Libro Quinto – La nostra vittima

LA NOSTRA VITTIMA[1]*

Cuore di Gesù, Vittima dei peccatori (cf. Litanie del S. Cuore)

Quando S. Giovanni Battista vide per la prima volta Gesù, annunciò la sua venuta ai circostanti con queste parole: ”Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (cf. Gv 1, 29).

Rivedendolo il giorno seguente, ripeté ai suoi discepoli: “Ecco l’Agnello di Dio”. Non poteva dare annuncio più gradito agli uomini, né pronunciare un nome più amato dallo stesso divin Salvatore. Il peccato era la causa del dolore in cui gemeva tutta l’umanità e nessuno poteva togliere dagli uomini il peso che li opprimeva tutti. Che annuncio, quindi, più felice per essi e che cosa tanto gradita al Cuore di Gesù fu sentire pubblicamente che Egli era riconosciuto come il Salvatore, colui che toglie i peccati del mondo! Questa è l’unica missione che lo ha portato qui in terra.

l’esilio del peccatore. L’immagine forse più esatta dello stato dell’uomo in peccato è quella degli Ebrei prigionieri deportati a Babilonia. Seduti sulla riva del fiume, piangendo amaramente al ricordo di Sion, con le cetre appese ai salici della riviera, muti e oppressi in terra straniera.

Anche noi eravamo esiliati dal cielo, nostra patria, stranieri su questa terra di dolore. Finché venne Colui che ci amava con amore eterno, e scese dal cielo per rimediare ai nostri mali, rallegrandosi al vedere la nostra riparazione e la nostra salvezza, anche se tanto caro gli costò l’essersi fatto “Vittima dei nostri peccati”, dato che Lui stesso ci dice: “Sulle mie spalle ararono i peccatori” (cf. Sal 128, 3 vulgata).[2] I peccati, e tutto ciò che macchia l’anima, sia pure lievi imperfezioni, pesano su questa “Vittima dei peccatori”, che si offrì e si offre continuamente all’Eterno Padre come nostro mediatore, per liberarci da tutto ciò che ci impedisce di unirci a Lui. Per questo, quel Sangue d’infinito valore che scorse abbondante sul Calvario, trascinando via tutte le iniquità del mondo, continua a scorrere nel Sacrificio della Messa sui nostri altari, purificando le nostre coscienze e le nostre anime, e con la sublime e munifica aggiunta di convertirsi in nostra bevanda.

il sacrificio di cristo. Questo sacrificio è quello che ha dato valore a tutti i sacrifici dell’antica alleanza, i quali erano graditi a Dio, ma solo in quanto figuravano questo sovrano Sacrificio. Questo è quell’Agnello immolato fin dal principio del mondo, che S. Giovanni vide nella sua Apocalisse (cf. Ap 5, 6); e questo sacrificio continuerà senza interruzione fino alla consumazione dei secoli; uniti ad esso, acquistano valore e merito tutti i sacrifici e le sofferenze dei giusti, poiché Nostro Signore ci dà il merito del suo stesso Sacrificio, affinché lo facciamo nostro, sempre che soffriamo per amor suo. Questo fa l’amore di Gesù per noi, e questo dobbiamo noi cercare di fare per Lui, se davvero lo amiamo. Non ci sembri duro il sacrificio; cerchiamo anzi di accettarlo con amorosa pazienza, essendo questa la prova più sicura del nostro amore. E’ sempre per noi motivo di immenso conforto ricordare la venuta di Nostro Signore sulla terra. Ci sembra di udire di nuovo il Battista ripeterci: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo” (cf. Gv 1, 29). Sappiamo che viene per noi, che è nostra Vittima, che viene per darsi a noi, abbandonandosi ai rigori della Giustizia divina.

