5. Il nuovo nido

5. Il nuovo nido

Il 29 settembre 1918 si effettuò il tanto desiderato trasferimento dalla piccola comunità di Lezama a Deusto, nel convento che i nostri buoni Padri, con l’aiuto di persone caritatevoli, vi avevano edificato e nel quale attualmente ci troviamo.

Trasferimento a Deusto

Ho detto tanto desiderato perché, da quando eravamo arrivate dal Messico, erano passati già due anni e mezzo senza poter dare inizio alla fondazione canonica dell’opera. Il vescovo aveva assicurato che finché non fossimo arrivate a Deusto non avrebbe permesso che le postulanti prendessero il santo abito e iniziassero il noviziato. È quindi facile immaginare quello che il trasloco significava per loro e per noi. Ma io avevo un altro desiderio: appena messi i piedi nel nuovo convento avrei voluto avere nelle nostre mani il documento del vescovo per incominciare legalmente dal primo giorno il cammino della comunità. Avevamo già sospirato abbastanza per questa grazia. Avevamo avuto tante delusioni circa i necessari permessi da rendermi un po’ diffidente, nonostante ci assicurassero che quando avremmo preso possesso della nuova casa il vescovo avrebbe dato l’approvazione. Però, che farci? A me questo non piaceva e, dato che le creature (compreso il confessore) non mi prestavano attenzione, ne parlai alla mia celeste Madre e Direttrice presentandole il mio vivo desiderio e sfogando con lei il mio cuore, poiché non potevo farlo con altri. Ai piedi di Maria ebbi la ferma convinzione che Lei avrebbe soddisfatto il desiderio di questa sua povera figlia, anche se prima volle mettere alla prova un po’ la mia fede.

Incominciai la novena delle tre Ave Maria facendo in modo che l’ultimo giorno coincidesse con quello del nostro trasferimento. Ero così sicura di ricevere la grazia, che mi sembrava di averla già ricevuta. Venne però il giorno della partenza, eravamo già a Deusto e non c’era nulla di nuovo. Io non dicevo nulla a nessuno, ma tra me pensavo: «Mi sembrava di esserne così sicura e invece che sarà successo?…».

Al mattino seguente venne il Padre a celebrare per la prima volta la Messa, con la quale Gesù scendeva a prendere possesso della sua nuova casa. Io ero era alla ruota della sacrestia. Il Padre, appena giunto, chiamò, pose nella ruota una busta aperta del vescovo e girò la ruota dicendo: «Madre, lì dentro c’è l’approvazione del vescovo; è arrivata iersera al convento». Come restai nel sentire questo! È facile immaginarlo. Era esattamente la stessa ora in cui noi arrivavamo ed entravamo in casa. Non so dire quello che provai vedendo quella carta. Mi sembrò di riceverla dalle mani di Maria. Da questa data aumentò il mio amore e la mia fiducia verso questa tenera Madre e verso la devozione o novena delle «tre Ave Maria». Provo ora un grandissimo piacere nel consegnare allo scritto questa grazia di Maria santissima per incitare le anime, e particolarmente le mie consorelle, alla gratitudine, alla fiducia e all’amore a una così benevola Madre.

Le opere di Dio si fondano sul sacrificio

A questa mia grande consolazione seguirono presto in quei mesi contrarietà, sacrifici; tutte cose sulle quali passo sopra, poiché si ricava poco vantaggio a ricordarle. Si può però dire che ogni passo in avanti che facevamo nell’opera di fondazione, il Signore ce lo faceva pagare con nuovi sacrifici e sofferenze. Se lo ricordino coloro che il Signore chiamerà per l’avvenire in questa santa casa.

Queste sono state le fondamenta, fondamenta quali convenivano ad un edificio innalzato sul Calvario, ai piedi della Croce di Gesù. Lo si sappia e ci si rallegri nel vedere il sigillo delle opere di Dio e nel sapere che la sua mano divina ci sostenne, diversamente, senza di Lui, tutto sarebbe probabilmente crollato nel suo nascere. Questo ci serva ad animarci perché ognuna innalzi con serenità il grande edificio della sua propria santificazione. Questo ci dà la sicura speranza che tutte quelle che faranno parte di questa comunità saranno sante religiose, come me l’assicurò pure quel santo ministro del Signore, Don Alejandro Ajuria.

