Libro Sesto – Agli Estremi

AGLI ESTREMI

Ecco lo sposo, andategli incontro!” (cf. Mt 25, 6)

Quanto ci ama Dio! E questo amore per noi lo ha messo in movimento e lo tiene legato alla nostra povera esistenza come una madre al suo unico figlio! Anzi questo amore lo spinge agli estremi, all’approssimarsi del termine dell’ esistenza mortale di ciascuno.

E’ il termine in cui Egli deve assegnare, con la sua giustizia, il premio, la gloria e il grado di amore per tutta l’eternità. Come urge all’anima che sta per terminare il tempo di meritare, che si affretti a colmare la misura, a giungere al punto assegnato per l’incontro supremo ed eterno con Lui. Forse non abbiamo mai pensato seriamente a ciò che ha fatto il suo amore per il nostro bene, prospettandoci quella grande ora in cui si conclude per l’anima il tempo e si apre l’eternità.

Fin dall’inizio della sua esistenza, quando l’anima ricuperò col Battesimo la giustizia perduta col peccato, Egli la prese nelle sue mani per essere il suo custode e il suo Maestro.

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Quando vediamo un’anima che trascorre la vita nel nascondimento, silenziosa, senza alcuna apparenza, fedele ai suoi doveri quotidiani, meraviglioso strumento di attrazione e di santificazione per gli altri, senza che lei stessa se ne renda conto e nemmeno quelli che le stanno intorno, non pensiamo che sono le mani benedette di Colui che la sostiene e governa che in essa lavorano. Noi ci distraiamo spesso, lasciandoci assorbire troppo da piccolezze e cose naturali, come dimentichi del fine verso il quale camminiamo. Dio ci ama e non lo dimentica mai. Egli conosce il nostro giorno ultimo; nel suo libro sono scritti l’ora e il momento in cui ci deve chiamare. Egli ci stimola a non perdere tempo, e a non esporci al pericolo delle Vergini stolte che, udendo la voce di chi annunciava: “Ecco lo sposo, andategli incontro!” (cf. Mt 25, 6), avevano la lampada spenta e non furono ammesse al banchetto di nozze. Il racconto delle Vergini stolte e prudenti è uno splendido insegnamento di Nostro Signore ad essere pronti alla sua chiamata, all’ora dell’incontro con Lui. Quanto amore racchiude questa parabola, espressa da Gesù esclusivamente perché l’anima si prepari e non debba piangere la sua disgrazia, quando non avrà più tempo per rimediarvi, e non sia esposta a udire quel terribile: In verità vi dico che non vi conosco! “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (cf. Mt 25, 13). Questo avvertirci in modo così insistente, come ci manifesta il suo desiderio di trovarci preparati!

Ci avverte di impegnarci a negoziare con i talenti che ci ha dato, che non sono nostri e di cui dobbiamo rendere conto un giorno. Che non chiederà a tutti lo stesso rendiconto. Che la vita di ciascuno dia il rendimento secondo le proprie possibilità e che si viva con un santo timore di non fare tutto ciò che possiamo. Non dovrebbe passare un giorno, specialmente dopo la S. Comunione, senza fare questa richiesta: Signore, che mi avete nascosto il giorno e l’ora in cui mi chiamerete al rendiconto, ma avvertendomi di trovarmi preparato, concedetemi la grazia che, alla vostra chiamata, io abbia compiuto fedelmente il compito che mi avete assegnato; che io abbia fatto fruttificare i talenti che mi avete dato e che possa udire dalla vostra bocca il dolce: “Bene, servo buono e fedele…” (cf. Mt 25, 21).

