9. La guida provvidenziale

9. La guida provvidenziale

«Signore», esclamava il Profeta, «tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno (cioè nel momento in cui ne hanno bisogno). Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni» (cf. Sal 103, 27-28). Se è così in senso materiale, lo è molto di più in senso spirituale, poiché a Dio sono infinitamente più care le nostre anime che i nostri corpi. Se avessimo fede viva in queste parole dello Spirito Santo cesserebbero subito tutte le preoccupazioni degli uomini in entrambi i sensi, cioè in tutte le loro necessità dell’anima e del corpo. Ma quanto poche sono le anime di fede! O provvidenza divina del mio Dio, vi chiedo perdono per me e per tutte le anime per la mancanza di fede che commettiamo contro di Voi! Si dice di aver fede, di crdere nella bontà di Dio, ma praticamente non appare nella nostra vita, non si pensa che siamo noi il felice oggetto delle occupazioni di Dio e del suo eterno pensiero e che il suo cielo è occuparsi di farci del bene.

Bisogna vivere di fede

Al punto in cui ci troviamo della presente storia, per la misericordia di Dio, mi sembra che personalmente fossi già abbastanza fondata in questa vita di fede pratica. In questo mi aiutò molto la relazione, anche se fu breve, con quel santo Don Alejandro e con la giovane Maria Echevarría. I suoi gesti e insegnamenti mi lanciarono con maggior lena nelle regioni della fede, oscura per i sensi, ma luminosa e sicura per il cuore che non cerca né brama se non l’amore. Ma, nonostante questo, ora vedo più chiaramente di allora le mie imperfezioni. Non ero completamente libera da certi raziocini e da un’eccessiva azione propria che si opponeva alla perfezione di questa teologale e sublime virtù. Ora mi sembra di essere più radicata in essa, specialmente in relazione alla provvidenza divina. Il tempo e le circostanze mi hanno fatto vedere cose tanto meravigliose e tenere!…

Chi è giunto a leggere fino a questo punto la mia storia, avrà indubbiamente apprezzato come in tutta la mia vita risalti sempre in maniera speciale la provvidenza amorosa di Dio verso la mia povera anima. Da qui in avanti però lo vedrà ancora meglio e spero che gli serva questo per fare qualche passo e salire dei gradini in una virtù tanto importante, poiché è la base della vita spirituale. Questa speranza è quella che mi muove a presentare dettagliatamente certi casi e fatti di cui parlerò ora, con lo scopo di far conoscere sempre meglio l’incomparabile valore di questa vita di fede e di abbandono nelle braccia paterne di Colui che ci creò e redense.

Dopo aver fatto senza risultato i tentativi che ho appena esposti per incontrare qualche ministro del Signore con cui consultarmi sulle cose della mia anima, rinunciai di tentare ulteriormente, accontentandomi di offrire a Dio i miei desideri e la relativa sofferenza. Pensavo di non meritare la grazia della direzione. Don Alejandro me ne aveva infuso una considerazione e stima maggiori ancora di quelle che io avevo, nello stesso tempo mi aveva fatto vedere quanto fosse rara, o quanto poche siano le anime che avevano una buona direzione.

Ai ripetuti stimoli della grazia secondo i quali era opportuno che avessi un direttore, rispondevo offrendo le mie sofferenze, perché non sapevo più cosa fare. Con ciò cercavo di vivere tranquilla tra le braccia del Signore che vedeva e sapeva tutto. Questo pensiero che Dio tutto sa, che vede e conosce il nostro più intimo essere è stato sempre la consolazione più grande di tutta la mia vita. Lo era in modo speciale in circostanze come la presente, in cui non sapevo cosa fare e non era in mio potere far altro se non raccomandarmi al Signore con l’orazione.