Trascrivo qui un brano di una certa lettera che mi scrisse perché mi facessi coraggio e mi mettessi quale strumento incondizionatamente a disposizione di quello che il Signore volesse fare di me. Credo sarà indubbiamente di grande consolazione anche per coloro che la misericordia del Signore chiamerà a servirlo in questa casa.

Dice così:

«… Se Gesù la vuole come suo strumento, Lui appianerà tutte le difficoltà e altre maggiori che potranno presentarsi. Non dimentichi che ciascuno di noi ha da fare la parte che nella provvidenza di Dio ci è stata assegnata nella sua opera. Molto del Signore, secondo il mio povero giudizio, è questa fondazione. Tanto del Signore mi pare, che difficililmente si troverà qualche altra fondazione che porti così evidenti i suoi segni. Ancora di più: non solo mi sembra e credo che la voglia stabilire proprio qui, ma anche che tutte saranno modelli di religiose e questo convento sarà tra quelli più beneficiati da Gesù».

(Questa lettera me la scrisse quando abitavamo a Lezama).

Che così sarà ed è, sia infinitamente ringraziato il Signore, lo si vide e lo si vede, dal fatto che tutte le religiose che sono entrate sono anime molto desiderose di santità e disposte a qualunque sacrificio. Le vocazioni non mancheranno mai se osserveremo la nostra santa Regola, ma esse furono particolarmente abbondanti in quegli inizi.

Poco dopo la professione una delle più giovani si ammalò ai polmoni e dopo tre anni morì. Questo non è stato il peggio, c’erano altre cose che penetravano di più nell’anima… Chi si mette in opere che sono per la gloria di Dio, deve essere preparato a tutto. Tutto è poco per dar vita a una comunità di anime di orazione e di sacrificio, cose che al demonio bruciano più del fuoco dell’inferno, come lo stesso confessò al nostro santo Padre (san Paolo della Croce) quando si occupava della fondazione del nostro primo monastero di Corneto-Tarquinia. Con un convento di anime contemplative, lo Sposo divino ha un giardino in più dove riposarsi e ricrearsi e la santa Chiesa una fortezza in più dove possano prendere le munizioni necessarie i soldati che vanno alla battaglia, cioè la forza segreta, frutto dell’orazione, che rende fecondo il suo ministero e il suo apostolato; unicamente per mezzo di essa i ministri di Dio riescono vincitori sui nemici della Chiesa.

Del resto, noi Passioniste di Lucca, o figlie di quel convento, abbiamo un obbligo speciale di pregare per la santa Chiesa, perché il Papa quando diede il permesso per fare quella fondazione aveva posto come condizione specifica : «quella di offrirci vittime per le necessità della santa Chiesa». Questa condizione fu da noi tutte accettata volentieri, e Dio, trattandoci come tali, sottopose tutte noi che appartenevamo a questa casa a prove straordinarie e molto dolorose, ma gradite ai nostri cuori, che sperano con questo mezzo di adempiere in qualche maniera la missione che ci era stata affidata.

Tristi notizie per la comunità di Lucca

Giacché ho fatto menzione della comunità delle religiose di Lucca, voglio dire qualcosa di essa, cioè, dello stato in cui si trovava quando noi venimmo a Deusto. Anch’esse avevano dovuto percorrere la loro Via Crucis e salire il loro Calvario simile al nostro e forse anche più lungo e doloroso. Dovettero abbandonare la dolce pace del convento e andare di casa in casa, come noi in Messico.

La guerra omicida di quel tempo, che aveva obbligato quasi tutte le comunità religiose a cedere la loro pacifica dimora al governo perché servisse da albergo o da ospedale ai profughi e ai feriti, sottopose a questo destino così doloroso anche le mie povere consorelle. Dovettero abbandonare la loro pacifica dimora e rifugiarsi in una casa di benefattori.