A quanto amore ci obbliga tutto questo, anche solo col ricordo! Nei giorni che precedono le gioiose feste di Natale, quando ricordiamo con santa letizia il mirabile mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno purissimo di Maria, le grandi umiliazioni del Verbo Eterno nel farsi uomo capace di patire, non è vero che ci sentiamo più obbligati ad amare Colui che, mosso dall’impulso irresistibile del suo divino amore, venne ad essere nostro garante e a pagare tutti i nostri debiti? Pensiamo che nell’Eucaristia si rinnovano incessantemente questi prodigi di amore del Figlio di Dio; poiché, come dice il Dottor Angelico, l’Eucaristia è un’estensione dell’Incarnazione e, considerata come sacrificio, è un’estensione della Redenzione. La Vittima divina dell’Agnello venuto per togliere i peccati del mondo, si offre per noi a tutte le ore del giorno e della notte. La perpetuità di questo sacrificio di valore infinito ha fatto sì che sia rimasto, a noi, nella nuova legge, tutta quella molteplicità di requisiti, riti e cerimonie prescritti nella legge antica, per avvicinarsi al Signore. Ora, è il merito della Vittima stessa che si offre, quello che onora Dio tre volte santo, di Maestà infinita. Prima, non c’era nei sacrifici niente di sostanziale né degno di Dio, eccetto il fatto di essere figura di quell’unico sacrificio dell’Agnello senza macchia che si aspettava. Era necessario stimolare al rispetto e alla riverenza gli animi degli assistenti e dello stesso pontefice che offriva, con un apparato di cerimonie esteriori.

Per questo, quando il Sommo Sacerdote entrava nel Santuario per offrire i sacrifici, Dio aveva comandato che nell’efod, o tunica che doveva vestire quando si avvicinava a Lui, egli applicasse diversi campanelli, così che il popolo, a quel suono, fosse avvertito quando il Sacerdote entrava e usciva dal santuario, e si suscitasse in tutti grande timore e riverenza verso la divina Maestà. Lo stesso offerente, per ricordare a sé e agli altri la purezza necessaria per avvicinarsi a Dio, doveva portare inciso su una lamina d’oro le parole: “Santità di Dio”.

Tutto questo non era altro che cerimonie e superficialità. Ora, invece, essendo santa, e santità per essenza la Vittima che si offre, non si guarda alla santità dell’offerente con tanto rigore, essendo il sacrificio sufficiente per sé a dare a Dio l’onore che gli è dovuto.

sacrificio perpetuo. Questo sacrificio di tanto merito, di tanta utilità e di tanto vantaggio per noi, è costante. L’amore di Gesù lo ha perpetuato per dare agli uomini, con questo mezzo, accesso al suo divin Padre e salvare in perpetuo quelli che, per mezzo suo, si avvicinano a Dio. Egli vive sempre per intercedere per noi. “Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo Egli sempre vivo per intercedere a loro favore” (cf. Eb 7, 25).

Ma in che modo Gesù sta sempre intercedendo per noi? Non è soltanto con i suoi gemiti e suppliche, con i suoi diritti di Figlio di Dio; è anche con il suo preziosissimo Sangue, sparso dapprima sul Calvario, e poi continuamente sui nostri Altari. Ogni volta che Gesù s’immola, il suo Sangue scorre misticamente sull’Altare per riparare le nostre colpe passate. Oggi ne commettiamo di nuove, e talvolta nel momento stesso in cui queste gocce divine, come perle d’infinito valore, cadono sull’anima nostra portandoci grazia e perdono, abbiamo l’audacia di scaricare nuove colpe su quella Vittima di amore, aumentando i dolori che lo tengono in una perpetua agonia mortale… Da questo stato continuo di vittima, fluisce senza posa, da Gesù all’anima nostra, una serie di grazie attuali che sono come altrettante gocce di Sangue divino che, ricevute con frutto o sciupate, costituiscono la storia individuale di ogni anima. In questo modo, Gesù continua a vivere in noi, formando in noi il suo corpo mistico, con un fluido vitale di ogni momento, con quelle grazie e operazioni divine capaci di accrescere continuamente, se siamo fedeli, la nostra vita spirituale. Ogni momento della nostra vita contiene un dovere e una grazia per compierlo. Solamente se è fedele, l’anima accoglie quella grazia che si convertirà in un oceano immenso che invano cercherebbe di prosciugare, perché la sorgente della grazia è Dio che si dà alle sue creature.