Entra in scena il Padre Arintero

Nel gennaio del 1921 iniziò la pubblicazione della rivista «La Vida Sobrenatural», della quale già dissi quanto attesa e desiderata fosse da tutti.12 Leggendo il suo primo numero che a quanto pare ci prestarono, la comunità rimase molto desiderosa di tornare a leggerla. Si lesse in refettorio, poi in ricreazione se ne parlò molto. Si fecero commenti sugli articoli e i redattori, scambiandoci domande le une le altre e infervorandoci ulteriormente nel desiderio di leggerla. Alla vista di questo, la Madre decise di fare l’abbonamento.

Approfittò di questo motivo per scrivere al direttore della stessa, il Molto Rev.do P. Maestro Fra Juan González Arintero, Domenicano, che risiedeva a Salamanca. Di lui e dei suoi articoli evidentemente si parlava di più che degli altri, perché era la figura principale. «Sembra un santo e un dotto», dicevano tutte; «magari potessimo conoscerlo, parlare con lui, consultarlo su questo, su quello!». Io ascoltvo tutto e me ne rimanevo apparentemente come insensibile, senza quasi dire nemmeno il mio parere, mentre sentivo nel mio intimo una contentezza e soddisfazione simile a quella di uno al quale si sta avvicinando un ideale, o una chiarezza luminosa che va svelando un punto che bramava vedere nell’oscurità e che non poteva raggiungere, anche se io certamente ignoravo quale fosse questo ideale e questo punto. Era il mio cuore che prevedeva e sentiva che c’era qualcosa per lui.

La conclusione di questo desiderio della Madre e delle altre fu che lei avrebbe scritto al direttore della citata rivista, invitandolo a venire a farci visita (benché dubitassimo molto che potesse venire per le occupazioni che supponevamo avesse). Il nostro timore che non venisse si mutò quasi subito in certezza, perché da quando la Madre gli aveva scritto passarono alcune settimane senza ricevere risposta.

Dubitavamo, perché non conoscevamo ancora il cuore di quel venerabile Padre. Esso infatti aveva per tutti la parola di incoraggiamento e consolazione e arrivava a tutto: sembra proprio che i santi si dividano e si moltiplichino per compiacere e fare del bene a tutti.

Provvidenziale incontro di due anime sante

Un mattino, il 2 febbraio 1922,13 verso le dieci, chiamarono alla porta. L’incaricata andò ad avvisare la Madre che c’era in portineria il P. Juan Arintero, Domenicano. La Madre, felicemente sorpresa, mi chiamò subito per dirmelo ed io sorridendo le dissi: «Ne approfitti, Madre, poi darà qualcosa a me…».

Esternamente mi mostrai indifferente e senza alcun entusiasmo, ma nel mio intimo avevo come un’idea fissa che quel Padre lo mandava il Signore con una missione per la mia anima. Questa convinzione fu quella che mi fece rimanere tranquilla, senza osare di pronunciare nemmeno una parola con la quale mostrassi di voler andare, perché supponevo che non avrebbe avuto nemmeno il tempo per soddisfare il desiderio di tutte quelle che io sapevo lo avevano già chiesto alla Madre. Ci sono circostanze in cui la creatura deve fare qualcosa e ce ne sono altre in cui tutto fa e vuole farlo il Signore. La presente era una di queste. Perciò io non mi muovevo e tacevo. Dio sapeva tutto, la Madre anche: che bisogno c’era delle parole? Benedico mille volte il Signore che mi concesse la grazia di farmi restare tranquilla confidando in Lui e libera di quegli affanni che in apparenza sembrano buoni, ma in realtà servono soltanto ad indisporre gli animi e a non trarre alcun profitto dalle parole dei ministri del Signore.