Da questa casa mi scrisse un biglietto la Madre Giuseppa con le seguenti parole:

«Carissima Madre Maddalena, ricevetti il suo biglietto e le rispondo subito. La lettera di cui Lei mi parla non è arrivata, ma si spiega: se, come Lei dice, era lunga, questa ne è la causa, perché le lettere lunghe non giungono, o meglio giungono con molto ritardo. Per ora è meglio che scriva biglietti.

In gennaio abbiamo avuto la visita del Padre Generale, ma non può fare nulla per noi. Il nostro convento è diventato un vero porcile. È abitato da trecento profughi e feriti della guerra omicida che ci fa presagire tempi ancor peggiori. Preghiamo molto Dio; siamo sue e, anche se ci mette alla prova, non ci toglierà dalle sue mani».

Notizie dettagliate di quelle prove me le mandava mia sorella, Madre Teresa, in una lettera che mi scrisse pochi giorni dopo aver abbandonato le sacre mura del convento. Trascrivo solo qualche tratto per non dilungarmi troppo e solo per sottolineare come le sue sofferenze e i suoi sacrifici aumentassero i miei, perché io amo e considero la comunità di Lucca, e in effetti lo è, come la casa paterna, perché lì sono nata per Dio alla vita religiosa.

«Spero che abbiate ricevuto le lettere con le quali vi informavamo del dispiacere e della pena in cui ci trovavamo per il timore di dover abbandonare il nostro amato nido. Difatti, così è successo. Il tredici di maggio, con il dispiacere che può immaginare, fummo obbligate ad uscire dall’arca. Gesù, come sempre, anche in questa dolorosa circostanza, è stato con noi Padre amoroso, permettendo che un tetto amico ci facesse la carità di ospitarci. Ora, dopo gli sconvolgimenti dei giorni scorsi, prendo la penna, approfittando del primo momento libero, per informarla di tutto…

Da mesi, quando già si prevedevano questi dolorosi eventi che poi sono accaduti, la signora Marianna Pierazzini che tu ben conosci, nostra amorevole benefattrice, ci aveva offerto in caso di necessità la sua villa o chalet di sant’Alessio, dove mi trovo mentre scrivo, usando come tavolo la finestra dalla quale contemplo i meravigliosi monti vicini. Chi avrebbe mai pensato, quando eravamo unite, quello che Dio ci aveva preparato sia all’una che all’altra! E tuttavia, Dio già sapeva i sacrifici che ci avrebbe chiesti e vedeva la nostra fedeltà nel corrispondervi. Durante il breve tragitto da Lucca a qui, che facemmo in due vetture, con la mente andavo evocando la dolorosa storia e le tue notizie dal Messico. Trovandomi nelle stesse circostanze pensavo che, se entrambe gli resteremo fedeli, anche in cielo ci verrà preparata una eguale corona. Già da tempo mi sembra che, benché separate, Gesù ci tratti alla stessa maniera, chiedendoci gli stessi sacrifici e le stesse prove.

La volta scorsa, mentre scrivevo, il delegato della prefettura (dicono che sia un capoccia della massoneria), in compagnia di un altro, arrivò per visitare il convento e due giorni dopo ci venne l’intimidazione formale a lasciarlo. Incominciammo subito i lavori, liberando presto il luogo che doveva essere quanto prima a sua disposizione. Il 10, venerdì, al mattino, si presentò nuovamente il delegato e, nonostante che ci occorresse ancora molto per finire, disse che senz’altro per la sera voleva le chiavi. Poi, vedendo che non ci era possibile, a forza di suppliche e preghiere ci concesse altri due giorni».

