Libro Quinto – Il nostro Salvatore

IL NOSTRO SALVATORE[1]*

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo (dal Credo)

Dice la Sacra Scrittura che Dio, dopo aver creato l’uomo, ultima opera della creazione, si riposò. Si riposò perché l’amore vide compiuta la sua opera: “Compì l’opera sua”. Il suo amore eterno era come represso, ma dando vita a una creatura razionale capace di conoscerlo, di amarlo e ricevere i suoi doni, quel torrente di bontà poté aprirsi e comunicarsi a quella felice creatura, per la quale aveva fatto tutte le altre opere.

Il sesto giorno, terminando Dio la creazione degli esseri irrazionali, contemplò le sue opere e vide che tutte erano buone e se ne rallegrò: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (cf. Gen 1, 31). Ma la sua mano potente era ancora in movimento; il suo amore non gli permetteva di arrestarsi. Allora appare l’uomo, e subito Dio si riposa; in lui riposò il suo amore: requievit.

caduta dell’uomo. Dalla mano creatrice di Dio uscì il nostro essere in corpo e anima, ciascuno con la sua propria vita, cioè, il corpo con la vita naturale dei sensi, e l’anima non solo con la vita naturale che le è propria, ma anche con la vita soprannaturale della grazia. Ma, disgraziatamente, apprezzando più la vita naturale, perdemmo quella soprannaturale, la più preziosa, la vita della grazia. Commettendo il peccato, cademmo in un profondo stato di miseria! Abbassammo la nostra sovrana grandezza non solo al livello delle altre creature, ma anche, in certo modo, al di sotto di tutte quelle, essendosi fatto schiavo Colui che era il re della creazione, e restammo nella impossibilità di riabilitarci. Dio guarda l’uomo e non può più riposarsi né compiacersi in lui, perché lo vede peccatore. Ma il suo stato miserabile lo muove a compassione e misericordia, e si mette di nuovo in movimento.

L’uomo è morto. Non ama più; non può amare né essere amato, malgrado sia stato creato per questo, per costituire le delizie di Dio e in Dio godere eternamente. E’ necessaria, quindi, una nuova vita o una nuova creazione, vita o creazione che costerà a Dio non alcune parole, ma tutta la forza del suo braccio onnipotente. L’amore lo stimola di nuovo e sta già per fare questo prodigio, perché l’eterno vulcano del suo amore lo obbliga.

Non può riposare senza quella creatura che fece per sé e vuole che lo conosca e lo ami nel tempo, perché possa amarlo e goderlo nell’eternità.

preghiera. Dio di bontà, che violenza mi fa il tuo amore e come mi sento obbligato a ripagarti amore con amore, considerando gli eccessi a cui esso ti indusse! Io Ti vedo, Dio eterno, Verbo eterno del Padre, scendere dalle eterne regioni del cielo per venire in cerca di me. È l’amore, come insegna S. Tommaso, che in certo modo ti fa uscire dal tuo essere infinitamente grande per incontrarti con il nostro nulla e identificarti con noi; perché l’amore produce estasi, cioè fa uscire fuori di sé. Quelle parole del Credo che tanto spesso ripetiamo: “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”, dovrebbero penetrare nelle anime nostre come un raggio acceso e struggerle di amore. E come scese? “Prese carne umana e si fece uomo”. E che fece? Prese l’apparenza di peccatore e si mise a cercare l’uomo colpevole nel luogo dell’abbiezione in cui lo cacciò il peccato, nella stalla delle bestie dove l’uomo era caduto, fatto come uno di esse, poiché non viveva più che con le sue brutali passioni. Là, fra il fango, senza osare guardare il cielo, che era la sua patria, stava l’uomo, la creatura razionale, senz’altra differenza con le irrazionali che un’eternità di supplizi che lo aspettava. E fu là che apparve la benignità del nostro Salvatore, che si fece peccatore per salvare i peccatori.

Creatore dell’universo, Re della gloria, perché ti vedo in tanta bassezza e miseria? Perché piangi e tremi di freddo? Perché sei il nostro Redentore. Perché ti vedo perseguitato a morte, passar la vita nel lavoro e nel dolore come un povero artigiano? Perché con queste sofferenze, – ci dici a tutti -, redimo le vostre anime. Perché, infine, pur essendo rifiutato dagli uomini, perseguitato, lapidato, trattato da impostore… Tu dimentichi, perdoni e continui a fare del bene a tutti? Perché sei il nostro Salvatore: sei venuto in terra per redimere gli uomini, e l’amore ti obbliga a darti tutto, perché la redenzione sia abbondante, e per questo non ti curi della fatica, della sofferenza e del dolore.

redenti dall’amore di dio. L’amore che dà con peso e misura non è amore. Per questo, il nostro Redentore si consegna ai carnefici perché lo leghino e lo trascinino come un malfattore dinanzi ai tribunali. Riceve in silenzio la sentenza di morte.

Si carica sulle sue delicate spalle la croce, e come un agnello condotto al macello, sale il monte del sacrificio. Là si immola, perché così vuole l’amore. “Maltrattato, si lasciò umiliare” perché lo volle (cf. Is 53, 7).

E in che modo? L’amore che vuole il sacrificio, ne dispone anche la forma e il modo. Nel sacrificio che Gesù fece della sua vita, tutto dirige e regola l’amore, e l’amore si dà, si consegna, si abbandona, senza curarsi delle convenienze, e se è corrisposto o no. Anche se tutti lo abbandonano, colui che ama resterà solo, ma continuerà a procedere intrepido, perché l’amore basta a se stesso, non ha bisogno di nessuno: quanto più è sconosciuto e dimenticato, tanto più è forte e invincibile. Così fu l’amore di Gesù. Tutti i suoi lo abbandonarono: “Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono” (cf. Mt 26, 56). Fuggirono perché non amavano, o il loro amore era ancora molto debole: quando arriverà ad essere forte, allora ameranno anch’essi come ama Gesù, consegnandosi gioiosi, per Lui, al martirio.

Poche sono le anime che restano con Gesù in tutti i tempi – cioè quando arriverà anche per loro il tempo della passione, il potere delle tenebre –, perché poche sono le anime che amano veramente; poche quelle che capiscono gli eccessi con cui sono state amate da Dio, e come quell’amore vuole assolutamente tutto. “Ho timore – diceva un’anima – dell’amore divino. Chiedo a Dio amore e temo che me lo conceda, perché mi spaventa lo spogliamento che esso esige”. Fino a un certo punto questa è un’espressione molto giusta e vera. Non c’è dubbio che quello spogliarsi assoluto è tale da intimidire; ma quando l’anima ha ricevuto il dono che chiede, allora non dirà più che la parola propria dell’amore: avanti! Sempre avanti!, perché l’amore non riposa fino al conseguimento dell’unione, come non poté riposare nemmeno Dio lassù nel suo cielo, finché non venne a togliere gli ostacoli che gli impedivano l’unione con le anime nostre. Allora l’anima dirà come il serafino del Carmelo: “O patire o morire”.[2] Quando l’amore non è solo un’ansia, un calore, un ardore, ma prende l’aspetto di fuoco, di incendio, di fornace ardente, di fiamme infinite, allora l’anima stessa si distacca da tutto e dice: mi basta solo l’amore, l’amore nudo, spoglio di tutto, come nudo e spogliato di tutto morì sulla Croce il Maestro del perfetto amore.

la nostra corrispondenza a quell’amore. Morendo in Croce, Gesù intendeva non solo salvarci, ma anche insegnarci ad amarlo e a vivere per Lui, come ci avverte l’apostolo S. Paolo: “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (cf. 2 Cor 5, 15). E’ necessario chiedere sempre, senza stancarsi e senza timore, questo amore di fuoco divoratore, per poter affrontare tutto e continuare sempre ad andare avanti.

