sua penosa situazione per la ristrettezza della casa. D’accordo con le religiose, feci dei passi per acquistare un terreno dove fabbricare un nuovo convento, perché quello che occupavamo allora, a causa di un campo sportivo che avevano fatto di fronte e delle varie strade che pensavano di costruirvi tutt’intorno, a giudizio dei Superiori, non era più un luogo adatto per religiose di clausura, la cui vita deve essere tutta di raccoglimento, di orazione e di solitudine.

Il mio modo di fare non venne approvato da alcuni di quelli che avevano preso parte alla costruzione dell’attuale convento. Da qui ebbero origine delle contrarietà incresciose da parte di alcuni di fuori, che si infiltrarono dentro la comunità, a scapito della perfetta unione che c’era tra noi. A quelle di casa, siccome erano tutte molto buone, non fu difficile far comprendere che quelli che si mostravano contrari al progetto erano unicamente coloro che pensavano che le loro fatiche per fondare un convento qui risultavano vane. Mi dispiaceva vedere che eravamo causa di disgusti e di contrarietà, ma mi sembrò però cosa migliore soffrire un poco io e fare in modo che la comunità fosse sistemata meglio, piuttosto che abbandonare l’idea. Continuai a portare avanti il progetto finché potei, evidentemente soffrendo e lottando contro ostacali di ogni genere e contro quelli che maggiormente avrebbero dovuto aiutarci.49

Diverse malattie e decessi tra le suore

A tutto questo si aggiunse il dover lottare contro le malattie. Quando la Rev.da Madre Gertrude lasciò la comunità, c’erano diverse suore ammalate. Una era ammalata di tisi e in modo abbastanza grave. È facile immaginare quante preoccupazioni procurava una malattia del genere, in una casa così stretta e con tante giovani come era la nostra. Lasciando il noviziato e cominciando nell’incarico di Superiora, mi sistemai nella cella accanto alla sua per evitare il più possibile il contatto con altre e le impressioni che avrebbero potuto nascere il giorno in cui fosse morta, che si prevedeva non sarebbe stato lontano. Nel far questo, cioè, nel prendere per me quello che ripugnava alla natura, avevo sempre presente che vi ero obbligata per voto fatto di scegliere sempre il più perfetto. Anche se lo adempio molto male e talvolta nelle cose di poca importanza me lo dimentico, in quelle invece che mi sono chieste per dovere o che sono un poco più importanti, il voto mi incitava e mi dava forza per fare quello che forse senza il voto non avrei fatto; perciò sono contenta di averlo fatto.

Nei tre anni seguenti, passarono a miglior vita tre religiose, una per anno e tra le migliori. Il fatto diede motivo di pensare che in questo convento sarebbero morte tutte. Dissero che era perché non davo loro da mangiare e perciò morivano di fame. Queste chiacchiere, come si capisce, diradarano le vocazioni, a tal punto, che non c’era più chi volesse entrare, neppure offrendo loro la dote e ammettendole senza niente. Così passò il primo triennio, nel quale sperimentai tutto il significato della parola incarico. Alla scadenza, venni nuovamente eletta dal Capitolo.

Coincise con i giorni in cui avvenne il cambio del governo civile spagnolo da monarchico a repubblicano. Incominciarono così sofferenze di altro genere, ma perfino più dolorose di quelle descritte finora, per le quali abbiamo fatto professione di amore a Dio. Giorni dolorosi per la Chiesa, a causa dell’infernale persecuzione nella quale ci troviamo ancora e per quella serie ininterrotta di fatti dolorosi da tutti conosciuti. Essi fecero passare ai religiosi momenti di paura e di angoscia, di sacrifici e di privazioni senza numero, specialmente per la spaventosa crisi economica che si fece sentire anche nella nostra comunità, riducendo gli introiti di circa cinquemila pesetas all’anno.

Gioia intima in mezzo a tante angustie temporali

Tutto questo successe o ebbe inizio a partire dall’anno citato, nel quale il Signore mi privò del Padre e della Madre. Non nego che mi fu necessaria molta fede, abbandono e confidenza in Dio per andare avanti senza venir meno, come pure per incoraggiare (come era mio compito) tutte le altre, sostenendo il morale e la situazione economica della comunità, a tal punto che quasi le religiose non s’accorsero dei giorni e delle ore di tristezza, di preoccupazione e dolore che necessariamente deve provare chi governa in tempi di calamità.

