3. La grazia nella mia anima

3. La grazia nella mia anima

Nonostante le difficoltà e le prove di cui ho parlato, l’ho detto e lo ripeto, in Spagna mi trovavo molto felice e beata. Anche per quanto riguarda l’aspetto materiale potevo dire quasi altrettanto, dato che le difficoltà e le privazioni a cui dovemmo far fronte in Spagna, erano nulla in confronto a quelle patite durante la persecuzione in Messico. Qui infatti ci trovavamo in pace e tranquille, senza le paure e i pericoli di là di venir scoperte e riconosciute, e questo ad ogni momento (poiché non c’era né tempo né luogo sicuro), di dover pertanto fare le pratiche di pietà e le devozioni di nascosto (fino a non poter pregare in coro con il tono che eravamo solite usare). Tutto questo ci faceva pensare che ora, trovandoci qui libere da tali angustie, era come se stessimo in cielo. È necessario passare per questi momenti per poter dire e assicurare, come sto facendo io, quale sofferenza o stato di violenza siano mai questi per persone religiose. Ho detto che anche per l’aspetto materiale mi sentivo felice e soddisfatta, in quanto tutto contribuiva ad aumentare la contentezza intima che la mia anima provava, inondata dalla grazia divina. La felicità di cui ora parlo, conviene osservarlo, è soltanto quella che dipende non da cose esteriori, ma dalla vita di fede, di abbandono e di unione con Dio, una felicità che è sempre a disposizione e alla portata dell’anima, se non è apertamente infedele e negligente nel suo servizio, ponendo con ciò ostacoli alla sua grazia.

Unione della propria volontà con quella di Dio

Non parlo pertanto di felicità o allegria superficiale e passeggera, ma di quella vera che si trova in fondo all’anima e che mi sembra derivasse dall’unione della mia volontà con quella di Dio. Mi concedava Lui stesso, per la sua misericordia, di vederlo e di riconoscerlo in tutto quello che succedeva e di ricevere tutto dalla sua bontà e amore.

Poco tempo dopo essere arrivata in Spagna, scrissi al mio buon Padre Ignazio, che si trovava a Roma, informandolo di questa mia gioia e contentezza. A conferma di questo conservo una lettera di quel tempo che il sopracitato Padre mi aveva inviato, nella quale scrive:

«Roma, SS. Giovanni e Paolo, 2-3-1916.

Reverenda Madre Maddalena, Deo gratias! Deo gratias!2 Questa mattina mi è stata consegnata la sua lettera. Dopo averla letta con sommo piacere, ho avuto un buon motivo per ripetere: Deo gratias! Deo gratias! Quale cambiamento di cose da quando è partita da Lucca fino ad arrivare dove si trova ora!

Croci e prove veramente non gliene sono mancate. Dio ha voluto così prima di darle una dimora stabile. Deo gratias! Ma tenga sempre presente che il patire non finirà, dato che è questa la condotta del Signore con le anime che Lui ama di più. Occorre tenere anche sempre presente che Lui è con noi. Gesù ci ha aiutati ieri, ci aiuta oggi e ci aiuterà domani e sempre, se vogliamo. Coraggio, allora e sia disposta a tutto per condurre a Dio sulla via della perfezione molte buone giovani spagnole prediligendole a quelle di altre parti. Anch’esse sono figlie di Adamo e pertanto, nonostante siano naturalmente docili e inclinate alla virtù, è sempre necessario esaminarle bene e procedere con molta diligenza e attenzione.

La Madre Presidente di Lucca ora si è rimessa. Sembrava quasi che volesse andarsene in cielo, ma le mancava ancora il passaporto.3 Preghiamo il Signore perché ce la lasci ancora un poco.

Suppongo che sappia che è morta la Sorella Nazarena con una morte veramente preziosa. Io, per grazia di Dio, sto sempre bene. Molti ricordi alla Madre Presidente e alla Sorella Teresa. Gesù le benedica tutte. Ignazio di santa Teresa Passionista».

«P. S. Mi scrive la Madre Teresa dicendomi di farle sapere che ha sentito molto la sua mancanza causata dal fatto di essere rimasta in Spagna. Desiderava che tornasse a Lucca. Dio ha disposto altrimenti».

