Epilogo – Voglio vivere eternamente

VOGLIO VIVERE ETERNAMENTE[1]

Fra tutti i dogmi della nostra santa Religione, il più importante e più consolante, per me, e credo debba essere per tutti, è quello della vita eterna. Quando recito quest’ultima parte del Simbolo, gode tanto l’anima mia, che sembra ricuperare forza e coraggio per tutto… Con che piacere concludo questa bella confessione degli articoli della nostra santa fede con l’amen. A ragione il “Credo nella vita eterna” è stato posto come ultimo articolo, perché è base e sostegno di tutti i precedenti. Che ci servirebbe credere ciò che di Dio si crede, del nostro divin Redentore, di tutto ciò che ha fatto e della sua Passione e morte, se poi non esistesse l’eternità? Se non ci fosse una vita senza fine, dove poter godere di questi immensi beni e ringraziare la divina Bontà, dato che non bastano questi quattro giorni di vita quaggiù per farlo, che sarebbe se con questo finisse la nostra lode, quando benefici così immensi che Dio ci ha concessi meritano un’eternità per ringraziarlo? Sì, io credo nella vita eterna, e perché credo, spero che per i meriti della Passione e morte di Gesù Cristo, andrò nella felice eternità che Egli mi ha meritato. Lo spero, ho detto, e quasi oso dire che più che speranza è una certezza, perché Egli mi ha prescelta chiamandomi a servirlo in un ordine religioso, che è un segno di predilezione o predestinazione; dopo questo, dubitarne mi sembrerebbe fare un’offesa a Dio. Sì, voglio vivere eternamente e credo che sia così, perché credo in Dio, credo in Gesù, suo Figlio e mio Redentore, che mi ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (cf. Gv 11, 25-26).

Le parole degli uomini ammettono interpretazioni e possono suscitare dubbi, ma quelle di Gesù no. Egli è la Verità eterna. Eterna, perché la verità non cambia; perché le sue parole sono promesse che restano come Lui, e in Lui restano tutti quelli che lo amano.

Io lo amo, e sebbene nell’affermare questo, io non sia esente dal timore che invase l’apostolo Pietro quando Gesù gli chiese se Lo amava, voglio che sul timore prevalga l’amore, e ripeto: Sì, lo amo perché sento che non amo nessuno più di Lui, né ho amato nessuno durante la mia vita se non in Lui e per Lui.

Ho conosciuto che tutti gli amori sono fallaci e passeggeri e io ho bisogno di un amore che non mi deluda e non finisca; un amore eterno come è quello del mio Dio. Nulla mi basta che non abbia il sigillo dell’infinito, dell’eterno. Creandomi, Dio ha posto in me l’ansia dell’infinito, dandomi un’anima immortale. Sì, so che non posso morire, perché la mia anima è eterna; per questo, voglio vivere. Se Dio non mi avesse dato un’anima immortale, io gli avrei chiesto questa grazia come una necessità di amore. Conoscerlo e vedersi così piccoli, beneficiando di una vita così breve da non essere che un rapido passaggio su questa terra, e poi lasciare di conoscerlo, di amarlo, di glorificarlo… che orrore! Questa assurdità non può averla fatta Dio, Sapienza infinita, Bontà per essenza. Aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, con aspirazioni infinite di possederlo, di godere di beni immensi, impossibili ad essere soddisfatti con altre cose, perché infine tutto finisca sotto terra… che pazzia, che stoltezza! Impossibile nel mio Dio, Bene sommo, Bontà infinita, perfettissimo nella sua essenza e in tutti i suoi attributi!… Lui, Creatore e Padre, dar vita ad esseri disgraziati per pochi giorni, a che scopo? Per essere padre di disgraziati, dovrebbe essere Lui della medesima natura. Che orrore! Che pazzia! Che cecità quella di coloro che non credono nell’eternità! Come possono vivere? Il mondo sarebbe allora un manicomio, perché non potrebbe esserci altro che pazzia, squilibrio mentale, non potendo avere la nostra intelligenza nessun appoggio. Sarebbe un crollo totale dell’uomo che, senza un’anima immortale, perderebbe la sua identità umana scadendo al livello degli animali. E’ possibile che ci sia chi arrivi a credere questo? E’ un assurdo.