La conversazione della Madre durò circa tre quarti d’ora. Rimase allo stesso tempo contenta ed in pena perché, mi disse, «non l’ho capito bene; ho perso molto di quello che mi diceva perché non sapevo come fare a parlare con quel tubo di gomma» (infatti il Padre era un po’ sordo e non capiva bene se non gli si parlava per mezzo di uno strumento o megafono, che era un po’ fastidioso e difficoltoso per chi non era abituato ad usarlo).14 Dopo la conversazione della Madre con il P. Arintero, un’altra religiosa andò da lui e vi rimase per un quarto d’ora; poi una terza e una quarta che vi rimasero pochi minuti (forse per gli stessi motivi della Madre e cioè perché era per loro difficoltoso parlare in quel modo). Io tacevo, ma osservavo come chi sta aspettando qualcosa e pensando: quante ancora andranno o avranno chiesto alla Madre di andarci? Per loro io ero disposta a sacrificare il mio desiderio al Signore. In quel momento, la Madre mi chiamò per dirmi che non ce n’era più nessuna: se volevo andarci io, ci andassi pure, lei mi consigliava di andare.

È facile immaginare che io accettai volentieri la proposta, senza mostrarlo tanto: feci come se fossi indifferente. Mi sentivo del tutto calma e serena come poche volte o mai mi era successo quando andavo a parlare con qualcuno delle cose della mia anima, soprattutto la prima volta. Tuttavia il cuore mi batteva e mi ardeva in modo insolito mentre si avvicinava il momento del primo incontro con quel benedetto servo del Signore. Da quella data dovevo avere con lui relazioni spirituali così intime, che avrebbero segnato un periodo speciale della mia vita.

Parlammo alla grata del parlatorio e senza la tendina che noi eravamo solite avere, o che la santa Regola ci ordina, perché, per il motivo già detto della sordità, bisognava far passare attraverso la grata il tubo di gomma che lui si metteva all’orecchio. In questo modo dovemmo necessariamente vederci. Credo che il Signore avesse disposto così, anche perché era conveniente che noi ci vedessimo. Non so dire quello che noi due in quel momento provammo: io, da parte mia, posso rivelare che, nel trovarmi di fronte a lui, più che il Padre Juan vidi e conobbi la sua bell’anima.

Sì, le nostre anime si videro e nello stesso istante si conobbero e si compresero mirabilmente per una intuizione speciale: perché Dio in quel momento dovette guardarci tutti e due ed è sotto il suo sguardo divino che si formano le vere amicizie, che si uniscono le anime, perché così si amano e si comprendono molto meglio che con le parole, senza vedersi costretti a doversi parlare nella forma detta; lo esperimentai io molto bene.

Nonostante quella difficoltà, ci passò via volando quasi un’ora. Incominciando a parlargli, mi scusai dicendogli che non parlavo bene il castigliano. Mi incoraggiò dicendomi che capiva perfettamente l’italiano; che perciò io parlassi una lingua o l’altra a seconda che mi uscivano più facilmente le parole. Disse che era stato diversi anni a Roma, che aveva desiderato conoscere il P. Germano, Passionista e che gli dispiaceva molto di non aver potuto avere quella soddisfazione. Udendo questo, io gli disse che il P. Germano era stato mio direttore spirituale, che avevo avuto con lui relazioni molto intime, che lui mi aveva voluto molto bene ed io a lui. Si rallegrò moltissimo di tutto. Parlammo un po’ di Gemma Galgani, della quale, disse, che era molto devoto e che portava sempre con sé un’immagine-reliquia della stessa.

Non mancò il ricordo del mio convento di Lucca, che in un certo modo era di Gemma, perché il Signore l’aveva chiesto a lei. Gli parlai della santa Superiora che mi era toccata in sorte di avere e di essere da lei formata alla vita religiosa. Poi, quasi senza accorgermi, poiché successe tutto molto dolcemente e soavemente, senza ombra di violenza, entrammo nelle cose della mia anima, dicendogli tutto con una facilità sorprendente.

