Introduzione di padre Lozano

all’edizione spagnola

di Sabino Martínez Lozano

1. Lettera di Presentazione del cardinale fernando cento

Roma, 16 febbraio 1962

Molto Reverendo e amato Padre Lozano,

accolgo volentieri la sua richiesta di scrivere alcune righe di presentazione per il libro in cui Lei pensa di riunire gli scritti della compianta Suor Maddalena di Gesù Sacramentato.

La conobbi personalmente quando ero ancora giovane sacerdote; era Presidente delle Passioniste di Lucca. Mantenni poi sempre corrispondenza epistolare con lei; e quando ero Nunzio Apostolico in Portogallo, la incontrai di nuovo in occasione dei vari viaggi che facevo nella vicina Spagna.

E così, il rapporto, epistolare e verbale, che ebbi con la defunta monaca, per decine di anni, mi permise di rendermi conto che ella possedeva qualità intellettuali e morali molto rare.

Aveva un talento raro, e, sebbene avesse frequentato solo il corso di istruzione elementare, riuscì a formarsi un ricco capitale di cultura, specialmente in tutto ciò che riguarda la dottrina cristiana ascetica e mistica.

La sua intelligenza era fatta per le rapide sintesi e gli alti voli. Quando cominciava a trattare un argomento, non poteva accontentarsi di farlo superficialmente, ma lo sviscerava sotto tutti i suoi punti di vista. Era anche poetessa – non lo fu santa Teresa? – che trasfondeva nei versi, pur non sempre composti secondo la rigida tecnica, la squisitezza dell’anima sua, innamorata di tutto ciò che eleva verso il soprannaturale.

Tuttavia, più che le sue non comuni qualità intellettuali, fu la sua tempra spirituale che la rese ammirabile.

Prevenuta da Dio, che la voleva tutta sua, non ebbe che un’ansia, un’aspirazione, una sete divorante: quella di amarlo con tutto l’impeto del suo cuore.

Il chiostro doveva essere il suo sogno; l’aria del mondo non era per lei respirabile.

Entrò fra le figlie di S. Paolo della Croce, e Passionista lo fu in pienezza totale; Cristo crocifisso fu il suo incanto, il suo tesoro, la sua calamita.

Lungi da me pronunciare un giudizio che spetta di diritto solo alla Chiesa; la mia appartenenza alla Sacra Congregazione dei Riti mi impone, al riguardo, una riserva anche maggiore.

Dirò solo: Dio voglia che in tutti quegli asili dove si nascondono le spose di Cristo, vi siano molte figure simili alla sua.

Le pagine che uscirono dalla sua penna, credo fermamente, basandomi su ciò che di lei pensava un uomo del valore di P. Arintero, sono destinate a spingere molte anime dalle facili pianure, dove imperano l’andazzo e la mediocrità, sull’aspro cammino che conduce alla santa montagna. Era unicamente per questo che ella desiderava scriverle.

(Fin qui il Card. Fernando Cento).

2. ti aspetto in spagna. madre maddalena parla della sua vocazione di operare in spagna

Scrive nella sua autobiografia (cf. Apostola dell’amore, Seconda Parte, n. 4):

Chi non conosce la delicatezza della mano divina quando lavora nelle anime, specialmente quando le prepara, unicamente Lui stesso, per qualche missione che pensa di affidare loro, non conosce quello che c’è di più grande e degno di stima nella vita spirituale. Io credo che, almeno in parte, dovetti conoscerlo già fin da allora, dato che, sebbene fredda, insensibile, inferma, correvo verso di Te, oh, Medico mio supremo, contenta di ripeterti le parole del Reale Profeta: “Anche se mi vedo ridotta davanti a Te come una bestia resterò sempre davanti a Te” (cf. Sal 72, 22-23: Ut jumentum factus sum apud Te et ego semper tecum).

Una volta stavo con Gesù, pensando all’incerto futuro della nostra situazione in Messico, se dovevamo andare altrove, e chiedendo al Signore che la sua mano divina ci guidasse al compimento della sua santissima volontà. Si presentò allora agli occhi dell’anima mia l’immagine di Gesù che portava sulle spalle una pesante croce. Egli, volgendo a me il suo sguardo infinitamente tenero e compassionevole, mi disse, o meglio, mi fece sentire chiaramente e distintamente queste parole: “En España te espero”. “Ti aspetto in Spagna”. Questo si ripeté più di una volta. Non potrei precisare quante volte, essendomi rimasta quell’immagine benedetta talmente impressa nella mente, che, per diverso tempo, ogni volta che mi raccoglievo in preghiera, mi sembrava di rivederlo e di sentirmi ripetere: “Ti aspetto in Spagna”, parole che accesero nel mio cuore tanto amore per la Spagna.

Oh Spagna! Quante volte in seguito ho pensato a te, bramando di volare fra le tue braccia, per incontrare in te quell’Amante che mi aspettava, stanco sotto il pesante legno, e aiutarlo a portare quella croce che aveva acceso di tanto amore l’anima mia da farle provare un doloroso martirio finché non giungeva l’ora. “Ti aspetto in Spagna”.

Solo chi ama, e ama davvero, sente quale forza esercitano su un cuore amante queste parole uscite dalla bocca dell’unico oggetto del suo amore: “Ti aspetto”… Là dove Gesù mi aspettava era, quindi, l’unico luogo dove io lo avrei incontrato. “Ti aspetto”, e come? Con la Croce, cioè soffrendo finché tu non venga a cercarmi e ad aiutarmi a portare quel peso…

Oh, Spagna, dove adesso mi trovo! Prima di stare in te con il corpo, io stavo in te col pensiero, con gli affetti, col cuore. Rallegrati, quindi, adesso anima mia, hai trovato ormai quel Gesù amante, puoi adesso aiutarlo a portare quel peso. Egli te lo offre… coraggio e avanti… Pensa che la croce è il segno più sicuro che tu segui Gesù, il Gesù che tu ami, il Gesù che assicura che chi lo segue non cammina nelle tenebre, ma che avrà la luce della vita (cf. Gv 8, 12). O Gesù, mi sento felice!

Ma ci troviamo ancora in Messico; molto presto però lo lasceremo, per trasferirmi non solo col cuore, ma anche col corpo, nella cara Spagna, per occuparmi di ciò che là mi aspetta”.