Ciò che è un’anima senza amore o senza Dio, ce lo dimostra, meglio di ogni altra cosa, il lamento del nostro divin Salvatore in Croce, nella sua quarta parola, poco prima di spirare, considerando il tempo e il modo con cui la pronunciò, come ce lo riferiscono gli Evangelisti. “Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (cf. Mt 27, 46). Queste parole, più che un lamento, sono per noi un’istruzione, poiché nessuno ignora che questo abbandono del Padre che Gesù sperimentò nella sua agonia, fu solo apparente, e pertanto ciò che fece emettere questo lamento non fu che il terrore prodotto dalla sola impressione che su tutte le sue potenze fece questo apparente abbandono. Ma quanto ci dice tutto questo! In quel grido di dolore dobbiamo riconoscere l’eterno grido dell’anima nostra abbandonata per sempre da Dio, se Gesù nelle sua infinita misericordia non l’avesse redenta.

Chi potrà avere almeno un’idea remota della sofferenza di un’anima per la perdita di Dio? Nessuno può darci un’idea di che cosa sia quella perdita meglio di Gesù nel suo abbandono sulla Croce; fu di tale inconcepibile amarezza, che per sopportare un peso così terrificante, fu necessaria la virtù onnipotente della divinità che lo sostenesse, e la forza invincibile del suo incomparabile amore per noi. Pronunciando poi il “Tutto è compiuto”, Gesù ci decifra tutto l’enigma della Croce; poiché queste parole racchiudono tutto il mistero della nostra redenzione e dell’amore infinito del nostro Salvatore nel compierla.

Si diede tutto a noi, senza riserva, affinché tutti ci dessimo a Lui. La considerazione di questa donazione di Gesù e della sua dolorosa morte di Croce, era ciò che faceva ripetere all’apostolo Paolo quelle generose ed energiche parole che elevavano anche lui dalla terra e che devono poter ripetere tutte le anime che vogliono amare Dio veramente: “Sono stato crocifisso con Cristo” (cf. Gal 2, 20). Il segno non equivoco che un’anima si è abbandonata al divino amore, che ama Dio e crede nel suo amore, è quello di stare inchiodata con Cristo, con la rinunzia a se stessa, morendo costantemente alle proprie idee nelle occasioni che le si presentano, perché, come dice San Tommaso: “Non ha buona volontà chi, di fronte ad una opportunità, non la mette in opera”. L’amore è attivo, ed è sempre pronto, in ogni tempo e luogo, per tutto ciò che suppone essere gradito al suo amato; porta l’anima a rinunciare alle sue tendenze e inclinazioni, anche in cose lecite e insignificanti, perché a tutto rinuncia per il suo Salvatore. Sempre che un’anima realizzi un atto di questa rinuncia di sé, di qualunque specie sia, tenendo presente la donazione che fece di se stessa al suo divin Salvatore, sta realizzando un vero atto di amore e sale un gradino verso il monte della perfezione; si lascia attirare da quell’Amante divino che per questo volle essere elevato da terra: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (cf. Gv 12, 32). E’ dalla Croce che vuole attirarci, per facilitare il nostro abbandono a Lui e renderlo perfetto.

Gesù, non ti chiederò più il perché di tante umiliazioni, di tanti dolori, il motivo perché scegli per morire questo duro letto, e lasci la tua preziosissima vita su quel patibolo di ignominia riservato ai peccatori più infami: vuoi il nostro amore; vuoi il nostro povero amore. Ma anche il mondo lo vuole, facendo forza alla povera anima per strapparla a Colui che gli diede sulla Croce il bacio di pace, redimendola col suo sangue divino. Chi trionferà in questa lotta? Se l’anima sarà fedele all’amore di Cristo, i suoi nemici le procureranno il materiale per la sua crocifissione, come i chiodi, il martello, la croce; ed essa li accetterà con gratitudine, perché questa mistica crocifissione è necessaria perché trionfi in essa completamente l’amore.

come la vergine maria. Tutto questo richiede una vita di fede e di amore, come fu quella di Maria Santissima, particolarmente sul Calvario, quando cooperò come corredentrice all’opera della nostra redenzione, offrendo il suo divin Figlio alla morte. Dall’Annunciazione dell’Angelo fino alla morte di Croce, Maria poté dire con molta più verità che l’Apostolo Paolo: “Sono crocifissa con Cristo” (cf. Gal 2, 20), perché se Ella non ebbe per questa crocifissione martelli e chiodi, l’amore del suo cuore materno la teneva sempre inchiodata su quella Croce dove un giorno doveva morire il suo divin Figlio.

Anche Maria poteva ripetere con l’Apostolo: “Vivo nella fede del figlio di Dio – e Figlio mio – che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (cf. Gal 2, 20), dato che in previsione della sua morte, mi liberò dal peccato originale. Il medesimo nostro motivo aveva la Santissima Vergine per amare Dio, poiché anche per Lei, come per noi, Gesù si era consegnato alla morte, e alla morte di Croce. Là è il fuoco che illumina la nostra mente e infiamma i nostri cuori, allo stesso modo che trasformò il cuore della Vergine Maria, per disporci tutti in egual modo alla immolazione e alla morte.

vivendo la preghiera pubblica della chiesa. La Santa Chiesa, nella sua ammirabile liturgia, per eccitare i nostri duri cuori alla corrispondenza e all’amore, ci ricorda spesso, come benigna madre e maestra, questi eccessi dell’amore di Dio nel darsi a noi, particolarmente quando si rinnova tutti i giorni il Sacrificio del Calvario sui nostri altari.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. E non solo scese dal cielo, ma per noi anche morì e fu sepolto. La Santa Chiesa ce lo fa ripetere così, affinché ci resti bene impresso nell’anima: “Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto”. “Morì e fu sepolto”. A quali estremi conduce l’amore! Là, chiuso sotto terra, su una fredda pietra sepolcrale, il Creatore del mondo; lo stesso che, dopo aver creato l’uomo, “il settimo giorno si riposò” (cf. Gen vulgata 2, 2).[3]Il settimo giorno si riposò” e ora riposa anche nel sepolcro, al termine dell’opera di questa nuova creazione, maggiore della prima.

Felice riposo dell’amore che ha dato tutto, dando se stesso! Felice l’anima che ama così, che per imitare Gesù s’immola misticamente a se stessa, e, sul sepolcro delle sue passioni, riposa tranquilla in attesa di una gloriosa resurrezione! Ma chi può dare la forza, la generosità e la costanza necessarie per vivere in questo stato di morte incessante e quotidiana, se non la morte di Gesù? Perché una morte continua si richiede per vivere quella vita di amore, come di se stesso assicura il santo Apostolo, quando dice: “Muoio ogni giorno” (cf. 1 Cor vulgata 15, 31).[4] Sì, Gesù divino, morto per me, Salvatore mio dolcissimo, per la tua stessa morte di amore, concedimi questa morte e questo amore. Fa’ che io ti ami non con sole parole, né soli desideri, ma come Tu mi amasti: con piaghe, con sangue, con spine e chiodi e croce e morte. Non mi concederai questo favore Tu che già mi hai dato il più, morendo per me? Ricordati che sei il mio Redentore: “Tu mi hai redento, Signore, Dio di verità”. Bella preghiera che la Santa Chiesa ci fa ripetere tutti i giorni, la sera, per ricordarci una così consolante verità, prima di entrare nelle tenebrose ore della notte. E dopo averci ricordato l’immenso beneficio della Redenzione, con l’audacia di chi, vedendosi così eccessivamente amato, non teme più né gli sembra troppo chiedere qualunque cosa, esclama: “Custodiscici, Signore, come le pupille dei tuoi occhi”.

cristo nostro redentore per sempre. Cristo, non solo è stato il nostro Redentore, ma è e continuerà ad esserlo fino alla consumazione de secoli, con una incessante redenzione, poiché il suo sacrificio è eterno e si rinnova incessantemente; senza di esso, non si salverebbe l’ingrata umanità, che continua sfrenata nel peccato.

Prevedendo, il Salvatore, questa nostra ingratitudine, volle che la redenzione fosse non solo sufficiente ma abbondante e copiosa. Questa previsione lo costituì in stato di vittima permanente nel Sacramento del suo amore, perpetuando in questo modo il sacrificio del Calvario. Là, sopra l’Altare, Egli redime continuamente le nostre anime, con la sua immolazione incruenta, con le suppliche che per noi eleva al suo divin Padre, e col venire Lui stesso nella santa Comunione, come medico pietoso, a curare le piaghe che il peccato fa alle anime nostre, incorporandoci a Lui e facendoci partecipi del suo stesso sacrificio.

Con quanta verità può ripetere ogni anima: – Nessuno mi ha amato né mai mi amerà quanto mi ama Gesù. Di fronte a tanta bontà, il mio cuore si arrende, catturato dall’amore divino: voglio restare sempre abbracciata alla tua Croce, dove mi hai redenta, morendo per me; e voglio restare dentro il tuo Tabernacolo, dove incessantemente mi redimi soffrendo un martirio di amore e rinnovando il sacrificio del Calvario. In questi due luoghi voglio restare tutti i giorni della mia vita, chiedendoti quell’amore forte e generoso che mi renda pronta alla lotta e al dolore. Questo è il desiderio di tutte le anime che vivono con perfezione quella vita che dà il Sangue redentore del Calvario; in esse il Salvatore continua la grande opera della Redenzione, associandole alla salvezza del mondo.

Con quel Sangue redentore si doveva accendere il fuoco che Gesù venne a portare sulla terra, come ci fa capire Cristo stesso quando dice: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (cf. Lc 12, 49). Poi, continuando, gli sfuggì una fiamma di quel fuoco del suo Sangue divino, aggiungendo: “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (cf. Lc 12, 50).

A queste violenze del Cuore di Gesù fanno eco le ansie delle anime amanti della sofferenza, per purificarsi e rendersi degne di essere immolate con Lui. Per loro, principalmente, poco prima di morire, Gesù elevò al suo Padre celeste quella preghiera di partenza dal mondo, in cui ogni parola è una fiamma capace di incendiare migliaia di mondi nel prezioso fuoco della carità: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (cf. Gv 17, 11). Padre santo, dice, io vengo a Te, ma questi restano nel mondo; custodisci nel tuo nome questi che mi hai dato, affinché siano una sola cosa mediante la carità, così come noi siamo uno per natura.

Ascolta, Padre celeste, questa supplica di Gesù, fatta in un momento così solenne; ascoltala e fa’ che abbia il suo pieno effetto in tutte le anime che Gesù può chiamare sue, affinché tutte si salvino e non siano inutili tante fatiche e dolori che patì per salvarci.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, gennaio 1933, pp. 10-18.

[2] Santa Teresa d’Avila non dice propriamente “o patire o morire”, ma “o morire o patire”, in spagnolo: o morir o padecer. Nel testo originale della santa quindi, come si vede, i termini sono invertiti e usati come disgiuntivi e alternativi: prima viene il morire e dopo il patire. In verità a dare addito a questo diffuso errore è la santa stessa, con la sua spiegazione. L’espressione si trova alla fine della sua opera autobiografica. Ecco quello che lei stessa scrive: “Attualmente mi sembra di non avere altro motivo di vivere fuorché quello di soffrire; e lo domando a Dio con le più vive istanze. Spesso gli dico con tutto il fervore dell’anima: Signore, non vi domando che una cosa: o morire o patire” (cf. Vita di S. Teresa di Gesù scritta da lei stessa, cap. 40, par. 20, in: S. Teresa di Gesù, Opere, Postulazione Generale O. C. D., IX ed., Roma 1992, p. 430).

[3] Cf. Gen 2, 2, traduzione CEI: “Cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro”.

[4] Cf. 1 Cor 15, 31, traduzione CEI: “Ogni giorno io affronto la morte”.

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