Libro Quinto – E’ il nostro Pastore

È IL NOSTRO PASTORE[1]*

Io sono il buon Pastore” (cf. Gv 10, 14)

Una delle forme con cui il Profeta Isaia annunciava la venuta del nostro Dio su questa terra, e il modo come avrebbe guidato il suo popolo, era l’immagine del Pastore. “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (cf. Is 40, 11). Bella immagine della Misericordia divina! Quanta tenerezza di amore del nostro Dio verso di noi! Beate pecore sue! Dice che viene per pascolare noi come pecore sue e che, con le sue braccia raccoglierà gli agnelli e le pecore più deboli e inferme, e li stringerà al petto. “Porta gli agnellini sul petto” (cf. Is 40, 11).

Venne, infine, questo Pastore così buono. Lo vedemmo, in questa amabile figura, compiere un così affettuoso ufficio e lo sentimmo dire con la sua stessa bocca: “Io sono… Io sono il buon Pastore…” (cf. Gv 10, 14).

la pecora smarrita. Ogni anima in peccato, priva della grazia divina, è rappresentata simbolicamente nella Sacra Scrittura come una pecora smarrita, che si è allontanata dal suo pastore e va per i precipizi, che la espongono, ad ogni passo, ad essere preda di lupi crudeli. “Come pecora smarrita vado errando” (cf. Sal 118, 176), diceva il santo Re Davide, ricordando la sua prevaricazione. E, considerando la malvagità dei cattivi, il pentimento dei buoni, e la propria conversione a Dio, ripeteva: “Noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” (cf. Sal 99, 3).

Prima della venuta di Nostro Signore Gesù Cristo sulla terra, tutti potevamo considerarci come pecore smarrite e ripetere addolorati anche noi: “Come pecora smarrita vado errando” (cf. Sal 118, 176), per esserci allontanati, col peccato, dal nostro Pastore. Solamente per me, per trovare la mia anima perduta, Gesù è venuto su questa terra, dato che sappiamo di certo che sarebbe venuto anche per cercare e salvare una sola anima.

Noi che abbiamo avuto la fortuna di rispondere alle voci misericordiose di questo celeste Pastore, possiamo ripetere come il Real Profeta: Noi siamo suo popolo e gregge del suo pascolo. Non ce lo impedisce l’essere stati per qualche tempo errando, dato che il Salvatore stesso e Pastore delle anime nostre disse che era venuto in cerca di ciò che era perduto.

Siamo, quindi, le fortunate pecore del suo ovile. “Noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” (cf. Sal 99, 3; Sal 79, 13).

Egli è il nostro buon Pastore. Per sua bontà ebbe compassione del nostro misero stato; venne e fece ciò che poi Lui stesso ci dirà che fa un buon pastore, cioè lascia le novantanove pecore nel deserto, per andare in cerca di una che si è sperduta.

Si possono paragonare alle pecore fedeli gli Angeli, ministri ai suoi ordini nella pacifica dimora in cielo, in certo modo abbandonati dalla venuta del caro Signore sulla terra, in cerca della nostra anima smarrita e condurci all’ovile sulle sue spalle, cioè a costo di fatiche e dolori.

Quanto teneramente significativo è il nome di Pastore! Ancor più se si considera che Colui che così si chiama è lo stesso che esercita, in tutto e per tutto, tale ufficio con noi, povere e ingrate creature, è il nostro Dio e Creatore. Infatti, il pastore è obbligato a rispondere delle pecore di cui si prende cura; a guidarle e condurle ai migliori pascoli, ad allontanarle dai pericoli e difenderle dai lupi che potrebbero divorarle e, se si sperdono, andare a cercarle e riportarle all’ovile.

Come compì tutti questi doveri il nostro divino Pastore, lo sappiamo dal Santo Vangelo e lo conferma Lui stesso, in procinto di lasciare questo mondo, nella preghiera che rivolse al suo celeste Padre: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione…” (cf. Gv 17, 11-12). Giuda si perdette perché lo volle, e non per mancanza di vigilanza e di cura del Pastore, il quale assicura che ha custodito tutti e che nessuno di essi si è perduto per sua negligenza. Avvicinandosi alla morte, e dovendo lasciarli, prevedendo che sarebbero restati soli come pecore erranti, si sente mosso a compassione e chiede al suo divin Padre che li protegga e li preservi dal male. “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato… Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (cf. Gv 17, 11.15).