Per la mia povera anima, che si sentiva come pellegrina nell’oscuro deserto della vita, l’incontro con questo benedetto servo di Dio fu come un raggio di luce che si proiettò sul mio sentiero, lasciandolo tutto illuminato. Non potevo finire di ringraziare il Signore e di riconoscermi indegna di tanta bontà e delicatezza che mi mostrava, poiché capivo che il colloquio col Padre non aveva prodotto nelle altre religiose l’effetto che aveva prodotto in me. Tutto veniva dal Signore e a Lui tutto io attribuivo con gratitudine, chiedendogli con umiltà e confidenza di non permettere, per l’amore della dolce Madre della grazia, la Virgo Fidelis e Madre mia dolcissima Maria, che non mi rendessi indegna di queste sue predilezioni”.

3. la guida provvidenziale. madre maddalena racconta come ha conosciuto padre juan arintero

Scrive nella sua autobiografia (cf. Apostola dell’amore, Terza Parte, n. 9):

Dopo aver fatto, senza risultato, le pratiche che ho detto per trovare qualche Ministro del Signore con cui consultarmi sulle cose dell’anima mia, smisi di cercarlo ancora, contentandomi di offrire a Dio i miei desideri e relative sofferenze.

Pensavo di non meritare la grazia della direzione. Don Alessandro me ne aveva infuso una stima maggiore di quella che io avevo, facendomi vedere nello stesso tempo quanto essa era rara e quanto poche erano le anime che avevano una buona direzione.

Ai ripetuti stimoli della grazia sull’opportunità che io avessi un direttore, non sapendo più che cosa fare, rispondevo offrendo le mie sofferenze, cercando di vivere tranquilla fra le braccia del Signore che vedeva e sapeva tutto. Questo pensiero che Dio sa tutto, e che vede e conosce il nostro più intimo essere, è stato sempre il più grande conforto in tutta la mia vita, specialmente in circostanze come la presente, in cui non sapevo che fare o non potevo fare null’altro che raccomandarmi al Signore con la preghiera.

Nel gennaio 1921 iniziò la pubblicazione della rivista “La Vida Sobrenatural”, di cui già dissi quanto era attesa e desiderata da tutti. Leggendo il suo primo numero, che mi sembra ci fu prestato, la comunità espresse un gran desiderio di continuare a leggere la rivista. Si lesse a refettorio, poi, a ricreazione, se ne parlò molto. Si fecero commenti sugli articoli e i redattori, dialogando e rinfocolando il desiderio di leggere ancora la rivista. La Madre Superiora accondiscese a tal vivo desiderio, e decise di sottoscrivere l’abbonamento per la comunità. Per questo motivo si rivolse al direttore della rivista, il M. Rev.do Padre Maestro, Juan González Arintero, Domenicano, residente a Salamanca. Di lui e dei suoi articoli, si capisce, si parlava più che degli altri, essendo lui la figura principale. Che santo e che dotto dev’essere!, dicevano tutte. Chi ci darebbe di conoscerlo, trattare con lui, consultarlo su questo, su quello ecc. ecc. Io ascoltavo tutto e in apparenza me ne stavo come insensibile, senza esprimere il mio parere, mentre dentro di me sentivo una gioia e una soddisfazione come chi vede avvicinarsi la concretezza di un ideale o una chiarezza luminosa, e si va chiarendo un punto che bramava di vedere, ma non vedeva che oscurità, pur ignorando io quale fosse quell’ideale e quel punto. Era il cuore che prevedeva e sentiva che c’era qualcosa per lui.

La conclusione fu che la Madre Superiora scrisse al direttore della citata rivista, invitandolo a farci una visita, sebbene dubitassimo molto che potesse venire, supponendo che fosse molto occupato. Questo nostro dubbio divenne quasi certezza quando passarono alcune settimane senza ricevere alcuna risposta alla lettera della Madre. Dubitavamo, perché non conoscevamo ancora il cuore di quel venerabile Padre, che aveva per tutti una parola di incoraggiamento e di conforto, e arrivava a tutto, poiché pare che i santi si moltiplichino per fare del bene a tutti.

Una mattina, il 2 febbraio 1922, verso le dieci, chiamarono alla porta, e la portinaia informò la Rev.da Madre che era venuto il P. Juan Arintero, Domenicano. La Madre, sull’istante gradevolmente sorpresa, mi chiamò per riferirmelo e io sorridendo le augurai: “Ne approfitti, Madre, poi darà qualcosa a me…”. Esternamente mi mostrai indifferente e senza alcun entusiasmo, ma nel mio intimo avevo come un’idea fissa che quel Padre lo mandava il Signore con una missione per l’anima mia. Fu questa convinzione che mi fece restare tranquilla, senza osare dire nemmeno una parola che mostrasse di voler andare a parlare con lui, poiché supponevo che non avrebbe avuto il tempo nemmeno di soddisfare il desiderio di tutte quelle che io sapevo che lo avevano chiesto alla Madre.

Ci sono circostanze in cui la creatura deve fare qualcosa e ve ne sono altre in cui tutto fa e vuole fare il Signore: la circostanza presente era di queste ultime. Per questo, io non mi muovevo e tacevo. Dio sapeva tutto; la Madre anche. Che bisogno c’era di parole? Benedico mille volte il Signore che mi concesse la grazia di starmene tranquilla, confidando in Lui, esente da quegli affanni che in apparenza sembrano buoni, ma che in realtà servono solo a indisporre gli animi e a non far trarre profitto dalle parole dei ministri del Signore.

La conferenza della Madre durò circa tre quarti d’ora, restando ella contenta e insieme dispiaciuta, perché mi disse: “Non l’ho inteso bene e ho perduto molto di ciò che mi ha detto, perché non sapevo adattarmi a parlare con quel tubo di gomma…”. Il Padre era alquanto sordo e non sentiva se non parlandogli mediante un strumento, un portavoce di gomma, che risultava piuttosto molesto e difficoltoso a chi non era abituato a usarlo.

Uscita la Madre dalla conferenza, vi entrò un’altra religiosa, che vi restò circa un quarto d’ora; poi una terza e una quarta, che durarono solo pochi minuti, forse per il medesimo motivo della Madre, cioè per la difficoltà di parlare in quel modo. Io tacevo e me ne stavo come chi sta aspettando qualche cosa, mentre pensavo: “Quante altre avranno chiesto alla Madre di conferire col Padre?”. Per loro mi sentivo disposta a sacrificare il mio desiderio al Signore.

Ma ecco che la Madre mi chiama, dicendomi che non c’era più nessuna e che se volevo, potevo andare io dal Padre che me lo consigliava.

E’ facile immaginare con quanto piacere io accettassi la proposta, ma lo feci mostrandolo il meno possibile, come chi è indifferente. Mi sentivo così calma e serena come poche volte, anzi mai prima mi era successo andando a parlare con qualcuno delle cose dell’anima mia, specialmente per la prima volta, sebbene il cuore mi batteva e ardeva in modo insolito all’avvicinarsi del momento del primo incontro con quel benedetto servo del Signore, col quale da quella data io dovevo intrattenere così intime relazioni spirituali che dovevano segnare poi un’epoca particolare della mia vita.