Tra le altre cose chiesi il suo consiglio intorno a qualcosa che mi rendeva abbastanza preoccupata in quei giorni, ed è la seguente. Il confessore già da alcuni mesi mi aveva detto che gli era venuta l’idea di farmi scrivere la mia vita; mi ripeté questo più volte, aggiungendo che chiedessi al Signore di fargli conoscere che, se fosse la sua volontà, mi desse Lui questo ordine. Quando pregavo con questa intenzione, mi sembrava di capire di sì: Dio lo voleva, e ne ebbi quasi una conferma da ciò che già raccontai essermi successo durante la ricreazione, allorché la Madre mi ordinò di scrivere l’autobiografia. Gli parlai della mia grandissima ripugnanza verso ciò e allo stesso tempo della paura che avevo di oppormi alla volontà di Dio, se non dicevo quello a cui mi sentivo inclinata, benché fossi disposta a mettere mano all’opera, per quanto fosse difficile l’ordine che mi era stato dato. Formalmente, come abbiamo visto, non me l’ordinarono né il confessore né la Madre. Da parte di entrambi fu solo un mostrarmi il loro desiderio che lo facessi.

Il P. Arintero mi disse che era cosa buona che io fossi disposta a farlo, ma che per il momento Dio non lo voleva, dato che sentivo tanta ripugnanza e difficoltà. Quando Lui vuole qualcosa dispone infatti anche l’animo per farlo e facilita l’adempimento di quello che chiede. Mi disse di stare per il momento tranquilla circa quello che era successo, tanto per quello che mi aveva detto il confessore quanto per quello che mi aveva detto la Madre, che io non tornassi più su quell’argomento se essi non me ne avessero parlato. Bastava che io rimanessi nella disposizione di obbedire, se me lo avessero tassativamente ordinato. Senza un ordine chiaro ed esplicito non ero obbligata a far nulla: che restassi pertanto tranquilla, poiché non mancavo né all’obbedienza né al voto del fare la cosa più perfetta.

A questo punto il Padre si rese conto che erano passate le 12 e disse: «Figlia mia, figlia mia, come abbiamo fatto tardi! Devo andarmene subito; alla prossima volta, quando Dio vorrà. Se desidera scrivermi, può farlo liberamente: io le risponderò». Mi diede la sua benedizione e ci separammo (ma solo corporalmente, infatti le nostre anime fin da quel giorno rimasero così unite nel Signore che non ci era possibile dimenticarci davanti a Lui).

Per la mia povera anima, che si sentiva come pellegrina nell’oscuro deserto della vita, l’incontro con questo benedetto servo di Dio fu come un raggio di luce che si proiettò sul mio cammino lasciandolo tutto illuminato. Non potevo cessare di rendere grazie al Signore e riconoscermi indegna di tanta bontà e delicatezza che mi mostrava, perché comprendevo che la conversazione con il Padre non aveva prodotto nelle altre religiose lo stesso effetto che in me. Tutto veniva dal Signore e a Lui tutto ritornava con la mia gratitudine. Gli chiedevo con umiltà e confidenza di non permettere, per l’amore della dolce Madre della grazia, la Virgo Fidelis e Madre mia dolcissima Maria, che mi rendessi indegna di queste sue predilezioni.


12 Da quella data la rivista continua ad essere pubblicata senza interruzione dai PP. Domenicani di Salamanca. Al termine del 1970 festeggiò il suo cinquantenario con il numero 432 e i suoi 50 volumi già allora ammontavano a un totale di 34600 pagine.

13 Nel manoscritto originale che si conserva nel monastero delle Religiose Passioniste a Madrid figura come data del colloquio il 1921: ciò è un evidente lapsus calami dell’autrice, per cui, correggendo l’originale, è stato messo come anno sicuro di questo provvidenziale incontro il 1922.

14 Il P. Arintero soffriva di una sordità molto accentuata. Per ovviare un po’ ad un difetto così grave si provvide di uno strumento acustico molto rudimentale, ma in accordo con quanto permetteva la tecnica di allora. Si trattava di un lungo tubo di gomma collegato ad un estremo con una trombetta a forma di imbuto che l’interlocutore applicava alla sua bocca; all’altro estremo c’era un auricolare con il quale il santo religioso ascoltava quello che si diceva.

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