Convinti di questo, come si scoprono nel Vangelo gli insegnamenti amorosi, paterni, soprattutto quelli che si riferiscono alla preparazione per passare i limiti del tempo ed entrare nella tremenda eternità! Libro benedetto è il Vangelo. Chi lo tiene fra le mani, chi lo medita e, alla luce dei suoi insegnamenti, dirige i suoi passi nel deserto della vita, procede sicuro, senza bisogno di altra guida o maestro. La sua chiarezza è meridiana e sicura è la grazia per conformare ad essa la propria vita. Adesso capisco perché S. Cecilia portava questo libro benedetto sul suo cuore e lo poneva sotto il cuscino abbandonandosi al sonno. A questo giunge l’amore di Dio per ciascuna anima, “come se non ce ne fosse un’altra al mondo”, per prepararla al banchetto di nozze. Consolante verità: “Come se non ci fosse altra anima al mondo”. Io, dice Dio, sono l’Amore infinito, che non si logora con l’esercizio né si esaurisce per il numero di anime. Io amo particolarmente ogni anima. Ti amo e penso a te come se non amassi più nessuno.

Quel padre, che è Dio, e quella madre, che è la Chiesa, quando vedono che un’anima si avvicina al termine del suo pellegrinaggio quaggiù, le offrono con più abbondanza i loro aiuti per aumentare il suo capitale. “Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (cf. 2 Cor 4, 16-17).

Il corpo sente naturalmente il dissolversi della vita, il crollo della parete che rinchiude l’anima. Lo sentiva anche l’Apostolo, ma egli si animava e ci anima con il pensiero che ci andiamo avvicinando a quell’ “eterno peso di una sublime e incomparabile gloria” (cf. 2 Cor 4, 17). Quanto è opportuno e conveniente ricordare queste consolanti verità a quelli che soffrono, a quelli che sentono abbreviarsi la vita! Dire loro che sono parole di Dio, e che anche S. Paolo si animava con queste verità di fede. Esortarli a dare importanza non alle cose visibili, che vanno scomparendo dai loro occhi, ma alle cose invisibili. “Perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (cf. 2 Cor 4, 18).

fiducia nell’ora di partire. L’anima che ama Dio vive già nell’eternità. Non le manca altro che la pienezza, e l’essere confermata in quello stato. Lo possiede già. E’ stata creata per quello e tende necessariamente a quel fine. Tuttavia, essendo il corpo tanto unito ad essa, si rattrista e trema al pensiero di questa separazione. I sensi, se non vedono e non toccano, non si appagano. Il Maestro divino fatto uomo volle sottomettersi, per amor nostro, anche a questa debolezza. All’approssimarsi della sua ora, trema e chiede al Padre che, se è possibile, passi da lui quel calice della sua Passione e morte. Lui, sempre unito alla divinità, che viveva quaggiù e godeva al tempo stesso della gloria di Dio, si spaventa e trema. Temette e tremò pensando alla nostra debolezza, e volle sentirla per darci forza e coraggio. Soffriva nella nostra carne e meritava per noi, per darci la grazia nel momento preciso in cui ne abbiamo bisogno. Vedendo da lontano questa separazione da tutto il visibile, è naturale il timore e il tremore. Non abbiamo la grazia che Dio ci darà al momento del bisogno; attendiamola fiduciosi. Per questo Lui soffrì. Ci preparò, ci meritò l’aiuto di cui ci sapeva bisognosi. Prevenne le nostre necessità. Ai suoi Apostoli, che chiamava “amici” (cf. Gv 15, 13-15), Egli lo manifestò apertamente: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo
(cf. Mt 10, 28; Lc 12, 4). Non avete nulla da temere- diceva – voi che siete del mio gregge; ma siate simili a quei servi che attendono il loro padrone, per essere pronti ad aprirgli la porta al suo arrivo (cf. Lc 12, 35-36). Il padrone è Lui, al quale dobbiamo aprire la porta quando cade la parete di questo corpo; è Lui stesso che con tanta bontà ci avverte del modo come dobbiamo riceverlo. “
Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. (…) Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (cf. Gv 14, 2-3).

Poteva fare di più per noi? Poteva darci maggiori sicurezze? Ma, infine, potrebbe venirci il timore che queste consolanti promesse fossero solo per i suoi apostoli e amici, ai quali erano rivolte. Povera anima che devi fare assegnamento sugli ultimi aiuti della divina bontà! Ma ecco che essa è pronta ad offrirteli. Le condizioni? Sono semplici, alla portata di tutti: abbassarsi quanto più si può; solo i piccoli entreranno nel regno dei cieli. Il peccato getta l‘anima nel profondo dell’inferno; non c’è luogo più basso. Da quella bassezza, chiedere, in profonda umiltà, misericordia e perdono: “Ho peccato, Signore, abbi misericordia di me” (cf. Sal 50, 3-5). Con queste parole confessò il suo peccato Davide, e il profeta Natan lo assolse. Ripetile, pentito, al Ministro di Dio, incaricato dal Signore di perdonarti. E si vada poi con umiltà e confusione all’incontro di un Dio che per salvarci morì su una croce e offrì il cielo ad un ladro, condannato al suo fianco, perché si era umiliato poco prima di morire. “Oggi sarai con me in Paradiso” (cf. Lc 23, 43).

Se la vita passata vuole turbare il moribondo, gli si ripeta ciò che disse Newman. (Da pastore anglicano abbracciò la fede cattolica, giungendo ad essere eletto Cardinale). Alcuni giorni prima di essere ordinato Sacerdote, annotò sul suo diario intimo: “Il passato è passato; ho dato un salto nella mia vita. Il mio unico desiderio è di essere ordinato presbitero e poi morire nel più grande nascondimento”. Desiderare ardentemente la grazia e il perdono, e poi morire ignorato, devono essere i sentimenti del peccatore. Allora la sua salvezza è sicura. In quell’ora decisiva, la Chiesa spinge agli estremi la sua materna bontà per i suoi figli, aprendo in loro favore tutti i tesori della grazia. Gesù stesso vuole essere il loro viatico, per lottare con l’anima e vincere le ultime battaglie con il nemico. Purifica i suoi sensi con l’Estrema Unzione; le applica indulgenze plenarie col solo invocare il nome di Gesù, con il bacio di un crocifisso, di una medaglia, di un rosario. Ripete assoluzioni e benedizioni per allontanare dall’agonizzante influenze maligne; accende una candela benedetta, simbolo della fede, per avvivarla nel paziente, che riceve con essa grandi consolazioni e sollievo, se non ha perduto l’uso dei sensi. Se non è più cosciente, ma ha fatto in vita l’atto di accettazione della morte, senza che il Sacerdote né il moribondo faccia niente, la divina bontà gli applica, “in extremis”, un’indulgenza plenaria.

La ottenne dal Papa il sacerdote Don Giuseppe Cafasso. Assistendo gli infermi, egli vedeva che molti, ormai incoscienti, non potevano ricevere l’assoluzione; compose allora questo breve atto: “Signore, accetto dalle vostre mani la morte, quando vi piacerà, con tutte le sofferenze che l’accompagnano, in unione con la morte di Gesù e in soddisfazione dei miei peccati”. A questo atto è annessa l’indulgenza plenaria lucrabile al momento della morte.

Nella raccomandazione dell’anima, per implorare su di essa la divina misericordia, la Chiesa fa ricorso all’ultima risorsa: “perché non ti negò”.

Quando il moribondo chiude gli occhi per sempre alle cose della terra, la Chiesa piange, e con i suoi tocchi funebri invita a pregare per quell’anima. E mentre implora per essa il riposo e la luce eterna, l’accompagna alla sua ultima dimora con espressioni tanto consolatrici, come queste della liturgia dei defunti: “Vita mutatur, non tollitur”: la vita non è tolta, ma trasformata. “In paradisum deducant te Angeli”: In Paradiso ti conducano gli Angeli.

Agli occhi della fede, la morte del giusto è il trionfo finale; è il riposo dopo la fatica di questa vita. Sta infatti scritto: “Al giusto non può capitare alcun danno” (cf. Pr 12, 21). “Beati i morti che muoiono nel Signore… Riposeranno dalle loro fatiche” (cf. Ap 14, 13).

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