Parlammo attraverso la grata e senza la tendina che noi usiamo, come prescrive la Santa Regola, poiché, per il detto motivo della sordità, si doveva passare per la grata il tubo di gomma che egli si metteva all’orecchio. Dovemmo così necessariamente vederci. Credo che il Signore dispose così perché conveniva anche che noi ci vedessimo.

Io, per parte mia, posso dire che trovandomi di fronte a lui, più che P. Giovanni vidi e conobbi la sua bell’anima. Sì, le nostre anime si videro e all’istante si conobbero e si intesero a meraviglia, con una intuizione speciale, perché Dio in quel momento ci dovette guardare tutti e due, ed è sotto il suo sguardo divino che si formano le vere amicizie: le anime si uniscono, si amano e si intendono molto meglio che con le parole, poiché la difficoltà di dovergli parlare nel suddetto modo la provai anch’io, e tuttavia passò quasi un’ora senza rendermene conto. Cominciai col chiedergli scusa perché non parlavo bene il castigliano. Mi incoraggiò, dicendomi che capiva perfettamente l’italiano e che quindi potevo parlargli in entrambe le lingue, secondo che mi venissero alle labbra le parole.

Mi disse che era stato diversi anni a Roma; che aveva desiderato conoscere P. Germano, Passionista, e che era molto dispiaciuto per non aver avuto questa soddisfazione. Udendo questo, gli dissi che P. Germano era stato mio direttore, che avevo avuto con lui un rapporto molto intimo, che lui mi aveva voluto molto bene ed io a lui. Di questo egli se ne rallegrò molto.

Parlammo un po’ di Gemma Galgani, di cui disse che era molto devoto e portava sempre con sé un’immagine con una sua reliquia. Parlammo anche del mio convento di Lucca, che era in qualche modo di Gemma, perché il Signore l’aveva chiesto a lei.

Gli parlai della santa Superiora [Madre Giuseppa Armellini] che mi era toccata in sorte di avere e di essere da lei formata alla vita religiosa.

Poi, quasi senza rendermene conto, poiché tutto avvenne così dolcemente e senza ombra di violenza, entrammo nelle cose dell’anima mia, dicendogli tutto con mirabile facilità. Fra le altre cose, lo consultai circa qualcosa che mi teneva preoccupata in quei giorni e precisamente perché il confessore già da alcuni mesi mi aveva detto che gli era venuta l’idea di farmi scrivere la mia vita. Me lo ripeté più volte, aggiungendo che io chiedessi al Signore di fargli conoscere se era sua volontà che mi desse quest’ordine. Quando pregavo con questa intenzione, mi sembrava di capire di sì, Dio lo voleva e ne ebbi conferma quando un giorno, durante la ricreazione, la Madre mi comandò di scrivere la mia vita. Le manifestai la mia grandissima ripugnanza al riguardo e insieme anche il timore di oppormi alla volontà di Dio, se non lo facessi presente, anche se, come dissi, ero disposta a metter mano all’opera per quanto difficoltoso mi risultasse tale comando. Formalmente però, come abbiamo visto, non me lo avevano ordinato né il confessore né la Madre. Entrambi infatti si erano limitati a manifestarmi i loro desideri.

Il P. Arintero mi disse che era bene che fossi disposta a farlo, ma che per il momento Dio non lo voleva, a motivo della ripugnanza e difficoltà che sentivo, infatti quando Lui chiede qualcosa, dà anche animo per farla e facilita il compimento di ciò che chiede. Mi raccomandò quindi di stare tranquilla sia a riguardo di quello che aveva detto il confessore che la Madre, evitando di tornarci sopra, se essi non l’avesero fatto, essendo sufficiente la disposizione di obbedire, nel caso l’avessero ordinato. Senza un comando chiaro e manifesto, io non ero obbligata a farlo; e che stessi pertanto tranquilla, perché non mancavo né all’ubbidienza né al voto del più perfetto.

A questo punto il Padre si rese conto che erano le dodici passate e disse: “Figlia mia, figlia mia, come abbiamo fatto tardi! Devo andarmene subito. Alla prossima volta, quando Dio vorrà. Se desidera scrivermi, può farlo liberamente: io le risponderò”. Mi diede la sua benedizione e ci separammo, con il corpo, poiché le nostre anime da quel giorno restarono così unite nel Signore che non ci era possibile dimenticarci davanti a Lui.

4. figlia mia, mi manda il signore. madre maddalena spiega come abbia avuto inizio la direzione spirituale con padre juan arintero

Scrive nella sua autobiografia (cf. Apostola dell’amore, Terza Parte, n. 10):

“Quanto più due persone si somigliano nelle idee, nei desideri e affetti, tanto più presto si formano tra loro le amicizie e le unioni, poiché la loro caratteristica è l’uguaglianza o l’eguagliare quelli che si amano.

Se questo è vero in ambito umano e materiale, lo è infinitamente di più nel campo soprannaturale e spirituale, perché è qui che avvengono le vere amicizie e unioni.

La mia anima e quella del sant’uomo P. Juan, dall’effetto che in entrambi produsse il conoscersi, si deduce che dovevano avere questa somiglianza. Quando queste anime s’incontrano, secondo la sentenza dello Spirito Santo nell’Ecclesiastico, è vantaggioso e conveniente che si trattino. “Tratta sempre con un uomo santo, la cui anima è secondo la tua anima” (cf. Sir 37, 16: Cujus anima est secundum animam tuam). Non è strano, pertanto, che sia il P. Juan che io restassimo egualmente col desiderio di tornare a parlarci, sebbene, per quanto dipendeva da me, non fosse facile avere presto l’opportunità di poter parlare con il venerabile domenicano, come l’anima mia desiderava. Ma in mezzo alla nostra amicizia c’era Dio; Lui aveva fatto e faceva tutto, e questo basta a non sorprenderci per qualunque cosa si veda e che, considerata umanamente, potrebbe sembrare rara e impossibile.

Il giorno dopo il mio primo incontro con il P. Arintero, circa le quattro del pomeriggio, si presentò il benedetto Padre al convento, chiedendo di poter parlare con l’ultima religiosa con cui aveva parlato il giorno prima. Mi chiamarono. Scesi subito, con la gioia che si può immaginare e il cuore che si struggeva di gratitudine al Signore. Ci salutammo brevemente come vecchi amici, poiché così ci sembrava di essere. “Padre, gli chiesi, perché è ritornato, oggi?”.