E qui mia sorella fa una lunga descrizione delle cose della chiesa e della sagrestia che hanno dovuto lasciare da una parte e dall’altra e le spese e i sacrifici inerenti a tutto questo… Parla anche della piccolezza della casa, insufficiente per ospitare una ventina di religiose ecc. Conclude dicendo:

«Ho voluto dirti tutto con sincerità pensando che, siccome tu ha già passato queste prove, il Signore ti avrà dato grazie per saperle apprezzare come conviene. Siamo di Dio! L’unica cosa che dobbiamo fare è abbandonarci interamente nelle braccia amorevoli di Dio e aspettare tutto da Lui. Tutti dicono che dobbiamo essere preparate a cose ancor peggiori. L’iniquità è arrivata a tal punto che sembra essere portata in trionfo. Continua il peccato e non c’è da meravigliarsi che continuino le conseguenze!

Don Bosco è veramente un grande santo. Ora si vanno compiendo le sue profetiche predizioni. Se tu potessi leggere la sua vita, vedresti. L’ho data da leggere a mamma e le piace tanto che non si stanca mai di leggerla. Dice che l’ha imparata a memoria. Vuole fare di lui una fotografia grande per averlo sempre presente. Poveretta, così si distrae un poco dalle sue preoccupazioni.

Cara Sorella, quante cose cambia e risolve il tempo nel suo rapido corso! Ora mi sembra di vedere tutte le cose da un punto ben diverso da come le vedevo alcuni anni fa, e penso che succeda lo stesso anche a te. Preghiamo l’una per l’altra per mantenerci sempre più fedeli a Gesù!».

La Madre Giuseppa aggiunse a questa lettera le poche parole che seguono:

«Carissima Madre Maddalena, avendo incaricato la Madre Maria Teresa che le trasmetta nostre notizie dettagliate, a me non resta altro che aggiungere solo che preghino molto, molto, non solo per noi, ma anche per tutte le altre religiose, giacché più o meno siamo tutte nelle stesse condizioni e temiamo il peggio. Abbiamo mandato a casa le postulanti e noi siamo venute qui. Dei giorni dobbiamo andare a Lucca e là restarci qualcuna per i problemi riguardanti Gemma e per vedere di difendere quello che abbiamo lasciato in alcune stanze chiuse. Di nuovo preghiere, preghiere. Madre Giuseppa».

Povera Madre! Dico Madre e non povere Sorelle mie di Lucca, perché lei era anziana e piena di acciacchi e quella fondazione le era costata tanti sacrifici. Dopo aver sistemato le cose così bene come sul momento stavano, proprio ora, quando era prossima alla fine, vedere di nuovo la comunità senza casa e senza sapere quello che l’avvenire riservava loro! La cosa più probabile le sembrava che non sarebbero potute più ritornare in quel convento.

«Non so quel che sarà di noi —diceva—; qui siamo molto strette e senza poter ammettere quelle che lo desiderano, finché il nostro convento è abitato da trecento tra feriti e malati, tisici, cancerosi e con malattie ancora peggiori. Quando lo lasceranno, ci sarà tanto da spendervi che non so se si potrà e converrà».

Per chi ha profuso anni di fatiche e ogni genere di sacrifici per fondare una comunità religiosa e la vede in poco tempo ridotta in quelle condizioni, è indubbiamente una prova molto dolorosa. Lo era soprattutto per lei, perché si vedeva senza forze e senza salute per intraprendere di nuovo quelle fatiche. Le altre erano religiose giovani. Se il Signore voleva provarle un poco con il sacrificio, riflettevo io, chiederò a Dio che dia loro la forza per soffrire con merito e così si faranno sante. Già sapevo per esperienza quanto è proficuo per l’anima il sacrificio, non solo visto e contemplato nell’orazione, ma vissuto e accettato con amore, unendolo a quello di Gesù e della sua santissima Madre.

Le mie preghiere per quella comunità erano incessanti; ma soprattutto per la Madre, che portava la maggior parte del peso in quelle tribolazioni, insieme ad altre intime sofferenze più dolorose ancora di quelle che si vedevano… Sofferenze proprie di anime grandi, come dice santa Teresa: la contraddizione dei buoni. Erano le ultime purificazioni con le quali lo Sposo divino disponeva quell’anima alle nozze eterne. Povera Madre!

Copio qui per intero una sua lettera che conservo con altre come una venerata reliquia.

«Sant’Alessio, 28 febbraio 1919.

Carissima Madre Maddalena, quanto benedico il Signore per tutte le misericordie che ha avuto con noi! Lui si serve di tutte le cose per i suoi santi fini. Gli avvenimenti della vita umana gli permettono di realizzare le sue magnifiche opere. Ci sono giunte molto gradite le sue buone notizie. Deo gratias! Deo gratias! Dio è fedele e chi spera in Lui, alla fine sarà consolato.

Le notizie gliele manda la Madre Teresa, io, come lei desidera, dovrei farle un sermoncino o una conferenza. Ma, che posso dirle? Io, povera vecchia, sono rimasta molto, molto indietro, mentre voi tutte state volando nelle regioni celesti su aerei spirituali di massima potenza ed avete direttori e direttrici santi e sante che parlano faccia a faccia con Dio (cf. Es 33, 11), con la Vergine, con i Santi… Che vuole che le insegni, se tutte voi potete insegnare a me? Io vorrei proprio sapere solo una cosa e la sto studiando; quando l’avrò imparata bene, allora faremo una stupenda conferenza, ma per ora non posso dirle altro che: A, a, a, nescio loqui.5 La mia conferenza si compendia in tre parole con le quali dico molto, anzi dico tutto. Sono queste: 1° Gesù; 2° mio; 3° misericordia! Sarebbe già d’avanzo la prima parola, composta da due sillabe soltanto (Gesù); su di esse si potrebbero scrivere volumi di meraviglie da riempire non solo il mondo, ma anche il paradiso. Le anime della più alta contemplazione, compresi gli stessi angeli e i santi del cielo non arriveranno mai a comprenderla interamente e a descriverla: Gesù il Verbo fatto uomo per noi, la sua grandezza, il suo amore. Questo Gesù che tutti i giorni possiamo dire mio, perché si dà in cibo a tutti, è lo stesso a cui chiediamo misericordia, per la sua sola e grande bontà e dal quale la speriamo. Per la sua misericordia, la sua grandissima misericordia, otterremo misericordia. In questo modo anch’io Misericordias Domini in aeternum cantabo.6 Ora, che sia notte profonda nell’anima, o sera, o giorno, il ripetere queste tre parole consola, rianima e dà vigore. Viva Gesù!

Carissima Madre Maddalena: Omnia tempus habent, tempus plantandi et tempus evellendi, tempus flendi et tempus ridendi,7 tempo di guerra e tempo di pace… Per la mia anima è un tempo che Salomone non ha descritto, perché lui non l’ha avuto. Preghi per me e preghi molto, perché molto, molto ne ho bisogno. Non sia così concisa nelle sue lettere, perché a me e a tutte fanno molto piacere. Il nostro più sincero augurio alle novizie; ricordi alla Rev.da Madre Presidente e a Madre Teresa da parte mia e di tutte. È morta a Corneto la Madre Agostina. Preghiamo per tutte. Mi creda sempre la sua affezionatissima in Gesù Crocifisso, Maria Giuseppa, Passionista».

Questa lettera, una delle ultime della venerabile Madre in risposta ad una mia nella quale le parlavo della nostra consolazione per la vestizione delle prime tre novizie e dell’ingresso di altre, rivela bene lo stato di sofferenza di questa santa anima, prescindendo delle altre cose esteriori. La consolazione per la crescita della comunità sarebbe stata senza dubbio maggiore se avessimo potuto ricevere simili notizie dalla comunità di Lucca, da me tanto amata. Anch’essa l’attendeva il suo Calvario e, prima di giungervi, doveva passare per diverse stazioni dolorose. Dopo essere state ospitate per alcuni anni nella casa di una benefattrice, vedendo che si prolungava la restituzione del proprio convento, furono obbligate, per le ristrettezze del luogo, a prendere in affitto parte di un convento delle Clarisse nella stessa città di Lucca.

