Libro Quarto – Vivere di fede

VIVERE DI FEDE[1]*

Il mio giusto vivrà di fede (cf. Eb 10, 38)

L’anima che ama Dio è un’anima che ha conosciuto la sua origine, la sua nobiltà, la sua grandezza superiore ad ogni grandezza umana, degna soltanto di quel Dio che ama. Per questo, ha disprezzato tutto per dare solo a Lui il suo cuore. Ma, se la capacità di quest’anima è così grande che solo Dio può riempirla, non si riempie certamente di un Dio immaginario, ma del Dio vero, tale come è in se stesso. Chi, pertanto, potrà dare all’anima un Dio tale come è, perché ne sia piena, soddisfatta, e fruisca tranquillamente del suo ineffabile amore? Solamente la fede. Quanto più un’anima ama Dio, tanto più grande e più pura è la sua fede. Perché l’amore cresce e si perfeziona nelle anime in proporzione a quanto cresce e si purifica la fede. E la fede si perfeziona con l’amore.

Dice san Giovanni della Croce che tra le illustrazioni in cui Dio comunica all’anima qualche luce per via intellettuale, e quelle che le comunica mediante la fede, senza chiara comprensione, c’è una differenza qualitativa così grande come tra l’oro purissimo e il metallo più vile. Quanto poi alla quantità, se ne differenzia come il mare da una goccia d’acqua, perché con le prime, le comunica la sapienza di una, due o più verità; con le altre invece, tutta la sapienza di Dio, che è il Figlio di Dio. Quanto grande e potente è, dunque, la fede! Per questo, dice lo Spirito Santo che la fede è la vita del giusto. Sì. La fede è la vita delle anime molto avanzate nella perfezione; è la vita delle aquile che si innalzano fino alle nubi; la vita di quelli che amano veramente Dio e vivono della sua vita. “Perché, credendo, abbiate la vita” (cf. Gv 20, 31).

Mediante questa nobile e fondamentale virtù, le anime si elevano fino al trono dell’Altissimo. Lo riconoscono grande, immenso, infinito. Credono cose talmente sublimi e profonde che eccedono ogni intelligenza umana e che mai avrebbero potuto conoscere con la sola luce della natura razionale.

Mediante la fede, l’anima si lancia nel mondo dello spirito, resta in quella vita celestiale di luce, di verità e di amore, e gode in anticipo, “perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (cf. 2 Cor 4, 18).

penetrazione della fede. Quando l’anima, abbandonato il modo di pensare umano, resta come digiuna di Dio, senza avere di Lui una qualche immagine particolare e concreta, né una conoscenza intellettuale chiara, allora rimane avvolta nella nube oscura della fede che, con la sua notte, illumina più di qualunque altra luce. Ed è proprio allora che vede, senza vedere, cose infinitamente superiori a quante ne avrebbe potuto immaginare; e ama Dio realmente, comprende di Lui cose sublimi e profonde, raggiungendo una felicità indicibile. La conoscenza di Dio e delle cose soprannaturali non si può conseguire se non mediante la fede e una fede viva, perché la fede è come la vista che dà la penetrazione e la comprensione delle cose celesti. Come si sbagliano coloro che pretendono di conoscere Dio con la sola luce della ragione e godere dell’Ineffabile, dell’Invisibile, seguendo criteri umani di apprezzamento e di valutazione, come di cose terrene, che cadono sotto i nostri sensi, così rozzi e grossolani! Questo non è possedere e gustare Dio, ma un pallido riflesso di Lui, un’ombra di Lui, misera e scialba.

Non è così che si gode il Bene increato, quel Bene che supera ogni altro bene. Vorrebbe dire ingannare se stesso, fermandosi a creature limitate, piccole, corruttibili.

fede e amore. Dice l’Apostolo san Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi” (cf. 1 Gv 4, 12). Per godere, quindi della grandezza e bellezza di Dio, è indispensabile la fede. Basata sulla veridicità della parola divina, essa ci fa credere tutto ciò che si dice di Dio. La fede accende e ravviva l’amore, e l’amore perfeziona e purifica la fede. Per questo, Dio addestra i suoi in questa virtù; si compiace di provarli, permettendo che siano tentati, oscurando il loro intelletto, perché non intendano con la luce della ragione né Lui né il suo modo di agire. E’ tanta la fede che Dio esige da quelli che lo amano o vogliono amarlo con perfezione, che sembrerebbe incredibile se la S. Scrittura non ne avesse registrati parecchi esempi.