“Figlia mia, mi rispose, mi manda il Signore. Non pensavo di venire, ma è stato tanto ciò che ho ricordato di Lei che mi sembrava di non poter lasciare Bilbao senza ritornare. Così, come vede, figlia mia, non sono stato io, è stato il Signore”. Di questo io ero convinta, che bastava ricordarmelo per farmi struggere di gratitudine e di amore verso la divina bontà.

Senza preamboli, entrammo subito in materia, che fu, come si capisce, incentrato sulle cose dell’anima, Dio e il suo amore. In fondo, il Signore ci aveva già fatti conoscere e intendere, ma era conveniente che io rivelassi al Padre dei dettagli riguardo allo stato dell’anima mia per trattarli più da vicino, dato che avevo la fortuna di poterlo fare a viva voce, poiché solo raramente avrei potuto farlo in tal modo. E così, fra le domande del Padre e le mie risposte, gli feci una relazione abbastanza chiara di tutta la mia vita; e lo feci con grande facilità e con piacere.

A rimedio delle necessità dell’anima mi diede di aprirmi già allora la porta dei tesori divini e di incoraggiarmi ad arricchirmi di essi, dato che sono per noi, sue creature. Erano parole tanto accese di amore quelle che mi rivolse, che mi conquistò completamente. Mi parlò del Cantico dei Cantici e disse che l’Amante divino nella Sacra Sposa cercava l’anima mia che già era stata ferita dal suo amore, che l’amore era l’unico rimedio delle mie ansie e delle mie pene e che, fuori di questo, nulla mi poteva bastare; il motivo per cui nessuno era in grado di soddisfarmi e tutti mi infastidivano era perché non mi davano quello di cui avevo bisogno.

“Non abbia timore, figlia mia, non abbia timore”, – aggiunse, “tutte le sue ansie sono da Dio. Lui gliele dà per soddisfarle tutte. Io posso fin d’ora tranquillizzarla, esortandola ad abbandonarsi senza alcun timore alle attrattive del suo divino Sposo; comunque, per darle una sicurezza ancora maggiore, converrebbe che mi mettesse per iscritto le cose principali della sua anima e così io esaminerò meglio tutto”.

Gli dissi che scrivevo molto male, e peggio ancora in castigliano. “Non importa”, rispose, “scriva lo stesso…, quello che sa lo scriva in castigliano e il resto in italiano; capisco le due lingue. Non è necessario che si dilunghi molto, basterà che siano circa otto pagine in tutto e nemmeno che lo faccia subito, ma quando può, con comodo. Quando avrà terminato, me lo mandi a Salamanca, da lì le risponderò”. Restai d’accordo.[1]

Mi diede la sua paterna benedizione e ci separammo per la seconda volta, restando sempre più strettamente uniti in Colui che era la causa della nostra unione. Non ripeterò ciò che ho già detto sopra, di quanto grata era l’anima mia per così grande beneficio del Signore: facilmente si deduce dallo stato anteriore in cui si trovava l’anima mia. Non mi stancavo di ripetere con il Profeta: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome” (Sal 102, 1: Benedic, anima mea, Dominum et omnia quae intra me sunt nomini sancto ejus), e anche: “Tutte le mie ossa dicano: Chi è come te, Signore?” (Sal 34, 10; 88, 7-9: Omnia ossa mea dicent: Domine, quis similis tibi?).

Sì, tutto il mio intimo essere e tutte le mie ossa lodavano il Signore e senza posa gli ripetevano: Signore, chi è simile a Voi in bontà, in misericordia, nella vostra ammirabile Provvidenza?”.

5. come santa teresa e san giovanni della croce: così il rapporto di direzione spirituale tra madre maddalena e padre juan arintero

Scrive nella sua autobiografia (cf. Apostola dell’amore, Terza Parte, n. 13):

“Con questi consigli non potevo non ubbidire al Maestro che me li dava e che ebbi la fortuna di riascoltare presto di persona. Non ricordo se fu in agosto o in settembre di quello stesso anno [1922] quando egli ritornò a Bilbao.

Questa seconda volta che trattai con questo benedetto servo di Dio, il Signore, in modo più patente e sensibile, ci dimostrò che Lui stava con noi, poiché, quando il Padre mi parlava, una dolcezza soprannaturale mi inondava l’anima, togliendomi la parola, pur vedendolo e ascoltandolo. Vedendo la mia impossibilità di parlare, mi disse: “Si riposi un poco, si riposi un poco, figlia mia, poi, se Dio vuole, parleremo”. Appoggiai la testa alla grata e chiusi gli occhi in un dolce sonno, mentre lui ripeteva versetti del Cantico dei Cantici: “Sostenetemi con fiori, confortatemi con meli, poiché muoio d’amore” (cf. Ct 2, 5). Trascorremmo così un momento molto piacevole, non parlando, ma tacendo, poiché chi parlava era il Signore, facendosi gustare dalle anime nostre”.

6. appunti degli esercizi del marzo 1924: supposti interrogativi del signore

[Per comprendere lo spirito da cui era mossa Madre Maddalena, sono molto utili gli appunti stesi a conclusione e come frutto degli Esercizi Spirituali del marzo 1924. Essa li ha scritti in un quadernetto personale riservato, sul quale è scritto “Di coscienza”. Nell’agosto 1907 si era posta otto domande analoghe, pure esse scritte in quel quadernetto personale. Nel 1907 essa intendeva esaminarsi se il suo cuore era distaccato da tutto e le bastava Dio, qui, nel 1924, si verfica sulla sua sincerità e assolutezza di fede. Le domande nel quadernetto non sono numerate, mentre il curatore dell’edizione spagnola ha creduto bene dar loro una numerazione progressiva].

1. Affinché il mio amore possa crescere e agire liberamente in te, è necessario che ti ricordi sempre che sei mia e come tale che tu sia pienamente convinta che io ho tutto il diritto di fare di te ciò che voglio, ma per questo è necessario che tu accetti volentieri la mia volontà, quale che sia e che mi prometta che mai dubiterai del mio amore: me lo prometti?

2. Se ti vedessi carica di tutti i peccati che una creatura umana possa commettere, mi prometti di non dubitare un solo istante della mia bontà e misericordia?

3. Se ti faccio vedere la tenerezza dell’amore con cui ti ho sempre amata e le tue grandi infedeltà ai miei benefici, mi prometti di non perderti d’animo né di temere che, per quanto tu sia così miserabile, io ti ami di meno?

4. Se io mi nascondessi alla tua vista e non ti facessi sentire la mia presenza, ma solo solitudine e vuoto nel tuo spirito e contrarietà e lotte all’esterno, mi prometti di non lasciare di credere che io sto egualmente nel tuo cuore e che tu sei intimamente unita a me?

5. Se tu non sapessi né dove ti trovi, né dove vai, né la via per venire a me, mi prometti di credere che io veglio su di te e guido come tenera madre i tuoi passi?

6. Se le creature che più ami ti venissero a mancare, mi prometti di credere che non ti mancherò io, il tuo Dio?

7. Se ti sembrerà che il mio amore non è più come è stato finora, dolce e amabile, ma duro e crudele e la via per venire a me molto difficoltosa, mi prometti che ti appoggerai sulla fede e andrai avanti sicura di procedere bene?

8. Quando lo scoraggiamento e la tristezza cercheranno di impadronirsi dell’anima tua, mi prometti di non abbandonarti, nemmeno un istante, a questo stato, ma che, prendendo subito un Crocifisso, lo stringerai fra le mani e baciando le mie piaghe crederai che in esse è la tua forza e il prezzo che ti meriterà le gioie eterne del cielo?

9. Mi prometti di non preoccuparti affatto del tuo futuro, materiale o spirituale, temporale o eterno, ma che, con un atto di totale abbandono, metterai tutto nelle mie mani, ricordandoti che io sono tuo Padre, tuo Creatore e tuo Redentore?

10. Mi prometti che, sotto nessun pretesto, rifiuterai di prestarti a fare del bene alle anime, offrendosi l’occasione, pensando che sono Io che ti chiedo di aiutarmi ad accendere il fuoco che io portai dal cielo perché ne ardessero tutti i cuori?

11. Mi prometti di consegnare te stessa e tutte le tue cose in potere di chi guida l’anima tua, con piena libertà di disporre di tutto, senza la minima resistenza da parte tua, sicura che così si compiranno i miei disegni su di te?

12. Mi prometti che nelle cose iniziate per amor mio, malgrado ogni ripugnanza, proseguirai con coraggio e generosità?

13. Se Tu non sentissi più le dolcezze e le tenerezze nell’amare e servire la Vergine Santissima, nostra Madre, mi prometti che continuerai lo stesso ad ossequiarla, amarla e farla amare?

14. Nei misteri che contengono le mie opere, mi prometti di non vedere altro che il più tenero amore verso le mie creature e altrettanti lacci per attirarle a me e prenderle nelle reti del mio amore?

15. Mi prometti di credere che io starò con te in modo speciale nell’ora della tua morte e che allora terminerò la mia opera in te, con la forza del mio amore, affinché quando la tua anima si separerà dal corpo possa subito portarla a bere al torrente eterno del mio amore?

Risponde Maddalena: O Gesù, malgrado la mia grande miseria e fragilità, confidando nella vostra santa grazia, vi rispondo dal fondo del mio cuore con un “SÌ” a tutto ciò che mi avete chiesto e accetto volentieri, con tutta l’adesione dell’anima mia, quanto esigete da me per poter giungere al supremo grado di amore possibile ad umana creatura e al quale avete chiamato la vostra povera sposa.

7. scrittrice e pubblicista per obbedienza

Scrive nella sua autobiografia (cf. Apostola dell’amore, Terza Parte, n. 13):

Avevo bisogno di questi segni di compiacenza,[2] poiché senza di essi, forse non sarei stata fedele nella dura prova che mi aspettava quando se ne partì il Padre. Mi trovai avvolta in una infinità di inquietudini, dubbi, timori e ribellioni, e la causa era perché il Padre mi aveva detto che, scrivendogli per rendergli conto del mio spirito, lo facessi per esteso, al meglio possibile, perché riteneva che molte cose di quelle che gli dicevo potevano fare del bene ad altre anime, come era successo con ciò che avevo scritto della Ss.ma Vergine: “Associazione di Amore a Maria Ss.ma”, e che credeva conveniente, sopprimendo qualcosa per evitare di essere scoperta, di pubblicare quelle mie lettere in “La Vida Sobrenatural”. Se alla prima proposta di questa specie, come ho riferito sopra, restai triste e turbata, mi risparmio di dire come restai al ricevere quest’ordine.

Gesù benedetto, quanti sacrifici chiedi alle anime! Mi si affollarono nella fantasia un’infinità di cose… e che in nessun modo dovevo consentire a questo; che il Padre si sbagliava; che era un fanatico e che era meglio lasciarlo che sottomettermi a quella dura obbedienza con danno dell’anima mia ecc. ecc. Se non avessi troncato con un atto generoso, interminabili sarebbero stati i pensieri che si presentavano alla mia immaginazione. Lottai, ma non mi fu possibile una vittoria completa e da lì, pene e inquietudini… Erano così manifeste le prove che Dio mi aveva dato che quella guida era stata scelta dalla sua Provvidenza in modo così mirabile; avevo tanto sinceramente ringraziato l’Altissimo per avermi concesso un tal Padre e maestro così saggio, così santo, così amante di Maria, e ora… doveva cadere tutto a terra? No, non poteva esserlo; e non volevo crederlo; ma ciò che mi aveva comandato mi sembrava contrario alla prudenza e allo spirito del Signore che vuole che si custodiscano in segreto i suoi doni. Come accordare le due cose? Non sapevo che fare. Se era lui il destinato da Dio a guidare l’anima mia, era doveroso obbedirgli… Che lotte dolorose si produssero nel mio spirito! Trascorsi così alcune settimane; poi mi risolvetti a scrivergli, manifestandogli il mio stato d’animo, supplicandolo nello stesso tempo di dispensarmi dal comando che mi aveva dato.

Mi rispose così (cf. lettera del 12 novembre 1922):

“Carissima figlia in Nostro Signore. Che Egli sia sempre con l’anima sua e la ricolmi del suo Divino Spirito, che le insegni a fare in tutto ciò che più piace a Dio.

Ho ricevuto giorni fa la sua lettera che ho letto con molto piacere, vedendo come Nostro Signore va prendendo sempre più pieno possesso dell’anima sua. Vada avanti tranquilla, lasciandolo fare, pronta a non resistergli in nulla. Anch’io mi rallegrai di essere presente a quello svenimento in cui si trova la vera salute. Così potrò, se Dio vuole, giudicare meglio delle sue cose, e per questo Nostro Signore non si nasconde ai suoi rappresentanti, né le anime fedeli temono che questi le vedano così, sebbene esse desiderino che tutto resti in silenzio.

