Libro Quinto – Il nostro Maestro

IL NOSTRO MAESTRO[1]*

Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo (cf. Mt 23, 10)

Che nostro Signore Gesù Cristo sia il nostro Maestro non possiamo dubitarne. Lui stesso ce lo ha detto: “Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (cf. Mt 23, 10). Sappiamo che per insegnarci la via del cielo ed essere nostro modello, è sceso su questa terra. Ma, pur sapendo questo, quanto ci è gradito sentire dalle sue labbra: “Io sono il vostro Maestro”. Nostro, cioè per tutti sono le sue sublimi lezioni. La sua dottrina è all’altezza della nostra intelligenza, e ci è possibile praticarla.

i falsi maestri. Il suo Cuore amante soffre al vedere che molti non si curano dei suoi insegnamenti, e che altri usurpano anche il nome di maestro, mettendosi ad insegnare senza aver prima imparato, con non poco danno delle anime. Contro di questi si leggono le invettive e i più aspri rimproveri che siano mai usciti dalla sua bocca divina, come si legge nel Vangelo con quei “Guai a voi” tante volte ripetuti, fulminati contro scribi e farisei che, vanagloriandosi di essere maestri e volendo essere chiamati tali, non praticavano ciò che dicevano. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (cf. Mt 23, 13). “Guide cieche!” (cf. Mt 23, 16). Parlando poi con i suoi discepoli, dice loro: “Ma voi non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (cf. Mt 23, 8). “Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (cf. Mt 23, 11-12).

il vero maestro. Che dottrina distinta e celeste quella del nostro Sommo Maestro! Se si praticasse anche solo la dottrina compresa nelle poche parole citate, sarebbe più che sufficiente per elevare l’anima alla più alta perfezione. Anche solo con questa, un’anima di buona volontà saprebbe tutto ciò che è necessario per amare Dio e farsi santa, e molto santa.

Che mirabile Maestro è Gesù! Unico, senza eguali, e di cui i suoi stessi nemici, i farisei e gli erodiani, dovettero confessare che era un Maestro che, senza guardare alla qualità delle persone, insegnava le vie di Dio: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno” (cf. Mt 22, 16).

Nel fatto che il nostro Maestro non fa distinzioni di persone, abbiamo un altro motivo di conforto, che ci incoraggia ad andare a Lui per ascoltare la sua dottrina, sicuri che Egli non ci esclude dalla sua scuola. Per questo motivo, quelli che si avvicinavano a Gesù, fossero o no suoi apostoli o discepoli, fossero suoi amici o lo vedessero per la prima volta, tutti indistintamente lo chiamavano Maestro, e Lui, come tale, insegnava a tutti.

Alcune delle sue lezioni ci daranno l’idea del metodo che seguiva, del suo programma, del luogo o cattedra da dove parlava, dei libri di cui si serviva e nei quali invitava i suoi discepoli a studiare. Conoscenze e dettagli tutti molto propri a muovere i nostri cuori ad amarlo sempre più.

Se Gesù è sempre e in ogni momento divinamente bello e attraente, un incanto tutto speciale ci sembra che dovesse emanare da Lui quando insegnava la sua dottrina di amore.

Ci basta sapere che conquistava in tal modo i cuori degli ascoltatori, i quali dimenticavano tutto per ascoltarlo, anche di mangiare.

Quando cominciava a parlare, ci immaginiamo la sua maestosa e amabile figura piena di incanti celesti, mentre gli ascoltatori ripetevano: Silenzio, silenzio, parla il Maestro! E tutto l’uditorio pendeva dalle sue labbra, con gli occhi, la mente e il cuore fissi in Lui, senz’altro desiderio che amare Colui che così potentemente li attraeva.

Facciamo altrettanto anche noi! Lo meritano i suoi divini insegnamenti, che ascolteremo pure noi dalla sua bocca, con la medesima sicurezza di quelli che videro con i loro occhi il Maestro.

prodigioso metodo di insegnamento. Il luogo della sua scuola era di preferenza all’aperto, l’aria libera. A volte, saliva su qualche monticello. Altre volte nel campo, oppure su una barca in mezzo al lago. Gli ascoltatori, seduti sulla riva, e Gesù in piedi, sostenendosi per mantenere l’equilibrio, impedito dal movimento delle onde.

Tutto sembra contribuire ad aumentare gli incanti del celeste Maestro anche prima di iniziare la sua lezione, prima di far udire la melodia della sua voce… Se predicava in terra , il concorso di gente era sempre tanto che, come dice il Vangelo, si ammassavano. Per questo motivo, Gesù preferiva la barca, poiché, probabilmente, con quella ressa e affanno di stargli vicino, lo molestavano.

Una volta in cattedra, senza avere in mano nessun libro, ne aveva uno aperto sotto gli occhi, dovunque si trovasse. Ogni cosa che i suoi occhi di creatore contemplavano era un libro che apriva alla vista degli ascoltatori: gli alberi, i fiori, l’erba, gli uccelli.

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre. (…) Non contate voi forse più di loro? (…) Osservate come crescono e fioriscono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?” (cf. Mt 6, 26-30).

Che profonde lezioni sulla provvidenza del Padre celeste che veglia con paterna sollecitudine su di noi, figli suoi! Davanti a un fico che non produce frutto, ordina che sia tagliato perché non occupi il posto invano. Così si farà con l’anima cristiana che non produce frutti di vita eterna.

In occasione di un grandissimo concorso di gente, come fa notare l’Evangelista S. Luca, il libro che aprì davanti agli occhi di quanti accorrevano a Lui, assetati di luce e di verità, fu l’episodio di un seminatore che uscì a seminare. Quel seme produsse il suo frutto secondo la diversità del terreno su cui cadde. Il seme è la parola di Dio, il terreno, i nostri cuori. Quando sono ben disposti, ascoltano la parola di Dio, la custodiscono con cura e la fanno fruttificare. Al contrario, quelli che non sono disposti, sono duri come pietra. In essi cade il seme, si secca e non produce nessun frutto. E aggiunge: “Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (cf. Mt 13, 12).

Un giorno in cui questo supremo Maestro dava le sue usuali lezioni ad una immensa moltitudine, lo avvertirono che erano lì sua madre e i suoi parenti che volevano parlargli, ma non riuscivano ad avvicinarlo per la folla che lo circondava. A questo avviso, Gesù non interrompe il suo insegnamento, che non consisteva solo in parole, ma molto più in opere, e diede la seguente risposta: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (cf. Lc 8, 21), dandoci ad intendere con questo che la volontà di Dio, che Lui stava compiendo, deve anteporsi a qualunque altra soddisfazione, anche legittima e santa, e che questo è l’unico comportamento che merita stima e fa grande la creatura.

Anche in un’altra circostanza diede una bellissima lezione. Stava con una povera donna il cui cuore traviato Egli voleva condurre a Dio. Giunsero i suoi discepoli, che erano stati a comprare da mangiare, e gli dissero: “Maestro, mangia”. Ma egli rispose: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. E i discepoli si domandavano l’un l’altro: “Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”. Gesù disse loro:”Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato” (cf. Gv 24, 31-34).

Quanto è bella, profonda, semplice e chiara la tua dottrina, Maestro divino! Non mi stupisce che si dimenticassero di mangiare quelli che ti ascoltavano. Chi, all’udire l’incanto della tua voce, può frenare il suo entusiasmo senza esclamare con quella donna del Vangelo: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” (cf. Lc 11, 27). Anche da questa esclamazione, sorta spontaneamente da un cuore affascinato dalla divina dottrina del Maestro, prende il motivo per inculcare di nuovo ciò che già in altre occasioni aveva detto: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (cf. Lc 11, 28).

Da tutto ciò che vede, che sente o succede intorno a Sé, Egli prende motivo per dare lezioni opportune ed efficaci. Beati, quindi, quelli che ti ascoltano e accordano la loro vita ai tuoi insegnamenti! Beati quelli che stanno sempre accanto a Te e ti amano, perché per tutta l’eternità udranno la dottrina sempre nuova del tuo amore!

Invitato a casa di uno scrupoloso fariseo, si sedette a tavola senza lavarsi le mani. Vedendo ciò, il fariseo cominciò a mormorare fra sé: Perché non ha osservato l’uso giudaico? Il Maestro, che lo aveva fatto intenzionalmente come pretesto per istruirlo in uno dei punti più essenziali della sua dottrina, gli dice che prima si deve aver cura della purezza del cuore. Se il cuore è pieno di malignità, è inutile lavare le coppe, i piatti e le cose esteriori; invece, se nel cuore c’è carità, tutte le cose sono pulite (cf. Mt 15, 1-20).

A cena, un altro giorno, con persone la cui superbia impediva loro di intendere le lezioni dell’umile Maestro, dice loro: “Quando sei invitato, và a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (cf. Lc 14, 10-11).

Un buon giovane che osservava la legge di Dio, attratto dalla sua sublime dottrina, gli si avvicinò chiedendogli: “Maestro, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. (…) Gesù gli rispose: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (cf. Mt 19, 16.21).

Parole che sono servite di norma per la forma di vita di tante anime elette che generosamente le hanno messe in pratica.

Seguimi!”. Dolce e delicato invito. Abbandonare tutto, staccarsi da tutto e per sempre… è cosa ardua, assai difficile. Il Maestro lo comprende. Per questo, non obbliga. Dice: “Se vuoi”. Se vuoi essermi più caro, amarmi di più, superare in perfezione quelli che già osservano la mia legge, lascia tutto e seguimi. Come si comprende, dolce Maestro, che la tua dottrina è di amore! Vuoi possedere i nostri cuori, vuoi tenerci accanto a Te e farci sentire la tenerezza del tuo Cuore.

l’insegnamento dell’esempio. Ma basta con le lezioni che abbiamo ascoltato dalle labbra del nostro divino Maestro. E’ ora di salire a una classe di insegnamento superiore. Si tratta di “fare e insegnare”. Anche di lui è detto che osservò questo ordine di priorità: “Gesù fece e insegnò” (cf. At 1, 1). Quando cominciò ad insegnare la vera sapienza, che forma i santi, cioè la pratica delle virtù, specialmente l’obbedienza, la carità, l’umiltà… li aveva già esercitati in sommo grado nella santa casa di Nazaret. Adesso ci fa vedere la forma, il modo progressivo di apprendere e insegnare ad altri (se a questo ci destinasse la provvidenza) la celeste scienza della Santità.

In cinque potremmo dividere le classi che ci dà Gesù:

1. Con l’esempio e con la vita nascosta di Nazaret.

2. Con la parola, nel suo Vangelo.

3. Di amore, dandosi come cibo nella S. Eucaristia.

4. Tacendo.

5. Morendo.

La prima e la seconda classe di insegnamento già le abbiamo viste. Ci resta di dare uno sguardo alle altre tre per restare incantati da esse e, ancor più dal Maestro che le dà, per non separarci mai dal suo fianco, né desiderare mai altra scienza.

Amando. Quanto è potente, sempre e in tutto, l’amore! Che efficacia dà alle parole, quando chi le pronuncia ama, e chi le ascolta è convinto che escono da un cuore amante che non pretende né si aspetta altra ricompensa che amore. Gesù, l’unico che ci ama così, solo questo pretende, perché ci ama fino all’estremo. “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (cf. Gv 13, 1).

L’amore, quando è vero e perfetto, ha la proprietà di darsi, di consegnarsi senza riserva. Mai può mancare questa qualità, quando si parla di amore perfetto. Gesù ci ama col cuore di Dio. Il suo amore, – non possiamo dubitarne -, è perfetto e possiede queste qualità. E’ questo amore, allora, che obbliga Gesù ad aggiungere ai suoi insegnamenti quello di farci vedere praticamente il modo come dobbiamo darci a Lui.

Nell’ultima Cena con i suoi discepoli, dice loro: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. (…) Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (cf. Gv 13, 13.15). Se l’esempio a cui alludeva il Maestro in quel momento era quello di lavare i piedi, non era forse quell’atto di umiltà l’amore che si umilia? Sublime e pratica lezione!

La sua dottrina consisteva sempre, in qualunque forma o modo la spiegasse, nell’insegnarci ad amarlo. A questo si riducevano tutte le aspirazioni dell’incomparabile Maestro dell’Amore. Ed era l’amore che, come fiamma, incendiava i cuori dei discepoli, con tutto ciò che comporta e comprende l’eccessivo amore di Gesù nella profonda umiliazione di nascondersi nella S. Eucaristia per farsi nostro cibo.

Che cosa lo induce a questo eccesso, se non per guadagnarsi il nostro povero amore? Quanto è raro trovare un cuore che ami fino all’estremo, senz’altra pretesa che quella di essere amato, specialmente se l’amore che si cerca è quello di un essere inferiore e così meschino che mai potrà aggiungere nulla alla nostra felicità! Quanto è raro, ripetiamo, trovare chi ami in queste condizioni, prevedendo che deve dare e darsi, senza poter ricevere nulla dall’essere che ama.

Sono pochi quelli che amano così. Diciamo pochi, perché alcuni ce ne sono, anche se non sono che un’estensione dell’amore del Cuore di Gesù. Così ama e deve amare il Sacerdote, che è stato formato alla scuola di Gesù ed è il suo primo discepolo. Così ama il missionario, il religioso, mediante una vita di perpetuo lavoro e sacrificio, senz’altra ricompensa spesso, in questa terra, che la calunnia, la persecuzione. Così ama la religiosa nelle sue immolazioni ignorate da tutti, seppure non ci si burla di lei, trattandola da stupida, senza sapere che l’unico motivo che la sostiene nei suoi sacrifici è quello di continuare nella sua persona il sacrificio di Gesù per la salvezza delle anime.

preghiera. Maestro divino, pur non essendo molti, per disgrazia, quelli che hanno imparato da Te e praticano tali dottrine, non ne mancano però, anche se il mondo non lo crede! Ce ne sono e sempre ce ne saranno, perché il tuo amore non muore mai. Arde sempre nel tuo Cuore e nei cuori che si danno a Te per amore, come Tu ti desti a noi. Tu ti sei nascosto nell’Ostia e lì te ne stai in silenzio, e anche quelli che si consacrano a Te si nascondono e stanno in silenzio.

la lezione del silenzio. Il silenzio è un’altra qualità dell’amore. E allora assistiamo ad una lezione più alta, ad una classe superiore di questa sublime scienza.

Dopo l’amore che parla, dell’amore che opera, segue l’amore che si nasconde, che tace, che sente e che vede, ma in un modo tanto delicato, come se non sentisse e non vedesse nulla.

Qui si può dire dell’amore come del SS. Sacramento: “Mysterium fidei”. Mistero di fede. Gesù, nostro Maestro, chiuso nel Tabernacolo, vede e sente tutto, ma resta sempre in silenzio, come se non vedesse né udisse, solo per darci un esempio, per insegnarci ad amarlo. Sta là dentro e vede quelli che si avvicinano al suo altare senza fede, senza amore, senza la sua grazia, e tace. Vede le irriverenze, le profanazioni, i sacrilegi, gli insulti degli empi, e tace. Vede anche le anime buone, le loro opere, i loro sacrifici, il loro amore, la loro purezza… e tace.

Non dice ai primi una parola di rimprovero, né ai secondi una frase di lode. Tace con tutti, sempre tace. Perché? Perché è l’amore che, col suo silenzio, sopporta e perdona.

Aspetta i primi; purifica, perfeziona e sostiene i secondi… Quanto meglio ameremmo, anche noi, il nostro prossimo se, come Gesù, tante volte tacessimo! Se tacessimo sulle sue debolezze e ci risparmiassimo certe lodi che a volte gli diamo cercando il suo favore e non puramente Dio. Il vero amore non cerca mai se stesso; tende sempre al bene dell’amato.

Il silenzio del nostro divin Maestro ci insegna anche un’altra cosa: Egli tace, perché la sua parola non sarebbe capita da noi. Il nostro intelletto, offuscato e ottenebrato dal peccato, non è capace di penetrare nelle cose spirituali. Ordinariamente, si ferma alla superficie, all’apparenza.

In Dio ci sono verità, bellezze, perfezioni infinitamente superiori a quanto il nostro intelletto possa capire e le nostre orecchie possano udire. Gesù rimedia all’impossibilità in cui ci pone la nostra condizione, tacendo. Tace e col suo silenzio impone di tacere anche all’anima, la quale potrebbe ripetere quel “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare” (cf. Ger 1, 6), non so parlare, di Geremia, senza passare da quella prima parola della voce umana: “a, a, a ahimè”. E con questo, essa merita di capire la volontà divina e di compiere, come il Profeta, la missione a cui Dio la destina.

Non so parlare”. Non so parlare, ripete l’anima, sentendo nel suo intimo il profondo silenzio di Gesù. Tace l’anima e tace il Maestro. Ma quanto è eloquente questo silenzio, quanto è pieno di alte e sublimi conoscenze! E’ la voce del cielo, dove, secondo l’Apostolo S. Giovanni nella sua Apocalisse, “Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora” (cf. Ap 8, 1). Che potrebbero dire le parole all’anima più di quanto dice questo gran silenzio? E’ il silenzio dell’amore, e questo è inspiegabile, indefinibile…

Così è il silenzio dell’Eucaristia e il mutismo dell’anima che ha trovato Dio in se stessa.

“E’ molto importante – dice la mistica S. Teresa – capire questa verità, che il Signore sta dentro di voi… l’anima raccoglie tutte le sue potenze ed entra in se stessa col suo Dio, e il divino Maestro viene subito ad istruirla”.[2]

la lezione della croce. L’ultima lezione che il nostro supremo Maestro ci dà, è dalla cattedra della Croce.

Prepariamoci ad ascoltarla. Non la impareremo con la mente però, ma col cuore, poiché è lì che Egli parla all’anima amante, e questa non ha bisogno di salire il monte del sacrificio, né di preparare l’intelligenza. L’amore che la domina e che, come fuoco, fonde in uno l’anima amante con l’Amato, fa tutto.

Nel santuario intimo – dice S. Teresa – “l’anima, raccolta in se stessa, può pensare alla Passione di Cristo, e offrire il Figlio, Vittima divina, al Padre, senza stancare la mente andandolo a cercare sul Calvario, e al Getsemani, e alla colonna della flagellazione”.[3]

Queste lezioni ricevute dal Maestro divino dentro la propria anima sono le più sublimi, vantaggiose e pratiche, perché Colui che le dà, quando è ascoltato, dà anche il potere di intenderle e praticarle. Giunta a questo punto, l’anima possiede quell’amore vero, quella devozione che, secondo l’Angelico, consiste “nella prontezza della volontà, nel dedicarsi al servizio di Dio, che procede dall’amore come causa prossima e dalla conoscenza di Dio come causa remota”.

Nel nostro caso, la prontezza consiste, per l’anima, nell’abbracciare la Croce, il sacrificio, l’immolazione, la morte. Perché questa è la lezione che il suo Maestro le dà. E’ questo che le dice con l’esempio da quella cattedra di dolore. E’ il sacrificio che glorifica Dio, avendo per questo costituito il suo divin Figlio in stato di vittima permanente.

Dice Santa Brigida che, quando il Salvatore si vide steso sopra la Croce, allungò Lui stesso le mani al luogo dove dovevano essere inchiodate. Bella lezione di prontezza nel sacrificio.

L’anima che ha imparato questa lezione, corre anche a tutto ciò che la immola, la crocifigge, la fa misticamente morire… Ha capito il mistero della Croce. Può ripetere ciò che S. Andrea diceva al tiranno che voleva indurlo a rinnegare Gesù, perché era morto crocifisso come un malfattore: “Se tu conoscessi il mistero della Croce!”.

L’anima che ha conosciuto questo sublime Mistero, non ha più interesse per nient’altro. Ripete con S. Paolo: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (cf. 1 Cor 2, 2). Questa sapienza, aggiunge l’Apostolo, è quella di cui sta scritto: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano
(cf. 1 Cor 2, 9).

Lo spirito di Dio che ha fatto intendere all’anima il “Mistero della Croce”, quello spirito che penetra tutte le cose, anche le più intime di Dio, è quello che la sostiene con la sua stessa fortezza.

Dopo che l’insigne Dottore delle Genti ha dichiarato che non vuole sapere altra scienza che quella del Crocifisso, quanto sublime, quanto profondo è il suo linguaggio! Aveva già insegnato: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio dimora in voi?” (cf. 1 Cor 3, 16). Là, poi, in quel tempio interiore egli aveva anche appreso il Mistero della Croce, e che “la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” (cf. 1 Cor 3, 19).

preghiera. Maria, Madre dolcissima del mio divino Maestro, che fosti la sua prima e preferita discepola; che fosti in modo tanto intimo associata a Gesù; che tanto spesso contemplasti il suo volto purissimo, leggendo nei suoi occhi i suoi divini pensieri; che lo baciasti tante volte con baci che ti trasformavano in Lui; che con intuizione materna penetravi nella sua anima santissima, nei suoi desideri, nelle sue gioie, nelle profondità dei suoi dolori, specialmente quando lo vedesti spirare sulla Croce… manifestaci Gesù, e questo Crocifisso. Tu, che fosti testimone oculare dei suoi insegnamenti e dei suoi dolori, aiutaci a mettere in pratica le sue lezioni, per assomigliarci a Lui col dolore e il sacrificio, al fine di essere trovati simili a Lui nel giorno del giudizio, dato che si salveranno solo quelli che saranno trovati immagini fedeli del Maestro Crocifisso.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, agosto 1933, pp. 89-99.

[2] Cf. Cammino di perfezione, cap. 28, par. 2, in: S. Teresa di Gesù, Opere, Postulazione Generale O. C. D., IX ed., Roma 1992, p. 666.

[3] Cf. Cammino di perfezione, cap. 28, par. 4, in: S. Teresa di Gesù, Opere, Postulazione Generale O. C. D., IX ed., Roma 1992, p. 667

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