Ad Abramo chiede di alzare il braccio e colpire a morte l’unico figlio sul quale si fondavano tutte le promesse di una numerosa discendenza. Alla Vergine Maria di consentire a divenire madre, senza dubitare che venisse minimamente offuscata la sua verginale purezza. Da san Giuseppe esige che creda che la sua casta sposa sia intatta, santa e innocente, quando le apparenze l’accusano di infedeltà al suo amore. A san Pietro, il Salvatore ordina di gettarsi in mare e andare da Lui camminando sulle acque, e l’apostolo, senza esitare, si getta in mare per raggiungere Gesù. Ma quando la forza del vento lo fece vacillare nella fede, e gridare spaventato: Signore, salvami!, il Maestro lo riprende della sua mancanza di fede, dicendogli: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (cf. Mt 14, 31). Avendogli l’Apostolo mostrato già tanta fede col gettarsi in acqua, sembra quasi un’eccessiva esigenza chiedergli di più. Ma no. La fede non ammette dubbio, e Pietro dubitò: la sua fede era imperfetta.

Quelli che veramente amano Dio sono molto lontani dal tacciare di eccessiva la fede che il Salvatore esigeva dal suo Apostolo. Riconoscono anzi in questo comportamento del Signore un giustissimo diritto dell’amore che, quando è grande, esige dall’amante cieca fiducia e abbandono assoluto. Sanno molto bene che Lui ha detto: “Sono io che dò la morte e faccio vivere; io percuoto e io guarisco” (cf. Dt 32, 39). Dalla morte sorgerà la vita, dalla ferita la sanità. Che felicità per l’anima amante quando tutto sembra perduto, uscire da se stessa con un atto di fede, abbandonare tutti i calcoli e ragionamenti piccini e limitati della debole ragione e gettarsi nelle braccia di Colui che sovrasta e domina tutto, appoggiarsi alla colonna sicura e incrollabile della fede! Quanto è grande Dio!

meraviglie della fede. Prima di condurre queste anime elette a contemplare le meraviglie del suo regno di amore, Dio vuole prima accecarle perché non vedano se non con la luce della fede e poi, quando non vedono niente, domanda loro come ai ciechi di Cafarnao: “Credete voi che io possa fare questo?” (cf. Mt 9, 28). Credete che io sia Colui che sono, il Tutto e il “Nulla”, Colui che riempie il cielo e la terra senza occupare spazio, Colui che conduce quelli che mi amano verso quell’abisso incomprensibile, li nascondo nel segreto del mio Volto, senza che essi mi conoscano, e lì restano amandomi, ma senza sapere di me altro che io sono l’Infinito? “Sì, crediamo, Signore”, gli risposero. E Gesù aggiunse: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede” (cf. Mt 9, 29).

La fede che è stata loro richiesta e che essi hanno dimostrato è grande, molto grande. Grandi, quindi, devono essere anche le cose che in essi farà l’Amore. Grandi e immense sono le meraviglie che saranno mostrate loro. Profonda e pura sarà la felicità che troveranno nella fede. Tutte le gioie della vita dello spirito si fondano lì, da quella fonte procedono e sgorgano senza sosta.

Ciò che conduce l’uomo alla sua trasformazione in Dio sono la fede e l’amore. Con la fede l’uomo si applica alla contemplazione e ad assimilare gli atti e le disposizioni del Verbo fatto carne. Con l’amore si unisce e si trasforma in Lui, perché, come dice san Francesco di Sales, “l’anima vive più in chi essa ama che in chi l’ama”.

L’anima vive in questo modo in Dio per la fede viva, e la fede stessa l’assicura e le fa capire che ha trovato il Dio vero, il Dio che soddisfa pienamente tutte le aspirazioni del suo cuore, il Dio che essa, con voci ardenti che erano il suo incessante tormento, chiedeva a tutte le ore. Quando lo trovava mediante i sensi e le cose sensibili, le procurava qualche conforto, alcune soddisfazioni passeggere che davano poi luogo a maggiori tormenti. Ma adesso che lo possiede mediante la fede, non è più così. E’ il suo vero Dio che ora possiede; non sono suoi riflessi o apparenze, come quando lo cercava nelle creature. Lo gode, pertanto, tranquilla, senz’altro desiderio che aumentare e purificare la sua fede, questa qualità divina che aumenta per ogni atto che di essa si fa. E quanti atti di fede fanno queste anime fedeli! Lo abbiamo già visto: la loro vita è vita di fede. Oh, se considerassero bene questa così consolante verità tante anime, buone sì, ma che non sanno liberarsi dai sensi, e non sanno trovare Dio diversamente da come se lo immaginano! Se sapessero che forza sente e che pace gode l’anima, anche in mezzo a tutte le aridità e immaginabili prove, quando è giunta al punto di darsi tutta a Dio in pura fede! Se capissero questo, non si lamenterebbero dell’aridità e insensibilità per le cose spirituali; che anzi si rallegrerebbero e sarebbero più diligenti nell’esercitarsi nella fede con atti più numerosi e frequenti.