Non vorrei che, per la triste storia che in succinto ho appena riferito, qualcuno mi immaginasse abbattuta sotto il peso di un incarico insopportabile, oppressa da tristezza e affanno. Quanto si sbaglierebbe chi pensasse una tale cosa! Ho parlato solo dell’aspetto esteriore, o della corteccia, ma più avanti, se il Signore mi darà vita e tempo, dirò un po’ delle gioie e della dolcezza interiore che la grazia unì sempre alla sofferenza e delle quali inondava pure la mia anima. Il peso che io portavo era quello di Gesù; era quel giogo del quale Lui stesso ha detto: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (cf. Mt 11, 30). Se non si può cessare di soffrire per le offese che si fanno a Dio con le persecuzioni contro la Chiesa, quanta gioia intima e indicibile Lui fa sentire a noi che siamo beati per essere l’oggetto di tali persecuzioni! Per Lui noi siamo perseguitati e gli altri ci disturbano nella nostra pacifica dimora… Per Lui noi ci immoliamo sulla Croce di queste sofferenze volontarie e le soffriamo per quelli che sono la causa del nostro calvario a imitazione del nostro divino Sposo, che morì sulla Croce per quelli che lo crocifissero, i quali sono stati i primi a godere del frutto della sua santissima passione e morte. Così ama Gesù e così amiamo noi che abbiamo la fortuna di essere consacrati a Lui. Così sento di amare io e per questo ho sempre goduto e mi sono sentita felice anche in mezzo al dolore. So che queste croci e dolori si cambiano in amore per noi che amiamo Dio e così siamo sempre felici e nessuno potrà mai strapparci la nostra felicità…


46 Cf. 1 Gv 4, 8.16: «Dio è amore».

47 Effettivamente il P. Sabino Martínez Lozano si assunse l’incarico della direzione spirituale della Madre Maddalena già dalla morte del P. Arintero, per disposizione di questi. La lettera alla quale allude la Madre Maddalena porta la firma del P. Lozano e la data 25 marzo 1928. E’ stata pubblicata in un grosso ed interessantissimo volume tutta la corrispondenza tra il P. Lozano e la Madre Maddalena dall’anno 1928 fino agli inizi del 1960, quando essa morì (cf. En la cima del Monte Santo, correspondencia espirituale entre el P. Lozano O. P. y J. Pastor C. P., a cura di P. Arturo Alonso Lobo O. P., Salamanca 1972, pp. 736). P. Sabino Martínez Lozano nacque il 30 novembre 1882 a Llano (nelle Asturie). A 16 anni entrò nel convento dei Padri Domenicani di Corias e a 24 anni fu ordinato sacerdote. Rivestì l’incarico di Maestro dei novizi per 23 anni consecutivi e fu direttore della rivista «La Vida Sobrenatural», fondata dal P. Arintero, della quale fu assidua collaboratrice anche la Madre Maddalena, per ben 30 anni. Morì santamente a Salamanca il 29 gennaio 1966.

48 La lettera alla quale si riferisce qui la Madre Maddalena è la n. 54 che le scrisse il P. Arintero. Cf. Hacia las cumbres de la unión con Dios. Corrispondenza espiritual entre el P. Arintero y J. Pastor, Salamanca 1968, p. 302; J. PASTOR – G. ARINTERO, Al centro dell’amore. Corrispondenza spirituale 1922-1928, pp. 418-419.

49 Il trasferimento del monastero da Deusto in un’altra località più idonea per la vita claustrale costituì una costante preoccupazione della Madre Maddalena e le procurò una grande quantità di contrarietà e notti insonni. Dovette partire per Lucca (Italia) senza vedere realizzati i suoi desideri. Solo molti anni più tardi (il 5 gennaio 1953) le religiose Passioniste riuscirono a lasciare Deusto e stabilire la loro comunità nella zona di Bilbao conosciuta con il nome di Begoña, prima in un’abitazione provvisoria e poi il 13 giugno 1958 nel nuovo monastero.

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