Epilogo – Sono Passionista

SONO PASSIONISTA[1]*

Negli andirivieni che (come già conosce il lettore) ho dovuto fare nella mia vita religiosa, pur essendo monaca di clausura, ho avuto occasione di essere in contatto con varie comunità di monache e, conoscendole da vicino, di conoscere la loro vita e il loro particolare fine o missione affidata loro dalla Santa Chiesa.

Questo mi è servito per amarle e apprezzarle di più. Tutte quelle che abbiamo avvicinato ci hanno fatto del bene. Abbiamo imparato da loro qualcosa di nuovo nella virtù. Mi è cresciuto tanto amore per le anime consacrate, conoscendole da vicino, nei primi tempi di questa fondazione di Madrid.

Quando ci trovavamo in qualche strettezza o necessità, quasi istintivamente mi veniva alla mente e alle labbra: “Ricorriamo alla Madre tale, o al Convento di…, e poi alle nostre e ai nostri”. Così, facevo ricorso alle comunità religiose di ambo i sessi. Nessuno come loro, ne avevamo prova, esercita la carità; compatiscono, sono capaci di comprendere la nostra situazione e sono disposti a rimediarvi.

A questo proposito, mi viene in mente un caso che conferma quanto dico. Una nostra Sorella era ricoverata nel Sanatorio di S. Francesco delle Missionarie di Maria, per un intervento chirurgico.

Una mattina andammo a farle visita, ma, non ricordo per qual motivo, ci si fece molto tardi. Lo stomaco, che per colazione aveva ricevuto solo una tazzina di orzo con un po’ di pane, si faceva sentire fortemente. Avvicinandoci al Sanatorio, pensavamo che non potevamo fare una visita breve alla povera sorella che ci aspettava con ansia. “Sarà meglio, dicemmo, andare prima a chiedere per carità un pezzo di pane”; e bussammo alla prima porta. Non ricevemmo altra risposta che: “Non ne abbiamo”. Bussammo qua e là ad altre porte, e similmente rispondevano: Ahi, sorelline, ora non c’è pane d’avanzo!”. Vedendo vana la nostra richiesta, ci venne in mente: “Andiamo dai nostri”. Chiedemmo ad una Comunità di Padri Gesuiti che sta vicina al Sanatorio, in via Joaquín Costa. Alla nostra richiesta se avevano un pezzo di pane per carità, si presentò immediatamente il Fratello Portinaio con due pagnottelle di pane fresco, che, dopo aver benedetto Dio, mettemmo immediatamente sotto i denti, gustandolo più di un biscotto. Questo fatto ci fece pensare, in generale, alla differenza che c’è fra secolari e religiosi. Quei buoni Servi di Dio videro senza dubbio nelle povere mendicanti Gesù affamato, e per suo amore si privarono volentieri del loro pane. Si era allora in tempi di ristrettezze alimentari, e per questo era più meritorio il sacrificio che fecero. Nel giorno del giudizio ben li ricompenserà il Signore, perché, veramente, Egli potrà dire loro: “Ebbi fame e mi deste da mangiare” (cf. Mt 25, 35).

Questa stima che ho per tutti i religiosi, me li fa amare tutti con predilezione, come meritano; ma il mio ringraziamento al Signore per essere Passionista è maggiore che se mi avesse chiamata a servirlo in un altro istituto religioso. Sono convinta che tutti gli Ordini religiosi sono santi e scuole di santità, ma una santità che conseguiranno solo se verranno a bere alla sorgente della Passione di Gesù, aperta per tutti e che la Passionista tiene davanti agli occhi, di giorno e di notte, come richiede la sua vocazione. Il giorno in cui, davanti all’altare, ella emise la sua professione, le fu consegnata dal Celebrante la Croce, che ella baciò con amore e se la caricò sulle spalle; le fu posta sul capo la corona di spine che, per manifestare al suo sposo la sua gioia e l’onore di portarla, tiene sul capo continuamente per tre giorni dopo la cerimonia. Le fu posto sul petto lo Stemma del cuore come distintivo del suo Ordine, venuto dal cielo con l’abito santo; un abito nero in segno di lutto per la morte di Gesù, che le ricorda costantemente la promessa di abitare sul Calvario e di vivere la Passione di Gesù nel suo corpo. Per vivere questa sacra Passione, è necessario anzitutto caricarsi dei peccati degli altri, come Gesù, penetrandone la malizia e la perversità. Si dice che il tormento più acuto della Passione, per Gesù, fu l’accettazione spirituale del peccato. Egli tacque quando lo scarnificavano nella flagellazione, quando gli traforavano mani e piedi nella crocifissione ecc., ma alla prospettiva dei peccati che doveva addossarsi, nel Getsemani, geme, suda sangue, chiede conforto ai discepoli e agonizza. Si era consegnato al Padre come Vittima propiziatrice, come fa l’anima che si consacra a Lui, la quale sente e deve sentire, come il divino Modello, il formidabile peso delle umane iniquità. Questo è lo stato abituale in cui deve vivere la Passionista: come Gesù nel Getsemani, con nell’anima, nello spirito e nel corpo la mortificazione e la penitenza della sua austera Regola. Per formare uno straordinario apostolo di anime, prima di iniziare la sua predicazione, si dice del nostro Fondatore, S. Paolo della Croce, che Dio gli fece vedere come è castigato il peccato nell’inferno.

In Gesù si può vedere anche come fu trattata la sua divina persona nella sua Passione e morte, e comprendere da questo la gravità enorme del peccato, che fa agonizzare e morire l’Autore della Vita. La frequente meditazione della Passione porta l’anima all’imitazione, a restare sempre in stato di vittima; una vittima che deve trattenere l’ira del Padre, irritato per i peccati dell’umanità, ed è unita all’Ostia santa che in ogni momento s’immola sull’Altare.

Vorrei ora dire qualcosa sulle sofferenze spirituali che derivano da questo stato e che, in parte, credo, ha sperimentato l’anima mia. Questa si sente molto vicina al peccato, fino al punto di arrivare a dubitare se sia suo, se lo ha commesso lei. Questo le cagiona un tormento spaventoso, come a Gesù nel Getsemani, e non c’è niente e nessuno che possa consolare quest’anima se non atti di abbandono in Dio e di offerta alla sovrana volontà del Signore. Ella è disposta a patire tutto ciò che Lui vuole, ripetendo il “fiat voluntas tua” (cf. Mt 26, 42: Sia fatta la tua volontà) del Divino Maestro, che in un modo inpercettibile non cessa di sostenere l’anima perché ripeta sempre quel “fiat” prezioso che redime, che salva, che consola più di tutte le consolazioni che potrebbero venirle dal cielo e dalla terra. Il suo stato non è conosciuto dalle creature; lo capisce solo chi lo sperimenta. L’anima, umiliata e vergognosa, si sente in un abbandono spirituale così grande, che se Dio non la sostenesse, non le sarebbe possibile vivere, sembrandole essere separata dall’Autore della Vita, che è Giustizia e Santità infinite. Tuttavia, in mezzo ai suoi timori e alle sue angosce, non le manca una pallida luce che le dà come una sicurezza che, malgrado tutto, Dio la ama, perdona le sue colpe e le sue tante imperfezioni ed ascolta i suoi desideri, concedendo grazie e perdono ai peccatori per i quali essa prega, e si compiace di vedere che essa non ha altra aspirazione o consolazione che nel compiacerlo, riparare le offese alla sua gloria col mezzo sicuro del sacrificio: la morte del proprio io, facendosi con Gesù una sola Ostia. Questa è la Passione di Gesù vissuta; questa è la vita della Passionista, l’essenza del suo spirito; poi vengono le penitenze e quello spirito esteriore o manifestazione di ciò che ha dentro di sé. E dentro di sé la Passionista ha quello spirito interiore di cui ella vive tutti i giorni della sua vita, in modo particolare i Venerdì.

Una giovane Passionista, buona e pia, ma franca e aperta, che manifestava il suo interiore con la spontaneità e la semplicità della bambina, mi disse un giorno: “Madre, il venerdì, con la memoria della Passione di Gesù, mi piace, mi attira, mi incanta, ma già il giorno precedente, pensando che giunge il venerdì, tremo e sento una ripugnanza che mi fa star male. Non so perché mi succede questo; vorrei che non fosse così”. Io, invece, mi rallegrai di questo. Le dissi che lei sentiva l’effetto che questo giorno deve produrre nelle Passioniste (in parte dovrebbe produrlo in tutte le creature); giorno speciale per tutti, da vivere con un velo di tristezza per i dolorosi ricordi di ciò che sono costate a Gesù le anime nostre, le sofferenze delle sue ultime ore, il sacrificio supremo della sua morte in Croce.

Non voglio dire con questo che in tale giorno dobbiamo fare grandi penitenze, o che le facciamo noi Passioniste. Tutta la vita di una figlia della Passione deve essere un continuo venerdì. Le penitenze e i digiuni, fra noi, sono molto frequenti in ogni tempo, con brevi intervalli e poche eccezioni. Ma, malgrado tutto, il venerdì passionista ha qualcosa di speciale: c’è una tinta di lutto, di tristezza, che accompagna tutti gli atti, dalla prima ora della notte, quando si interrompe il sonno e ci si alza per il Mattutino, fino al termine del giorno. Il giovedì sera si tira a sorte la religiosa che starà tutto il giorno con Gesù in cappella, dispensata da ogni lavoro. La notte del venerdì è molto raro che una religiosa resti a letto al Mattutino; anche le malaticce, che in altri giorni erano dispensate, sono solite dire: “È feria sesta”, e facilmente si concede loro il permesso di alzarsi. Se non c’è un impedimento grave, in questo giorno stiamo tutte insieme unite a consolare Gesù, con una prontezza e un fervore impressionanti e consolanti in quell’ora silenziosa, specialmente nel sentire i colpi delle discipline di tutta la Comunità, con un ardore che a ognuna sembra sempre poco. Dopo il Mattutino notturno, si torna al riposo (a meno che qualcuna non chieda di restare in Coro tutta la notte, fino alla mattina). Quel sonno di due ore e mezza, più che un riposo, è un prolungamento della meditazione delle sofferenze di Gesù, perché a Lui si pensa se ci affligge un dolore, se il letto è duro e non ci concilia il sonno…La mattina, a colazione, una tazzina di caffè o malto e un po’ di pane. Poi, tutte dispensate dal lavoro, si passa con Gesù la mattinata in Coro; si fa la Via Crucis in comune, e ciascuna in particolare fa qualche mortificazione, come raccomanda la Santa Regola in quel giorno. Ci asteniamo da ogni soddisfazione, anche da pie e gradevoli letture, per occuparci a meditare o leggere qualcosa sulla Passione di Gesù, sempre accompagnandoci col pensiero che è venerdì. Questo ci fa evitare ogni soddisfazione, come sarebbe cambiarsi, lavarsi, ritenendo ciascuna quasi come peccato lamentarsi, giustificarsi ecc., in così santo giorno.

A mensa, prima di iniziare il pasto frugale, tutte, in ginocchio, recitiamo tre offerte del Preziosissimo Sangue. Nella benedizione e nel ringraziamento della mensa, c’è un versetto speciale che ricorda magnificamente il gran giorno:

Recordare paupertatis in transgressiones meas, absynthii et fellis.
– Memoria memor ero et tabescet in me anima mea.

– Omnis figura ejus amorem spirat et ad redamandum provocat:

– Caput inclinatum, manus expansae, pectus apertum”.

[Ricordati, Signore, nelle mie trasgressioni della povertà che hai sofferto, dell’assenzio e del fiele. – Ben me ne ricordo e si accascia dentro di me la mia anima (cf. Lam 3, 19-20). – Ogni suo atteggiamento spira amore e provoca a riamare: il capo inclinato, le mani aperte, il petto trafitto].

Si sente quasi vergogna a mangiare. In questo giorno tutto sembra troppo, a tavola; se la minestra non fosse ben preparata o fosse scondito il piattino di verdura, nessuna oserebbe, non dico lamentarsi, ma nemmeno farlo capire. La breve ricreazione non ha l’allegria e la vivacità santa degli altri giorni. “E’ venerdì”; questo pensiero accompagna tutti gli atti, dappertutto. Dopo i Vespri, c’è il Capitolo delle colpe; è un atto di umiliazione e di penitenza. Tutto diventa dolce allo spirito in quel giorno: al ricordo delle pene e delle umiliazioni di Gesù, diventa una necessità essere umiliate e riprese. Non c’è penitenza che sembri grave e pesante davanti al Crocifisso. Alle tre si danno con la campana i tocchi funebri dell’agonia di Gesù. Tutte insieme recitiamo, con le braccia in croce, 5 Pater, Ave e Gloria, e tre Ave Maria alla Madonna Addolorata, con l’Oremus, respice…, e Interveniat pro nobis… Ognuna, personalmente, al ricordo della morte di Gesù, rinnova la promessa della sua morte mistica con la rinnovazione dei santi Voti; poi, in silenzio, ognuna va al suo lavoro, con le sante e serie impressioni che questi atti lasciano. Nessuna osa bere in questo giorno, e se qualcuna, per necessità o infermità deve prendere qualcosa, tutte aspettiamo che si siano recitati i Pater dell’Agonia. Trascorriamo così questo giorno sacrosanto, mille volte benedetto, nei nostri Conventi-Calvari, dove dobbiamo e vogliamo stare per consolare Gesù e aiutarlo a salvare anime. Si sente, si vuole sentire, che è venerdì, che è un giorno in cui, più che in altri giorni, si pensa alla Passione e si desidera sentirla nel nostro corpo. Questo desiderio mi mosse a chiedere al Padre il permesso di fare qualche mortificazione speciale, e ottenni di usare il cilicio sulla spalla, in memoria di Gesù che portò la croce sulle sue sacre spalle, e di tenere una tavoletta come cuscino. Poggiando su di essa la testa stanca, provo ogni volta una forte repulsione e quasi un orrore; poi, pensando che il Capo divino di Gesù posò, per amor mio, sul duro legno della croce, una consolazione molto profonda inonda l’anima mia di poterlo imitare, facendolo per amor suo. Il sacrificio, la rinunzia, il dolore, questo è amore puro e sicuro.

Tutti i venerdì sono, per noi, come il 2 novembre, tristi, malinconici, come chi ha in casa un morto in attesa del funerale. E’ come un giorno di ritiro, di seria meditazione senza bisogno di libri, perché tutto in esso ci parla ad alta voce, ci grida. In questo giorno, più che mai, si ama tanto la solitudine della cella… quelle povere pareti dicono tanto al cuore della Passionista! Nell’amata solitudine della mia cella, non ricordo se di venerdì, composi i seguenti versi:

LA MIA CELLA

Soave nido di puri amori,

di casti baci, celesti ardori.

Lì, sempre sola: nessun può entrare;

sol con lo Sposo posso parlare.

I testimoni dei miei segreti

sono il mio Angelo, le sue pareti.

Quattro pareti, nuda prigione,

son pel mio cuore dolce mansione.

Sol v’è un giaciglio, di paglia pieno,

che mi ricorda Gesù nel fieno.

E mi ripete ad alta voce:

“Nacque sul fieno e morì in croce”.

Le sue parole odo d’amore,

son miele e giubilo al labbro, al cuore.

Senza parlare noi c’intendiamo,

perché è linguaggio del sovreumano.

Chiudendo gli occhi più bello appare,

più immenso e vasto di terra e mare.

Mar senza sponde, senza riviera;

in Lui m’ispazio da mane a sera.

E allor il sonno gli occhi mi chiude,

e tace quanto il suol racchiude.

Dopo brevi ore sorgo dal letto

per salmeggiare al mio Diletto.

La mia celletta, del corpo affranto,

sa quante lotte nasconde il canto.

Ma l’ansia grande della chiamata

rinnova il giubilo d’ogni levata.

E’ nel coro e nella cella che si opera insensibilmente, nell’anima della Passionista, quella meravigliosa trasformazione che le fa vivere quella vita che la eleva in modo che possa ripetere come il divino Maestro: “Cum exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum” (cf. Gv 12, 32: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me). Quando i cuori contemplano l’Amore crocifisso che s’immola dando tutto se stesso, Gesù stesso dice che li conquisterà e li attirerà a Sé. Non c’è maggior mezzo di attrazione che la contemplazione del Crocifisso, per tutte le anime, non solo religiose, ma ancor più per una Passionista. Se si vuole essere apostoli, in un convento o fuori, per la virtù infallibile della Croce, bisogna vivere in una continua crocifissione della carne.

Quando un’anima vive staccata dalla terra dei sensi, padrona di sé col dominio dei suoi atti, allora potrà attirare alla croce di Gesù, per virtù propria della croce stessa; altrimenti, né le sue parole né le sue penitenze avranno potere di attirare grazie e perdono sui peccatori e sul mondo intero. Bisogna agonizzare come Gesù sulla Croce per redimere le anime. Quando Egli disse: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (cf. Lc 23, 34), Dio perdonò per i dolori e l’agonia del suo Figlio moribondo, e perdonerà ancora per il grido supplicante delle anime sacrificate, immolate costantemente con una vita che le priva di ogni consolazione sensibile, tenendo la natura in perpetua agonia, di giorno e di notte, come è la vita di chi osserva la Regola di san Paolo della Croce.

Per i profani dei misteri della Passione e morte di Gesù, e anche per quelli che non la meditano a fondo, la vita passionista e di tutti quelli che vivono la Passione del Redentore con la mortificazione della carne, è qualcosa di misterioso e non possono spiegarlo. E quando vedono quelle vite pure immolarsi come ostie, talvolta nascostamente, tal’altra a vista di tutti, non solo con le sofferenze ordinarie della vita, ma anche quando la mano divina preme maggiormente su di esse, essi ardiscono dire parole che equivarrebbero a bestemmia, se non li scusasse l’ignoranza: – Perché Dio permette questo? Perché tanta sofferenza? Che hanno fatto? Non hanno fatto altro che bene, e guarda che ne ottengono!…

Ma che ha fatto Gesù per essere trattato come un malfattore? Queste anime hanno risposto alla chiamata di Gesù che le invitava a prolungare in esse la sua Passione, per continuare a redimere le anime che si perdono. Sono state chiamate al grande onore di corredentrici, come Maria Santissima. Come Maria, elette fra le buone, le pure, le generose che sanno mantenersi, come la Vergine Madre, intrepide di fronte alla croce del loro Calvario. La vita religiosa passionista, col suo voto di propagare la devozione alla Passione di Gesù, è un continuo esercizio ascetico inteso a raggiungere la cima del monte sacro, dove, unite a Gesù, le colombe del Calvario consumeranno il loro sacrificio.

Non molto tempo fa, mi si avvicinò una buona persona, almeno così pareva, che era oppressa da qualche dolore nascosto, e per questo più sofferto. Vedendoci, me con un’altra Sorella, allegre e gioviali in mezzo ai nostri sacrifici, domandò: “Sorelle, ma voi non avete mai giorni di angustia, di amarezza, di noia e finanche di disperazione, quando le persone vi vogliono male, sono ingrate, vi fanno del male?… (A volte sono i familiari stessi o persone care)…”. – Ma no, a dire il vero, non conosciamo questi giorni. Se qualche volta, in date circostanze, che a tutti capitano, si affaccia all’anima nostra qualcosa di questo, subito ci rendiamo conto che, per chi vive di fede e sa che nessuno può danneggiarlo, e che anzi queste situazioni dolorose cooperano al suo bene e alla sua santificazione, niente e nessuno può alterare la sua pace.

Col pensiero fisso, per la continua meditazione della Passione di Gesù, alle sofferenze intime del suo Cuore, ai disprezzi e alle ingratitudini degli uomini nei momenti in cui maggiormente mostrava loro il suo Amore, quando ci si presenta il dolore, l’anima nostra si colma di gioia per la somiglianza con quell’Amante divino che, dopo averci dato tutto con la sua morte in Croce, si lasciò aprire il Costato per darci in esso il rifugio e il conforto. Quel Cuore, quelle braccia aperte sulla Croce, ci dicono che Egli ci ama e che ci aspetta, che le nostre pene le ha sofferte Lui per primo, per addolcire le nostre e darci forza per sopportarle generosamente.

Generosamente? Ahma come si intende? – replicò incuriosita quella persona.

Ecco, guardi: la generosità, nel sacrificio e nella sofferenza, sta nel sopportarli in silenzio e finanche con gioia, nascondendoli per quanto sia possibile, accettando tutto per amore di Gesù, unendo il proprio dolore a quello della sua Passione e morte. Ne faccia Lei la prova, e vedrà. Fortunate voi, fortunate! – concluse quella persona. – Sì, veramente fortunate noi, perché abbiamo scoperto questa fonte di gioia nel dolore; una gioia che non ci viene da ciò che abbiamo, ma da ciò che speriamo e attendiamo, e che nessuno può toglierci.

A quante povere anime che soffrono vorrei comunicare la stessa certezza! Direi: “Pensa a Gesù, avvicinati a Lui, accompagnandolo spesso dal Getsemani al Calvario, con la meditazione delle sue pene; tutti i giorni porta con te il ricordo speciale di ciò che il divino Maestro soffrì in quel dolorosissimo tragitto, e paragonandolo con ciò che tu soffri, ti vergognerai e ti sentirai il coraggio di sopportare generosamente le tue pene”.