fede e speranza. Le anime di fede hanno fisse nel cuore quelle parole che il Maestro rivolse a Marta, la sorella di Lazzaro, prima di compiere il miracolo della risurrezione del loro fratello: Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (cf. Gv 11, 40). La fede, dunque, fa vedere quella gloria che l’Apostolo Paolo espresse con queste parole: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (cf. 1 Cor 2, 9). La fede fa loro assaporare le cose del cielo, non quelle corruttibili della terra.

La loro vita è nascosta mediante la fede “con Cristo in Dio” (cf. Col 3, 3), e questa vita felice, poiché non dipende dalle cose soggette a mutamento, ma dalla fede che è immutabile come Dio stesso, nessuno gliela può togliere. E’ l’inizio di quella vita senza fine a cui ci andiamo avvicinando; è il progresso o avvicinamento a quella felice unità con il nostro Dio nella quale saremo eternamente consumati. Tutto questo crede l’anima e lo spera per la fede che ha nelle parole di Dio; una certezza infallibile che esclude ogni dubbio. E ripete con san Paolo: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (cf. Rm 8, 35.37-39). Questa certezza che faceva dire così a san Paolo, procedeva senza alcun dubbio dalla sua viva fede, poiché lui, più di tutti, quando diceva così, conosceva per esperienza la propria fragilità, e la sentiva anche nelle sue membra.

Dalla fede procedeva anche ciò che diceva il santo Giobbe: “Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero” (cf. Gb 19, 25-27).

Né la propria indegnità e miseria, né le lotte e contraddizioni da parte degli uomini e del demonio sono capaci di sminuire la felicità che procede dalla sicurezza della fede. Essendo questa virtù, come dice l’Apostolo, “la sostanza delle cose che si sperano” (cf. Eb 11, 1), si possiede già, in certo modo, ciò che per fede si spera. Disse il Signore a S. Matilde: “E’ per me un grande piacere che gli uomini sperino da me grandi cose. Se uno di essi spera da Me che dopo la sua vita lo colmerò di doni oltre i suoi meriti, e perciò mi ringrazia, questo mi è tanto gradito che, quanto grande sia la sua fede e speranza, altrettanto e anche più lo ricompenserò oltre i suoi meriti. E’ impossibile, infatti, che l’uomo non riceva ciò in cui ha creduto e sperato”. L’anima che ama, tutto crede e tutto spera, e come dice san Paolo della Croce: “Speranza del cielo, tanto ottiene quanto spera”.

il germe della luce della gloria. Tutti sappiamo quanto goda l’intelligenza quando, con la scienza, arriva a scoprire qualche cosa di grande e di bello, o a svelare qualche segreto dei tanti che ci circondano. Ma da solo, l’intelletto riesce appena ad elevarsi sulle cose create, così povere e piccole… La fede, invece, scopre misteri così profondi che la ragione mai avrebbe potuto intravedere.

Mediante la fede, la vita intellettuale riceve, su questa terra, il maggior godimento che le si possa offrire. Che grande bene è, per chi ama, piegare l’intelletto davanti alla Verità infallibile! Credendo, già gode in certo modo dei beni che sono in Dio. I Santi e i Dottori arrivano a chiamare la fede “germe della luce della gloria”, perché questa luce di gloria un giorno la sostituirà. La fede non esclude l’ombra e la lotta, ma esclude, sì e sempre, il dubbio che è ciò che diminuirebbe la nostra felicità, e sarebbe causa di penose sofferenze, alle quali nessuno potrebbe portare rimedio.

Al di sopra di tutte le idee dei geni più grandi, al di là dell’orizzonte naturale, appare all’anima, mediante la fede, un orizzonte soprannaturale e le si svela un mondo nuovo, dove dovrà vivere una vita soprannaturale e divina. Ed è qui che l’amore assume proporzioni gigantesche, disponendo le anime all’unione perfetta col Sommo Bene.

la fede e i doni dello spirito santo. Ma la fede che produce questi mirabili effetti e dalla quale sorgono gioie e beni così grandi, non è la fede in se stessa, considerata come virtù teologale. Non è la fede imperfetta che spesso hanno anche quelli che non sono in stato di grazia. E’ una fede, invece, vivificata dalla carità e praticata mediante i doni dello Spirito Santo. Una fede che è frutto squisitissimo di questi preziosissimi doni. Nasce sempre nell’anima in cui alberga l’Ospite divino, che con “unzione spirituale”, soave e delicata, la fa penetrare in tutte le cose, e da tutte, come ape industriosa, le fa estrarre il miele o la sostanza spirituale che le somministra la fede, attraverso la quale l’anima contempla ogni cosa. Non c’è né luogo né tempo in cui Dio non si dia all’anima che lo cerca così, perché l’oggetto primario della fede è lo stesso Dio.

Tutte le cose create sono state fatte e sussistono perché ce ne serviamo come mezzi per ascendere a Lui e ci diano un’idea, sia pure lontana, delle sue perfezioni invisibili. Ma quando hanno compiuto la loro missione, e ci hanno condotto fino alle soglie del Sancta Sanctorum, ossia fin là dove possono arrivare, non ci servono più. Al contrario, fermarci in esse, ci sarebbero di ostacolo. A questo punto, l’amore investe l’anima con più forza, la rende cieca per non vedere altro che Dio, nell’oscurità della pura fede, senza immagini di cose create. Questa visione di Dio abbaglia la sua debole vista di creatura mortale e l’avvolge in una densissima nube. E’ la fede, quella fede purissima attraverso la quale soltanto si può, in questa vita, fissare lo sguardo nell’invisibile, e vedere il Sole di eterni splendori. Così, come le stelle spariscono dalla nostra vista quando sorge l’astro del giorno, così si spengono anche tutte le luci naturali quando appare il Sole divino, anche se velato dalle nubi della fede. In virtù della fede, l’anima amante, purificata la sua vista dal dono dell’intelletto, vede Dio e vede tutte le cose in Dio, che in tutte fa cose grandi.

Insegna san Tommaso: “Col dono dell’intelletto si può vedere in qualche modo Dio in questo mondo”. Quello che l’anima comprende di Dio è inspiegabile. Lo sa soltanto chi ha il cuore puro; lo vede e lo sente. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (cf. Mt 5, 8).

lo sguardo della fede. La creatura, mezzo per salire a Dio. Che cosa non dicono all’anima amante il firmamento, gli astri, tutta quella infinità di mondi lanciati nello spazio, che girano senza sosta con incalcolabile velocità e insieme col più meraviglioso ordine e la più perfetta armonia? “I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento” (cf. Sal 18, 2). L’occhio materiale non vede che la grandezza della materia, le sue proprietà, il colore, la lucentezza, ecc. L’occhio della fede, invece, scopre in tutti questi mondi sospesi nel firmamento, il riflesso della sapienza, della grandezza, del potere di Colui che li creò, li regge e governa. Perché è dai suoi effetti che si conoscono e ci muovono a dire: più grande è Colui che ha creato tutte queste meraviglie. Più grande sono io, perché per me le ha create. Questa armonia, questo ordine sono un simbolo dell’armonia e unità che c’è in Dio e in tutte le sue cose.

Nella successione dei tempi e delle stagioni, l’anima illuminata vede le diverse fasi successive per le quali deve passare nella sua crescita spirituale, fino a giungere all’età perfetta nella quale si consuma l’unione col Sommo Bene.

I cibi che prende le ricordano i diversi alimenti che Dio, più affettuoso di una madre, distribuisce alle anime perché crescano e si irrobustiscano nella vita della grazia. A ciascuna dà la quantità e la qualità necessarie; a chi la dolcezza del conforto, a chi l’amarezza della tribolazione, a chi il pane duro delle aridità…

Tutto ha voce per l’anima che vive di fede. Appena mangia un pezzo di pane, grondano lacrime di gioia e di tenerezza, pensando che Dio, per darglielo, ha dovuto mettere in moto tanti elementi. Ma più che di ogni altra cosa, beve gioia, in abbondanza, nella santa Chiesa. L’anima che vive di fede, vede nella Chiesa la casa di Colui che ama. Quanti motivi di gioia non vi trova! Nella Chiesa scorrono sempre quei fiumi che non cessano mai di irrigarla, i Santi Sacramenti, alvei per cui scorrono la grazia e i più puri balsami dello spirito! Dalla sua più tenera età, l’anima cominciò a bere l’acqua di queste purissime sorgenti. Il Battesimo depose in essa il germe divino della grazia, e la Cresima le diede la forza di lottare e vincere le battaglie del Signore…

eucaristia e penitenza. E che diremo di quelli che tanto spesso ricevono l’Eucaristia e la Penitenza? L’Eucaristia, sacramento e sacrificio, colma l’anima di felicità. In quanto sacramento, tutto è compendiato nelle parole del Salvatore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (cf. Gv 6, 56). E in quanto sacrificio, secondo le parole di san Paolo, “egli è sempre vivo per intercedere in nostro favore” (cf. Eb 7, 25). Egli si offre continuamente a Dio per pagare i debiti che non cessiamo di contrarre giornalmente con Lui.

E qual conforto più grande non riceve l’anima col Sacramento della Penitenza? Considera la sua miseria e debolezza, e vede che in questa vita non potrà mai ritenersi libera dai peccati gravi o veniali, i quali sono come spine che la feriscono e l’avvelenano.

Ma al tempo stesso vede a portata di mano il rimedio che la guarisce. In virtù di questo Sacramento, l’anima, se cade, si rialza. Se si è macchiata, si pulisce e si abbellisce. Se ammalata, si cura e si ristabilisce. Se è morta, risuscita. Non c’è un tormento più grande per l’anima amante che sapere di avere offeso Dio. Ma a questo tormento risponde la gioia e l’allegria che prova, sapendo che può essere tanto facilmente perdonata e porre rimedio a tutti i suoi mali.

maria. Altro grandissimo conforto, che si trova nella casa dello Sposo delle nostre anime, è Maria. Al solo ricordo di questo nome, quanta dolcezza prova l’anima che ha fede! A Maria, “Consolatrice degli afflitti” e “Salute degli infermi” accorre l’anima e in Lei si rifugia nelle sue lotte. Ella è colei che le insegna, con i suoi eroici esempi di fede, come deve esercitare questa virtù. E le lascia vedere per esperienza che è proprio Lei il più sicuro e più grande conforto nei dolori, leggeri o gravi che siano, della vita.

accrescete la fede. O uomini mondani, che andate così oppressi sotto il peso del vostro corpo, anime infiacchite e fredde, che poco amate il Signore! Asserviti ad una vita grossolana di sensazioni e di istinti, voi non arrivate a capire altro piacere che quello diretto al vostro corpo. Quanta felicità perdete, anche in questa vita, non gustando e assaporando la vita dello spirito, intellettuale e soprannaturale, e non vedendo Dio dappertutto e in ogni cosa, mediante la ragione e la fede!

E voialtre, anime amanti, anime pure, che vivete una vita di fede, nella quale si è già purificato il vostro amore ed è scaturita la sorgente della vera felicità che nessuno mai vi potrà togliere: gioite, godete e procurate di aumentare sempre più il vostro tesoro! Ricordatevi che la fede è un dono di Dio che non ci è dovuto per giustizia. E’ necessario chiederlo, importunando santamente Dio che ci doni una fede profonda, frutto dello Spirito Santo, ripetendo con gli Apostoli: “Signore, aumenta la nostra fede” (cf. Lc 17, 6). E dobbiamo restare fermi nella fede quando, nelle cose di Dio, l’anima nostra si trova avvolta da quelle oscurità che le impediscono di vedere e di comprendere; quando si trova in circostanze che non hanno via di uscita né possono spiegarsi, perché eccedono la nostra capacità. Restando allora fermi nell’oscurità della fede, questa si ravviva e si alimenta fino al punto da diventare nostra vita. E come l’aria che respiriamo è vita per l’uomo, così la fede, continuamente esercitata, deve essere nostro continuo alimento. Essa dà vita e regola tutte le nostre attività, e ci ricorda sempre che la felicità dell’anima, quella vera, è Dio, che per la fede vive in noi e con noi. E’ Dio, presente dovunque, che ci circonda, ci tocca, ci penetra, trasformandoci in Lui.

Stare con Gesù è la suprema felicità. Le anime che lo vedono in tutte le cose e lo seguono con la fede e con l’amore, godono già di questo paradiso, sulla terra.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, agosto 1930, pp. 73-84.

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