E così, non mi sorprende la sua ripugnanza e difficoltà a scrivere ciò che le ho ordinato, su cui Lei necessariamente deve lasciar trasparire tutto ciò che sente nel suo cuore. Ma non vi dia importanza, figlia mia; pensi invece che anzitutto Lei si rivolge al Padre suo, che deve controllarla con cura, e come chi ha lo stesso interesse, o maggiore, che nessuno (al massimo qualcuno che mi debba supplire) possa sospettare nulla di Lei, avrà cura di correggere tutto e sopprimere quanto conviene. Lei scriva, dunque, senza riserve, come per me solo, curando semplicemente di evitare di parlare in prima persona senza necessità, soprattutto di far capire di essere una passionista.

Pertanto, parlando del suo Ordine, cerchi di farlo come in terza persona, come se si trattasse di un altro Ordine. Ma tutto senza violenza, come le viene meglio; che poi è facile rivedere tutto e metterlo nella debita forma.

Sono lieto che l’articolo sulla “Associazione di Amore a Maria” sia stato ben accolto; anche altri l’accoglieranno bene, e credo che ne faranno una tiratura di foglietti di propaganda. Se sarà così, avrò cura di mandarvene qualcuno. Lo stesso spero che avvenga per ciò che Lei vuole esprimere circa il “facile della santità”, per attirare le anime e liberarle dai timori. Per questo è molto importante che Lei parli con tutta libertà, dicendo quanto sente; vedremo poi se conviene sopprimere o correggere qualcosa, affinché mai Lei possa essere conosciuta, evitando inconvenienti. Coraggio, quindi, a seguire la mozione del Signore e a fare che non risultino sterili in Lei le sue luci e le sue grazie, ma che vi corrisponda per guadagnargli cuori.

Chi sa se fu per questo che Egli dispose che ci conoscessimo e che Lei mi ispirasse tanta fiducia fin dal principio?…”.

Da questa lettera si vede come, lungi dal dispensarmi dall’ordine di scrivere, insisteva che lo facessi, assicurandomi sui dubbi e timori di essere scoperta, e insinuandomelo in tal modo che io non potevo rifiutarmi senza andare contro la volontà manifesta del Signore. Facendo un atto energico e generoso su me stessa, come pochi ne ho fatti in vita mia, dissi: “Dio mio, così vuoi e così sia; accettate il mio sacrificio e in compenso datemi amore e grazia di farvi amare”.

Tuttavia, come il Padre mi aveva detto: “Tutto senza violenza, come meglio le verrà”, essendo tanta la difficoltà che provavo a parlare in terza persona, osai chiedergli di poter fare a parte gli appunti che desiderava e non nei resoconti di coscienza.

Così si rende conto il lettore di come nacquero questi scritti. Nacquero dai resoconti di coscienza che un’anima molto santa, almeno nei desideri, dava a un direttore anche lui molto santo. Si può dire che sono tutti un’esperienza del divino, posto in terza persona. Ecco alcune testimonianze fatte da lei stessa:

“Quando scrivo, tutto mi deve uscire dal cuore, altrimenti non potrei mettere insieme quattro parole” (cf. lettera del 24 marzo1924 al Padre Juan Arintero).

“Ha letto, Padre, gli scritti che non ebbe tempo di leggere qui? Sebbene non parli in prima persona, Vostra Reverenza avrà capito che lì ci sono cose molto intime. Torno a raccomandarle che nessuno sappia chi è J. Pastor”.

“Quelle cose così semplici e così mal dette, sento a volte che escono dal cuore tutto fuoco di amore per Gesù” (cf. lettera 19 febbraio 1927 a Padre Juan Arintero).

“Le conoscenze che il Signore mi dà sono come una cosa che si vede con gli occhi dell’anima, e vedendola, si capisce. A volte sono più chiare e sembra che ciò che si vede e si sente sono come parole, ma non umane. Escono dall’intimo dell’anima” (cf. lettera del 24 marzo 1924 a Padre Juan Arintero).

“Sto scrivendo Los Sufrimientos y Goces del amor (Le sofferenze e le gioie dell’amore)… E ciò che penso di dire, mi sembra di averlo tutto in testa e che me lo abbia posto il Signore. Non intendo dire con questo che non mi costi niente scriverlo. No, Padre, mi costa e mi prende tempo, sebbene non per pensare a ciò che devo dire, ma al modo come lo devo dire” (cf. lettera del 4 novembre 1924 a Padre Juan Arintero).

E così, costantemente, nella sua corrispondenza col P. Arintero. Tutti questi scritti furono pubblicati nella rivista “La Vida Sobrenatural”, meno l’ultimo che fu pubblicato a parte.[3]

L’accoglienza che ebbero fu straordinaria; tutti si domandavano chi fosse J. Pastor. Il religioso che scrive, ne fu testimone. Si dava generalmente per scontato che fosse qualche sacerdote o qualche religioso, soprattutto perché citava in latino testi della Sacra Scrittura, molti e ben appropriati. Ma questa ipotesi perdette molto terreno, quando si vide che la persona manifestamente parlava di ciò che essa stessa aveva sperimentato, mentre, disgraziatamente, i religiosi e sacerdoti parlano delle cose spirituali più con i libri che per esperienza personale.

Il mistero della firma – J. Pastor – fece molto bene. Anzitutto per quella curiosità di sapere ciò che nessuno sapeva. E così si inventavano mille ipotesi. Poi, perché se si fosse saputo che erano scritti di donna e di monaca, sarebbero automaticamente scaduti di categoria. Una sciocchezza, perché le cose sono quelle che sono e valgono quello che valgono, chiunque le dica. Santa Teresa fu donna e monaca e santa Caterina da Siena anche, ed entrambe avevano cose da dire, degne del pensiero degli uomini di tutti i tempi.

Quegli articoli de “La Vida Sobrenatural” non solo destarono interesse, ma fecero anche molto del bene. Se ne fecero copie a parte, con successive riedizioni. Alcuni articoli ebbero fino a sei riedizioni; altri un po’ meno, ma è raro che qualche articolo non ne abbia avuta almeno una.

Delle molte e buone collaboratrici che ebbe il P. Arintero per la sua rivista, senza dubbio una fra le più valide fu la J. Pastor.

Da parte nostra crediamo opportuno di fare il seguente commento. “Ti aspetto in Spagna”, abbiamo visto che il Signore disse a questa religiosa. Perché? Per molte cose, alcune già realizzate e altre che si andranno realizzando. Di quelle già realizzate, una fu quella di avere il direttore che l’autrice di questo scritto necessitava. Quanto bene fece il P. Arintero a questa religiosa! Egli fu la guida provvidenziale. Questo non lo diciamo noi, lo dice lei con le più vive espressioni di gratitudine a Dio Nostro Signore. Ella aveva avuto ottimi direttori. Ma adesso – un adesso lungo vari anni – ne era priva. E il Signore glielo diede nella persona del P. Arintero, nella forma che abbiamo narrato prima.