Questo desiderio di mia sorella credo che non fosse determinato dall’amore naturale, ma dalle circostanze in cui si trovava la comunità. Nel frattempo anche la Madre Giuseppa mi esprimeva lo stesso desiderio in una lettera datata qualche tempo dopo il mio arrivo in Spagna. Mi diceva:

«Figlia mia in Gesù, sono molto preoccupata per la Madre Gemma, che ha un gran mal di stomaco ed io non so chi mettere al noviziato, la Madre Teresa e la Madre Gertrude non mi sembrano adatte per l’ufficio di Maestre. Alle altre non si può nemmeno pensare, perché sono giovani, con un anno appena di professione. Spero e desidero che lei torni qui. Ha capito? Che la Madre Presidente faccia i passi opportuni perché costì ci venga una religiosa di Corneto-Tarquinia, poiché là ne hanno molte. Venga».

Valore ed importanza della carità

Dio mi aspettava in Spagna; e con questo è detto tutto. Io pure posso dire che aspettavo qui il Signore, aspettavo quell’incontro che la mia anima tanto desiderava… Lo aspettavo e non era lontano. La grazia mi andava disponendo e avviando sul cammino per quel felice incontro mediante un aumento della vita di fede e di abbandono alla divina provvidenza. La mia anima si nutriva di fede e di amore e questo la fortificava e la purificava. Avvertivo io stessa che la grazia operava in me, posso dire che lo toccavo con mano e gioivo soffrendo sotto la sua azione divina. Durante la malattia della Madre Gabriella, mentre la curavo, quante grazie mi concesse il Signore! Quanta luce comunicava alla mia anima! La principale fu quella di comprendere il valore e l’importanza della virtù della carità e come in essa si fondino e si basino tutte le opere che vogliano essere di gloria e di servizio di Dio. Senza questo fondamento in esse non c’è né può esserci né vita, né stabilità.

La luce che il Signore mi dava a questo riguardo era così viva e chiara da essere sicura che, se la possedesse in egual misura qualunque persona che si sente chiamata a compiere opere di gloria di Dio, la prima cosa che farebbe per assicurarne il successo sarebbe quella di dedicarsi alla carità con il prossimo. Se non avesse occasioni per praticare questa virtù, le andrebbe cercando con insistenza ancora maggiore per conseguire il fine che intende raggiungere.

Un esempio chiaro di questo lo abbiamo nella vita del nostro santo Padre san Paolo della Croce, il quale (essendo stato scelto da Dio per fondare un Istituto religioso missionario e avendo udito dalla bocca dello stesso Dio la promessa che l’opera si sarebbe realizzata) si consacrò per sempre, obbligandosi con voto, al servizio degli ammalati nell’Ospedale di S. Gallicano. Il Dio di carità che gli aveva chiesto la prima cosa, gli domandò pure, come mezzo per disporvisi, l’esercizio della carità, spingendolo a consacrarsi con un voto ad una simile impresa. Dio lo visitò però con una malattia, obbligandolo in questo modo a lasciare l’Ospedale. Si rivolse ad un vescovo perché chiedesse al Sommo Pontefice la dispensa del voto che aveva fatto.

La carità fraterna è una disposizione necessaria e indispensabile per ogni opera di Dio, tanto che nella proporzione con cui questa si esercita, e non di più sarà pure il risultato e la crescita a cui giungerà la cosa intrapresa o ideata, sia per quanto concerne i disegni di Dio su un’anima, come di qualunque altra missione a cui la destini. Io avevo una missione da compiere, una missione di amore. Da ciò, quindi, derivava che mi era necessario più che mai l’esercizio di questa virtù che doveva costituire, in certo modo, le fondamenta dell’edificio che il Signore per realizzarlo si sarebbe poi servito di me.

Infermiera di una religiosa

Chiunque dal punto di vista umano penserebbe che in una fondazione, dove a causa della scarsità dei mezzi si poteva appena vivere, chiunque, ripeto, direbbe che una malattia come quella che affliggeva la Madre Gabriella, impossibilitata a tutto e bisognosa di molte cure ed attenzioni, era un carico, un peso, una croce. Forse un tempo avrei pensato anch’io la stessa cosa, ma ora e allora, con la luce che Dio mi aveva dato a questo proposito, pensavo e penso in maniera ben diversa. Io, grazie a Dio, ero abituata a vedere il Signore in tutto e a riconoscere ciecamente, nelle disposizioni della sua provvidenza, il suo paterno amore e la sua bontà, che tutto opera e permette per santificarci e farci degni di Lui. Con questi sentimenti accolsi la mia malatina impegnandomi a compiere con lei i doveri di infermiera. Ero sacrestana e infermiera… «Che fortuna», mi dicevo, «avere questi due uffici; in maniera straordinaria, mi tengono in relazione diretta con Gesù; infatti Lo servo ugualmente sull’altare e nell’inferma».

