Libro Secondo – La carità fraterna

LA CARITA’ FRATERNA[1]*

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama

(cf. Gv 14, 21)

il precetto del signore. Ecco il segno che Gesù ci dà per conoscere se il nostro amore di Dio è sincero: se lo amiamo veramente, o se ciò che ci sembra amore di Dio è un sentimentalismo di fantasia esaltata, una illusione, una chimera. Per quelli che si sono consacrati all’amore e vogliono vivere di amore, sono molto penosi i dubbi che a volte li tormentano, specialmente nelle oscurità dell’anima, quando l’amore opera di nascosto. Terribile martirio è questo, per un’anima che si è consacrata al Signore, e non sa né può amare altra cosa fuori di Lui.

Ma Dio non ci ha ordinato di amarlo per farci soffrire con queste penose incertezze. E sebbene non ci abbia voluto dare, per il nostro bene, una certezza assoluta di possedere il suo amore, ce ne ha dato però una sicurezza morale, con la quale possiamo confortarci e riposare fiduciosi. Ci ha dato un bussola, la quale, con l’ago sempre volto dritto al polo, ci può assicurare che ci troviamo e avanziamo sulla via dell’amore. Questa bussola sicura è la carità fraterna. Questo è il comandamento del Signore. Come disse l’Apostolo Paolo: “Chi ama il prossimo, ha adempiuto la legge” (cf. Rm 13, 8). Amando, quindi, il prossimo per amore di Dio, si osservano tutti i comandamenti e, pertanto, è certo che amiamo anche Dio.

Ma nella carità, come in tutte le altre virtù, ci sono dei gradi, e così non solo conosceremo, per mezzo di essa, se amiamo Dio, ma anche come e quanto lo amiamo, essendo questa virtù il fedele termometro che segnala il grado di amore che abbiamo. Le parole e gli esempi di Gesù, nostro fratello, che visse con noi e ci amò con il suo cuore di carne come lo abbiamo noi, saranno il nostro specchio e modello: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (cf. Gv 13, 34). Un giorno un’anima pia, desiderando ardentemente di amare il suo prossimo secondo questo insegnamento di Gesù, lo supplicava, davanti al Tabernacolo, che le mostrasse il modo di osservare con perfezione questo precetto. E sentì nell’intimo del suo cuore questa risposta: “Io, in silenzio e nascosto, non lascio passare un solo momento senza fare del bene a tutti”. A queste parole, la luce increata del divin Sole di giustizia illuminò quell’anima, la quale comprese così la profondità insondabile, l’estensione immensa, il valore infinito di questa bella virtù che è stata scelta dal Signore per darci come il contrassegno che possediamo il tesoro più grande che esiste in cielo e in terra: l’amore di Dio.

Chi non ama Dio, o lo ama ancora in un modo molto imperfetto, crederà quasi impossibile praticare questi insegnamenti di Gesù e, come Lui, fare del bene a tutti senza interruzione. Non è così, invece, per chi ama. A chi ama non solo non sembrerà impossibile praticare questa virtù, ma molto facile e molto naturale, come una necessità ineludibile o una conseguenza del fuoco di amore che gli arde nel petto. Senza quasi che se ne renda conto, la carità dilaterà il suo cuore e farà sentire i suoi effetti a quanti gli si avvicinano. L’amore, o la carità, ha il suo complemento nel beneficare altri. Se così non è, non esiste amore. Questi altri – che la carità spinge ad amare – sono l’immagine di Dio che si vede nel nostro prossimo; l’immagine di quel Dio che non possiamo beneficare nella sua persona, perché è nascosto ai nostri occhi. L’amore lo scopre e lo ama nei suoi simili, nei quali sa di certo che Egli dimora. Per questo, la carità, quando alberga in un’anima, le fa necessariamente amare il prossimo, e la porta a cercare in esso l’oggetto del suo amore, il suo Tesoro, il suo Dio e a beneficarlo. E’ così che si comprende facilmente che chi vive nell’amore in stato permanente, ama anche e non può fare a meno di amare continuamente il suo prossimo. Se amiamo Dio in modo imperfetto, solo con atti isolati e interrotti da altro amore, o per amor proprio, anche la carità s’interrompe e si arresta. L’amore di Dio è come un orologio, il quale, quando va, tiene l’anima sveglia e non la lascia riposare; anzi la tiene dolcemente in una continua attività, e la fa guardare in ogni momento intorno a sé per vedere in che modo possa aiutare o favorire qualcuno, e si riposa solo quando vede che, in un modo o in un altro, sta facendo del bene. Il nostro amore di Dio ci può qualche volta lasciare nell’incertezza e nel dubbio se sia sincero per il fatto che non lo sentiamo, specialmente nelle prove e nell’aridità dell’anima… Ma, se c’è in essa il suo riflesso, cioè la carità fraterna, sempre ci indicherà se amiamo Dio e con quale intensità.