Una delle verità più certe e più consolanti della nostra santa fede, lo ripetiamo, è quella della vita eterna: la vita piena, la vita completa, perfetta in tutte le sue parti; felice, serena, senza più desideri, nel seno di Dio. Come è possibile vivere senza questa fede viva, pratica, di verità così consolante? Nelle nostre pene, nelle nostre lotte con la vita, quando le tenebre oscurano il cielo dell’anima e la fede chiede atti ciechi, che perché sia fede, dobbiamo farli; quando ci manca ogni appoggio e conforto, e non sappiamo a chi ricorrere per non cadere nella disperazione, ripetiamo con tutta la forza e l’ardore dell’anima nostra: Credo nella vita eterna.

Voglio vivere eternamente nel seno di Dio, e per questo, aspetto che spunti quel giorno che non tramonta, che brilli quel sole che non si oscura perché è il sole dell’eterna giustizia, e che convertirà in altrettanti soli quelli che hanno creduto e sperato nell’avvento dell’eterna primavera, soffrendo in pace la dimora in questa terra di esilio, con gli occhi fissi alla patria, dove ci attendono i nostri familiari, come in una casa antica e nobile: il nostro Padre e Creatore Dio, Maria santissima nostra dolce Madre, Gesù nostro fratello, i Santi e tutti quelli che popolano quel regno immutabile di gloria e di felicità, dove si canterà il canto eterno di lode al nostro Dio che ci creò, ci riscattò e ci lavò dai nostri peccati col suo Sangue, tante volte quante avemmo la disgrazia di cadere in peccato e ci pentimmo. Con che gioia, con che incomparabile armonia ripeteremo tutti ad una voce: “Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen!” (cf. 1 Tm 1, 17). Ho omesso la parola “invisibile” di proposito, perché allora Lo vedremo, e non solo, ma sarà Lui la nostra vita; faremo una unità con Lui, perché Lui stesso chiese questa grazia al Padre nell’ultima Cena, e la preghiera di Gesù è sempre ascoltata dal Padre suo, che lo ama infinitamente e in Lui ama tutti quelli che gli sono uniti con la grazia.

Sì, Dio mio, per omnia saecula saeculorum, per tutti i secoli dei secoli, ti amerò: vivrò in Te, sarai Tu la mia vita, il mio tutto.

Quando nell’Ufficio divino ripeto queste parole, così frequenti, a conclusione di tutte le preghiere della Chiesa, quasi essa volesse lasciarci in bocca il miele dolcissimo che contengono, quanto gode l’anima mia! Anche la seconda parte del Gloria Patri mi fa ripetere queste parole, alla fine di ogni Salmo; me le porto con me, le tengo nella mente e nel cuore gustandone la dolcezza, il sapore, ripetendole nel silenzio dell’anima mia. E’ quel silenzio che tutto dice, tutto spera, e va dritto al Cuore di Dio, per trarne un aumento di fede e di amore, e così ravvivare in me l’ansia di quella vita senza fine.

Il tuo regno è regno di tutti i secoli, e il tuo dominio si estende ad ogni generazione” (cf. Sal 144, 13). Devo farmi quasi violenza per proseguire dicendo: Com’era in principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Che parole sono queste! Questo “ora e sempre nei secoli dei secoli” mi colma di soddisfazione e di gaudio sempre nuovo. Per sempre lodare e benedire Dio, senza timore di perderlo.

Vivere per sempre in Lui, amarlo con tutta l’anima, essere trasformata in amore e vedere che quell’amore è un cerchio che non finisce, formato dalle Tre divine Persone. Principio senza fine, da parte di Dio: da parte nostra, il cominciare a esistere, sebbene nella mente eterna di Dio, anche noi creature siamo sempre esistite. Io ho occupato eternamente il pensiero di Dio, che pensava di darmi l’essere che ho e, pensando a me, godeva e mi preparava un’eternità: la vita eterna, la vita in Lui, la sua stessa vita immortale, impassibile, gloriosa. Che grande grazia è stata la creazione per quelli che corrispondono al fine per cui furono creati, essendo destinati a tanta gloria e a tanta grandezza, che quasi uguagliano quelle di Dio! In Dio tutto è grande, ma ciò che corona tutta la sua grandezza è l’eternità. Mai cesseranno in Lui i suoi infiniti attributi, come non avranno fine nelle anime che Egli ha creato e che tornano a Lui.