È forse strano che mentre mi occupavo di questo, riconoscevo e apprezzavo la mia fortuna di trovarmi sempre vicino a Gesù, ora sul suo trono di amore sacramentato, ora sul trono di dolore accanto al letto dell’inferma, Lui mi abbia comunicato le sue grazie in misura più copiosa e inviato lumi speciali? Nulla di strano. È del tutto naturale sentire, vedere e conoscere meglio Colui con il quale si vive e al quale si è più vicini.

Questo era quello che successe a me e mi è successo molte altre volte trovandomi con le ammalate e in sacrestia, benché con le ammalate assai più. Se tutte lo sapessero, credo che non ci sarebbe chi si nega o si rifiuta di essere infermiera, anzi chiederebbero con insistenza al Signore e ai Superiori perché concedessero loro questo ufficio. Quanta fatica occorre per raggiungere qualche virtù e la vittoria su noi stessi e, soprattutto, lo spirito di orazione e di raccoglimento! L’infermiera che fa con amore e diligenza il suo dovere riceverà grazie e assai abbondanti. Lo spirito di orazione è come una conseguenza di questo ufficio per l’infermiera che lo esercita con spirito di fede e di amore.

Nella persona dell’ammalata io non vedevo che Gesù sulla Croce: le sue sofferenze mi ricordavano le sofferenza di Gesù; la sua pazienza e bontà nel sopportare i dolori del suo male, la pazienza e la bontà del divino Paziente, vicino, molto vicino al quale io mi sentivo quando mi trovavo con la mia cara malatina. La mia anima ricevette molta luce, specialmente a riguardo della carità e dell’obbedienza verso i Superiori. Ricevetti pure illuminazioni speciali sulla grazia della vocazione.

Il Signore, che è così generoso e sempre si compiace di mostrarsi tale con noi sue creature, mi concedeva forse queste grazie in cambio di qualche vittoria o superamento di certe ripugnanze che provavo, perché è sicuro che gli davo tutto ciò che Lui mi chiedeva. Ero così decisa su questo punto che se non mi fossi attenuta all’obbedienza, avrei sicuramente superato i limiti del giusto, pensando che Dio mi domandava di più di quello che in realtà potevo.

Al termine del mio ufficio di infermiera, con la morte della Madre Gabriella, il Signore mi diede anche la forza per gli ultimi servizi, vale a dire, di vestirne la salma e disporla nella bara. In questo dovetti farmi una discreta violenza, perché mi faceva molta impressione. Ma, come ho detto, davo tutto al Signore e Lui mi ricompensò abbondantemente di tutto. Mi sembra che da allora mi sia rimasta una stima molto grande di questa virtù della carità, molta brama e facilità di praticarla.

Eccellenza dell’obbedienza

A riguardo dell’obbedienza, Dio mi fece comprendere quanto sia una cosa buona e come sempre indovini l’anima che resta unita ai suoi legittimi superiori e pensa come loro. Come era andata male a quelle poverette che erano rimaste in Messico, per non aver pensato come aveva pensato la Madre, che era la legittima Superiora! Io ricordo che, trovandoci davanti al dubbio se restare o andarcene, uno dei motivi che mi fece decidere di andarmene fu quello di restare unita alla mia Superiora e credere che, pensando come lei, ero più sicura di adempiere la volontà di Dio e i suoi sovrani disegni su di me. Ora vedevo con gioia che questi si andavano compiendo. Sentivo nell’intimo della mia anima, in modo molto chiaro e spirituale come una corrente divina che mi inondava e sembrava che mi trascinasse al mio Dio, nel quale trovavo tutto.