Quanto sono fortunate le pecore guidate e protette da un così buon Pastore!

il buon pastore. Nella Sacra Scrittura, spesso, viene rappresentato Dio che guida il suo popolo di Israele come il pastore guida il suo gregge. Ma, prima che il buon Pastore venisse a guidare le sue pecore, quanti falsi pastori si travestirono con pelli di pecore, non essendo che lupi rapaci!

Parlando dei farisei e sadducei, il Salvatore disse: “Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” (cf. Gv 10, 8); e segnalava come distintivo del Buon Pastore l’entrare per la porta nell’ovile, e aggiungeva che chi entra per altra via è ladro e brigante.

Dando i segni per conoscere il buon Pastore, dice: “Egli chiama le sue pecore una per una… , le pecore ascoltano la sua voce, le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce… Tutti coloro che sono venuti prima di me… sono entrati da un’altra parte… Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza… e offro la vita per le pecore” (cf. Gv 10, v. 3; v. 4; v. 8; v. 1; v. 9; v. 10; v. 15)

Questo è l’ultimo e supremo segno che dà per riconoscerle: dare la vita, ed è anche l’ultimo grado di amore. Il mercenario fugge di fronte al pericolo; abbandona il gregge e lascia che le pecore si disperdano e corrano incontro ad una morte sicura, perché egli non cerca che il proprio interesse.

Il nostro Buon Pastore non fa così. Vede in noi la sua proprietà e la proprietà del Padre suo e, come gregge suo, ci ama fino al sacrificio di se stesso, morendo per difenderci e proteggerci dal lupo infernale, ossia dai nemici dell’anima nostra.

In tutta questa incantevole parabola, il nostro amabile Salvatore ci si rivela come il Pastore unico e supremo dell’anima nostra. Ma che caro prezzo gli costò l’acquisto del gregge e il suo ufficio di Pastore! Povere pecore traviate, non potevamo salvarci senza un pastore che ci cercasse, ci riportasse all’ovile e ci conducesse di nuovo ai verdi pascoli, così che potessimo dire con tutta verità: “Su pascoli erbosi mi fa riposare
(cf. Sal 22, 2).

Questo luogo di pascolo abbondante, per l’anima fedele al suo Pastore, è, nell’intimo dell’anima propria, renderla capace di udire e conoscere la sua voce; quella voce solitaria, segreta, potente. E’ un fischio silenzioso di amore che solo l’amore è capace di rivelare all’anima. Santa Teresa dice: “E’ un fischio così soave che raccoglie tutte le potenze e i sensi in un modo che anche essi stessi quasi non lo capiscono, ma che Egli fa che conoscano la sua voce… ed ha tanta forza questo fischio del Pastore che i sensi abbandonano le cose esteriori in cui andavano alienandosi, e si mettono nel castello, la cui porta di accesso è l’orazione”.[2]

il richiamo del pastore. Che fischio potente è quello, se produce tali effetti! L’anima – pecora fortunata – si trova al sicuro, senza sapere da dove né come ha sentito il fischio del suo pastore, che non era per le orecchie, poiché non ha sentito nulla. Avverte tutto questo per un raccoglimento dolce, interiore, che solo capisce e sa apprezzare chi ha avuto la fortuna di sentirlo. Di queste anime dice il divino Maestro: “Le pecore ascoltano la sua voce. E le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (cf. Gv 10, 3-4.27).

Se l’anima sa stimare questi preziosi richiami e, per udirli più facilmente, cerca di allontanarsi sempre più dalle creature, di essere amante del silenzio, del raccoglimento, dell’orazione (cosa che non le costerà molto, essendo effetti propri di questi favori del Salvatore), non tarderà ad avere la consolazione di sentire quasi una sicurezza della vita eterna, e che nessuno potrà più strapparla dalle mani benedette in cui felicemente si trova.

Il Pastore stesso che la regge e governa, la rassicura con queste parole: “Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano” (cf. Gv 10, 28).

Queste anime non temono più nulla. Tutto trovano in se stesse. Ripetono spesso: Gesù è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce” (cf. Sal 22, 1-2). Il Signore mi conduce. Nulla mi manca. Mi ha messo in un luogo di abbondante pascolo, insieme alle acque salutari della grazia.

