Libro Secondo – Ancora sulla carità fraterna

ANCORA SULLA CARITÀ FRATERNA[1]*

“Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (cf. 1 Gv 3, 17)

la carità, contrassegno dell’amore. Con queste parole dell’Apostolo della carità, san Giovanni, ci si mostra chiaramente come la carità fraterna è il contrassegno che in un’anima c’è l’amore di Dio. Non c’è allora più motivo di dubitare sulla sincerità del nostro amore di Dio; qui è la soluzione dei nostri timori.

Dediti alla pratica della carità, saremo certi che tutto ciò che facciamo agli altri, non mossi da sentimenti naturali, ma solo per piacere a Dio perché lo vuole e ce lo ordina, sono altrettante testimonianze che ci assicurano che amiamo senza dubbio Dio.

Quanto è buono il Signore per averci dato un segno così chiaro e al tempo stesso così a nostra disposizione, del fatto che nell’anima nostra, per quanto fredda e insensibile ci sembri, abita il fuoco del divino amore! Se ci adoperiamo, per quanto ci è possibile, che il nostro amore verso il prossimo sia sempre attivo, cercando occasioni per servirlo e, non potendo altrimenti, col desiderio e la preghiera, è certo che amiamo anche Dio senza interruzione. L’amore stesso va chiedendo questo e fa che spesso uno si chieda: – A chi faccio ora sentire la bontà del Dio che amo? Faccio del bene a qualcuno? Le persone con cui vivo sentono, almeno alcune, il beneficio della mia carità? Se qualcuno non sente questa necessità, ma si contenta solo di dire: “Mio Dio, vi amo; quanto siete buono!”, senza curarsi che anche altri amino Dio e possano dire altrettanto, il suo amore di Dio è ancora molto limitato. Perché, quando l’amore ha preso veramente possesso di un’anima, non la lascia in pace, la muove sempre a cercare modo e maniera di estendere i suoi benefici influssi ad altri, a somiglianza di Colui che per tutti egualmente, buoni e cattivi, regola i tempi e le stagioni, e a tutti fa sentire i benèfici effetti del sole.

L’anima che è posseduta da questo amore, se non sta facendo qualcosa a vantaggio del prossimo, ne ha almeno sempre il desiderio e la volontà. Si trova in una sincera disposizione di fare per il prossimo tutto ciò che le circostanze le chiedono, in qualunque momento che queste le si presentino, e anche a costo di qualche sacrificio e fatica. Questo è uno dei più chiari segni del vero amore di Dio in un’anima.

Su questi segni si dovrebbero basare i confessori e i direttori di anime nelle loro risposte per tranquillizzarle, quando in mezzo a mille tentazioni, queste domandano loro in che stato si trovano, quale cammino seguono, sembrando loro che Dio le abbia abbandonate e le allontani da sé ecc., ecc. Essi dovrebbero chiedere loro come praticano la carità, che sentimenti e stima hanno di essa. Nella misura e grado in cui scoprono in esse questa virtù, possono segnalare qual è lo stato della loro anima e il grado di amore di Dio che possiedono. Mai dovremmo stancarci di inculcare loro questa virtù, la più raccomandata dal Signore, e di far loro conoscere il suo grande valore e come noi ci lasciano guidare da essa, per conoscere lo stato delle loro anime e il grado di amore di Dio che hanno. In questo modo, da quando esse si danno a Dio impegnandosi in una vita virtuosa, capiranno che questo è l’unico fondamento solido su cui poggia ogni virtù e perfezione. Solo a misura che progrediscono nella pratica della carità fraterna, avanzeranno nell’amore di Dio. Senza di questo, i più ardenti desideri di perfezione sono una velleità, e il loro amore di Dio è come una rosa di carta che, vista da lontano sembra bella, ma se ci avviciniamo ad essa e l’accostiamo al naso, vediamo che non ha né odore né valore. Si vede che non è opera della mano di Dio, ma di creatura molto imperfetta, e prima o poi finirà al fuoco.

disistima della carità fraterna. La causa principale, a nostro avviso, per cui molte anime buone progrediscono poco nella perfezione e nell’amor di Dio, è che non hanno debita stima della carità fraterna, né l’apprezzano quanto merita. Trascurano di praticarla, nelle parole, nelle azioni e nei pensieri, con quella prudenza e delicatezza che essa richiede; una delicatezza che deve arrivare fino allo scrupolo, poiché in questa materia è molto facile mancare, anche fra le persone pie, se non si procede con questo santo timore. Questa virtù possiamo praticarla senza timore di eccedere, a condizione però che proceda dall’amore di Dio. Gesù ci ha detto che dobbiamo amarci come Egli ci ha amati (cf. Gv 13, 34), ma stiamo pur certi che non giungeremo a fare per il prossimo ciò che Egli ha fatto per noi. L’ignoranza di questo punto fondamentale per conseguire la perfezione dipende in parte da chi ha il dovere di spiegare alle anime, in modo adeguato, la dottrina, tutta amore e carità, del divino Maestro e la sua volontà che ci amiamo gli uni gli altri fino al punto di dare la vita, se necessario. Succede spesso che si lodano le anime buone per la loro vita ritirata, nascosta e mortificata, per la loro umiltà e pazienza o per lo spirito di preghiera, ma non si tiene conto se tutto questo è regolato e accompagnato dalla carità fraterna, regina di tutte le virtù, alle quali conferisce merito e valore agli occhi del Padre. Il Padre mai potrebbe compiacersi delle opere, pur buone, di un figlio, se comportano qualche danno ad altri, o riescono moleste, oppure chiudono il cuore ai dolori, ai bisogni del prossimo, col pretesto di fare altre opere buone, ma pregiudicando la carità.