Tutti i giorni della mia vita, e qualche giorno non una volta ma più volte, percorro mentalmente il Cammino Sacrosanto del Calvario con la Via Crucis. (Fu lì che Gesù ferì il mio cuore di fanciulla e mi attirò al suo amore). Quanta forza traggo da questa devozione! Alzandomi la notte a Mattutino, in quell’ora silenziosa e solenne, il mio primo pensiero è andare ad accompagnare Gesù in quel cammino doloroso, mentre giungono tutte le altre monache. Quante grazie chiedo a Gesù in quei sette minuti, mentre visito le 14 stazioni!

1a – Ti adoro, o Gesù, nell’atto di accettare la morte per amor mio. Fin d’ora anch’io l’accetto per amor tuo, con tutti i dolori e le circostanze che l’accompagneranno.

2a Gesù, che per amor mio accettasti la croce, dammi grazia quando il tuo amore me la offrirà; che io capisca che sei Tu che mi inviti ad aiutarti a portarla.

3a Quando sentirò la mia debolezza nel dolore, che io mi ricordi, o Gesù, che Tu cadesti sotto il peso della Croce, per incoraggiarmi nella mia debolezza.

4a Nel mio cammino verso il Calvario, che io mi ricordi di Te, o Gesù, e di Maria; che il vedervi insieme nell’indicibile dolore dia forza per proseguire nel cammino fino al Calvario, a me e a tutti quelli che soffrono.

5a Gesù, vieni in mio aiuto e di tutti quelli che si sentono sotto il peso della croce. Quando soffrirò, ricordati che non ti lasciai solo nelle tue pene.

6a – Imprimi la tua immagine dolorosa nel mio cuore, così che io non ti possa dimenticare, e che il demonio fugga al vederti soffrire in me.

7a – Gesù mio, non sia vana per me né per nessuno la tua Santissima Passione e morte; che io venga in cielo a ringraziarti eternamente di avermi salvata.

8a Che nei miei dolori, io non cerchi altro conforto che il tuo, e che oda la tua voce penetrarmi nell’anima come rugiada che la sostenga e la rianimi.

9a Gesù mio, per le tue cadute sotto la croce, liberami dal tornare
a cadere nelle colpe di cui mi sono accusata pienamente pentita.

10a Per il dolore che soffristi nell’essere spogliato, concedimi, Gesù, il distacco da tutto ciò che non è il tuo amore, affinché sempre più pura, l’anima mia ti ami con amore perfetto.

11a Per il dolore sofferto nell’essere stato così crudelmente inchiodato in croce, concedimi, Amore mio, di non oppormi mai ai disegni che il tuo amore ha su di me, e che nell’ora della mia morte io possa dire: “Tutto è compiuto”.

12a Per la tua dolorosissima agonia e per la tua morte, concedimi, Gesù, di morire in un atto di amore perfetto, per venire subito ad amarti eternamente e vedere le tue Piaghe gloriose in cielo.

13a Madre mia, per il dolore che soffristi nella morte di Gesù, assistimi nell’ora della mia morte; per il dolore che soffristi nel riceverlo morto fra le tue braccia, ottienimi di poterlo ricevere sacramentato nella mia ultima ora; per la desolazione che soffristi dopo la sepoltura di Gesù, assistimi nel momento del giudizio finale.

14a Gesù morto, vieni nel mio cuore e resta sempre con me, con il ricordo della tua Pasione e Morte. Amen.


[1]* Madre Maddalena voleva che questo testo fosse inserito nella sua autobiografia, come in data 26 agosto 1956 scrive al suo Padre Spirituale, P. Sabino Lozano, spiegando: “Sto terminando di scrivere un capitolo della mia vita con qualche difficoltà, a motivo della vista, che va diminuendo; si riferisce alla vita passionista, alla Passione di Gesù. Avendo il voto di propagarla, mi ci sono impegnata per avere il piacere di consegnare a V. P. lo scritto quando verrà. Poiché resta poco tempo, mi dica se verrà, o se glielo devo mandare. Potevo mandarglielo senza attendere risposta; ma trattandosi di questo tipo di scritti, sa già quanto temo che possano cadere in altre mani” (Cf. Sulla cima del Monte Santo. Corrispondenza Spirituale fra P. Lozano O. P. e J. Pastor C. P., a cura di Max Anselmi Passionista, Casa Giannini Lucca 2005, pp. 927. Lettera n. 273 a P. Lozano del 26.8.1956, p. 808).

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