Io Vi amo, Dio mio, e vi ringrazio per tutti i doni, tanto quelli di ordine naturale come quelli di ordine soprannaturale. Tutto ciò che da Voi viene è degno di stima; ma di tutte le cose di cui posso godere, di tutte le persone e i beni che sono qui in terra, niente mi basta, niente senza di Voi. Tutto è inconsistente e mutevole; ci manca ciò che solo Dio possiede: l’immutabilità, l’eternità. L’amore vuole una parola che nessuno può pronunciare su questa terra senza mentire: sempre. Chi osa dirla, inganna.

Triste è colui che crede in essa e vi si affida, sapendo che è menzogna. Se non usciamo da noi stessi e non ci lanciamo nel seno di Dio, a nessuno conviene questa parola. Lo tenga presente chi la riceve; altrimenti, nell’ora inesorabile, improrogabile, dell’addio supremo che tutto strappa via, tutto taglia e rompe, tutto lascia e bisogna lasciare, proverà la più amara delusione. Quell’ora estrema non perdona i legami più forti, né più lunghi: taglia, strappa, spoglia senza pietà, senza compassione; ferisce e fa sanguinare quel cuore che, non pensando a questa verità, si è lasciato affascinare dalle illusioni effimere del tempo, il quale vuole, con le sue ingannevoli apparenze, catturare e spogliare i pellegrini di questa vita, inducendoli a pensare che possono tranquillamente fissare qui la loro tenda.

La parola che si dovrebbe ripetere a quelli che attraversano il deserto di questo mondo, pellegrini di un’ora, e lo siamo tutti, è: tutto passa; affrettati, non perdere il tempo, che è misurato. La misura ha un limite che non si può oltrepassare. Giunto a questo limite, resta solo un tutto è finito. E’ triste per chi non vi ha pensato, e, giunto al limite del suo tempo, entra nell’eternità senza essersi preoccupato di assicurarsela buona, per essersi intrattenuto nelle fosforescenze dei fuochi fatui di questa vita. E’ Uno, Uno solo che può soddisfare i nostri desideri: “Egli sazia di beni i tuoi giorni” (cf. Sal 102, 5). Perché solo Lui resta: “Tu, Signore, rimani in eterno, il tuo ricordo per ogni generazione” (cf. Sal 101, 13).

Morire nella fede di Gesù Cristo e nel suo amore, non è morire, ma andare a vivere eternamente: morire non perché si deve morire, ma perché si vuole morire per dare a Dio, con un atto di amore perfetto, completa soddisfazione del debito che abbiamo contratto con Lui col peccato. E poiché dare la vita è dare tutto e non si può fare di più, come disse Gesù, che dar la vita per coloro che si amano, io voglio darla per Te, Gesù mio; voglio fare questo atto di amore perfetto perché Tu mi purifichi da ogni colpa e pena, e mi apra immediatamente le porte della vita eterna, dove sarà soddisfatto il mio ardente desiderio di voler vivere eternamente. Voglio vivere eternamente perché ho in me il germe della vita del mio Dio, che Egli mi infuse creandomi e che ritornò a darmi con la grazia quando la perdetti con il peccato, pagando con la sua morte quel dono di infinito valore: la vita di Dio in me.

Voglio vivere eternamente in anima e corpo, perché le due cose sono state create da Dio perché lo lodino. Voglio che le potenze dell’anima mia e i sensi del mio corpo siano eternamente occupati a lodare il loro Creatore, perché Egli stesso vuole così e così ha disposto. Per questo mi diede, nell’ultima Cena, da mangiare il Pane dell’immortalità, Se stesso, vita delle anime e pegno di vita eterna.

Quante volte ho mangiato di questo Pane sacrosanto! Credo, pertanto, che risusciterò nell’ultimo giorno. Quanto bramo quel giorno in cui sarai amato, o Dio mio, dalle tue creature, fra le quali sarà questa povera miserabile, ma che Tu hai fatto grande, dandole capacità di amarti e vivere eternamente.

Questo mi fa essere grande con la tua grandezza, con il tuo potere, perché ciò che è eterno è sempre grande. Quando penso a quella vita senza fine, a quell’oceano di letizie sempre nuove, a quell’amore che non è soggetto a mutamento, ma che resta sempre nella stessa perfezione assoluta e sempre in forme nuove, per tutti i secoli dei secoli, mi sento già trasportare lassù, in quelle regioni di luce, e dimentico la terra, questo luogo di passaggio, dove tanti, deviando, si allontanano da Te, fonte di vita e sorgente eterna di ogni bene!