delicatezze della carità. Nell’anima che ama molto Dio, la carità riveste tale delicatezza che non è possibile descriverla, per essere cosa del cielo, di quella patria beata dove soltanto si prova in pienezza quel: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (cf. Sal 133, 1). Riflesso del puro amore e della felice unione che lega i beati, la carità è sempre bella in tutti i suoi atti e in tutte le sue forme, sia quando è diretta al bene dell’anima che a quello del corpo. Poiché sia l’una che l’altro erano favoriti anche da Gesù, ed erano oggetto della sua tenera carità, quando passava facendo del bene a tutti. Tuttavia, quando la carità è diretta all’anima, a quel tesoro di infinito amore comprato col Sangue di un Dio, allora è così bella che tutto il cielo l’ammira compiaciuto. E lo stesso Dio si unisce a chi la pratica, mettendo a sua disposizione i meriti infiniti del suo Santissimo Figlio. Se tutti gli atti di carità sono belli, più belli sono quando chi la pratica ama tanto Dio, che il suo stato abituale è vivere nell’amore.

Chi ha avuto la fortuna di vivere con qualcuna di queste anime, di vedere con i propri occhi ciò che stiamo dicendo, riconoscerà che è così, e lo capirà anche meglio di quanto noi possiamo spiegarglielo.

Non è necessario parlare a questi tali per far loro capire i bisogni del prossimo. Ne hanno una certa intuizione, proprio per effetto dell’amore di Dio; quell’amore di Dio che, sebbene nascosto, li porta a consolare chi soffre, ad asciugare le lacrime di chi piange, ad infondere fiducia e coraggio a chi giace oppresso dall’umiliazione, dal disonore o dalla calunnia. Il modo in cui vengono compiuti questi atti di carità fraterna esprime quelle delicate sfumature che non riusciamo a descrivere. Ci contenteremo di dire che è simile a quello degli Angeli che ci custodiscono. Essi, senza rumore, senza parlare, senza farsi conoscere, ci avvertono, ci correggono, ci aiutano e ci insegnano. Ci fanno umiliare senza umiliarci. Ci fanno conoscere i nostri errori, mancanze e peccati, ma senza che alcuno si accorga di quegli spiriti celesti, di cui nemmeno noi sappiamo quello che fanno per noi. Chi non conosce l’orgoglio che domina nel cuore dell’uomo, e con quanta difficoltà egli si sottomette al volere di un altro, ai suoi insegnamenti e correzioni? Ebbene, Dio conosce perfettamente tutto questo, e l’anima in cui Egli abita, diretta dal suo Spirito, che altro non vuole che far del bene e guadagnare anime al suo amore, penetrerà nel cuore del prossimo, insensibilmente e dolcemente per non esacerbarlo né ferirlo, quando gli si avvicina per sovvenire alle sue necessità. E se non può farlo in questo modo delicato, ne attende con pazienza l’opportunità. Diversamente, l’anima sa che i suoi sforzi produrrebbero un effetto contrario. Se in tutte le cose è necessaria la prudenza, e senza di questa non esiste virtù, più che tutte ne ha certamente bisogno, per la sua estrema delicatezza, la bella virtù della carità, la quale si può offendere o eclissare con una parola, con un gesto, con uno sguardo. Le anime che amano Dio in un modo molto imperfetto, fanno attenzione solo alle vere mancanze, o per avere agito con cattiva intenzione, o per negligenza manifesta. Non considerano che Dio si tiene per offeso nella pupilla degli occhi per qualsiasi minima mancanza in questa materia della carità. Ma le anime possedute dall’amore di Dio intendono e pensano in modo molto diverso, e sanno molto bene che a volte una sola parola sconsiderata, una disattenzione o uno sguardo, bastano per contristare un’anima, riempirla di amarezza e di afflizione, fino a indurla anche allo scoraggiamento e alla disperazione. Se di ogni parola inutile, di ogni pensiero, di ogni azione ci si chiederà stretto conto, strettissimo ce ne sarà chiesto di tutto ciò che abbia dato motivo di dispiacere o di pena al nostro prossimo. Ha ferito in lui l’immagine stessa di Colui che dovrà giudicarci.

doveri della carità. Ma queste considerazioni non hanno bisogno di farle le anime che amano Dio. L’amore stesso insegna loro tutto e le fa agire secondo tale insegnamento. Se si tratta di superiori, che hanno il dovere di correggere, istruire, guidare anime, o anche se fanno questo alcune anime mosse da impulso di sincera carità, usano tanta circospezione nel compiere questo dovere, seguendo così l’esempio del divino Maestro con la donna adultera. Egli abbassò a terra gli occhi, la cui purezza avrebbe fatto vergognare la peccatrice se si fossero incontrati con i suoi, torbidi e impuri. E quello scrivere per terra, chi dubita che fu anche per avvertire la colpevole, senza che alcuno udisse la sua voce di rimprovero? E in quelle parole che disse: “Chi è senza peccato, scagli contro di lei la prima pietra” (cf. Gv 8, 7), quanta delicatezza, quanta carità! Egli non la può giustificare, ma nemmeno la accusa. Così, invece di confonderla e umiliarla, la incoraggia alla fiducia e la dispone a ricevere la grazia del perdono, potendole dire: “Non ti condanno; va’ e non peccare più” (cf. Gv 8, 11).

Un altro modo di avvertire o correggere secondo lo spirito di Gesù, è quello di mostrare al colpevole la bellezza della virtù, senza fargli parola dei difetti contrari a quella virtù da lui commessi, o mostrandogli che cosa perde l’anima che trascura di conseguire tanto bene. In tal modo, colui al quale sono rivolte le nostre parole, entra in sé, si umilia e si dispone a udire la voce della grazia. La correzione allora è molto efficace, perché in questo modo non è la creatura che la fa, ma Dio stesso che parla segretamente all’anima, la illumina con la luce della verità e la guadagna al suo amore, fortemente e dolcemente. E’ così che si impegnano a praticare la virtù della carità quelli che amano veramente Dio e operano mossi dal suo divino Spirito, ricordandosi di quel Cuore, fornace ardente di carità, che alla vigilia della sua morte ce ne diede il più sublime esempio, dicendo: “Perché il mondo sappia che io amo il Padre, alzatevi e andiamo” (cf. Gv 14, 21). E dove va Gesù? A compiere il grande atto di carità di liberare tutti gli uomini, di farli felici aprendo loro le porte del cielo, di salvare l’umanità intera. Ecco il segno che ci diede Gesù per farci sapere che amava il suo divin Padre: la carità. E per compiere per noi, suoi fratelli, questo supremo atto di carità, quante umiliazioni della sua infinita grandezza ha dovuto accettare Gesù! E soprattutto, quanti dolori nella sua Santissima Passione e nella sua morte, la più umiliante e dolorosa!

Come Gesù, anche la sua Santissima Madre, la vergine Maria, ci diede l’esempio di sublime carità. Non lo leggiamo a parole nel santo Vangelo, ma fu così senza alcun dubbio, poiché da quando Ella accettò di essere Madre di Gesù, accettò anche di consegnarlo alla morte, così da poter dire come Gesù: Perché il mondo sappia che io amo Dio, consento che il mio Figlio vada alla morte e che il mio cuore sia trapassato dalla lancia del dolore più grande che possa soffrire una pura creatura. Accettò tutto il cumulo delle umiliazioni, oltraggi, e dolori del Calvario, e di restare sola nel mondo, perdendo il suo unico Figlio, per compiere il grande atto di carità di salvare gli uomini.

La carità fraterna, praticata con fedeltà e perseveranza, senza distinzione di persone, poiché tutti portano in sé l’immagine di Colui che amiamo, è il segno più sicuro che noi amiamo Dio e che “Dio dimora in noi” (cf. 1 Gv 4, 12). Senza questo segno, abbiamo fondato motivo di temere che tutto il bene che facciamo sia sospetto o molto dubbio. Quando meno si pensa, quell’amore che credevamo aver per il Signore, verrà a mancare e cadremo in quel terribile castigo che è la durezza del cuore.

La carità è anche quel segno che dobbiamo cercare noi, specialmente nei dubbi che ci possono venire sulla sincerità del nostro amore di Dio. Se invece di preoccuparci di vani e inutili timori, ci mettiamo a fare del bene al prossimo per amore di Dio, possiamo star sicuri che amiamo anche Dio. E a misura che ci perfezioniamo nella carità verso il prossimo, ci perfezioniamo anche nell’amore verso Dio. Perché, come disse Gesù: tutto quello che facciamo al più piccolo dei nostri fratelli, lo facciamo a Lui (cf. Mt 25, 40).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, novembre 1925, pp. 312-318.

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