Se avessimo presente l’infinito amore di Gesù, che lo obbliga ad uno stato permanente di vittima per riparare i nostri continui peccati, che commettiamo a volte con tanta indifferenza e che sono la causa delle sue mistiche immolazioni, sarebbero senza dubbio minori le nostre colpe e più ardente il nostro amore per Lui. Se il pensiero che qualche nostro atto può essere causa di angustia e di dolore a un essere che amiamo, ci trattiene e pone freno alle nostre azioni, e ci obbliga a studiare il modo di mostrargli maggior amore, perché non facciamo altrettanto col nostro Sovrano e vero amante Gesù? Egli stesso ci ha detto, per bocca del profeta Isaia, quanto caro gli costano le nostre negligenze nel suo servizio: “Sono stato piagato così in casa di quelli che mi amano” (cf. Zc 13, 6). Quanto è triste la voce dei profeti in quella dolorosa epoca in cui il peccato dominava sulla terra e si aspettava ancora il liberatore! Nel loro linguaggio, così semplice e insieme così profondo, essi ci fanno sentire i due toni, quello del dolore e dell’ardente desiderio di espiare le colpe, e quello dell’attesa del Salvatore promesso.

Il santuario, o il freddo tabernacolo dove era depositata l’Arca dell’Alleanza, era per quelli un riflesso terribile della Maestà divina, alla quale nessuno osava avvicinarsi, e un’immagine del cielo chiuso all’uomo fino a quando sarebbe venuto l’Agnello di Dio ad immolarsi e ad aprire le porte celesti con il suo Sangue. Solo Colui nel quale non esiste peccato, che compie tutta la legge, che è più grande dell’uomo e più elevato del cielo, poteva veramente essere una vittima degna di Dio e capace di liberare l’umanità dal peccato e dai suoi amari frutti. E venne finalmente, dal cielo. E vedemmo il Leone di Giuda fatto mansueto Agnello, essere condotto al sacrificio per i nostri peccati… Lo vedemmo spirare sull’Altare del sacrificio, con la sua carne innocente straziata senza pietà, trafitti i suoi piedi e le sue mani e il suo dolce Costato; e il Sangue di quelle piaghe sempre scorre per lavare le anime nostre.

vittima di carità. O Gesù, Vittima nostra, che amore è quello che ti indusse a immolarti così per creature tanto disgraziate, e a continuare ora la tua immolazione per esse con il medesimo amore che avesti la prima volta sulla Croce? Non ti ha trattenuto la nostra ingratitudine. Che amore è quello che fa così poco conto di sé? Fu un amore interamente nuovo, mai visto sulla terra. Il grande amore che avevi per il tuo Eterno Padre fu quello che ti fece sentire gioia al vederti vestito di carne umana e con un corpo capace di soffrire, per offrire a Dio un sacrificio degno di Lui. “Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà” (cf. Eb 10, 6-7).

Vittima di carità e di obbedienza, per obbedienza e carità hai sofferto. “Cristo patì – ci dice San Tommaso – per carità e per obbedienza, perché compì per obbedienza i precetti della carità”. Cristo guarda la volontà del Padre e riceve come suo precetto ciò che conosce essere di suo gradimento. Vedendo che non gradisce i sacrifici degli animali, figura del vero sacrificio che aspettava, Lui stesso si offre spontaneamente. Sa bene che si offre al sacrificio e alla morte, ma l’amore non attende l’ordine; gli basta conoscere un desiderio per affrettarsi a soddisfarlo.

In questa volontà del Padre, compiuta così perfettamente da Gesù con l’offerta del suo Corpo santissimo, restiamo santificati per sempre. “E non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità” (cf. Eb 10, 17).

Di questo generoso e perpetuo sacrificio di Gesù, partecipano tutti quelli che soffrono, purché posseggano la grazia santificante. Ma vi partecipano in modo particolare quelli che sono uniti a Lui con particolare amore, vivono una vita di immolazioni, di sacrifici, e tanto più quanto più questi sono intimi, occulti e prolungati. L’amore non è soddisfatto di essere solo ammiratore e spettatore; vuole l’unione e la partecipazione con la vita dell’amato. Gesù si immola senza sosta, continuando così la nostra Redenzione, e quelli che veramente lo amano non possono non immolarsi anche loro e redimere con Lui le anime.

immolazione silenziosa. Ci sono più vittime che altari, perché queste vittime di amore non hanno spesso altro altare che il proprio cuore, ed è l’amore stesso che le immola. Anche sul Calvario non ci fu che un altare, la Croce, e tuttavia due vittime si immolavano: Gesù, nel corpo, e Maria nell’anima. Ecco i modelli nei nostri sacrifici del corpo e del cuore.