Quando considero le parole di S. Paolo: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (cf. Fil 1, 21), mi sento penetrare tutta da un ardore che è passione, pensando che un giorno potrò anch’io ripeterle pienamente e in parte già fin d’ora. Ho la stessa capacità del santo Apostolo per questo, e a volte oso dirle, per il desiderio che ho che siano in me una realtà. Ma, infine, sarà così. Quando avrò superato la soglia del tempo, potrò ripetere chiaramente: “La mia vita è Cristo”. Lui, il Cristo che non muore, l’Unico vero adoratore che tributerà a Dio la lode degna di Lui: “Onore e gloria nei secoli dei secoli”.

In Lui, senza fine, vivrò la vita piena che adesso cerco e ricevo in parte, e che, finché non l’avrò pienamente, pur crescendo, è un martirio pari ad un continuo morire. Adesso capisco il “muoio perché non muoio” di S. Teresa. E non è perché non mi impressioni la morte, ma perché mi sento in uno stato violento: ho bisogno di Dio pienamente, della sua vita intera, completa, per amare con il suo amore, per vedere con la sua luce, per influire in tutta la natura e come Lui poter spargere grazie e benedizioni sui miei fratelli che sono rimasti nell’esilio, per dire al loro cuore, sottovoce, nascosta in essi, in modo che mi conosceranno appena: Amate Dio, cercate la sua grazia e il suo amore. Su questa terra voi siete di passaggio; vi aspetta una vita che non avrà fine. Cercate l’eterno, ciò che non passa, perché se non vi affrettate, si oscurerà il giorno della vita e potreste cadere nelle tenebre eterne

C’è un’eternità di luce e un’eternità di notte senza speranza, di tenebre spaventose perché non vi è Dio. Correte alla luce, all’amore, alla vita; Dio vi chiama, Dio vi aspetta, vi dà tutto ciò che vi necessita per andare con Lui nel Regno che non avrà fine.

Ripetiamo spesso questa preghiera: Fa’ che nell’eterna gloria siamo nel numero dei tuoi santi.[2]

Per questo è morto, perché un giorno possiamo cantare, tutti intorno al suo trono, il cantico dell’Apocalisse: “L’Agnello, che fu immolato, è degno di ricevere il potere… l’onore e la gloria” (cf. Ap 5, 12), adorando Colui che vive nei secoli dei secoli. Amen.

Godendo di qualche cosa (poiché infine ci sono senza dubbio cose belle e buone anche su questa terra, e Dio le ha fatte), il pensiero che dovranno finire mi impedisce di goderne appieno. Tutto ciò che è di quaggiù ha impresso il sigillo, tormentatore per me: passo, termino, finisco.

Tutte le bellezze, poiché passano, sono, per me, senza valore; le grandezze che muoiono non meritano il nome di cose grandi; la gloria che svanisce è splendore senza consistenza; la luce che si spegne ti lascia al buio; il dolce che finisce ti lascia l’amaro in bocca; il riposo che termina rende dura l’ora del lavoro; l’ansia di capire rende più penosa l’incapacità di capire ciò che non si capisce…

Io voglio ciò che non finisce; voglio vivere eternamente. Vorrei che volessero questo anche tutti quelli che leggono queste righe, ma tenendo presente ciò che S. Paolo chiama mistero, affinché accompagniamo la nostra fede e la nostra speranza con un certo timore. “Ecco, io vi annunzio un mistero: Tutti certamente risorgeremo, ma non tutti allo stesso modo… E’ necessario che questo corpo corruttibile sia rivestito di incorruttibilità e che questo corpo mortale sia rivestito di immortalità… Allora si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata dalla vittoria… per la potenza del Nostro Signore Gesù Cristo” (cf. 1 Cor 15, 51-56), al quale renderemo grazie, onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.


[1] Cf. La Vida Sobrenatural, gennaio-febbraio 1957, pp. 8-18. Questo testo fa parte dell’ultimo capitolo dell’autobiografia di Madre Maddalena. Cf. Apostola dell’amore. Autobiografia di Jesús Pastor ovvero di Maria Maddalena Marcucci Passionista, a cura di Max Anselmi Passionista, Libreria Editrice Vaticana 2001, pp. 744-753.

[2] Dal Te Deum.

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