A fomentare questa vita interiore mi aiutò molto la buona giovane che si trovava con noi come postulante. A volte ci comunicavamo i lumi e le grazie del Signore per incoraggiarci a vicenda alla santità e alla perfezione del divino amore, abbandonandoci volentieri tra le braccia della divina provvidenza, disposte a fare e a soffrire tutto quello che avesse voluto da noi. La giovane si chiamava Maria Echeverria, era diretta spiritualmente da Don Alejandro, quel sacerdote del quale ho già parlato. Di lui mi trasmetteva pure i suoi saggi insegnamenti e le istruzioni dottrinali piene di spirito, perché li trovava molto adatti alla mia anima. Mi consigliò di parlare con lui, e desiderai di farlo, perché con il confessore che avevamo non riuscivo ad intendermi bene. Non sapevo come soddisfare questo mio desiderio, perché non osavo (da sciocca) dirlo alla Madre. Raccomandai la cosa al Signore, fidandomi di Lui, come avevo cercato sempre di fare e sempre mi era andata bene.

Un giorno quando meno lo pensavo, il sacerdote venne al convento e la Madre stessa, dopo essere stata un po’ a parlare con lui, mi suggerì di andarci io. Quanto è buono il Signore e quante volte dovrò ripeterlo… Sì, quanto è buono il Signore verso questa povera e miserabile creatura! Parlando con lui, esperimentai ancora meglio di quello che pensassi come fosse pieno di Dio questo suo servo benedetto. Ci intendemmo subito perfettamente, nonostante io parlassi tanto male il castigliano. Sembrava che le nostre anime si vedessero e si sentissero. Il fatto era che noi ci trovavamo tutti e due sotto lo stesso sguardo di Dio, che tutto rischiara ed illumina e fa capire quasi senza bisogno di parole.

Pensieri mistici

Uscita da questo primo colloquio con un così degno ministro di Dio, mi feci, di quanto mi disse, una sintesi scritta che metterò qui di seguito per ricordarmelo:

«17 aprile 1916, Lunedì Santo.

Memorie…

Dio è con noi; non dobbiamo andare a cercarlo lontano… Dio è Spirito, spirito nella nostra anima: per Lui e di Lui viviamo. È questa una verità certa di fede… Non lo pensiamo, non ce ne rendiamo conto: qui è il male. La pace, la tranquillità, questa serenità che avvertiamo è Dio. Sì, è Lui. Noi non ce ne rendiamo conto, ma è così; si sente Dio in noi e lo si ode persino, sì, lo si ode. La pace, la serenità, non può darla se non Dio. Il demonio non può darcela: è un frutto dello Spirito Santo. Conviene lasciare la preghiera vocale e ascoltare Lui, che ci parla… Quando interiormente ci sentiamo raccolte, mai per nessuna cosa al mondo dobbiamo interrompere questo raccoglimento per metterci a recitare delle preghiere o a leggere, a meno che non si tratti di cose a cui siamo obbligate; per il resto mai. Se stessimo dipingendo e venisse qualcuno a chiederci il pennello, gli diremmo: «lasciami, lasciami, te lo darò dopo».

Dopo aver commesso una mancanza, non dobbiamo intrattenerci a lungo a fare atti di pentimento e di proposito; è meglio andare avanti; l’amore consuma tutto. Non è più santo chi commette meno mancanze: la misura della santità è l’amore. Gesù è il nostro Redentore, ci redime in ogni istante dalle nostre mancanze! La maggior ingratitudine che possiamo commettere è quella di non approfittare dei tanti mezzi che il Signore ci ha dato per la nostra santificazione. Con un atto di contrizione riceviamo il perdono dei peccati, anche mortali. Che cosa è la contrizione? La contrizione perfetta non è che un atto di amore, senza amore non c’è contrizione perfetta; pertanto nell’amore sono inclusi anche la contrizione e il proposito. Per ricevere il perdono delle nostre mancanze è molto più perfetto fare atti di amore, senza tanto pensare al dolore e al proposito. È questo un punto molto interessante… Facciamo profitto della grazia attuale senza preoccuparci dell’avvenire».

Lettere del suo nuovo Padre spirituale

Ebbi il vantaggio di poter conferire altre volte, per disgrazia purtroppo poche, con questo benedetto servo del Signore quando veniva per ascoltare Maria, che era diretta spiritualmente da lui. Qualche volta comunicai con lui anche per scritto. La prima lettera che gli scrissi fu per informarlo di un favore che il Signore mi aveva concesso nella festa della Santissima Trinità, anniversario del mio ingresso in convento.