Un’altra delle cose già realizzate fu quella di essere lei di aiuto al P. Arintero nel suo apostolato spirituale. Sembra che egli lo presentisse. Si ricordino alcune sue parole sopra riportate: “Chi sa se fu per questo (ossia per scrivere), che Egli dispose che ci conoscessimo e che Lei mi ispirasse tanta fiducia fin dal principio?”.

Così Dio Nostro Signore unì, in Spagna, non solo due anime, ma anche due apostoli.

8. la vita

Per ordine del P. Arintero, questa religiosa scrisse la sua autobiografia. Le avevano già espresso questo desiderio un Padre Passionista, suo confessore, e la Madre Superiora. Ma fu infine il P. Arintero che glielo impose, come abbiamo detto.

Siamo in possesso di una copia della detta Vita. Quando si pubblicherà, formerà un volume due volte quello della Vita di Santa Teresa. Da questa copia trascriviamo alcuni dati.

M. Maddalena di Gesù Sacramentato J. Pastor – nacque nel 1888, da famiglia agiata, ma soprattutto molto cristiana, in quella parte d’Italia dove era nata santa Gemma. Dal suo paese a Lucca, ci sono una decina di chilometri.

Ebbe gli stessi confessori di santa Gemma: Mons. Volpi e P. Germano di Santo Stanislao, passionista.

La vocazione religiosa può dirsi che nacque con lei. Mai l’attirò il mondo. Si intrattenava con due amiche, ma quando quelle cominciarono a darsi un poco alla vanità, ella ricevette un ordine perentorio da un angelo: “Lascia le amiche! Dio ha su di te altri disegni”. E poiché tardava ad obbedire, le ripeté l’ordine.

Dovette vincere non poche difficoltà per farsi religiosa. Una era la poca salute. Un’altra, l’opposizione della madre, che l’amava immensamente. Quando era già postulante in convento, la madre la riportò a casa. Ma infine trionfò la grazia di Dio. Vestì il santo abito di passionista a Lucca il 27 giugno 1907, a 19 anni, ed emise la professione l’anno seguente.

La fondazione di religiose passioniste a Lucca era stato oggetto di grandi affanni e di profezie di santa Gemma.

Fondatrice e superiora fu una religiosa proveniente dalla nobiltà romana, che a 23 anni rinunciò a tutto e si fece figlia di san Paolo della Croce col nome di M. Giuseppa del Sacro Cuore. M. Maddalena scrisse e pubblicò la sua biografia. M. Giuseppa all’interno come superiora, e P. Germano all’esterno come confessore e direttore, elevarono quella comunità a grande altezza spirituale. In quell’ambiente si formò M. Maddalena.

Così formata, il Signore dispose di lei. Il P. Provinciale dei Passionisti di Spagna andò a Lucca a cercare religiose per una fondazione che intendeva fare nel Messico. E il 18 marzo 1913 ne partirono sei, fra le quali Suor Maddalena, con destinazione al Messico.

Due anni restò in Messico. Ma quello Stato era ridotto in cattive condizioni. Era scoppiata negli ultimi tempi una delle tante rivoluzioni, quella di Carranza. Si fece sentire allora quella voce del Signore che abbiamo sopra citato: Ti aspetto in Spagna. Giunse in Spagna nel 1916. Dopo tanti rigiri e mille difficoltà, nel 1918 sorge la comunità di Deusto, nella quale M. Maddalena fu Maestra delle novizie e Superiora varie volte; si può dire che fu quasi il tutto di quella casa. Lì avvenne, come abbiamo detto, l’incontro con il P. Arintero nel 1922.

A Deusto era Superiora quando le sue consorelle di Lucca la reclamavano come Superiora in quel monastero. Era morta la M. Giuseppa, “la grande”, e bisognava costruire il Santuario-Monastero di santa Gemma. Ed ecco che con tutti i permessi e ordini del caso, la nostra eroina arriva a Lucca il 27 giugno 1935. Sorse il Santuario-Monastero. Ma, cose di Dio: il giorno dell’inaugurazione, che fu quello della canonizzazione di santa Gemma, lei, M. Maddalena, si trovava deposta dall’incarico di Superiora e castigata. Perché? In sintesi, perché così volle Dio Nostro Signore, a cui interessano più le virtù dei santi che le pietre dei conventi.

Ritorna in Spagna nel 1941. Anche allora l’aspettava il Signore in Spagna. Lavorò molto e molto dovette soffrire. Ma infine ottenne che non in un angolo qualsiasi del paese, ma a Madrid, sorgesse un’altra comunità di religiose passioniste con chiesa e convento propri e nuovi.

Ma lei non doveva vederne l’inaugurazione. Un mese prima, Nostro Signore se la portò in cielo. Morì a Madrid il 10 febbraio 1960. Aveva 72 anni.

9. la morte. lettera delle passioniste di madrid
alle passioniste di deusto

“Carissime Madri e Sorelle,

veramente non si sa come cominciare a riferire le tante meraviglie che Gesù ci sta dispensando in questi giorni di lutto e di dolore.

Sogniamo ancora di averla viva fra noi la nostra Madre: la sentiamo e sembra che la tocchiamo; non possiamo credere alla nostra orfanità. Sembra che Gesù ci ponga uno spesso velo dinanzi agli occhi per renderci sopportabile questa prova. Ci sembrava che la Madre dovesse durare sempre… non possiamo credere alla realtà. La vedevamo da qualche mese un poco affaticata; l’attribuivamo all’enorme peso di lavoro di cui ogni giorno si sovraccaricava, insieme ai dispiaceri provocati dai lavori della chiesa. Consultammo uno specialista che diagnosticò: sclerosi aortica con ipertensione. La cura un poco forte fece scendere la tensione, in quattro giorni, da 20 a 10, ma le produsse martedì un collasso, che superò mediante forti reattivi. Alzandosi, la mattina di martedì 9, sentì che le costava molto piegarsi; perciò, appena fatta la Comunione, la facemmo rimettere a letto, preoccupate da questi primi sintomi. Io dovetti uscire e passai quel tempo preoccupata. Di ritorno a casa, trovo alla porta diverse consorelle che, senza lasciarmi entrare, mi chiedono di cercare subito un medico (il telefono non funzionava). Corro dal medico più vicino e chiamo i nostri Padri che, dopo pochi minuti le amministrarono l’Estrema Unzione. Si era un po’ ripresa così da rispondere con piena lucidità alle preghiere rituali. Il medico la trovò in buone condizioni, ma noi restavamo incerte e preoccupate. Prima della levata della Comunità (il giorno seguente), sentì di nuovo un certo malessere, ma la canfora la rianimò. Appena giunse il Padre, volle ricevere la comunione per Viatico, chiedendo perdono ecc. Noi non ci allontanammo più dal suo capezzale, malgrado ella fosse in piena lucidità e avesse un buon aspetto. Ci diceva di non farci illusioni; si sentiva in fin di vita. Ci confidò i suoi progetti circa i lavori in corso, mentre noi cercavamo di non stancarla con chiacchiere. Chiamammo uno specialista che ci animò diagnosticando una polmonite – non aveva né dolori né febbre – che avrebbe superata con la terramicina.

Le iniettammo l’antibiotico, ma senza risultato. Cinque minuti dopo era cadavere. Ero scesa a refettorio a mangiare qualcosa, mentre la M. Vicaria e M. Margherita le facevano quelle iniezioni, ma dovetti risalire subito, perché agonizzava. Fu un momento di indicibile dolore. Alle tre la salma era già composta a terra. Non potevamo né possiamo credere alla realtà della morte; la vedo e la sento dappertutto.

Nel preparare la salma (avevo già visto qualcosa prima), le vedemmo inciso sul petto il monogramma di Gesù… qualcosa di meraviglioso… sembra come un’ostia grande, trasparente, qualcosa che non sappiamo spiegare. Il disegno è calcato sul petto: le lettere sono in rilievo, come un ricamo; sull’altro lato c’è il nome di Maria, e su un fianco una S.: questo io non lo vidi. L’abbiamo rivestita senza quasi scoprirla, per il profondo rispetto che ispirava. Dalle tre di mercoledì fino alle undici di venerdì non abbiamo potuto separarci dal suo fianco, con persone che volevano toccare la salma con rosari, immagini ecc.: è stata una processione di gente, malgrado il tempo piovoso e freddo, e pur non avendo avvertito quasi nessuno. Alle undici di venerdì c’è stato il funerale, cantato dai nostri Padri; per l’occasione, la salma l’abbiamo avvicinata alla finestra che dà nella Cappella, dove ci comunichiamo, aprendo la tendina perché si vedesse bene. E’ rimasta scoperta fino al momento di essere portata nella cripta; l’abbiamo portata noi stesse e lì siamo rimaste finché è stata chiusa nel loculo. Tutti sono unanimi nel riconoscere la sua santità e nel raccomandarsi a lei. Mons. Nunzio giunse immediatamente con il suo Vicario; recitò alcune preghiere sulla salma, benedisse la cripta, diede indulgenze (200 giorni per ogni pia pratica) e aggiunse un’elemosina; per il funerale mandò il suo segretario. La prima grazia della nostra Madre fu quella di poter inaugurare la cripta anche in assenza di tutti i permessi; Mons. Vescovo ci disse che erano cose lunghe (venne anche lui a vederla) e, effettivamente, quando venne il nostro P. Consultore per regolare il tutto, non incontrò che difficoltà: che ci voleva un mese per ottenere il permesso; che ogni tomba costava almeno 15.000 pesetas ecc. ecc. Ci siamo rivolte a Mons. Nunzio e le sue raccomandazioni hanno appianato tutto, ma potete immaginare le nostre ansietà. Inoltre, si voleva che fosse sepolta giovedì alle cinque, ma la bara non arrivò in tempo; abbiamo così potuto vegliarla un’altra notte.

Il corpo si è mantenuto molto bene, flessibile; non si è sentito il minimo cattivo odore; non si è avvertito nessun segno di decomposizione, pur essendo stato più volte stretto e assiepato da tanta gente. In verità, non finirei, ma il tempo, come potete immaginare, è scarso, perché tutto ricade su di me. In questi giorni il telefono non si arresta e sono già arrivati telegrammi, lettere e visite da non lasciarmi respirare. Oggi abbiamo trascorso il tempo della ricreazione leggendo lettere di condoglianze. Molti hanno contribuito alle spese, e vediamo da ogni parte la sua protezione.

Credetemi sempre la vostra aff.ma sorella… [Madre Gemma della Vergine del Carmine]”.

10. questa edizione

E’ la prima edizione di tutti i suoi articoli messi insieme. Vi abbiamo posto ogni cura. Ne abbiamo modernizzato lo stile, rendendolo più scorrevole, dividendo in tre punti distinti o in quattro, secondo il bisogno, ciò che l’autrice poneva in uno.

Abbiamo eliminato quasi tutte le espressioni latine, che erano molte, essendo il latino un ostacolo per il lettore ordinario. Sono stati messi dei sottotitoli. Non abbiamo esitato a sopprimere pagine e paragrafi, ma facendo molta attenzione a non far cambiare il senso.

Senza alcun dubbio, è Maria Maddalena di Gesù Sacramentato, passionista-domenicana, apostola dell’amore, come lei stessa si firmava, che parla in questo libro.

C’è qualche ritocco per mano del P. Arintero. Non molti, non essendo necessari; ma con i ritocchi del P. Arintero non c’è libro mistico che ne scapiti.

A me, il religioso che ha curato questa edizione, suo Padre nel Signore (lo dico con vergogna) dalla morte del P. Arintero, ella mi scrisse, inviandomi l’originale dell’ultima parte (libro sesto): “Padre, buone Feste. Cambi, corregga, come crede”. (Erano le Feste Natalizie del 1959-60. Entro un mese sarebbe morta). Voleva dire: come crederà. Ciò che io avrei fatto, lo dava per già fatto.

Vada, quindi, per il mondo, questo libro e che faccia molto del bene, tanto bene, come desiderava la sua autrice e come desideriamo anche noi che vi abbiamo posto mano.

P. Sabino Lozano O. P.


[1] La Madre Maddalena cominciò a scrivere questa breve relazione il 7 febbraio 1922. E’ già stata pubblicata nell’opera Hacia las cumbres de la unión con Dios. Corrispondenza espiritual entre el P. Arintero y J. Pastor, Salamanca 1968, pp. 23-31; J. Pastor – G. Arintero, Al centro dell’amore. Corrispondenza spirituale 1922-1928, pp. 21-33). Più tardi, nel dicembre del 1927, il P. Arintero le ordinò di scrivere la sua vita. Da essa prendiamo tutte le informazioni che riportiamo in questa presentazione agli scritti spirituali di Madre Maddalena.

[2] Madre Maddalena si riferisce a ciò che le successe durante il secondo colloquio con il P. Arintero, quando cadde in estasi.

[3] Il primo di tutti apparve nel numero corrispondente a novembre 1923.

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: