Libro Secondo – L’abbandono

L’ ABBANDONO[1]*

Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto (cf. Lc 21, 18)

l’amore ci mette nelle mani di dio. Queste parole, con le quali il divino Maestro assicura i suoi eletti della sua delicata protezione, causano anche il riposo e il gaudio di chi ama veramente Dio. Se Gesù, Verità Eterna, non le avesse pronunciate, o chi ama le ignorasse, non c’è dubbio che l’anima stessa, in cui ha fatto presa il divino amore, subito arriverebbe a capire che è così, sentendo la tenerezza delle braccia paterne di Dio, che la portano e si cura di essa come la pupilla dei suoi occhi. Ne consegue l’affidamento di sé a chi si ama, con un completo abbandono, essendo questa una proprietà dell’amore e uno dei suoi principali caratteri.

Lungo il cammino della vita e nelle lotte con i tre nemici: il mondo, il demonio e la carne, che non desistono dal combattere anche l’anima amante di Dio, questa riposa tranquilla, come il bambino nel seno materno. L’amore stesso l’assicura dell’amore di Dio, di fronte al quale amore, quello delle madri non è più che un’ombra. L’anima di che ama davvero non ha bisogno che l’apostolo San Giovanni le dica di non temere, che nell’amore non c’è timore: “Nell’amore non c’è timore” (cf. 1 Gv 4, 18). Quando tutti temono dolori e disgrazie, e che il maggiore di tutti i mali, il peccato, macchi l’anima sua con qualche colpa nascosta che essa non conosce, o che qualche primo germe di questo funesto e terribile male vi si nasconda, colui che ama nulla teme. Allontana tutti i dubbi e timori e si abbandona fra le braccia di Colui che ama, a somiglianza dello stesso Apostolo dell’amore nell’ultima cena, quando il divino Maestro manifestò che tra gli apostoli c’era un traditore. Tutti si turbarono e temettero, egli invece reclinò sereno il capo sul petto di Colui per il quale il suo cuore palpitava, e riposava tranquillo, abbandonandosi all’amore. E così, prima ancora che san Giovanni ci dicesse, nella sua prima Lettera, che “nell’amore non c’è timore” (cf. 1 Gv 4, 18), l’amore stesso ci ha fatto vedere in esso questa sua caratteristica: l’abbandono incondizionato e riposante fra le braccia paterne di Dio. E’ lo Spirito stesso di Dio, che abita nei cuori che amano, che li assicura di essere figli di Dio e, come tali, amici e protetti da Lui.

Ordinariamente si vedono chiari questi effetti in quelli che si convertono a Dio o che, dopo una vita moralmente rilassata o fredda, ritornano al primitivo fervore. Quante difficoltà incontrano! Per andare avanti, essi cercano di aiutarsi con considerazioni e meditazioni, sia sui Novissimi sia sulla brevità e le vanità della vita, ma tutto si fa molto difficile per loro! E’ questo un periodo di tempo necessario nella vita spirituale, che quasi tutti devono trascorrere. Ma per quanto sia difficoltoso, è breve e tale deve essere, altrimenti si è molto esposti a tornare indietro dopo aver fatto i primi passi. E’ necessario persistere; quelli invece che non si impegnano ad andare avanti, non hanno pace né serenità. Sentono di non aver trovato ciò che speravano e che non possono essere felici. Ma sono all’inizio del cammino, e per trovare ciò di cui hanno bisogno, è necessario andare avanti. Se non lo fanno, sono esposti a lasciare tutto e tornare indietro.

Ecco quanto dissi a questo proposito, non molto tempo fa, ad un’anima convertita: “Quando cominciai a sentire le prime ispirazioni della grazia che mi invitava ad amare Dio, si presentò alla mia vista come un vasto campo di battaglia dove dovevo prepararmi a combattere. Vedevo dappertutto nemici che minacciavano. Mi sembrava molto difficile vincerli, dovendo sempre stare pronta a respingere i loro assalti, senza poter riposare un solo istante, fino alla morte. Lungo e penoso mi sembrava il lavoro di coloro che servono Dio, e pieno di difficoltà, preoccupazioni e timori il cammino della perfezione, a cui la grazia mi invitava. In mezzo a questi dubbi e lotte fra la grazia e la natura, mi sembrava un compito impossibile, almeno per le mie deboli forze, e stavo per rinunciare a tutto, quando un giorno entrai in una chiesa. I miei occhi, stanchi di vedere cose che non bastano a soddisfare le immense aspirazioni del mio cuore, guardavano dappertutto in cerca di qualche cosa di grande, di degno, ma che io non conoscevo né sapevo dove trovare.

D’ improvviso i miei occhi si posarono sui quadri della Via Crucis. Io conoscevo appena il significato di quella rappresentazione, ma il cuore lo dovette indovinare, poiché sentivo che si operava in esso una inspiegabile trasformazione. Vidi quel giovane che, davanti al giudice, ascoltava in silenzio la sua sentenza di morte di croce, e che abbracciava quel legno. Lo vidi cadere e rialzarsi. Di nuovo, oppresso dal peso del duro legno e dai dolori del suo corpo straziato che gli facevano lasciare orme sanguigne per dove passava, tornare a cadere e rialzarsi e continuare il doloroso cammino fino al luogo del supplizio. Lo vidi stendersi sulla Croce e, elevato in alto, morire dopo tre ore di straziante agonia. Lo vidi, infine, morto fra le braccia della sua giovane e afflitta Madre, la quale sembrava dirmi: “Questo stesso Gesù io te lo offrii a Betlem, piccolo bambino piangente e tremante di freddo, ma non lo accettasti e non gli apristi la porta del tuo cuore. Ora te l’offro di nuovo, insanguinato e morto per amor tuo; se a questa vista non ti risolvi ad amarlo e consacrarti a Lui, il tuo cuore è più duro delle pietre che si spaccarono alla sua morte…

L’anima mia era vinta: entrò in essa l’amore verso quei due esseri che tanto mi attiravano e mi convinsi. Feci subito un atto di abbandono, affidandomi ciecamente a quell’amore. Sparì allora, come per incanto, tutta la prospettiva di lotte e difficoltà che prima tanto mi scoraggiava, e non pensai ad altro che ad amare e a cercare di piacere, momento per momento, a Colui che amavo, senza preoccuparmi in nulla dell’avvenire; un avvenire che sembrò come se si nascondesse alla mia vista, per non lasciarmi vedere né sentire altro che luce, pace e amore…”.

l’abbandono, conseguenza dell’amore. In questo racconto si conoscono chiaramente, come dicevamo, gli effetti che produce l’amore quando entra in un’anima, particolarmente quello dell’abbandono, cieco e totale, a chi si ama. Nella proporzione che questo cresce, cresce e si perfeziona anche l’amore, non essendoci altra cosa che tanto inclina la bontà e clemenza del Signore a comunicarsi all’anima quanto questa fiducia cieca in Lui, e questa consegna di se stesso e dei propri interessi temporali ed eterni nelle sue mani. Poiché è certo che non onora Dio né gli è gradito colui che gli offre qualcosa di ciò che suppone suo, ma colui che si rende degno di ricevere tutto da Lui. Questa fiducia cieca delle sue creature è ciò che più lo obbliga a favorirle e a fare gustare loro il suo amore. Ne consegue che fiducia, abbandono e amore vadano così uniti da potersi dire che si fondono in una sola cosa.

Questo aveva ben conosciuto ed era ben persuasa di questa verità quell’anima santa, di cui parla il Venerabile Giovanni Taulero, la quale – alla domanda di che cosa avrebbe fatto se, essendo vissuta in peccato, sentendosi toccata da Dio a convertirsi, le dicessero che le restava un’ora sola di vita -, rispose: “Confesserei con dolore i miei peccati e, per il rimanente tempo, mi abbandonerei alla volontà di Dio”.

Quanto dicono queste poche parole! Quanto chiaramente dimostrano che quell’anima non era macchiata di colpe, ma ardeva del fuoco del divino amore, il quale solo può far compiere un simile atto di generoso abbandono nel momento di tante paure ed angosce, nel quale si decide la sorte eterna dell’uomo. Il divino amore dà luce all’anima e le fa vedere e capire la sua incapacità di fare qualcosa di buono, e anche le fa sapere che cosa deve fare e come lo deve fare; poiché spesso, come dice Nostro Signore nel santo Vangelo, “ciò che è esaltato fra gli uomini è detestabile davanti a Dio” (cf. Lc 16, 15).

Compresa di questo, l’anima conosce che qualunque cosa di ciò che essa potrebbe fare, pensare, chiedere, sia riguardo alla propria vita passata sia a quella futura, può darsi che, sebbene apparentemente buona, non sia tale per lei, se Dio le chiede altra cosa per fini che noi ignoriamo, ma che Egli ha pieno diritto di esigere e realizzare liberamente in noi.