Mentre recitavo l’Ufficio Divino, mi sentii trasportare in spirito in cielo, davanti al trono della Santissima Trinità e compresi il grande bene e l’amore immenso di Dio che c’è nell’aver ricevuto il dono della santa vocazione e come, per far sentire ad un’anima questa preziosa chiamata, concorrono in un modo speciale le Tre Divine Persone. Formano come un consiglio di amore e l’amore risolve, decide e opera nell’anima beata alla quale è destinato quel dono. In essa trionfa l’amore, che la sostiene e la conduce a portare a termine l’opera perfetta della conformazione a Gesù, alla quale è chiamata ogni anima religiosa, se è fedele alla sua vocazione. Compresi questo e molte altre cose ancora, che volentieri riferirei se non mi dilungassi troppo. Se il Signore mi darà vita dedicherò qualche capitolo o qualche scritto specifico per trattare esclusivamente di questo argomento, per adesso continuerò la mia storia.

Nel comprendere l’amore delle Tre Divine Persone alla mia povera anima, sentii come se mi mancassero le forze e la parola. Pensai che stavo svenendo sotto il peso di tanta bontà.

Volentieri trascrivo per intero la lettera di risposta alla mia dove gli parlavo di questo, sicura che come fece a me tanto bene lo farà ugualmente a quelli che il Signore vorrà che leggano questo scritto. A questo fine è diretto: far del bene alle anime e guadagnarle all’amore di Gesù.

«14-VII-1916.

Rev.da Madre Suor Maddalena.

Molto amata nel Signore, la sua lettera mi ha fatto molto piacere, poiché si vede chiaramente attraverso tutto quello che il Signore le concede, che lei è chiamata ad essere tutta sua. Le misericordie che Dio riversa nella sua anima, lei le apprezzi come un tesoro di valore inestimabile, perché quanto più le stimerà, tanto più si sentirà a Lui obbligata e più impegnata ad essergli fedele.

La felicità! Oh, che parola breve, ma quante cose racchiude! Essere fedele al Signore deve essere l’ideale di ogni anima sincera, altrimenti non si potrebbe dire che in noi ci sia volontà di cooperare a quanto in noi Lui voglia fare ed è davvero tanto! L’azione di Gesù in ognuna delle anime è così completa che opera in ognuna come se fosse la sua unica creazione, in cui vuol far brillare i suoi divini attributi. Da qui lei potrà dedurre o calcolare quali prodigi di amore e quali meraviglie Gesù sia disposto a realizzare nelle anime che gli sono sottomesse.

Gesù, sorella mia, è Dio in tutto, perciò le sue cose non si possono misurare con calcoli umani. È necessario pertanto esercitare assai la fede nei suoi divini misteri che, per quanto noi li possiamo penetrare, vi resteremo sempre lontani. Sembra incredibile che ci siano tante anime di sentimenti cristiani e piene di buona volontà che non scoprano il segreto della vita, che non si rendono conto che Gesù è il nostro tutto, senza il quale non possiamo far nulla; che complicano tanto la vita spirituale quando Lui ci ha detto: Io sono la Via, la Verità e la Vita.

Ringrazi molto Dio perché le è toccata la fortuna di essere nel numero delle anime che sono giunte a questa conoscenza.

Posta nelle disposizioni in cui si trova, apra il cuore alla speranza e, quanto più miserabile si vede e più povera e debole si sente, confidi che lo Spirito Santo opererà in lei ancor più grandi prodigi. Gesù è un Signore che si compiace dei piccoli e si vanta di far brillare i suoi divini attributi nelle anime che valgono meno perché così risalti di più e meglio la sua onnipotenza. Si persuada che tutto quello che le andrà dando successivamente, sarà così semplice che nulla più le diventerà impossibile, anzi la sorprenderanno le operazioni della grazia per la loro stessa semplicità. Deve essere così: diversamente, come potrebbe l’anima mantenersi risoluta e decisa a seguire Gesù fin dove la vuole condurre? È così povera e miserabile la nostra condizione che, per poche complicazioni e ostacoli che vi si pongono innanzi, deve necessariamente riconoscersi impotente a portare a felice conclusione l’opera della sua santificazione.

Mi chiede che le chiarisca le impressioni del giorno della Santissima Trinità e, come è mio dovere, ho il sommo piacere di soddisfarla.

I lumi che ricevette sulla sua vocazione religiosa hanno come fine di creare nel suo cuore una stima e un apprezzamento grande verso lo stato che ha abbracciato. Se nell’ambito naturale succede che quanto più apprezziamo le cose tanto più ne abbiamo cura e il loro possesso ci dà gioia più profonda, lo stesso succede nel campo dello spirito. Perché noi consideriamo i doni di Dio con delicata cautela ed essi producano nel nostro cuore l’impressione soprannaturale che sono chiamati a produrre, di unirci sempre più strettamente a Lui, è sempre necessario che noi incominciamo con lo stimarli. Si può dire che questo è quasi l’unico modo per disporci alla fedeltà della quale prima le parlavo, perché non è possibile che l’anima ammiri le finezze di Dio verso di lei e si mostri indifferente. Poiché tutto quello che riguarda Dio per noi è incomprensibile, la grazia della vocazione religiosa rinchiude abissi così profondi che la vita intera non basta a penetrarli: quanto più il Signore la illumina, tanto più lei si vedrà ogni volta più stupìta della predilezione di Dio verso di lei.

L’impressione di stanchezza che seguì a queste illuminazioni che Gesù le comunicò e l’unione divina che sentì, è in accordo con quella parte naturale del suo essere che non è ancora totalmente preparata a ricevere le operazioni superiori della grazia; per questo non può che con fatica portare il peso di Dio. Come lei sa molto bene, la nostra natura è molto corrotta dal peccato originale, perciò, fino a che non si sia purificata del tutto, non si presta docilmente all’azione della grazia. Quando Dio, vincendo la sua resistenza, la invade, si sente sfinire e spossata.

Il dolore fisico delle ossa, non fu nientr’altro se non che l’averle fatto sentire il Signore un pochino le sue sofferenze corporali e fisiche.

Il significato spirituale di entrambe le sensazioni è questa: la spossatezza che provò la sua parte fisica nel sentirsi prostrata sotto il peso di Dio, in realtà non è stato altro che il modo con cui Gesù le ha fatto conoscere, in maniera sensibile, il carico così pesante che lei è ancora per Lui. Questo a causa della resistenza che la sua natura, non ancora completamente purificata, pone all’azione della sua grazia, ragion per cui in realtà non è lei la spossata, ma Gesù e la sua divina stanchezza, comunicata alla sua persona che lungi dal debilitarla, la irrobustisce. Non veda, perciò, la sua stanchezza, ma quella di Gesù e si renda conto che è in Lui tutta la sua fortezza.

Del dolore delle braccia faccia la stessa considerazione. Vi veda qualcosa dei tanti dolori che per suo amore sopportò Gesù e come questi sono gli unici nei quali lei può trovare il sollievo per tutti i mali, dolori e sofferenze della vita presente.

Prima di terminare, mi permetta di congratularmi molto di cuore per il bene grande che le vuole Gesù. Sia molto semplice con Lui e vedrà che misteri le andrà rivelando.

Suo aff.mo Padre che nel nome del Signore la benedice Alejandro de Ajuria».

Questa dottrina corrispondeva perfettamente a quella che mi insegnava il Signore nell’intimo dell’anima. Si dànno casi di anime che hanno avuto la fortuna di provare gli effetti che si producono in loro quando sospirano per Dio e per la verità, ma nello stesso tempo manca loro la conferma che dà la parola di chi parla in nome di Dio e offre sicurezza. Quando, finalmente, trovano questa persona, o qualcuno che le comprenda, che approva o conferma quello che esse conoscono, comprendono ed esperimentano nella loro stessa vita, allora esse si rendono esattamente conto del gran bene che ciò comporta per il loro vantaggio spirituale, godono della santa letizia che inonda la loro anima, sanno che hanno un gran tesoro che devono difendere fortemente.

Questo è quello che successe a me quando mi incontrai con questo gran servo di Dio. Le sue parole cadevano nella mia anima come una soave rugiada del cielo. La sua dottrina e direzione risultava così appropriata per me che credo di poter dire che la comprendevo perfettamente e l’assimilavo con la facilità con la quale il bambino assimila il latte materno. Per me era come un latte che ricevevo dal seno paterno e materno del mio Dio, nelle cui braccia mi sentivo e che vedevo e riconoscevo nel suo ministro. Come sentivo che con quel nutrimento la mia anima si andava irrobustendo e acquistando nuova forza e nuovo vigore! In un’altra lettera, che gli scrissi, gli riferii gli effetti che producevano in me le sue parole, come pure tutto ciò che lui mi insegnava e diceva. A questa nuova lettera mi rispose con la seguente, che pure voglio trascrivere qui quasi per intero.

«Suor Maddalena di Gesù Sacramentato. Lezama.

Amatissima mia nel Signore, a giudicare da quello che dice si vede che Gesù vuole, per ora almeno, che sia io a dirigerla. Se interpreto così bene i suoi sentimenti, in modo che lei può capire, solo Lui può essere quello che vi sta in mezzo; diversamente, come sarebbe possibile che noi coincidessimo nelle nostre valutazioni? Se nella mia lettera precedente le indicavo di apprezzare molto i doni di Dio, oggi devo dirle che, eccezion fatta per la misericordia grande che Gesù ci fa di darci se stesso, non c’è grazia maggiore della grazia della direzione. Sebbene sia vero che le anime, quando confidano molto in Lui, escono sempre vittoriose, io non so perché, ma è altrettanto sicuro e vero che sono molto rare quelle anime che dispongono di un Padre spirituale che le comprenda. Posso assicurarle che il Signore mi ha fatto vedere su questo punto cose molto strane e quasi inspiegabili.

Per quello che si vede, Gesù la vuole favorire anche con questa grazia. Non si dimentichi che non a me, ma a Lui deve attribuire quello che di buono posso dirle e che, per lo stesso motivo, è nel suo interesse che io ottenga dalla sua divina misericordia la grazia di cui ho bisogno per guidarla bene. Da parte mia posso dirle che assumerò le cose della sua anima con il massimo interesse, giacché è Gesù che me lo raccomanda.

Preghi un po’ per me il suo amato Sposo, perché sia un suo degno ministro.

Riceva la benedizione dal Padre che in Gesù la stima molto Alejandro de Ajuria».

Come mi sentivo riconoscente per questa bontà del Signore! Non ho parole per esprimerlo. Avrei voluto che tutto il mio intimo come anche il mio esteriore si sciogliesse di amore verso Colui che mi dimostrava tanto amore con le grazie che affluivano alla mia anima dal suo Divin Cuore in così grande abbondanza. Giungevano precisamente per mezzo di questo suo degno ministro che me le faceva conoscere e apprezzare meglio.

Finché godevo di questa bontà del Signore, non cessavo di pensare che nell’economia della grazia, la divina provvidenza alterna sempre i favori e le ricompense con i sacrifici e le sofferenze, dando alle anime i primi come per prevenirle e disporle in ordine a qualche speciale e dolorosa immolazione. Avevo molto presente tutto questo, ma non diminuiva per questo la mia felicità, neppur minimamente. Comprendevo bene che la mia felicità non si basava, né aveva come causa, i godimenti attuali che provavo, ma era dovuta al fatto che la grazia risiedeva nella mia anima, anche se a volte non si lasciava sentire. È essa, sostanzialmente, l’unico e solido motivo di ogni gioia e felicità, anche in mezzo ai più penosi sacrifici. È in questi che l’anima purifica maggiormente la sua virtù e il suo valore.

E Voi, o Signore, che mi davate luce per riconoscere tutto questo, siate per sempre benedetto e lodato. Concedetemi di potervi pure benedire e lodare eternamente in cielo. Amen.


2 «Rendiamo grazie a Dio».

3 P. Ignazio allude alla proibizione che lui stesso, suo Direttore spirituale, le diede di morire, come già era successo in un’altra circostanza quando Madre Maddalena era ancora in Italia ed aveva saputo la cosa dalla Madre Gemma Giannini. Una mattina, al ritorno dalla Messa, la Madre Giuseppa disse in confidenza alla Madre Gemma: «Gesù mi ha detto che presto mi porterà in cielo» e in vista di questo le dava istruzioni opportune. Madre Giuseppa ne informò subito il P. Ignazio, il quale le rispose che non solo non le dava il permesso di morire, ma che aveva anche pregato Gesù di conservarla in vita, perché quella comunità in formazione ne aveva ancora bisogno.

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