Lì, in casa d’altri, il Signore chiamò all’eterna ricompensa la Madre Giuseppa. È più facile immaginare che descrivere l’immenso dolore della comunità che rimaneva orfana della sua prima Madre e fondatrice e in circostanze così critiche: si trovavano senza casa e senza speranza di poterla avere presto. Quando i soldati abbandonarono il loro convento, si trovava ridotto a uno stato di sporcizia che ripugnava viverci, se non si fossero fatti grandissimi lavori di pulizia. Per questo motivo le monache approfittarono dell’occasione favorevole che si presentò loro e decisero come cosa più conveniente di venderlo. Dopo quasi due anni, comprarono un immobile con abitazione fuori città. È quello dove abitano ora e lo adattarono come poterono a convento, con un costo in sacrifici e denaro incalcolabile. Poverette!

Così vanno le cose di questa miserabile vita. Più avanti, tornerò su qualche aspetto di questi eventi dolorosi. Ora ci basta quanto detto per dimostrare una volta in più come su questa terra non esiste gioia, quantunque buona, che non sia rovinata da qualche spina di dolore. La più pura e completa è quella che si abbraccia con più amore, nonostante le punture dolorose che feriscono sempre la natura umana.

Grato ricordo di Lucca e Deusto

Così cercavo di fare io e lo proponevo anche alle mie buone consorelle di Lucca. Le desideravo felici, anche in mezzo ai loro dolori, perché è certo che la vera felicità si può trovare in ogni momento e circostanza e maggiormente ancora nei momenti dolorosi, dato che la felicità risiede nell’intimo dell’anima che vive unita a Dio e non dipende dalle cose esteriori, suscettibili di tanti cambiamenti e mutamenti. Di questa verità ero già ben convinta all’epoca alla quale mi riferisco, quantunque oggi lo sia molto di più. Da questa data, con quante grazie e luci Dio ha favorito, per sua pura bontà, la mia povera anima! Più avanti le farò conoscere al lettore, per ora le ricordo confusa e riconoscente. Spero di non dimenticarle mai, come non dimenticherò né in terra né in cielo la comunità di Lucca e di Deusto, dove in maniera speciale le ho ricevute.

Deusto! Oh, quanto ho ricevuto qui dal mio Dio! Qui ebbero inizio diversi periodi della mia vita spirituale, qui il Signore mi manifestò molti suoi disegni sulla mia povera persona e mi diede le grazie per adempierli. Qui mi mandò prove, lotte e tribolazioni e nondimeno me ne aspetta qualche altra…

Comunità di Lucca e di Deusto: tutte e due siete mie, vi tengo ambedue nel mio cuore e vi terrò sempre presenti nelle mie orazioni finché vivo, e dopo, quando sarò in cielo, affinché ci siano sempre in voi anime sante, elette, di cui si compiaccia lo Sposo divino.

Lucca: culla della mia vita religiosa, dove io morii misticamente e ricevetti la nuova vita mediante la santa professione dei voti. Deusto: in parte hai ricevuto da me la vita. Ricordati che quello che io ti ho dato, l’ho ricevuto io stessa prima dalla comunità di Lucca. È interesse di entrambe, perciò, che siate tutte e due sante, modelli di comunità e che vi amiate sempre di un amore speciale. Amate Gemma, perché è a lei che dopo Dio e la Vergine santissima io devo il mio essere Passionista. Lei mi vide e mi conobbe in spirito prima che vestissi il santo abito della passione e pregò per ottenermi questa fortuna. Così, se il convento di Lucca si chiama ed è il convento di Gemma Galgani, il convento di Deusto si chiamerà sempre figlio del convento di Lucca, dal quale uscì colei che scrive e chiamate vostra, anche se si chiama ed è solo Maddalena di Gesù.


5 Cf. Ger 1, 6: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare».

6 Cf. Sal 88, 2: «Canterò senza fine le grazie del Signore».

7 Cf. Qo 3, 1a. 2b.4a: «Per ogni cosa c’è il suo momento (…). Un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. (…) Un tempo per piangere e un tempo per ridere».

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