Abbiamo forse avuto la fortuna di incontrarci con alcune di queste anime. Ce ne sono nel mondo, nelle famiglie, in tutte le classi sociali, sebbene più spesso si trovino nelle comunità religiose. Ma come si conosceranno se le loro immolazioni sono segrete, nascoste, interiori, del cuore? Ordinariamente le rivela il silenzio, che è anche il più certo e sicuro indizio della loro santa immolazione, allo stesso modo che il silenzio e le umiliazioni del Tabernacolo ci dicono come si immola Gesù, la Vittima divina. Nessun’anima che si compiace di fare la storia delle sue sofferenze, è veramente vittima di Gesù.

Al silenzio che le nasconde e le manifesta si aggiunge a queste anime la pace che sempre godono, la serenità del loro aspetto e quello star sempre pronte a compiere la volontà di Dio e ripetere come Gesù: “Ecco, io vengo” (cf. Eb 10, 7). Sono pronta a tutto. “Pronto è il mio cuore, o Dio, pronto è il mio cuore” (cf. Sal 107, 2 vulgata).[3] Amiamo Gesù, perché è la nostra Vittima! Amiamo le anime che gli sono unite e uniamoci ad esse: sono talvolta vittime anche nostre, che mangiano alla nostra mensa, si siedono al nostro fianco, e soffrono e si immolano per riparare le nostre negligenze nel servizio di Dio. Rispettiamole e, se ci fosse possibile, inginocchiamoci davanti ad esse come davanti all’Altare, dato che il loro sacrificio è un prolungamento di quello di Gesù, per l’unione di amore che hanno con Lui.

Gesù, Vittima nostra di amore e di dolore, quanto ti debbono le nostre povere anime, dato che per Te e solo per Te si sono aperte per noi le porte del cielo! Con la morte di Cristo ci fu aperta la porta del regno celeste!

Si sono aperte per noi le porte del cielo dove speriamo di entrare, a conclusione di questa miserabile vita, e anche quelle del tuo Tabernacolo, dove risiedi Sacramentato, essendo Tu il nostro cielo sulla terra. A Te, Vittima divina, dobbiamo il poterci avvicinare al tuo Altare, godere della tua presenza e fare nostre le tue adorazioni e suppliche… Che differenza fra quelli che nella legge antica erano già tuoi e quelli che ti servono ora. Quando il tuo condottiero, Mosè, ti si avvicinava e gli manifestavi un po’ della tua gloria, bisognava che Tu lo sostenessi con la tua mano perché non morisse: “Ti proteggerò con la mia destra finché tu passi”. Che cos’era che Mosè vedeva di Dio? Non era il suo volto, che non avrebbe potuto vedere, ma solo le sue spalle, come dice la Sacra Scrittura. Questo equivale a dire che lo vedeva in un modo tanto imperfetto come succede quando si vede di spalle. “Mi vedrai di spalle. Il mio volto non lo puoi vedere” (cf. Es 33, 23).

Ora, invece, Dio di bontà, non solo ti avvicini a noi senza che moriamo, ma entri nel nostro petto e riposi nel nostro povero cuore, e noi nel tuo, con l’intimità dell’amico e con l’ardore dell’Amante più appassionato!

I nostri occhi ti guardano con amore nella bianca Ostia e Tu stesso ci comandi, mediante il tuo Vicario, di contemplarti, per poterci dare più amore e innamorarci sempre più di Te.

Vittima immacolata di amore, che sacrifichi la tua gloria e la tua grandezza con il profondo abbassamento e le immense umiliazioni a cui ti obbliga il permanere nell’Ostia!

Io mi unisco, Agnello di Dio, al tuo stato di vittima, per amarti come Tu mi amasti, e per amare e glorificare Dio come Tu lo ami e glorifichi.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, marzo 1933, pp. 153-161.

[2] Cf. Sal 128, 3, traduzione CEI: “Sul mio dorso hanno arato gli aratori”.

[3] Cf. Sal 107, 2, traduzione CEI: “Saldo è il mio cuore, Dio, saldo è il mio cuore”.

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: