Libro Quarto – Siete dei

SIETE DEI[1]*

Io ho detto: voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo” (cf. Sal 81, 6)

La maggiore grandezza e felice sorte dell’uomo è essere figlio di Dio: poter tenere con Lui, sorgente di ogni vero bene, le intime relazioni di amore che un figlio tiene col padre e sapere con certezza che come tale è amato da lui. Non sapere apprezzare questa ineffabile e sublime grandezza fa sì che molti siano infelici, disgraziati, miserabili, e vadano sempre in cerca di una felicità che non esiste. Cercala nella nobiltà dell’anima tua, di origine divina, e la troverai.

Com’è possibile che la mia anima, creata da Dio, destinata a partecipare della sua stessa natura, trovi riposo e pace nelle creature, se tra queste e Dio c’è una distanza infinita? Quale onore potrà sostituire o equivalere a quello di essere figlio di Dio e godere delle sue cure paterne? Nessuno! Niente e nessuno può paragonarsi con Dio. “Chi è come te, Signore?” (cf. Sal 34, 10). Ben lo comprese il Profeta, che scelse Lui solo come porzione ed eredità del suo cuore, senza far conto di nessun’altra cosa: “La roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre” (cf. Sal 72, 26). Quando un’anima, accesa di amor di Dio, può ripetere altrettanto, è felice, completamente felice, per quanto si può su questa terra. L’amore le rivela la sublime grandezza a cui è elevata, e le fa sentire ciò che mai può sentire chi non ama o ama molto imperfettamente: le pure intimità dell’amore di famiglia con Dio, suo vero e amantissimo Padre. Siamo chiamati figli di Dio, dice san Giovanni, e l’amore ci fa sentire che realmente lo siamo
(cf. 1 Gv 3, 1).

Non c’è chi possa esprimere l’immensa differenza che esiste fra il conoscere questa consolante verità per fede, come molti la conoscono, o conoscerla per esperienza. E’ come fra chi sa che ci sono le ali per volare e chi le ha e vola. Perché chi ama in questo modo, ha le ali e può volare leggero e felice verso le altezze, fra le braccia di Dio. Può trattare con Lui come un padre, parlargli di tutto senza timore, sicuro di essere sempre ascoltato e consolato.

Quando invece non si ama davvero, tutti gli sforzi sono inutili e insufficienti per salire fin qui. Non basta che uno abbia sofferto molto per la gloria di Dio, lottato e vinto i nemici spirituali. Di tutto riceverà senza dubbio la sua ricompensa in cielo, ma per salire ora lassù e godere fin da questa terra il paterno amore di Dio, deve amare intensamente. Solo a chi ama così è riservato il poter reclinare il capo, come l’Apostolo dell’Amore, sul petto di Gesù e dormire tranquillamente come un bimbo sul seno di sua madre.

Così è senza dubbio per tutti quelli che amano Dio con amore filiale. Perché, come ci dice S. Paolo, non stiamo nella casa di Dio come stranieri o ospiti, ma come familiari di Dio (cf. Ef 2, 19).

l’esperienza dell’amore. Questo, dunque, sente l’anima che ama: essere familiare della casa di Dio. Prima di conoscere per esperienza l’ineffabile mistero di amore della sua filiazione divina, conosceva Dio e vedeva in Lui l’Onnipotente, il Grande, l’Essere Supremo che risiedeva lontano, su un trono di gloria, inaccessibile alla creatura. Pertanto, poche anime privilegiate potevano aspirare a raggiungerlo, e pochissime arrivare fino a Lui. Quando sentiva parlare dell’amorosa familiarità che Dio aveva con i Santi, la considerava una cosa assai rara e straordinaria, o come una predilezione che Dio riservava soltanto ad essi. Non la scuoteva neppure da lontano, né la spingeva a desiderare, o almeno a sperare di poter appartenere a questo numero. Ma ora che sa di essere figlia di Dio, che ha in sé stessa qualche cosa dell’Essere divino, che è stata generata da Lui alla vita della grazia, comunicandole la sua stessa natura, oh! come la pensa diversamente. E questo non è un’immaginazione. La fede ci assicura che è così e l’amore lo conferma alla persona che ama. Com’è diversa la vita che l’anima comincia adesso! Come sente la sua grandezza! Riconoscendosi superiore a tutte le cose, ed elevandosi al di sopra di tutte, si ferma e riposa solo nel Creatore.