Una così grande fortuna non è riservata solo ad alcune anime. Tutte chiama il celeste Pastore, che vuole raccogliere tutte sotto il suo bastone amoroso e dare loro pascoli abbondanti.

Fu questo l’ideale di tutta la sua vita, il più ardente desiderio che tormentava il suo Cuore amante. Diceva ai suoi Apostoli: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (cf. Gv 10, 16).

Divino Pastore delle anime nostre. Questa ansia del tuo amante Cuore non è stata ancora soddisfatta. Non abbiamo risposto alla tua voce. Al contrario, ci siamo allontanati sempre più da Te. Tutto ciò che fai per noi, ciò che succede nell’universo, le cose prospere e le avverse, le contrarietà, fino alle guerre e persecuzioni che ci fanno i nostri nemici, tutto, tutto è diretto ad attirarci al tuo amore. E’ la tua voce che chiama quelle pecore che, vivendo lontano da Te, non sentono i tuoi richiami amorosi. Per questo, le chiami più forte e le colpisci e ferisci con il tuo bastone da pastore, perché ritornino a Te. Le pecore fedeli fanno propri questi desideri ardenti del buon Pastore, e mentre godono delle sue cure divine, gli ripetono continuamente: “Signore mio, che si faccia presto un solo ovile sotto un solo pastore”. Questa è la preghiera incessante e ardente delle anime che amano Dio, perché l’amore rende compassionevoli e misericordiosi.

Dice il Dottore Angelico che “la misericordia è la compassione che si prova in occasione della disgrazia di altri. Ne risulta che una persona sarà misericordiosa in quanto abbia sofferto per la disgrazia di un’altra. E, come la tristezza e il dolore si riferiscono, per loro natura, al male che ognuno soffre in se stesso, ne consegue che una persona potrà rattristarsi e dolersi per la disgrazia di un’altra soltanto quando la considera come sua”.

Secondo questo principio, le anime che amano Dio fanno propria la disgrazia di quelli che non possiedono questo amore, come il nostro divin Salvatore fece sue le nostre miserie e finanche i nostri peccati. Il nome che prese di ‘Buon Pastore’ dice tutto. Che immagine così affettuosa e così propria per suscitare il nostro amore e la nostra fiducia! Egli fa con noi ciò che nessun pastore ha mai fatto. Invece di alimentarsi con i prodotti del suo gregge, alimenta le sue pecore con la sua Carne e il suo Sangue. Fa talmente sue le nostre miserie e il nostro stato di pecore erranti, che si converte in agnello per darsi a noi in cibo e bevanda. L’Eucaristia fa vero e reale il titolo di buon Pastore e di Agnello che Gesù si attribuisce.

Anche l’anima amante prende a volte queste forme: quella di pastore, e va in cerca delle pecore sviate per riportarle tutte, se fosse possibile, all’ovile a cui essa appartiene. E quando non consegue questo risultato, prende l’altra forma, quella di Agnello, e come tale, si consegna al sacrificio come vittima. Abbandona, se è necessario, il suo riposo, la sua solitudine, per offrire a Gesù nel Tabernacolo, per quelle pecore sviate, le sue veglie, la sua tenerezza, la sua abnegazione e tutto il suo essere. Questa missione il Salvatore l’affidò anche a lei, all’anima amante, nella persona di S. Pietro, prima di lasciare la terra. Costituendolo Pastore del suo gregge, affidandogli le anime, l’unica condizione che gli chiese fu l’amore. E solo quando ricevette da lui certezza che lo amava, e non con un amore qualsiasi, ma più degli altri, fu allora che gli disse: “Pasci le mie pecore” (cf. Gv 21, 16).

Quando un’anima può rispondere a Gesù, come S. Pietro: “Signore, tu sai che ti amo” (cf. Gv 21, 16), allora sarà non più soltanto pecora del suo gregge, ma anche capace di essere, a sua volta, pastore per aver cura di altre anime, e agnello per immolarsi per loro. Queste anime vittime sono le sole capaci di riportare all’ovile le pecore smarrite. Quanto amore di Dio è necessario per correre per monti e valli in cerca di pecore fuorviate! E’ necessario avere nella mente e nel cuore il Pastore divino, che scende dal cielo in questa miserabile valle di lacrime in cerca di noi e sale poi al monte del sacrificio dove, con i suoi dolori e la sua Morte, con le sue ultime parole come richiami di un cuore ferito, chiama sotto la sua Croce le pecore smarrite. L’anima amante contempla il Buon Pastore quando, per le vie di Gerusalemme, per la Palestina, stanco, ansante, in cerca di queste pecorelle, trovandone anche una sola, se la carica sulle spalle e gioioso la riporta al suo amato ovile – la santa Chiesa – , come frutto delle sue fatiche pastorali e stimolo e incoraggiamento per altre pecore.

preghiera. O Gesù, Pastore supremo! Se vuoi associarmi a Te nell’ufficio di pastore di anime, non lascio per questo di essere pecorella tua, che da te aspetta ciò che devo dare ad altre. Che i miei occhi stiano sempre fissi in Te per imparare a curarle, a chiamarle dolcemente e attirarle tutte a Te come gloria e conquista tua, poiché sono tue, avendole comprate con il tuo Sangue e con la tua Morte.

Questo facesti durante la tua vita mortale e continui a fare dal Tabernacolo. Là, come Buon Pastore, hai stabilito, in mezzo ad esse, la tua tenda per vegliare su di noi, tuo gregge, nelle lunghe ore del giorno e della notte, estendendo la tua vigilanza protettrice, e seguendo col tuo sguardo, tutti i nostri atti e accompagnandoci nelle nostre occupazioni.

Che fortuna è, per noi, avere chi così ci vigili e vegli su tutti i nostri atti! Se vede che, per disgrazia, ci allontaniamo e ci avviciniamo a qualche pericolo, ci colpisce col suo bastone da pastore, sia mediante la voce della coscienza, sia mediante i suoi rappresentanti, obbligandoci, in questo modo, a andare per la strada dritta. Sono colpi non meno preziosi e amorosi dei suoi fischi, dato che di entrambi si serve il nostro Pastore per chiamarci a Sé.

Considerando Gesù in questo delizioso e consolante aspetto di Pastore, chi non vede, anche la nostra propria anima, che è stata oggetto di tutte quella amorose cure e che continua ad esserlo, poiché, senza un pastore che ci guidi, non possiamo seguire la via che conduce al cielo?

Pastore divino: quanto caro costa la mia salvezza al tuo Cuore! Tu offri, sull’Altare, il sacrificio di tutto il tuo essere per darmi, tutti i giorni, la tua Carne in cibo e il tuo Sangue in bevanda. Sangue divino, quando le mie labbra si avvicinano al calice di salvezza che ti contiene, che io veda il mio sovrano Pastore che lo riempie aprendosi le vene, le mani, i piedi e il Cuore!…

Gesù, Pastore mio! Sii Tu l’unico alimento dell’anima mia, il mio unico appoggio e la mia difesa. “Bone Pastor, panis vere, Tu nos pasce, nos tuere”.[3] Chi potrà strapparmi dalle tue mani, se Tu mi difendi? Tu lo hai detto: “Nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio” (cf. Gv 10, 29). Queste parole del mio Pastore saranno sempre il maggior motivo della mia gioia mentre vivo in questa terra. E ancor più lo saranno nell’ora della mia morte, quando il lupo infernale farà, rabbioso, gli ultimi sforzi per divorare l’anima mia.

Gesù, Pastore buono, e Maria divina Pastora, che curi con Lui il gregge che Egli comprò col suo Sangue. Quel Sangue è anche tuo, dato che Tu glielo desti. Tu fosti la prima Pastora, poiché avesti cura del mio Pastore. A Te io devo, pertanto, l’essere difeso e protetto da Lui. Continua, Madre, la tua bontà con me fino al termine del mio esilio quaggiù, fin quando mi vedrò già sicuro sull’eterno colle della gloria, dove avrà perfetto compimento la preghiera di Gesù: “Diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (cf. Gv 10, 16).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, settembre 1933, pp. 159-166.

[2] Cf. Castello Interiore, cap. 4 (Quarte Mansioni), par. 3, in: S. Teresa di Gesù, Opere, Postulazione Generale O. C. D., IX ed., Roma 1992, p. 816.

[3] Cf. Sequenza del Corpus Domini: “Buon Pastore, vero pane… nutrici e difendici”.

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