Affinché Dio possa agire liberamente, è necessario che l’anima gli si consegni con un atto di supremo abbandono, e lo lasci fare senza che ella faccia altro che accettare dalle sue mani quanto Egli dispone, per mezzo delle creature e delle circostanze e, spesso, mediante le cose più piccole e ordinarie. Anche se il Signore non esigesse che cose piccole, l’atto di abbandono o di consegna di sé nelle sue mani è sempre un grande atto, perché con esso si accetta tutto ciò che Egli dispone, senza alcuna eccezione o riserva. E’ unicamente l’amor di Dio che a volte fa compiere atti che sorprendono coloro che ignorano la causa e l’origine di tanta fortezza. Non sanno che là dentro, nel petto dei servi del Signore, c’è un motore divino che li muove a fare atti eroici e li fortifica e li sostiene a perseverare costantemente, spesso per lunghi anni e anche per tutta al vita, sotto il peso di grandi sofferenze, fatiche e umiliazioni, scontando, nella pace più serena e perfino con gioia, la penitenza e il castigo per le colpe che non hanno commesso. Simili frutti può darli soltanto l’albero dell’amore, profondamente radicato nel cuore di quelli che, abbandonandosi incondizionatamente alla provvidenza del Signore, lasciano a Lui la cura di se stessi e di tutte le loro cose, senza chiedere né godimenti né dolori, né gloria né umiliazioni, né vita né morte, ma soltanto la gioia di amarlo ogni giorno di più, e che il fuoco divino, di cui ardono, divampi in tutti i cuori. In questo non c’è dubbio né timore; così che non c’è quasi neppur bisogno che qualche maestro di spirito esamini le anime che camminano per questa via, poiché Gesù stesso nel santo Vangelo li assicura dicendo: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto” (cf. Lc 6, 44). E questo albero ha inoltre il privilegio di produrre frutti in ogni tempo (cf. Sal 1, 3; Ap 22, 2), essendo, come nessuno, piantato presso la corrente più abbondante dell’acqua della vita, o meglio, nelle corrente stessa, la quale unicamente dà vita, fecondità e vigore a tutta la vita spirituale. Questo fiume, che contiene tante ricchezze e produce così grandi beni, si chiama, così come l’albero e i frutti: Amore, amore divino.

Vero è, però, che, sebbene dia frutti in ogni tempo, non sempre sono riconosciuti da tutti. Solo Dio li vede tutti e se ne compiace.

Perché le creature li vedano, sarebbe necessario che conoscessero l’interiore di questi tali, o possedessero il medesimo grado di amore che essi hanno. Ma, malgrado ciò, a volte il Signore fa apparire così chiara e splendente la sua luce che tutti riconoscono che là c’è qualcosa di grande e che supera la naturale debolezza della creatura; qualcosa, infine, di soprannaturale e divino. E’ l’amore che tutto rende grande, soprannaturalizza e divinizza. O, meglio ancora, è lo stesso Dio Amore, che non incontrando ostacolo, vive e opera in essi, divinizzando, in certo modo, tutti i loro atti. Questo si conosce in modo speciale in circostanze inattese, in cui vengono sorpresi da qualche disgrazia, o li affligge, moralmente o fisicamente, qualche doloroso contrattempo, scompigliando le loro idee e i loro progetti.

E’ qui che tutti vedono i frutti di questo albero celeste, e si conosce con sicurezza dove affonda le sue radici. Succede a volte che diversi individui ricevano l’annuncio di qualche disgrazia: è allora che si conoscono subito questi tali, dal loro abbandono in Dio; poiché, come il santo Giobbe, ripetono il prezioso: “Sia benedetto il nome del Signore” (cf. Gb 1, 21). Mentre altri non possono rassegnarsi a portare croci che loro sembrano insopportabili, quelli invece le abbracciano in pace e finanche con gioia.

Ciò che Dio fa per le anime che agiscono in questo modo, la penna è incapace di descriverlo. Sono tali e tante le cure e le delicatezze del suo amore paterno verso di loro, da sembrare che questo divino Amante non abbia da fare altro che ascoltare i loro desideri per compiacerli, sia pure in cose insignificanti e materiali. Si china a fare la volontà di quelli che lo amano, se si può dire che l’abbiano ancora, poiché la loro volontà non è più che quella di Dio e del suo divin beneplacito.

Come dicono i Santi, l’atto di abbandono in Dio equivale a quello di amore perfetto; ed è tanto facile farlo per quelli che sono vissuti abbandonati in Dio, come per l’albero produrre il frutto a suo tempo.

Inoltre, Dio difende in modo speciale queste anime, e non permette che alcuno possa far loro danno. Le stesse cattive intenzioni con cui a volte le perseguitano i loro nemici, Egli le ordina al loro bene e profitto. Le protegge come la pupilla dei suoi occhi, ed esse, a loro volta, sempre più invaghite del suo delicato amore, non fanno altro che moltiplicare gli atti di abbandono fra le sue divine braccia, ripetendo: “Signore, sono tua; si faccia la tua volontà”.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, giugno 1926, pp. 361-367.

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