Oh, se si comprendesse il dono che Dio ci ha fatto quando, dopo averci creati a sua immagine e somiglianza, noi abbiamo perduto per il peccato tutti i diritti di figli suoi, egli ci ridonò col Battesimo la vita della grazia, germe o principio della sua stessa vita, e ci dona, al tempo stesso, la capacità di poter crescere, mediante l’amore, nella stessa vita divina fino a trasformarci in Lui, in tutto simili a Lui! “Voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo” (cf. Sal 81, 6).

Chi si persuadesse di questa verità, certamente nient’altro ambirebbe su questa misera terra. Saprebbe che possiede ciò che c’è di più degno di essere apprezzato e stimato, come nient’altro e nessun altro, e l’unica cosa capace di soddisfare completamente le aspirazioni che l’anima sente ad un bene infinito.

Questa gloria e felicità, che la maggior parte delle creature non conosce, si manifestano all’anima che ama in tutto il loro splendore, facendole percepire la sua propria grandezza per goderne l’immenso gaudio. Ma ciò che la rende più felice è vedere il suo progresso in questa vita divina, e la ferma speranza che nutre di giungere, mediante l’amore, che è il mezzo sempre a sua disposizione, alla completa trasformazione nel Dio che ama. Da qui scaturiscono le grandi aspirazioni dell’anima, le grandi idee, i propositi, i desideri di beni infiniti ed eterni, ritenendo che sia poca cosa o niente tutto ciò che passa e finisce con la vita. Da qui proviene anche quella santa audacia con la quale l’anima chiede a Dio questi beni incalcolabili, quasi come le appartenessero per diritto proprio. E così è effettivamente, essendo unita a Gesù Cristo, erede legittima della sua gloria, sentendosi membro del suo Corpo Mistico e figlia dello stesso Padre celeste.

familiarità con dio. Dall’esperienza di questa conoscenza deriva anche quella familiarità con Dio e la fiducia in tutte le circostanze e necessità, grandi e piccole; quel ricorrere a Lui quasi istintivo, allo stesso modo che il bimbo chiama il papà o la mamma, quando qualche cosa gli incute timore o sente la sua debolezza. E Dio, padre com’è, è contento di essere chiamato così, ed accorre per andare incontro alle necessità di un figlio.

Ricorrere subito a Dio con questa fiducia infantile, è una delle prerogative che caratterizza le anime che godono dell’amore paterno di Dio, che le sente sue figlie. Il peso della natura viziata, che attira tutti costantemente verso la terra e tarpa a molte anime le ali per volare a quelle sublimi altezze, non è un ostacolo per l’anima che ama in questo modo il suo Dio. Il corpo, la debolezza della carne, non le impediscono di volare. Anch’essa sente quel peso molesto e, talvolta, Dio permettendolo per suo maggior bene, deve sostenere lotte più accanite di altri. Ma, così come niente è capace di impedire che un figlio si rivolga al padre, lo chiami e tutto si aspetti da lui, allo stesso modo niente trattiene l’anima nelle sue ascensioni di amore. Anzi, quanto più pericolose sono le lotte, tanto più corre a gettarsi fra le braccia di Colui che è suo Padre e come tale compatisce la sua debolezza e sovviene alle sue necessità. Accorrono queste anime a Dio con tanta fiducia, come con la stessa facilità lo fa un figlio con suo padre. Quando ha bisogno di qualcosa, chiedendola a suo padre, se ne sta tranquillo e sicuro, come se già avesse nelle sue mani ciò che desidera.

Che grande fortuna è, quindi, possedere questo amore filiale con il Padre celeste, il quale può tutto ciò che vuole e vuole sempre il meglio per l’anima, nel tempo e nell’eternità!

fiducia. Quando il dolore li visita e il pericolo li minaccia, questi veri amanti di Dio ripetono spesso: “Dio Padre ci ha dato suo Figlio come fratello, e per madre la sua stessa Madre, Maria. Non ci può più abbandonare, né lasciare di curarsi di noi, come Padre”. E ripetono, fiduciosi, con il Profeta, quelle ardite parole che sembrano potersi permettere solo a un figlio: “Svègliati, perché dormi, Signore? Dèstati, non ci respingere per sempre” (cf. Sal 43, 24). Dio è Padre e per questo, a colui che lo ritiene come tale, gli è permesso di trattarlo in questo modo: “Signore, che fai? Dormi? Alzati e vieni in mio aiuto…”. E’ il figlio che non teme di svegliare il padre con le sue grida e fargli come un amoroso rimprovero perché accorra subito a soccorrerlo nella sua necessità: “Nel giorno della mia angoscia piega verso di me l’orecchio. Quando ti invoco: presto, rispondimi” (cf. Sal 101, 3).

Se non le rivolgesse un figlio a suo padre, spinto da un amore di fiducia filiale, e Dio non fosse Padre dell’uomo, ma solo il suo Dio e Creatore, queste parole sembrerebbero di grande audacia. Invece, tutt’altro che essere così, ci mostrano che chi parla in questo modo con Dio, gode senza dubbio di questo prezioso dono dell’amore filiale con Lui.

Quanto è bella questa vita di intima familiarità con Dio, che Egli concede a tutti quelli che lo amano teneramente! Non è vero che questi tali godono già in questa terra un preludio del cielo, dove tutti, un giorno, senza ombra né velo, vedremo il nostro Padre celeste, e godremo eternamente le infinite tenerezze del suo amore?

E a quale maggiore felicità si può aspirare che a quella di avere in Dio un Padre tenerissimo, che mai ci mancherà? Perché la morte non ha potere su di Lui. Egli può sempre venire in soccorso alle nostre necessità. Se per qualche infedeltà non meritiamo il suo favore, Egli ci dà per mediatrice Maria, Madre sua e Madre nostra, a cui Egli nulla può negare, per darci così la sua grazia come obbligato da Lei.

ci chiama tutti. Povere anime quelle che si privano di così grandi beni e si contentano di contemplare da lontano, con ammirazione e sorpresa, ciò che Dio fa con quelli che, come suoi veri figli, lo amano e lo servono! E non sanno che Dio è anche loro Padre, ed essi suoi figli? E che tutti gli costiamo il suo Preziosissimo Sangue e la sua morte su una Croce?

Siamo figli di Dio, e Lui vuole che tutti godiamo delle sue tenerezze paterne. Vedere nelle nostre anime qualcosa della sua divina natura, lo inclina ad amarci tanto. Disse a S. Caterina da Siena: “Figlia mia, se sapessi quanto amo un’anima! Sarebbe l’ultima cosa che sapresti in questo mondo, perché saperla ti farebbe morire”. Se questa gran Santa non poteva capire il mistero dell’amore che Dio ha per noi, non potremo certamente nemmeno noi, così imperfetti, capirlo. Possiamo però capire che è Padre nostro, e da questo dedurre quanto ci ama e vuole farci felici; e allora non ci stupiranno più le sue grandi tenerezze di amore con le anime.

Non mi stupisce perciò vedere l’Apostolo Giovanni riposare sul petto del Salvatore. E’ Gesù, il Fratello maggiore che lascia il suo piccolo fratello riposare sul suo seno… Non mi stupisce che dica ai discepoli, per consolarli della sua partenza prima di salire al cielo: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro” (cf. Gv 20, 17), “Io vado a prepararvi un posto” (cf. Gv 14, 2), perché veniate anche voi e ci riuniamo tutti nella casa paterna, dove io, come primogenito, vado per primo. Non mi stupisce che dica a santa Teresa di Gesù: “Se non avessi creato il cielo, lo creerei solo per te…”. Non mi stupisce che la Regina del cielo, Maria santissima, mentre i religiosi di san Domenico stanno dormendo, vada passando per i corridoi, benedicendo i frati e mostrandoli al santo Patriarca sotto il suo manto come pulcini sotto le ali della madre…

Tutti questi favori, che solitamente attirano l’attenzione degli uomini, per nulla devono sorprendere né stupire, come non sorprenderanno certamente chi consideri che Dio è nostro Padre, Gesù nostro Fratello e Maria nostra tenera Madre. Tutti i favori citati sono di una sfera più bassa e molto inferiore a quelli che a tutti noi ha fatto Dio dandoci la sua grazia, che è una partecipazione della sua stessa sostanza, rendendoci così veri figli suoi, fratelli di Nostro Signore Gesù Cristo, coeredi della sua gloria eterna nel cielo, col diritto di godere, fin da questa terra, le ineffabili tenerezze del suo paterno amore.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, febbraio 1930, pp. 93-100.

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