Tutte le virtù sono buone, ma la carità è la virtù che il Signore ci comanda di guardare in modo tutto speciale e con termini che ci fanno ben conoscere la sua importanza. “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (cf. Gv 15, 17). Questa volontà, chiaramente espressa dal Signore, se vogliamo amarlo ed essere suoi, noi dovremmo inculcarla spesso alle anime desiderose della virtù, e non contentarci di parlarne in modo astratto, ma concreto e pratico. Carità, anzitutto con le persone con cui viviamo: dolcezza nel parlare, amabilità nel tratto, comprensione e compatimento dei difetti, disponibilità nel confortare e aiutare anche con sacrificio. Carità con i buoni e i cattivi, giusti e peccatori, senza mai soffermarsi a considerare nel prossimo la deformità lacrimevole in cui lo pongono il peccato e le passioni. Al contrario, vedere nel prossimo l’immagine di quel Dio che amiamo, e coprire con la carità la moltitudine dei peccati che la offuscano. Carità con gli infermi; più che altrove, è al capezzale delle membra sofferenti di Gesù che si distingue colui che ha il vero amore di Dio. Almeno qualche volta, ognuno di noi sarà chiamato dalla carità al letto di qualche infermo per soccorrerlo, sia spiritualmente che materialmente. Apriamo il nostro cuore agli infermi e mettiamo a loro disposizione i tesori della nostra carità, ricordando le parole di Gesù: “Ero malato e mi avete visitato” (cf. Mt 25, 36). L’anima che ama veramente Dio saprà riconoscere in quel letto di dolori la croce, formata dai suoi peccati, che Gesù volle portare sulle sue spalle e sulla quale volle stendersi per amore. In quei dolori che lo tormentano, in quelle piaghe a volte sanguinanti e purulenti, e in tutto ciò che negli infermi c’è di ripugnante, saprà vedere e riconoscere ciò che è anche suo, cioè gli effetti del peccato. Così, mentre compatisce chi soffre, pensa anche allo stato orrendo a cui ridussero il corpo santissimo di Gesù, nella sua Passione e morte, i peccati di tutto il mondo, che Egli si era addossato per espiarli e salvare gli uomini.

Se Maria, con le sue purissime e materne mani, avesse potuto soccorrere Gesù nei dolori strazianti della sua agonia, con quanta delicatezza, con quanto amore avrebbe fatto tutto il possibile per alleviarlo, compatirlo e consolarlo! Tutto le avrebbe suggerito l’amore perfetto che portava al suo Figlio. Ma ciò che la Vergine Ssma. non ebbe il conforto di fare al suo Gesù, possiamo farlo noi con quelli che soffrono; in essi è quel medesimo Gesù che patì sul Calvario. Tutto ciò che facciamo ad essi, Gesù lo accetta con la stessa riconoscenza come se lo avessimo fatto a Lui. Chi si comporta in questo modo, è sicuro di amare Dio, e alimenta ed intensifica lo stesso amore. Tutti dovrebbero conoscere queste verità ed esserne compenetrati, ma specialmente i religiosi.

Nelle case religiose – questi asili di carità, dove tutti dovrebbero vivere “insieme, come fratelli” (cf. Sal 133, 1), e riconoscersi tutti come discepoli di Gesù Cristo – si deve fare di tutto per realizzare, più che altrove, l’ardente desiderio del divino Maestro: che ci amiamo gli uni gli altri (cf. Gv 15, 17). Se, fin dal noviziato, quando le anime sono iniziate alla vita religiosa, si inculcasse questo solido principio, quante non sarebbero ingannate dal nemico infernale. Non c’è cosa che tanto lo metta in fuga e lo faccia temere di noi quanto l’unione e la carità fraterna. Si eviterebbero così le idee distorte e false che a volte i giovani si fanno della santità e perfezione religiosa. Lo ripetiamo: si insiste poco su questo punto, che è uno dei più essenziali. Il Signore perdonerà facilmente altri difetti e colpe, continuando a compiacersi e trovare le sue delizie nelle anime religiose, se nelle loro case sarà praticata con fervore e scrupolosità la virtù che il suo divin Cuore predilige: la carità fraterna.

la carità e’ indispensabile. I maestri e i direttori spirituali che dirigono le anime, parlino loro della necessità della carità, e non si stanchino di ripetere loro le parole di san Paolo (cf. 1 Cor 13, 1-2): che se anche parlassero tutte le lingue, se penetrassero tutti i misteri, se possedessero tutte le scienze, non sono nulla, assolutamente nulla, se non hanno carità. E non una carità qualunque, ma che sia fine, attenta, delicata; sia quella che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (cf. 1 Cor 13, 7).

Dal modo come questa virtù si pratica, conosceremo il grado di amore che uno ha. Se gli atti della carità sono fatti con freddezza e pigrizia, così freddamente si ama anche Dio. Se, al contrario, si è sempre pronti a cogliere tutte le occasioni di rendersi utili e fare del bene al prossimo, conservando una disposizione abituale alla carità, a costo di qualunque sacrificio, allora sì che si ama Dio con vero amore, solido e continuo, nonostante la freddezza e l’insensibilità in cui potrebbe trovarsi talvolta il cuore. Il primo segno che Dio abita in un’anima e anche il primo frutto dello Spirito Santo, è la carità.

Immensa è l’estensione di questa virtù, e molteplici le forme e i modi con cui la si può esercitare, tanto che nessuno può esimersi dal praticarla, né mancheranno le occasioni, se si vuole approfittarne.

Ora si tratterà di lasciare la tranquilla solitudine del nostro ritiro per andare ad aiutare un bisognoso, come la Vergine Ss.ma lasciò la solitudine della sua casetta di Nazareth per andare ad assistere la sua cugina Elisabetta. Ora, come la stessa Vergine, Madre della misericordia, alle nozze di Cana, ci farà prevenire le necessità del prossimo, per evitargli la confusione o l’umiliazione di chiedere.

Ora, come il Patriarca san Giuseppe, suo Sposo – quando, non conoscendo il mistero dell’Incarnazione, soffriva terribilmente nel suo cuore, ma tacendo, per non affliggere Colei che egli amava più della propria vita -, ci insegnerà a portare in silenzio le nostre pene, nascondendole agli altri, per non dar motivo alle persone con le quali viviamo, di partecipare alle nostre sofferenze.

C’è anche la carità spirituale, con la quale procuriamo il bene delle anime. Questo è il campo più esteso, in cui tutti siamo obbligati a lavorare, anche se non avessimo in mano altro mezzo, che è quello della preghiera. Raccogliere il Sangue di Gesù e applicarlo alle anime; lavarle in questo bagno di salvezza e di vita, che sta sempre a nostra disposizione; applicare loro i suoi meriti infiniti, per ottenere loro la misericordia e il perdono.

Ci siamo trattenuti a lungo su questo punto della carità fraterna, perché è senza dubbio molto importante. Ci sembra che la carità, esercitata per puro amor di Dio, anche solo in cose materiali, abbia per se stessa un’attrattiva potentissima e una grazia speciale per penetrare nelle anime, per far loro conoscere e amare Dio, infondendo loro il desiderio di vivere più santamente.

Un bell’esempio di questo ci dà S. Francesco di Sales, di cui, le persone che lo conobbero dicevano di non aver visto mai un uomo più dolce e amabile e di aver trovato in lui la viva immagine della bontà del Salvatore. Il suo aspetto, le sue parole, le sue maniere, tutto in lui era dolcezza e carità. Quando negava qualche favore, perché non lo poteva fare senza ferire la sua coscienza, rivestiva la sua negativa con tanta carità che chi sollecitava il favore, si ritirava contento, pur non avendo ottenuto nulla.

La dolcezza e la carità sono la medicina più efficace per curare tutte le infermità delle anime, specialmente le anime tristi, ribelli, malinconiche e ansiose. Ma per questo, è necessario studiare diligentemente il Cuore di Gesù, la sua delicata carità per gli uomini, partecipando alle loro pene e dolori, come fece con Marta e Maria per la morte di Lazzaro, loro fratello. Vedendole piangere, si sciolse anche Lui in lacrime (cf. Gv 11, 35). Quelle lacrime, quanto ci parlano della tenera carità di Gesù! E quando vide la povera vedova di Naim piangere la morte del suo unico figlio, si legge nel Vangelo che Gesù si mosse a compassione e le disse: “Non piangere” (cf. Lc 7, 13). Nessun cuore può rimanere insensibile alla tenerezza della carità di Dio.

La carità è il primo frutto dello Spirito Santo (cf. Gal 5, 22) e per questo stesso è il più sicuro segno che Dio abita, con la sua grazia e il suo amore, nell’anima che la possiede.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, aprile 1926, pp. 243-250.

Annunci

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: